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giovedì 24 dicembre 2020

O ESPIRITO DA REBELIÃO e outros contos em São Paulo

de Carlos Pronzato

novo livro de contos:
 
    O ESPÍRITO DA REBELIÃO
              e outros contos em São Paulo


   De início o autor consegue descrever com interesse a desinteressante rotina de um personagem destituído de carisma - na sua própria definição. Mas se a vida do Odair era de uma mesmice de dar dó, Carlos Pronzato lhe arranjou um final desconcertante.
   O espírito da rebelião faz lembrar Júlio Cortázar, quando dizia que o conto tem de vencer o leitor por nocaute, terminando como um improviso de jazz ou uma sinfonia de Mozart. Provavelmente, é o mais bem realizado de todos. Poesia sem fim também é construído com segurança e tem um final surpreendente. Em Flor de Pequim o autor não deixa a peteca cair. Com um bastidor do bairro da Liberdade, o painel paulistano é enriquecido.

(PREFÁCIO de Antônio Torres
membro da Academia Brasileira de Letras) 

   O Espírito da Rebelião e outros contos em São Paulo é um recorte pessoal do universo infinito da matéria bruta que uma cidade como São Paulo pode oferecer à literatura. Estas páginas são apenas uma tentativa de apreender a atmosfera de uma cidade que congrega todos os tipos imagináveis - e inimagináveis - de indivíduos que lutam dia a dia pela sua sobrevivência e, na gigantesca selva de cimento e pedra, por dar asas aos seus sonhos. Sonhar com eles e com quem leia estes contos é o intuito deste livro. 
 
(extrato da INTRODUÇÃO do autor)



Sobre o autor
Carlos Pronzato é poeta, escritor, diretor teatral e cineasta/documentarista argentino/brasileiro. Suas obras audiovisuais e literárias destacam-se pelo compromisso com a cultura, a memória e as lutas populares. Dirigiu mais de 70 documentários e publicou em torno de 30 livros, dentre os quais:  Che, um Poema Guerrilheiro; Poesias sem licença para Carlos Marighella; Poesias contra o Império; Poemas sem Terra; Canudos não se rendeu, poesias; Jorge Amado no elevador e outras contos na Bahia; O Milagre da luz e outros contos em Trastevere, Roma, etc.  Entre outras importantes distinções recebeu, em 2008, o prêmio da CLACSO (Conselho Latino-americano de Ciências Sociais); em 2009, na Itália, o prêmio Roberto Rossellini; em 2018, o Prêmio Liberdade de Imprensa, no Rio de Janeiro; em 2019 o Prêmio de Melhor filme no Festival de Cataguases, MG, pelo documentário Lama, o crime Vale no Brasil, a tragédia de Brumadinho e em 2020 o Prêmio de Direitos Humanos de Jornalismo na categoria documentário.
catálogo completo de filmes e livroswww.lamestizaaudiovisual.com.br


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mercoledì 23 dicembre 2020

VENEZUELA, A VANISHING COUNTRY

BILINGUE: ENGLISH - ESPAÑOL  

by Roberto Savio

To write about Venezuela has become extremely difficult. The country has become so polarized, that just two narratives are left. One, that the government has been so handicapped by the sanctions and other punitive measures introduced by the Trump’s administration, and its allies (over 50 countries, and the European Union), that the economy has been strangled, with a terrible social and economic impact. The other, that the government is in fact a dictatorship, who has made an administrative mess, has destroyed the economy and survives only thank to the support of the military, which has been corrupted by the government. Those are two oversimplifications, that we use for the sake of brevity. Let us try to look at things by a distance.

Venezuela just had two important and contradicting events. One, the election of the new parliament, deserted by the majority of the opposition, which claimed that they were fraudulent. The European Union, the US, and several other countries also took that position. The EU tried to mediate, offering to serve as an electoral observer, but the government did not accept a postponement, and the EU declared that they did not have the necessary time to prepare. The few observers who were there claim that the elections were fair, but all this is seen as part of the government game. The party in power got easily a large majority of the seats, and now the bulk of the opposition is out of the parliament because they did not run.

The opposition organized a counter consultation, in which citizens could express their views of the government by person, via Telegram, via web page, and via App. This also had the participation of the Venezuelan diaspora (according to the UN, five million people have left the country, out of a total population of 29 million). Citizens have expressed their rejection of the government, at an average of 99,9%.

lunedì 21 dicembre 2020

IL DIRITTO DI NON EMIGRARE

di Antonio Marchi


Ne ho tanto parlato e scritto assieme a Roberto Massari (articoli su Utopia rossa), sono intervenuto più volte a Radio 3 nella trasmissione «Prima pagina", ma niente: il tema dei migranti finiva o in fondo al mare o nelle stive delle ong, o nei respingimenti. Un continuo e ossessivo lamento. Uno stracciarsi le vesti per i morti in mare e la polemica sulle ong e i decreti sicurezza, e l'Europa che non fa la sua parte… a tal punto che mi arrabbiavo e basta. Dicevo: ma è possibile che non si capisca che il problema erano e sono gli imbarchi e non gli sbarchi? Scrivevo con ferocia:
"Ricomincia la danza macabra dei salvataggi da parte delle ong. Incuranti del Covid, si sono sostituite agli Stati nel mare cimitero dell'accoglienza. Oltre la stupida pietà finale, oltre la vita che cade nelle mani di cacciatori di taglie, oltre alla libertà, oltre alla dignità, si ergono a paladini dell'accoglienza, a salvatori del naufrago. Mettono in mostra i corpi morti dei fratelli di miseria per un dollaro di carità. Sono corvi. Da sempre il mare nero della democrazia con troppi padroni e servi, appalta i suoi servizi agli sbirri del sistema. L'io individuale che si ribella è solo un salto di violenza, un cinico fucile per fermare la roba a rischio di perdita. Urlo alla loro beneficente ipocrisia, urlo a me stesso incapace di tacere. L'urlo si perde nella fatica quotidiana, nella perdita dell'ultimo desiderio".
Finalmente arriva un libro che "detta legge" e fa chiarezza su tutto. Dopo averlo letto (Il diritto di non emigrare, edizioni Lindau) mi è sembrato di uscire da un tormento che da anni mi assilla sulle ragioni e sui complessi motivi che spingono milioni di persone a lasciare i loro paesi per emigrare in Italia o in Europa (e tante volte annegare nel mar Mediterraneo). Ora, mi spetta il compito di provare a raccontarlo per farlo conoscere a chi, senza se e senza ma, "salvare tutti è un dovere". Raccontarlo è già un'impresa e dato che ho sempre guardato con sospetto alle recensioni che compaiono sui giornali e a coloro che le stilano solo per fare pubblicità al libro, stabilisco subito che la mia è una non recensione. Pur sapendo di non esserne all'altezza, il mio tentativo è in partenza arduo perché è quasi impossibile riassumere tutto quello che c'è dentro e dunque l'invito è che bisogna leggerlo e rileggerlo per comprenderne tutta la sua efficacia: smonta la favola bella del migrante che scappa dalla sua terra per scelta alla ricerca dell'eldorado Italia o  Europa.
Lui non scappa, ma è fatto scappare non solo per colpa delle guerre, della repressione, della miseria… ma anche per colpa della truffa criminale di chi specula, di chi lusinga, di chi promette, di chi fa lo sporco mestiere dello scafista e imbarca depredandolo e minacciandolo di morte quando esita a partire o ha ripensamenti.
Maurizio Pallante lo spiega bene In ogni sua pagina. Descrive la complessità dei problemi posti dalle migrazioni, la gestione dell'emergenza, la contrapposizione tra accoglienza e respingimento; perché aiutare le persone in pericolo di vita è un obbligo morale prima ancora che giuridico, ma la solidarietà che non consente di ignorare le sofferenze, non ne elimina le cause.
"Le sofferenze generate dalle migrazioni si riducono solo se si riducono i flussi migratori".                                                                      Chi sostiene che tutti hanno diritto a emigrare e vanno in loro soccorso non tengono in considerazione che dalla seconda metà del '700 le migrazioni sono state e continuano ad essere un'esigenza del modo di produzione capitalistico industriale, e non una libera scelta per uscire dalla miseria. "La vera solidarietà con chi è costretto a emigrare non si manifesta limitandosi a sostenere la libertà di farlo e la sua accoglienza sempre e comunque, ma anche, e soprattutto, impegnandosi politicamente a eliminare, o quantomeno a ridurre, le cause che lo costringono a farlo".
 I flussi migratori il più delle volte costituiscono un'opportunità perchè consentono ai popoli di interagire tra loro, scambiarsi esperienze, arricchire le loro conoscenze e progredire. Se in passato le migrazioni si giustificavano per l'esigenza di conquista dei popoli di altri territori - da sfruttare economicamente, sottomettendo o sterminando i precedenti abitanti, o costringendoli ad emigrare - gli attuali flussi migratori verso i paesi ricchi sono causati dall'esigenza di quest'ultimi di impadronirsi  delle materie prime delle risorse energetiche esistenti nei territori dei paesi poveri per sostenere la propria crescita economica.  Questi (Paesi) predatori per appropriarsi delle ricchezze agiscono “con la violenza, l'inganno, la corruzione, la devastazione ambientale, costringendo le popolazioni povere ad abbandonare i loro Paesi con la speranza di trovare nuove opportunità di vita andando ad incrementare il numero dei produttori/consumatori di merci di cui le economie dei Paesi ricchi hanno bisogno per continuare a prosperare”. 
Perciò, le migrazioni attuali “sono la forma del dominio dei ricchi sui poveri e dei forti sui deboli nell'epoca storica della globalizzazione”. Un'egemonia capitalistico-culturale esercitata dalle società occidentali nei confronti dei Paesi africani e asiatici, che li induce a disprezzare la loro storia, a omologarsi ai valori dei paesi ricchi a suscitare il desiderio di emigrare.


Se si confonde la costrizione a emigrare (l'impossibilità a vivere dove si è nati), con la libertà o il diritto di emigrare, si cancella dal proprio orizzonte mentale la possibilità di contribuire a rimuovere le cause che costringono a emigrare, generando sofferenze, aumentando le disparità tra popoli poveri e popoli ricchi, aggravando la crisi ambientale.

La povertà degli oltre 800 milioni di persone che soffrono la fame o la malnutrizione dovrebbe sollecitare i Paesi ricchi a mettere a disposizione di quei popoli “le conoscenze scientifiche e le tecnologie dei Paesi industrializzati non per indurli a imitare il loro modello economico e produttivo, ma per aiutarli a rendere più efficaci i modi, con cui, sulla base della propria storia e dei propri valori, ricavano dai luoghi in cui vivono ciò che ritengono necessario per vivere, per curarsi, per costruire le loro abitazioni, per ripararsi dagli effetti indesiderati del clima, governarsi, arricchire le conoscenze dei giovani ed educarli a diventare adulti”. In altre parole, aiutarli a casa propria evitando di cambiare la loro storia e la loro natura, evitando che criminali, al soldo di stati "canaglia"e di armatori delle navi, continuino a fare il loro sporco commercio di esseri umani in imbarcazioni precarie che attraversano il Mediterraneo e a volte affondano.   Si stima che in quindici anni di traffico di migranti, hanno perso la vita, annegando, oltre trentamila esseri umani.

Rispondendo alla domanda di un giornalista, il cardinale Robert Sarah (nato in Guinea 74 anni fa) citando il suo libro - Si fa sera e il giorno ormai volge al declino, cap. 11 intitolato i nemici spietati - dice: “certo i flussi migratori sono sempre esistiti. La ricerca di una vita migliore o la fuga dalla povertà e dai conflitti armati non sono nuove… Alcuni affrontano rischi incredibili. Il prezzo da pagare è alto. L'Occidente viene presentato agli Africani come il paradiso terrestre.  La fame, la violenza e la guerra possono spingere uomini e donne a rischiare la propria vita per raggiungere l'Europa. Come possiamo, però accettare che certi paesi siano privati di tanti loro figli? Queste nazioni come potranno svilupparsi se tanti lavoratori sceglieranno la via dell'esilio? Quali sono queste strane organizzazioni umanitarie che girano l'Africa per spingere giovani a fuggire promettendo loro una vita migliore in Europa?  Sono forse le stesse che portano i grandi schermi televisivi nei villaggi di cui parla Berlusconi? Perché la morte, la schiavitù e lo sfruttamento sono così spesso il vero risultato dei viaggi dei miei fratelli africani verso un immaginario eldorado? Sono indignato da queste storie. Le organizzazioni mafiose degli scafisti devono essere eliminate con la massima risolutezza. Curiosamente esse restano del tutto impunite”. 

Per aiutare realmente i popoli poveri a casa loro, i Paesi ricchi devono innanzitutto fare dei cambiamenti in casa propria.  Devono smettere di fare guerre per controllare le fonti fossili  di energia o i giacimenti di minerali strategici per il loro sviluppo; devono smettere di istigare i Paesi poveri a fare guerre tra loro per indebolirli  e controllarli meglio, devono smettere di vendere armi ai Paesi e alla fazioni in guerra.  Thomas Sankara sosteneva che “l'aiuto deve aiutare a eliminare l’aiuto”.  Perchè se dell'aiuto i Paesi poveri hanno bisogno dai Paesi ricchi, questo non deve diventare sottomissione e dipendenza (e dunque abbandono del loro sistema di valori), accrescendo in tal modo i profitti di pochi a scapito degli equilibri ambientali e delle condizioni di vita di tutti gli altri.  I Paesi che accolgono in maniera “disinteressata”,  pensando di alleviare lo stato di miseria in cui versano molti dei migranti, trascurano che è libertà anche quella “di non emigrare” soltanto se si provasse a  rimuovere le cause che non consentono di continuare a vivere nella terra di origine a chi vorrebbe continuare a farlo.



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domenica 13 dicembre 2020

IL NEOSTALINISMO DI LOSURDO

(L.B. Pericás-R. Massari)

Roberto,
   Queria saber sua opinião sobre o Domenico Losurdo.  Aqui no Brasil está surgindo uma «moda» neostalinista entre os jovens, algo muito estranho.  E eles estão lendo e exaltando o Losurdo.  É uma espécie de novo ídolo deles... Não gosto dos livros dele... E acho que ele defendia vários aspectos do Stálin, o que é algo bastante ruim... Mas há «youtubers» de «esquerda» que divulgam, promovem e elogiam o Losurdo e o Stálin.  E vários estudantes universitários estão entrando nessa onda.  Gostaria de saber o que você acha do Losurdo e de sua obra.  Só por curiosidade mesmo. 
Luiz [Bernardo Pericás] 

Luiz,
  rispondere in forma documentata è impossibile perché Losurdo (morto nel 2018) ha scritto decine e decine di libri su molti temi di filosofia astratta ed è stato molto noto negli ambienti accademici.
Fu hegeliano, heideggeriano e tutte le cose peggiori che io considero incompatibili col marxismo. Se hai letto il capitolo dedicato all’hegelismo di Lenin (nel mio libro su Lenin e l'Antirivoluzione russa che ti mandai in Pdf) dovresti avere abbastanza strumenti teorici per stabilire che Losurdo fu marxista tanto quanto Stalin o Mao: cioè la negazione totale del materialismo storico.
Il fatto è che lui in Italia aveva un seguito politico dentro Rifondazione e poi nel Partito dei comunisti italiani. Per cui quando scrisse il libro su Stalin (2008) tutti i vecchi nostalgici dello stalinismo dissero che il libro ristabiliva la verità su Stalin, senza però riabilitarlo.
False tutte e due le cose:
1) Il libro non ristabiliva alcuna veri sul piano della documentazione storica, non citava nemmeno le grandi ricerche su Stalin che sono state fatte nel Novecento, dimostrando di non aver fatto alcuna seria ricerca personale. In realtà stava utilizzando apertamente (citando e copiando) o implicitamente il peggior libro di rivalutazione di Stalin nel Novecento scritto in fiammingo dal belga Ludo Martens che nella traduzione francese si intitolava Un autre regard sur Staline (1994).
A casa io ho l’edizione italiana di Martens (Zambon 2005) e ricordo che quando lo lessi (15 anni fa) rimasi colpito dall’ignoranza dell’autore: il libro era un continuo processo alle intenzioni di Trotsky, di Bucharin ecc, senza mai fornire le prove storiche. Si vedeva facilmente che Martens non aveva mai fatto i conti con le grandi opere che esistono sulla Rivoluzione russa. È probabile che non le avesse mai lette, perché citava quasi solo fonti di matrice staliniana o giustificazionistica.
Quindi puoi dire che Losurdo non fece alcuna ricerca seria personale, ma si affidò molto al libro di grossolana ignoranza scritto da Martens.
2) Losurdo tentò di riabilitare Stalin. Certo, non alla maniera dello stalinismo storico, quando si diceva che Stalin non avesse alcuna colpa. Ma alla maniera del revisionismo postchrusceviano (Losurdo usò questo concetto anacronistico). Come dire, cioè, che Stalin nonostante gli errori difese e continuò la Rivoluzione russa. 

A questo punto però le nostre due strade, caro Luiz, forse si separano, perché io ritengo che l’unica Rivoluzione russa avvenuta storicamente fu quella da febbraio a dicembre del 1917. Il tentativo di proseguirla - la cosiddetta «Terza rivoluzione russa» - fu soffocato nel sangue a Kronštadt nel 1921. La casta burocratica che ha insanguinato la vita del popolo russo e ha fatto lavorare come schiavi milioni di persone (dentro e fuori del Gulag) non ha avuto niente a che vedere col comunismo o col marxismo. È stata un’escrescenza storica, scomparsa com’era giusto che fosse, anche se purtroppo un po’ troppo tardi.
Io credo ancora che da febbraio a dicembre 1917 si sia verificata l’unica vera risoluzione socialista della storia che però, sotto la guida di Lenin, Trotsky e i bolscevichi si trasformò in un’Antirivoluzione, contro i soviet, ma soprattutto contro i Comitati di fabbrica e contro i Socialrivoluzionari che nei soviet avevano la maggioranza.
Spero che tu rifletta su questo concetto al quale ho dedicato un grande lavoro che consente di capire tutto lo sviluppo storico successivo, compresa la vittoria e la permanenza dello stalinismo, l’alleanza con Hitler, la divisone del mondo a Jalta.
Se invece ti metti a rivendicare la natura comunista del bolscevismo, finisci col fare il gioco degli staliniani e di stalinoidi come Losurdo. Perché costoro possono dimostrarti facilmente che ci fu una continuità tra i provvedimenti antisoviettisti e antioperai di Lenin e l’uso che ne fecero gli epigoni.
Se ti sei perso il mio libro sull’Antirivoluzione russa, te lo rimando.
Concludo dicendo che avendo speso tutta la mia vita politica a combattere contro lo stalinismo, sono arrivato da alcuni decenni a considerare gli attuali neostaliniani come persone affette da disturbi mentali. Non vale la pena di polemizzare con loro, così come con i neonazisti. Oggigiorno ci sono ben altri problemi e ben altre ragioni per porre fine al capitalismo, senza ripetere le formulette liturgiche del passato. Pensa solo alla necessità di salvare la Terra dal degrado non solo climatico: un dramma per il quale è difficile stabilire quanta responsabilità abbia il capitalismo, ma nella certezza che proprio il capitalismo non è in grado di salvare la Terra. Anche per questo andrebbe eliminato dalla faccia del pianeta.
Ciao
Roberto [Massari]

Roberto,
  de fato, o livro de Ludo Martens é bem ruim.  É realmente impressionante essa nova onda neostalinista.  O fim da picada.  Recentemente, o cantor Caetano Veloso, influenciado por um «youtube» neostalinista, começou a ler e admirar o Losurdo.  Isso virou assunto por aqui.  Com todos os problemas pelos quais estamos passando, do coronavírus a Bolsonaro, as pessoas perdem o tempo para discutir Caetano e Losurdo.  Nas universidades e na internet, grupelhos de trotskistas e neostalinistas debatem acaloradamente.  Uma perda de tempo e um sinal de atraso político.  E mental.  A esquerda brasileira anda muito mal mesmo…
Tenho seu livro sobre a revolução russa.  Vou dar uma nova olhada nele.  Se você conseguir vir ao Brasil no ano que vem, me avise.  Aparentemente o evento sobre Trotsky está confirmado para o segundo semestre de 2021.  Estou pensando em participar, quem sabe para falar sobre o Che e Trotsky.  Podemos montar uma mesa juntos.  É isso.  Vai mandando notícias.  E obrigado pelas informações!

Luiz   



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mercoledì 9 dicembre 2020

IN RICORDO DI PIERO SIMONDO

Riprendiamo dalla pagina Fb di Sandro Ricaldone questo post del 6 novembre che ci addolora profondamente. Avevamo incontrato Simondo ancora nel luglio di tre anni fa a Cosio per l'inaugurazione della Casa Museo dedicata a lui e, a parte i problemi uditivi, ci aveva per l'ennesima volta colpito per lo sguardo ironico e disincantato che ancora sapeva posare su un mondo (noi compresi) che a forza voleva imbalsamarlo negli angusti confini del mito. Come pochi altri ha saputo fino all'ultimo restare un uomo libero (Giorgio Amico).


Mi associo al dolore di Sandro Ricaldone, di Giorgio Amico, di Antonio Marchi e di tutti coloro che, avendo conosciuto Piero Simondo, avvertono il signficato simbolico della sua morte. Personalmente ebbi con lui uno «scontro» verbale in pubblico, a Cosio dArroscia nel 2007 (50° della fondazione dellInternazionale situazionista), per ribattere alla sua affermazione che l'IS non era mai veramente esistita, benché la fondazione fosse avvenuta proprio in casa sua. Un punto di vista discutibile, ma su cui riflettere, nella speranza che qualcosa del «situazionismo» continui a vivere, magari anche solo nel profondo di alcuni di noi (Roberto Massari).





di Sandro Ricaldone


Piero Simondo, il giovane uomo ritratto in questa foto del luglio 1957 (scattata da Ralph Rumney) a Cosio d'Arroscia, dove ospitava nella sua casa natale la riunione di artisti provenienti da diverse nazioni europee da cui nacque l'Internazionale situazionista, è scomparso questa notte a Torino, all'età di 92 anni.

Artista e animatore culturale infaticabile, prima dell'I.S. aveva fatto parte con Asger Jorn e Pinot Gallizio, con Elena Verrone (che sarebbe divenuta sua moglie) e Walter Olmo, del Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista e attraversato da protagonista l'avventura del Laboratorio sperimentale di Alba.

Dopo la rottura con Guy Debord, aveva fondato il C.I.R.A., un gruppo cooperativo partecipato da operai FIAT ma anche da figure di spicco della cultura torinese come il professor Francesco De Bartolomeis, che più tardi lo chiamerà all'Università, ad organizzare i Laboratori artistici della Facoltà di Magistero, non a caso definiti, anch'essi, "sperimentali". Qui, negli anni '90, nella sua veste di docente di Metodologia e Didattica degli Audiovisivi, si era impegnato sul fronte della produzione di contenuti digitali, stimolando i suoi allievi a creare startup in quest'ambito.

Autore di molteplici pubblicazioni, fra cui "Il colore dei colori" (La Nuova Italia, 1990) e "Guarda chi c'era, guarda chi c'è. L'infondata fondazione dell'Internazionale situazionista" (Ocra Press, 2004), ha proseguito sino allo scorso decennio la sua attività pittorica, avanzata per fasi diverse, dagli straordinari "Monotipi" degli anni '50 alle grandi "Topologie" del periodo successivo ai "Quadri Manifesto" realizzati negli anni '70; procedendo poi con i cicli, più recenti, delle "Ipocraquelures", degli "Ipofiltraggi" e dei "Nitroraschiati", in un lavoro costantemente orientato alla ricerca di esiti in qualche modo affrancati dall'intenzionalità dell'autore, in traccia di quell'"immagine imprevista", che dà il titolo al volume che accompagnava l'antologica allestita a Finalborgo nel 2011.

Una ricerca indipendente, fuori dagli schemi invalsi nelle correnti più note della contemporaneità, ma di grande rigore e respiro, sempre aliena da qualsiasi compromesso.




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martedì 8 dicembre 2020

GUATEMALA: EL 2020 NO ES EL 2015

por Marcelo Colussi

 

El año 2015 marcó un momento importante en la dinámica política del país: numerosas movilizaciones populares abrieron paso a nuevas formas de participación, ayudando a mandar preso a un binomio presidencial acusado de cuantiosos actos corruptos. Independientemente que aquellas reuniones sabatinas sin proyecto político claro, consistentes en cantar el himno nacional no pasando de mostrar el descontento hacia la corrupción de la casta política en una plaza, puedan haber sido manipuladas por el proyecto estadounidense como laboratorio para impulsar luego la estrategia de lucha anticorrupción en Brasil y Argentina (sacándose así de encima gobiernos no alineados con Washington), sin dudas abrieron nuevos horizontes.

Producto de esas movilizaciones -urbanas y clasemedieras si se quiere, muy “tibiecitas” quizá, pero movilizaciones sociales al fin- comenzaron a pasar cosas importantes. Ese movimiento trajo la politización de sectores juveniles, hasta ese entonces desconectados de cuestiones sociales. Se conformaron nuevos actores políticos, y entre otra de las consecuencias, los estudiantes de la Universidad de San Carlos lograron recuperar la histórica AEU -Asociación de Estudiantes Universitarios-, desplazando a mafias corruptas allí enquistadas. Vistas a la distancia, si bien no había una propuesta articulada de cambio profundo, las movilizaciones del 2015 dejaron algo positivo.

No dejaron todo lo que hubiéramos querido, porque la sociedad y el contexto político no daba para más. Fue la primera vez, luego de años de apatía, que se veían protestas de ese calado (llegó a haber100,000 personas en la plaza en la ciudad de Guatemala). La guerra vivida, con sus secuelas de miedo y despolitización que aún hoy están presentes, más los planes de capitalismo salvaje (eufemísticamente llamado “neoliberalismo”), crearon un clima de silencio y desmovilización social enorme en todo el campo popular. El 2015 vino a romper -al menos en parte- esa quietud.

Ahora han pasado cinco años. En lo sustancial, nada ha cambiado en Guatemala. La pretendida lucha contra la corrupción, en buena medida impulsada como estrategia regional por el entonces gobierno demócrata de Barak Obama, fue desapareciendo. El llamado “Pacto de Corruptos” (empresarios, casta política, militares, mafias del crimen organizado) fue enseñoreándose y copando crecientemente las diversas estructuras del Estado, ocupando los tres poderes. Sus ramificaciones cubren los diversos espacios políticos del país, desde alcaldías hasta ministerios, desde el Congreso hasta juzgados. Las economías “calientes” (narcoactividad, contrabando, tráfico de personas, contratistas espurios con obras grises aborrecibles) ocupan ya un 10% del producto bruto interno, con importante presencia en la población, generando diversos puestos de trabajo y clientelismo.

domenica 29 novembre 2020

G20, MILLIONS OF NEW POOR ARE ON THE WAY - WHO CARES?

ENGLISH - ITALIANO

By Roberto Savio

The recent meeting of the G20 – scheduled to take place in Riyadh but held virtually due to the Coronavirus pandemic – has been an eloquent example of how the world is drifting, in a crisis of leadership. It was, in a sense, a showcase. Everybody had to accept the view that the host of the meeting, the ailing King Salman of Saudi Arabia, was accompanied on TV screens by his apparent heir, Prince Mohamed bin Salman, who is clearly the mastermind of the brutal assassination, dismembering and disappearance of the body of dissident Saudi journalist Jamal Khashoggi.

Mohamed bin Salman got away with it, also because of the support of Donald Trump who, in his video intervention said, among other pearls, that nobody in US history had done as much as he had for the environment (like when he said that nobody since Abraham Lincoln had done as much as he had for black Americans). After that, Trump promptly left for his golf course, and ignored the debate.

Raison d’état, realpolitik, diplomatic constraints have always been part of history. The fact that the G20 was virtual, can partly hide a fact: that politicians now accept the most preposterous statements without blinking, because everything has become acceptable and legitimate.In Saudi Arabia, Prince bin Salman is highly popular and in the US, those who live in the parallel world of Trumpland follow blindly.

mercoledì 25 novembre 2020

UNA PROSPETTIVA DI LOTTA DENTRO E OLTRE LA PANDEMIA

di Michele Nobile 

Siamo nel mezzo della seconda onda di Covid-19, ancor più prevedibile e (almeno in parte) nei suoi peggiori effetti ancor più prevenibile della prima: 15.815 morti in più tra il 1 settembre e il 24 novembre, senza contare le conseguenze per tanti malati. Ancora: da 270 mila contagiati a oltre 1,4 milioni (+429%), da 107 a 3816 ricoverati in terapia intensiva (+3466%). Altro che influenza! Dobbiamo ringraziare il favore fatto all’industria del turismo e del divertimentificio durante l’estate e poi i colpevoli ritardi nel sospendere subito quel che andava sospeso: entro metà settembre nelle regioni centrali e meridionali. 

Ai drammi dell’ansia, della malattia e della morte, la crisi economica e le misure di contenimento dell’epidemia aggiungono quelli conseguenti dall’incertezza del posto di lavoro, della disoccupazione, della caduta del reddito, col rischio crescente che l’aggravarsi dei problemi sociali ed economici venga strumentalmente utilizzato per indebolire la lotta contro l’epidemia. I tardivi e inadeguati Dpcm possono sospendere attività economiche, educative, ricreative e restringere la libertà di movimento, ma non sospendono le contraddizioni che travagliano la società. Anzi, le evidenziano, le intensificano, ne aggiungono di nuove. 


Dentro questa congiuntura si possono e si devono porre questioni di più ampio respiro, perché gran parte dell’impatto della pandemia - sia sanitario sia socioeconomico - è risultato di decenni di smantellamento dei diritti sociali ed economici, di tagli della spesa sociale, d’investimenti non fatti. Non è difficile puntare il dito contro i partiti che hanno governato il Paese negli ultimi decenni. Ancor più facile è portare sul banco degli imputati centrodestra e Lega nord per le controriforme della sanità varate in Lombardia e per la lottizzazione partitica della direzione della sanità regionale. 

Tuttavia, proprio dal carattere inedito della crisi pandemica scaturisce un problema per l’opposizione antagonistica e per i movimenti sociali spontanei: come combinare coerentemente la lotta per adeguate misure di salute pubblica con quella per misure necessarie a fronteggiare la crisi sociale ed economica? Conciliare occupazione e salute non è mai stato facile, ma ora è ancor più difficile a causa della simultanea gravità sia della crisi sanitaria sia di quella socioeconomica. Il rischio che vedo emergere è che, nonostante le intenzioni, l’opposizione sociale interiorizzi nella propria pratica la contraddizione interna al capitalismo tra salute e lavoro. La fonte di questo rischio politico è la sottovalutazione della pericolosità e delle dinamiche dell’epidemia di Covid-19. Non è mia pretesa indicare specifici obiettivi di lotta: questo è compito di chi è interessato in prima persona. Si può però delineare una logica politica complessiva entro la quale potrebbero muoversi i movimenti sociali d’opposizione nel contesto della situazione pandemica.

martedì 24 novembre 2020

IL LAGO TRASIMENO: MALATO TERMINALE

di Maurizio Fratta

Foto dell'autore
Con un diametro medio di circa 12 chilometri, una superficie di circa 124 Km quadrati ed una profondità media di circa 4,5 metri, il lago Trasimeno si distingue marcatamente dagli altri laghi dell'Italia centrale.
Quando, in una situazione di normalità, il livello delle acque raggiunge lo zero idrometrico di 257,5 metri sul livello del mare, per comprenderne la morfologia ed apprezzarne la tipicità di assai raro ed esteso lago laminare , occorre ridurne mentalmente mille volte le dimensioni reali .
Come ha scritto Guido Cantarelli nel bel saggio "Addio al Trasimeno", pubblicato per la rivista Diomede, "ecco allora apparire ai nostri occhi una lama d’acqua circolare del diametro di 12 metri e dello spessore di 4,5 millimetri".
Una sottilissima "pozzanghera" che, tra periodi di siccità e periodiche inondazioni, ha resistito per millenni all'evaporazione naturale ed il cui equilibrio, pur nelle contese tra interessi contrapposti, ha reso possibile la vita delle popolazioni che nel corso dei secoli ne hanno abitato il territorio . 
Se prima i Romani, poi nel 1422 Braccio da Montone e successivamente, nella seconda metà del Cinquecento, Sisto V tentarono di far abbassare il livello del lago a causa della insalubrità delle sue sponde, a metà dell'Ottocento il Trasimeno rischiò addirittura di sparire quando proprietari terrieri ne proposero il prosciugamento.
Foto dell'autore
Liberate dalle acque di un bacino la cui abbondanza di pesce era fonte di reddito per centinaia di famiglie di pescatori, le terre diventavano ora disponibili per la cerealicoltura e gli appetiti dei possidenti .
Fu il senatore Guido Pompilj che riuscì a raggiungere un accordo tra le fazioni in lotta con la creazione di un canale artificiale: il lago fu salvato, non la sua capacità di trattenere l'acqua negli anni di siccità.
Nella seconda metà del Novecento la scarsità di precipitazioni, gli impaludamenti, le occupazioni delle rive naturali per le coltivazioni ed i prelievi per le irrigazioni ne hanno compromesso l'equilibrio e minato progressivamente le attività legate alla pesca.
La storia del lago ora fa i conti con le condizioni poste dal cambiamento climatico ed il quadro nell'anno della pandemia si presenta fosco.
Intanto i fragili equilibri della fascia palustre, fondamentali per la tenuta dell'ecosistema, sembrano completamente saltati.
Il taglio e la ripulitura dei canneti, così come avveniva decenni orsono 
ad opera dei pescatori preoccupati di ottenere la migliore circolazione 
dell'acqua e quindi del pesce, aldilà di una sperimentazione sporadica che ne avrebbe dovuto regolare la crescita, sono stati abbandonati.
Le rive a chi le guarda appaiono ormai lasciate a se stesse. 
Molti grandi alberi, morti e caduti a causa delle tempeste di vento sempre più insistenti, rendono molte sponde inaccessibili.
Mai come in questa estate si è potuta vedere una così imponente proliferazione di alghe che si sono sommate alle grandi quantità di materiali organici in decomposizione accumulatisi sui fondali, contribuendo così in modo massiccio alla eutrofizzazione delle acque e a morie di pesci.
Fenomeni visibili lungo il tratto, ad esempio, che va da Monte del Lago fino a Torricella o da Borghetto di Tuoro fino a Castiglione del Lago, dove la fascia spondale in molti tratti è ridotta, con la caduta di tronchi e di rami, ad un groviglio inestricabile e maleodorante.
Le profonde trasformazioni in atto hanno dato poi luogo a mutamenti significativi della biodiversità tipica del lago dove molte sono le specie, tra la fauna ittica e quella avicola, che hanno smesso di abitarne il territorio. Al loro posto, introdotti per il sollazzo dei cacciatori , cinghiali che nottetempo si vanno ad abbeverare lungo le rive, maiali che popolano gli allevamenti del circondario e le cui deiezioni vanno a finire nei torrenti e nei canali che sfociano nel lago, gabbiani che volteggiano in alto provenendo dalla grande discarica di Borgogiglione e che poi si radunano lungo le banchine dei porticcioli. 
E così la crisi idrica dovuta alla diminuita piovosità conseguente ai cambiamenti climatici va ora a sommarsi al degrado ambientale, alla mancata manutenzione di fossi e canali spesso ostruiti, alle centinaia di dighe artificiali e di invasi per uso agricolo, all'uso improprio di una risorsa preziosa come l'acqua che va a finire nelle piscine delle residenze private.
E nulla di ciò che era davvero importante fare per l'ecosostenibilità dei luoghi è stato fatto.
In "Pescatori del Trasimeno - Storie di vita e di pesca", il ponderoso volume edito da Morlacchi Editore che con ampio corredo fotografico documenta la vita dei pescatori di professione , l'autore, il fotografo e ambientalista Alvaro Masseini ha avuto il merito di mettere a fuoco i profondi cambiamenti che hanno interessato il Trasimeno negli ultimi anni.
"L'istituzione del Parco Nazionale del Trasimeno - scrive Masseini - sarebbe stata un'occasione eccezionale per una riconversione all'agricoltura biologica, almeno dei terreni rivieraschi compresi dentro la strada provinciale che perimetra il lago. 
Invece non solo il Parco non arriva a detto naturale confine , ma estese monocolture di mais, girasoli e grano fertilizzati con concimi chimici , insieme a diserbanti e insetticidi, continuano a portare nelle acque "vecchie" e stagnanti del Trasimeno, il loro carico inquinante. 
Se a questo si aggiunge la lenta ma progressiva privatizzazione e alterazione delle sponde dovuta a darsene, campeggi, muri perimetrali e strutture turistiche in genere, il Trasimeno appare oggi accerchiato da elementi che non gli giocano a favore. 
Al cospetto della evidenza dei fatti il gracidio delle rane della politica ha preso ultimamente ad intonare un insolito coro in concordia di accenti e così maggioranza ed opposizione del Consiglio Regionale dell'Umbria sono tornate ad invocare "misure indispensabili per risanare e valorizzare il Trasimeno". 
"È la prima volta che si presentano atti bipartisan per risolvere i problemi del lago" ha dato il la’ il Presidente Mario Squarta, invocando l'adozione, guarda un po’, di tutte quelle misure che negli anni o nei decenni nessuno è stato in grado di prendere.
Quando i buoi sono ormai irrimediabilmente scappati dalla stalla.

( l’altrapagina novembre 2020 ) 
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sabato 14 novembre 2020

BUON COMPLEANNO! COMPAGNO HUGO BLANCO

Lucha Indigena Nov 2020 No 170 (Año 14)



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venerdì 13 novembre 2020

COVID-19 È STRAGE DI STATO

di Michele Nobile

 

«L'Italia non si ferma, volgiamo lo sguardo al domani, sempre più determinati a far correre l'economia. Questo vale per tutta l'Italia. Dobbiamo moltiplicare le nostre energie. Insieme ce la faremo» 

Giuseppe Conte su Facebook, 28 febbraio 2020 

 

«Se un individuo reca ad un altro un danno fisico di tale gravità che la vittima muore, chiamiamo questo atto un omicidio; se l’autore sapeva in precedenza che il danno sarebbe stato mortale, la sua azione si chiama assassinio. Ma se la società pone centinaia di proletari in una situazione tale che debbano necessariamente cadere vittime di una morte prematura, innaturale, di una morte che è altrettanto violenta di quella dovuta a una spada od una pallottola; se toglie a migliaia d’individui il necessario per l’esistenza, se li mette in condizioni nelle quali essi non possonovivere; se mediante la forza della legge li costringe a rimanere in tali condizioni finché non sopraggiunga la morte, che è la conseguenza invitabile di tali condizioni; se sa, e sa anche troppo bene, che costoro in tale situazione devono soccombere, e tuttavia la lascia sussistere, questo è assassinio, esattamente come l’azione di un singolo, ma un assassinio mascherato e perfido, un assassinio contro il quale nessuno può difendersi, che non sembra tale, perché non si vede l’assassino, perché questo assassino sono tutti e nessuno, perché la morte della vittima appare come una morte naturale, e perché esso non è tanto un peccato di opera, quanto un peccato di omissione. Ma è pur sempre un assassinio». 

         Friedrich Engels, La condizione della classe operaia in Inghilterra, 1845

 

1. L’epidemia di Covid-19 come Strage di Stato 

Mentre concludo questo intervento i morti a causa di Covid-19 sono in Italia oltre 43.000. Se la media giornaliera dei decessi da coronavirus rimarrà quella della prima settimana di novembre, per la fine del mese saranno aumentati a circa 48.000. 

E chi può dire con certezza quando si verificherà il picco e a quale altezza? 

E quindi, per Natale e Capodanno quale sarà il «regalo» complessivo della pandemia? 54.000 morti? 60.000?

Queste sono solo congetture, ma non irragionevoli. Se nelle prossime settimane la crescita dei decessi avrà un prolungato andamento esponenziale potrebbero rivelarsi assai ottimistiche. Si guardi a quel che è accaduto e accade non lontano da casa nostra: in Francia, in Spagna, nel Regno Unito, e nel resto del mondo, negli Stati Uniti, in America latina, in India.



Relativamente alla metà di settembre, quando era chiaro che l’epidemia si preparava a decollare nelle regioni meridionali e centrali, significa che abbiamo avuto - fino a questo momento - circa 8.000 morti in più. Morti che almeno in parte si potevano evitare, adottando immediatamenteadeguate misure preventive quando, a metà settembre nelle regioni meridionali, le curve di contagi, ospedalizzazioni e ricoverati in unità di cura intensiva iniziavano a puntare verso l’alto. 

Invece, in questi mesi abbiamo sentito ripetere da Giuseppe Conte la frase «non possiamo permetterci un altro lockdown», ribadita con fermezza da Fontana - Presidente della giunta regionale lombarda - nella sede appropriata, l’assemblea generale di Assolombarda il 12 ottobre, proprio mentre i contagi decollavano anche nella sua regione. Abbiamo anche sentito ripetere l’esorcismo «la scuola deve essere l’ultima cosa a chiudere». Come prevedibile, questi slogan si sono dimostrati la ricetta per arrivare comunque al lockdown e alla chiusura delle scuole, ma nel peggiore dei modi. Se adottate tempestivamente, misure più restrittive e chiusure nella ristorazione, nei trasporti, nel commercio al dettaglio, nelle scuole, avrebbero potuto soffocare il falò prima che diventasse un incendio incontrollabile, evitando morti, sofferenze e in definitiva, anche danni sociali ed economici maggiori e per un periodo più lungo. Il coronavirus è un nemico subdolo, che sa attendere il momento per infiltrarsi attraverso ogni varco, approfittare d’ogni temporeggiare per dilagare velocissimo. I varchi sono stati lasciati aperti, i temporeggiatori sono stati tanti.

Alla magistratura spetta accertare eventuali responsabilità penali individuali per fatti determinati: di sindaci, presidenti di giunte regionali, presidente del consiglio dei ministri e ministri, di dirigenti della sanità. Sono in gioco i reati di epidemia colposa ed omicidio colposo. 

Il giudizio politico e storico-sociale non ha però bisogno d’attendere l’accertamento della verità giudiziaria. 

Per molti anni ogni 12 dicembre si è protestato contro la strage di Piazza Fontana, che causò 17 morti. Quella strage venne subito detta Strage di Stato. 

Ora abbiamo di fronte un’enormità: non 17 ma quasi 43.000 morti. Quarantatremila

Per quanto riguarda le responsabilità politiche, ricordo l’articolo 32 comma 1 della Costituzione: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti», a cui possono aggiungersi altre considerazioni circa la tutela del lavoro e i limiti dell’iniziativa privata come indicati, in linea di massima, dagli artt. 2, 35, 41. E rimando alla citazione di Friedrich Engels: la morte appare naturale, l’assassino sembra «tutti e nessuno» ma «è pur sempre un assassinio». L’ABC dell’epidemiologia non asservita al potere. 

Si può ragionare intorno a quante di queste morti siano dovute ad omissioni e azioni delle autorità politiche, ma non possono esserci dubbi sul fatto che a migliaia debbano attribuirsi ad azioni e non-azioni politiche del passato e del presente. L’evidenza delle responsabilità politiche è nel 2020 molto più forte che nel 1969. Anche in Italia come in altri Paesi, l’impatto dell’epidemia e la sua gestione da parte dei governi nazionali e regionali sono la prova irrefutabile del fallimento di un intero ceto politico e delle politiche sociali ed economiche messe in atto per molti, anni sia dal centrosinistra sia dal centrodestra, della priorità attribuita agli interessi economici. Che siano tanti i Paesi a soffrire per la pandemia ci dice quanto sia patogeno l’ordine politico e sociale esistente e che la transizione epidemiologica in corso richiede una prospettiva e un’azione che superi i confini nazionali. È comunque necessario che in ogni Paese si esprima un chiaro giudizio sulle responsabilità politiche e sociali. 

         Politicamente e storicamente ritengo quindi che la gestione della pandemia in Italia debba giudicarsi come una Strage di Stato, a cui hanno concorso e concorrono tutti i partiti con responsabilità di governo, nazionale, regionale, locale. Certamente non uso qui il termine strage come fattispecie giuridica, pertinente alle stragi deliberatamente messe in atto da organizzazioni fasciste, col concorso e la copertura di parti dell’apparato statale. Tuttavia, volendo racchiudere il giudizio in una formula sintetica e inequivocabile, non riesco a trovarne una migliore. E sia chiaro che, proprio perché qui l’espressione ha un significato sistemico, le responsabilità di questa Strage di Stato non ricadono solo sul ceto politico ma sulla classe sociale che antepone il profitto alla salute. Come spiego oltre, gli interessi delle imprese capitalistiche italiane hanno contribuito al dilagare dell’epidemia. È un motivo specifico e concreto per ribadire che le conseguenze socioeconomiche della pandemia non possono essere pagate dai comuni cittadini. 

Concepire le responsabilità pregresse e la gestione politica dell’epidemia nazionale come Strage di Stato concentra il giudizio politico e storico, sottolinea la gravità dell’evento, stabilisce l’esistenza di responsabilità politiche. Indica in modo chiaro e inequivocabile il nemico. Sono enormi i problemi sociali suscitati nel mondo sia dall’azione sia dall’inazione dei governi, inediti come questa situazione pandemica. Ed è proprio questa loro enormità, capillarità e multidimensionalità che richiede una visione ampia del problema e una risposta politica forte e unificante, per canalizzare in un unico corso la molteplicità delle rivendicazioni e la rabbia diffusa, sia derivanti dal pericolo e dal danno per la salute, sia conseguenti dagli effetti socioeconomici della gestione politica dell’epidemia. 

Tuttavia, se in accordo alla visione dei potenti del mondo la pandemia è vista solo come un fatto naturale; oppure, se si pensa che Covid-19 sia malattia appena un po’ più pericolosa di una normale influenza, che «tanto colpisce solo gli anziani e chi ha già più patologie»; oppure che l’emergenza sia solo un’invenzione dei mass media, dei governi e di chi intende stabilire la «dittatura sanitaria» o qualcosa del genere; oppure se si pensa che sia possibile cavarsela con mezze misure e inzuccherare la medicina... allora non sussiste motivo per utilizzare l’espressione Strage di Stato. 

 

mercoledì 11 novembre 2020

¿COCA-COLA O PEPSI-COLA?: PARA LATINOAMÉRICA NO CAMBIA NADA

por Marcelo Colussi

 

Estados Unidos es hoy la gran potencia capitalista dominadora del mundo. Con una economía enorme y unas fuerzas armadas sin par, con presencia política y económica en prácticamente todos los países del mundo, su clase dominante se siente intocable, portadora de un presunto “destino manifiesto” que le autoriza a actuar como el gendarme global. Pero la nación, más allá de la ilusión de “paraíso” que nos intenta vender a través de Hollywood y toda su parafernalia propagandística, tiene grandes problemas a lo interno. En definitiva, es un país capitalista, y el capitalismo, en tanto sistema socioeconómico, en tanto un modo de producción histórico, no puede solucionar los problemas de la humanidad, porque no está para eso. El capitalismo está para generar lucro personal, no importando el costo: Estados Unidos de América es el paradigma de ese modelo. Si para mantener esa pretendida “prosperidad” hay que masacrar gente o masacrar la naturaleza, no importa. Esa “masacre” constitutiva y estructural hoy empieza a pasarle factura: la sociedad estadounidense construyó un paraíso insostenible, consumiendo más de lo que produce, manteniendo ese nivel de confort solo a base de violencia. Parece que le está llegando la hora como imperio hegemónico. 

 

En su continua lucha y difusión ideológica propagando las presuntas bondades del american way of life, el imperialismo de Estados Unidos se llena la boca hablando de “democracia”, así como de otras preciosuras como “libertad” y “derechos humanos”. Pero su sistema político es obsoleto, lo más antidemocrático que existe: no hay voto directo de la población. Los mandatarios son elegidos a través de un muy cuestionable mecanismo de colegio electoral, que se presta a innumerables acuerdos secretos donde la población votante no tiene ninguna participación. Si de democracia se trata, la gran potencia del Norte no es, precisamente, el referente más adecuado. El interminable bipartidismo de Demócratas y Republicanos, financiado con astronómicas cifras por parte de las grandes empresas privadas, no augura la real y genuina participación de la población. 

 

La coyuntura interna del país pone hoy a Estados Unidos como una nación en crisis, aunque se quiera presentar una imagen de perfección y prosperidad. Por supuesto que hay prosperidad, pero para un grupo cada vez menor, que maneja monumentales ganancias.

martedì 10 novembre 2020

TRUMP IS GONE, BUT TRUMPISM REMAINS

ENGLISH - ESPAÑOL - ITALIANO

 

by Roberto Savio

 

Now it is clear that Joe Biden is the new president of the United States. It is unlikely that Donald Trump’s legal manoeuvring will change the election results, as when a conservative Supreme Court in 2000 decided in favour of George Bush over Al Gore, who lost by 535 votes. Even this Supreme Court, where Trump has six sympathetic members (three appointed by him, quite a record), and only three unsympathetic, will dare to change a result coming from too many states.


Trump is gone, but it is sad to say, Trumpism is here to stay. But is that a specific situation of the United States, or is it a more general phenomenon? We think that, in an era of globalisation, we should attempt a global analysis. This will leave out a zillion of facts, events and analysis, but this is now the destiny of journalism. Anyone can add what they think is relevant and decide what has been left out. This will be a big improvement over this abridged analysis.

 

But let us start with the United States first. Biden’s victory comes from the unusually high participation in the election, where it attracted 67% of the voters. In American elections, participation rarely exceeds 50%, although the largest participation was in 1900, when 73% of the population votes. Remember that in the US, voting is defined as a privilege, not a duty. To vote, you have to register, and many states make that a demanding task, automatically excluding the more fragile part of the population. 

Biden won the largest popular vote in US history: 71.4 million compared with the 69.4 million obtained by Barack Obama. Nevertheless Trump gathered 68.3 million votes, nearly four million more than in 2016, in spite of a pandemic which, until now, has left more than 230.000 dead, with the worst economic crisis since the Great Depression, and after four years of confrontations, some massive, like Black Lives matter.

venerdì 6 novembre 2020

GUATEMALA Y LA PERSISTENTE TRAGEDIA CAMPESINA

por Marcelo Colussi


Guatemala es uno de los países de todo el orbe donde las injusticias son más evidentes, más impunes y descaradas. Ello se debe a una sumatoria de causas; hay una historia que pareciera inmodificable tras todo ello. 36 años de sangrienta guerra civil no lograron transformarlo. 

 

Para decirlo brevemente: es un país eminentemente campesino, cuyas principales fuentes de recursos las da el agro. Tanto en los rubros de agroexportación que generan la mayor cantidad de divisas y alimentan a opulentas aristocracias (las tradicionales azucareras y cafetaleras, recientemente también ligadas a la palma aceitera), así como en la producción de los granos básicos con que sobrevive la gran mayoría de su población, el campo es la fuente principal de riqueza. Últimamente, manejada por nuevos sectores emergentes salidos de la pasada guerra interna (militares retirados en buena medida, y nuevas mafias) podría agregarse la producción de plantas que servirán como droga (cannabis) o como materia prima para la elaboración de heroína (amapola). Este es un rubro muy reciente y todavía no incide especialmente en el Producto Bruto Interno, pero va camino. En síntesis: lo rural tiene una importancia definitoria en la dinámica nacional.

 


En términos económico-sociales, según datos proporcionados por los Informes de Desarrollo Humano aportados por Naciones Unidas, Guatemala, junto a un pequeño puñado de países con características bastante similares, siempre evidencia los peores índices de distribución de la renta nacional; es decir, es de los diez lugares del mundo donde las diferencias entre ricos y pobres son más irritantes. Una investigación realizada por la empresa Wealth- X, asociada al banco suizo UBSestudio citado y analizado por la desaparecida publicación electrónica guatemalteca Nómada, mostraba que hay 260 ultra-ricos guatemaltecos que poseen un capital de US$30 mil millones, lo que representa el 56% del PIB. [Es decir que] 0.001 por ciento de los 15 millones de guatemaltecos tienen más capital que el resto de la sociedad.(…) Los $30 mil millones [de dólares] son Q231 mil millones [de quetzales]. Esto equivale a lo que el Estado de Guatemala recauda cada cuatro años.