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martedì 29 maggio 2018

UBU RE IN NICARAGUA, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Alfred Jarry
Chi è il re Ubu? È un tipo che uccide il tiranno per trasformarsi in tiranno e poi fa fuori i nobili e tutti coloro che lo hanno appoggiato; spreca ricchezze e ne accumula altre; distribuisce ai poveri e toglie ai ricchi; ma segnatamente elimina tutti, poveri compresi, per diventare più ricco. Manda i suoi soldati alla carica, ma è il primo a nascondersi. Con lui tutti possono cadere nella botola - nel pozzo - o sprofondare nella sua tasca, inghiottiti da una spirale senza fondo.
Ubu Re è una commedia scritta dal francese Alfred Jarry e rappresentata per la prima volta il 10 dicembre 1896 al Théâtre de l’Œuvre di Parigi. A quest’opera ne seguono altre, e l’ultima è Ubu incatenato (1900), in cui il protagonista è condannato al carcere a vita.
Il re Ubu dichiara che la libertà non è che un semplice gioco in cui io cammino sopra il fuoco e tu non puoi perché chiedi l’elemosina. La libertà è la caratteristica massima dell’alienazione di una piuma su una pietra. Non c’è libertà se non c’è potere di schiacciare, in caso contrario il suo significato diviene nullo. Non c’è libertà senza oppressione.
Nel frattempo gli uomini liberi cantano: «Viva la libertà, la libertà, la libertà! Noi siamo liberi. […] Disubbidiamo di concerto […] Inventiamo ciascuno un tempo diverso, benché sia faticoso. Disubbidiamo individualmente» (Ubu incatenato, Atto I, Scena II).
Naturalmente si tratta di una pura fantasia che non potrà mai verificarsi nella realtà, immaginazione di un creatore forse già pronto per il chilometro cinque [al km 5 della Carretera Sur di Managua c’è l’Ospedale psichiatrico (n.d.r.)]. A pochi passi da dove si riunisce il Diálogo Nacional - con i rappresentanti del Governo e della società civile - con l’obiettivo di uscire dalla difficile crisi che il Nicaragua sta vivendo da oltre un mese, quando è iniziata la cosiddetta «rivoluzione etica» degli studenti universitari, autentica ribellione contro l’ordine costituito. Un processo politico che si concretizza con la partecipazione loro e di altre forze sociali.
Dalla sessione inaugurale del 16 maggio, il re Ubu-Daniel non si è più visto e non ha parlato. Sua moglie, la regina Ubu-Rosario, che ogni giorno recita la sua Messa quotidiana mescolando misticismo e cristianesimo pentecostale nel programma «Multinoticias» di Canal 4, dal 17 maggio è rimasta in silenzio per quattro giorni. Né sono apparsi a Niquinohomo il 18 maggio, data di nascita di Sandino. E neppure il giorno successivo, durante la manifestazione che ha avuto luogo nell’Avenida Bolívar per celebrare il compleanno del «Generale degli uomini liberi».
Scomparsi? Inghiottiti dalla terra di laghi e vulcani?
No, per il momento. La coppia-Ubu ha ancora il potere, seppur non più completo come prima. La forte mobilitazione della società civile le impedisce di ristabilire il controllo totale. Inoltre, ciò che non ha più è la legittimità, fortemente contestata nell’agenda che l’Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia ha posto sul tavolo del dialogo il 23 maggio. Un’agenda globale per una reale democratizzazione delle istituzioni politiche e giudiziarie a tutti i livelli. Vengono proposte riforme parziali della Costituzione - con il divieto di rielezione in qualsiasi carica elettiva - e della legge elettorale, così da anticipare le elezioni all’anno prossimo. La delegazione governativa ha dichiarato che questo programma è «la via per un colpo di Stato». Naturale che sia così, perché se messo in pratica distruggerà completamente il castello di carte costruito in questi dieci anni, con il partito al Governo che controlla tutti i poteri dello Stato. Un golpe senz’armi che realizzerà un cambiamento profondo e radicale nella gestione delle istituzioni dello Stato, completamente libere da qualsiasi influenza partitica. Indipendenti e libere da qualunque limitazione.
La richiesta di rinuncia della coppia-Ubu non figura con chiarezza all’ordine del giorno. Ciò appare contraddittorio, essendo ovviamente la prima tappa per realizzare gli altri punti. In realtà si richiede anche l’approvazione di una legge quadro per la transizione e la governabilità democratica, la formazione di un nuovo Consejo Supremo Electoral (Cse) composto da magistrati onesti e di riconosciuta esperienza, e la riduzione del numero di deputati dell’Asamblea Nacional. Queste profonde riforme, che tracciano la via della democratizzazione in modo pacifico e costituzionale, avrebbero come risultato inevitabile l’uscita di scena dalla coppia-Ubu. E dei suoi cortigiani.
I rappresentanti della delegazione governativa, come condizione preliminare alla discussione, hanno chiesto in maniera intransigente la rimozione delle barricate stradali che sono state installate in tutto il Paese, una misura di pressione che rimane in vigore contro il Governo. Unico argomento che ribadiscono: «Non possiamo occuparci di altre questioni». Tutti capiscono che è una scusa per non parlare di nessun altro argomento; il ministro degli Esteri Moncada, capo della delegazione, l’ha affermato categoricamente: «Non accettiamo l’ordine del giorno».
Sono due idee di dialogo che assai difficilmente possono trovare un punto di accordo, due intransigenze che dipendono da due visioni diverse e opposte di ciò che è una società democratica. Non è da tutti fischiare e bere pinol [bevanda di mais bianco tostato e macinato (n.d.r.)], diciamo noi nicaraguensi. Pertanto i vescovi, che fungono da mediatori, hanno sospeso il dialogo a tempo indeterminato, proponendo la formazione di una commissione mista per cercare consenso sulle proposte che sono state presentate, in modo che i negoziati possano essere riattivati. Questa commissione dovrebbe essere composta da sei persone: tre delegati del Governo e tre rappresentanti di studenti universitari, società civile e imprenditori.
Nel frattempo, gli oppositori hanno dichiarato il fallimento del dialogo e nel pomeriggio del 23 maggio sono scesi in strada in tutto il Paese. Allo stesso tempo hanno rinforzato i blocchi stradali, principalmente nelle zone produttive del nord e del sud. D’altra parte la Juventud Sandinista (JS), gestita direttamente dalla sacerdotessa Ubu-Chayo, ha dato l’assalto in misura massiccia ad alcune barricate. All’ingresso di León, lungo la strada che la collega a Managua, uno studente è stato ucciso da un proiettile di AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS ha preso in ostaggio 17 ragazzi e li ha tenuti prigionieri per alcune ore nella sede regionale del Frente Sandinista a León. Qualcuno afferma che all’interno c’erano pure tre poliziotti antisommossa. Fino a che sono intervenuti dei sacerdoti e hanno ottenuto la loro liberazione. Un’azione del genere dev’essere non solo ben pianificata, ma devono essere state perlomeno una cinquantina le persone del gruppo che ha sequestrato i ragazzi. In pratica si sono autodenunciati come mandanti delle forze paramilitari che non vogliono dialogare.
Gli stessi fatti accadono più o meno in tutto il Paese, con uomini incappucciati armati di mortai artigianali e di pistole che viaggiano in Suv a doppia cabina e in moto, soprattutto di notte. La stessa Uca (Universidad Centroamericana) è stata oggetto di un attacco di mortaio contro il suo edificio principale, a Managua, all’alba del 27 maggio. Una totale e assoluta idiozia, che dimostra pienamente l’atteggiamento della coppia-Ubu, l’uso e l’abuso di queste forze paramilitari (o parapoliziesche) che sostituiscono la Polizia a causa del pesante discredito che ha colpito quest’ultima durante le proteste, in seguito alla violenza irrazionale con cui ha agito e di fronte al rifiuto ufficiale dell’Esercito di scendere in strada. Fino ad oggi, nessuna di queste persone è stata indagata o arrestata (alcuni dicono che molti di loro sono poliziotti in borghese).
Chiaramente, sebbene sia iniziata come protesta civica nonviolenta e l’idea della maggioranza continui ad essere tale, ci sono anche gruppi di oppositori che perseguono l’obiettivo del caos per il caos, con l’incendio di pick-up e autobus della JS, ferendo gravemente alcuni militanti sandinisti. Che siano fannulloni pagati con pochi dollari dalla destra o dall’Ambasciata statunitense, oppure provocatori, il risultato non cambia: rendono il gioco facile alla coppia-Ubu nel criminalizzare l’intero movimento.
In tal modo, la possibilità di una soluzione pacifica alla crisi che questo Paese soffre da circa quaranta giorni si allontana. Nonostante questa contingenza, pare che la gente svolga le proprie attività quotidiane come se nulla fosse, lamentandosi soltanto per l’aumento dei prezzi del cibo e dei servizi di base.
E mentre la coppia-Ubu tenta di rimanere al potere inviando un messaggio di forza per zittire la pressione popolare - che continua con pacifiche marce nella capitale e in altre città, Ubu-Daniel rimane in silenzio e Ubu-Chayo continua con le sue omelie di pace a cui nessuno può ormai credere: «La nostra Fede è la nostra Forza! Sappiamo di essere un Popolo credente, devoto, un Popolo semplice, un Popolo laborioso, che ha rafforzato i Percorsi della Fede, i Valori della Famiglia e della Comunità, i Valori cristiani» (24 maggio).
Forse la coppia-Ubu pensa che in questa maniera possano reintegrarsi nuovamente i militanti sandinisti che nelle settimane precedenti si sono allontanati, fino a partecipare alle marce della società civile che il 27 maggio si sono tenute in una decina di città. Ecco perché stanno utilizzando tattiche dilatorie per stancare il popolo e cercare di ricomporre le proprie forze, contro la massiccia lotta civica che chiamano «piaga criminale». Ma questa tattica sta portando nella direzione opposta: il rifiuto del partito che l’ha portata al potere. Il Paese è diviso in due. Poco a poco, la gente si rende conto che questo non è l’Fsln che ha combattuto contro la dittatura somozista, ma è un’altra cosa, del tutto differente.
Un altro rischio dev’essere tenuto presente ed è molto reale: la tentazione di isolare gli studenti dalle altre forze della cosiddetta «società civile», dato che continuano a dichiarare che nel loro movimento (Movimiento 19 de Abril) non ci saranno ingerenze da parte di nessuna forza politica. Innanzitutto gli imprenditori riuniti in varie associazioni non possono tollerare una forza che vuole un profondo cambiamento nella società - incluse le questioni economiche, in un Paese che è il secondo più povero del continente. Inoltre il movimento campesino, nato in opposizione alla costruzione del Gran Canal Interocéanico che avrebbe trasformato l’ecosistema del Paese, mantiene senza dubbio legami con i partiti di destra che aspirano a una rivincita. Infine la stessa Chiesa cattolica - che agisce da mediatrice - non può accettare seriamente uno Stato laico e democratico.
E finora, a partire dalla sessione inaugurale del dialogo, pur non avendo una leadership gerarchica (e forse, per fortuna), solo gli studenti hanno affrontato con parole aspre e chiare l’onnipotente potere politico della coppia-Ubu: «Questo non è un tavolo di dialogo, piuttosto un tavolo per negoziare la sua uscita di scena, perché questo è il sentimento del popolo». Lasciando nuda la coppia-Ubu, come nel famoso racconto di Andersen.

UBÚ REY EN NICARAGUA, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

© Alfred Jarry
¿Quién es el rey Ubú? Es un maje [una persona (n.d.r.)] que mata al tirano para ser un tirano y luego mata a los nobles y a todos los que lo apoyaron; desperdicia riquezas y acumula otras; distribuye a los pobres y quita a los ricos; pero quita especialmente a todos, pobres incluidos, para hacerse más rico. Él envía a sus soldados a la carga, pero es el primero en esconderse. Con él todo el mundo puede caer en la trampilla –en el agujero– o hundirse en su bolsillo, tragado por una espiral sin fondo.
Ubú Rey es una pieza de teatro escrita por el francés Alfred Jarry y estrenada el 10 de diciembre de 1896 al Théâtre de l’Œuvre de París. A esta obra van a seguir otras, y la última es Ubú encadenado (1900), donde el protagonista es puesto en la bartolina [cárcel (n.d.r.)] con cadena perpetua.
El rey Ubú declara que la libertad no es sino un simple juego del yo camino sobre el fuego y del tú no puedes porque pedirás limosna. La libertad es la característica máxima de la alienación de una pluma a una piedra. No hay libertad si no hay poder que aplaste, de lo contrario su significado se anula. No hay libertad sin opresión.
Mientras tanto los hombres libres corean: “¡Viva la libertad, la libertad, la libertad! ¡Libres, somos libres! (…) ¡Desobedezcamos a la vez! (…) Cada uno se inventa una manera y, aunque resulte más fatigante, desobedece individualmente” (Ubú encadenado, Acto I, Escena II).
Claro está que es una pura fantasía que nunca puede ocurrir en la realidad, imaginación de un creador tal vez ya listo para el kilómetro cinco [en el km 5 de la Carretera Sur de Managua está el Hospital Psiquiátrico (n.d.r.)]. A unas pocas varas [unidad de medida inferior al metro (n.d.r.)] de donde se reúne el Diálogo Nacional –con los representantes del Gobierno y la sociedad civil–, con el fin de salir de la difícil crisis que vive Nicaragua ya desde más de un mes, cuando comenzó la llamada “revolución ética” de los estudiantes universitarios, verdadera rebelión en contra del orden constituido. Un proceso político que se da con la participación de ellos y otras fuerzas sociales.
Desde la sesión inaugural del 16 de mayo, el rey Ubú-Daniel no se vió ni habló. Su esposa, la reyna Ubú-Rosario, que todos los días reza a su Misa cotidiana mezclando misticismo y cristianismo pentecostal en el programa “Multinoticias” de Canal 4, desde el 17 de mayo se calló por cuatro días. Ni aparecieron en Niquinohomo el 18 de mayo, fecha de nacimiento de Sandino. Y ni al día siguiente, en el acto que se dio en la Avenida Bolívar para festejar el cumpleaños del “General de Hombres Libres”.
¿Desaparecidos? ¿Tragados por la tierra de lagos y volcanes?
No, por cierto, hasta el momento. Todavía la Ubú-pareja tiene el poder, aunque ya no por completo como antes. La fuerte movilización de la sociedad civil le impide restablecer el control completo. Además, lo que ya no tiene es la legitimidad, cuestionada con fuerza en la agenda que la Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia puso en la mesa del diálogo el 23 de mayo. Una agenda completa para una verdadera democratización de las instituciones políticas y judiciales a todos los niveles. Se plantean reformas parciales a la Constitución –con la prohibición de la reelección en cualquier cargo electivo– y de la ley electoral, para adelantar las elecciones al próximo año. La delegación gubernamental afirmó que ese programa es “la ruta para un golpe de Estado”. Por supuesto que sí, porque si se cumple va a desbaratar por completo el castillo de naipes construido en esos diez años, con el partido de Gobierno que controla todos los poderes del Estado. Un golpe sin armas que va a dar un cambio profundo y radical en el manejo de las instituciones del Estado, alejadas por completo de cualquier influencia partidaria. Independientes y libres de cualquier sujeción.
En la agenda no aparece con claridad el pedido de la salida de la Ubú-pareja. Eso parece contradictorio, siendo por supuesto la primera etapa para realizar los demás puntos. En realidad se piden también la aprobación de una Ley Marco para la transición y gobernabilidad democrática, la formación de un nuevo Consejo Supremo Electoral (CSE) integrado por magistrados honestos y de reconocida experiencia, y la reducción del número de diputados de la Asamblea Nacional. Esas profundas reformas, que trazan la ruta de la democratización de manera pacífica y constitucional, inevitablemente terminarían en una salida de la Ubú-pareja. Y de sus cortesanos.
Los representantes de la delegación gubernamental, como condición preliminar a la discusión, de manera intransigente pidieron el levantamiento de los tranques [bloques de carreteras (n.d.r.)] que se instalaron en todo el país, medida de presión que queda en vigencia ante el Gobierno. Único tema que reiteran: “No podemos entrar en otras materias”. Todo el mundo entiende que es una excusa para no hablar de cualquier otro argumento; el Canciller Moncada, jefe de la delegación, lo afirmó rotundamente: “Nosotros no aceptamos la agenda”.
Son dos ideas de diálogo que es muy raro puedan encontrarse, dos intransigencias que dependen de dos visiones distintas y opuestas de lo que es una sociedad democrática. No es para todos chiflar y tomar pinol [bebida de maíz blanco tostado y molido (n.d.r.)], decimos los nicas. De tal manera, los obispos, que actúan como mediadores, suspendieron de forma indefinida el diálogo, orientando la formación de una comisión mixta para buscar consenso a las propuestas que han sido presentadas, para que luego se reactiven las negociaciones. Esta comisión debería ser conformada por seis personas: tres delegados por el Gobierno y tres en representación de estudiantes universitarios, sociedad civil y empresarios.
Mientras tanto, los opositores dieron por fracasado el diálogo y en la tarde del 23 de mayo salieron a las calles en todo el país. Al mismo tiempo, reforzaron los bloqueos callejeros, principalmente en las zonas productivas del norte y el sur. Por otro lado, la Juventud Sandinista (JS), manejada directamente por la sacerdotisa Ubú-Chayo, asaltó masivamente unos tranques. En la entrada a León, en la vía que la conecta con Managua, un estudiante murió por una bala de AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS se llevó a 17 muchachos como rehenes y los mantuvo prisioneros unas horas en el departamental del Frente Sandinista de León. Alguien dice que adentro estaban también tres antimotines. Hasta que intervinieron unos curas y lograron su liberación. No sólo tiene que estar bien planificado un semejante hecho, sino que deben haber sido por lo menos unas cincuenta personas los integrantes del grupo que secuestró a los muchachos. En la práctica es una autodenuncia de ser los mandatarios de las fuerzas paramilitares que no quieren dialogar.
Iguales cosas ocurren más o menos en todo el país, con hombres encapuchados y armados con morteros caseros y pistolas que viajan en SUV de doble cabina y motocicletas, principalmente en las noches. La misma UCA (Universidad Centroamericana) padeció de un ataque con morteros en contra de su edificio principal, en Managua, la madrugada del 27 de mayo. Una rotunda y completa idiotez, demostrando a todas luces la actitud de la Ubú-pareja, el uso y abuso de estas fuerzas paramilitares (o parapoliciales) que sustituyan a la Policía debido a su fuerte descrédito ante las protestas, después de la violencia irracional con la cual actuó y ante la negativa oficial del Ejército de salir a las calles. Hasta hoy en día, ni una de esas personas fue investigada o detenida (unos dicen que muchos de ellos son policías en traje civil).
Por supuesto, a pesar de que comenzó siendo una protesta cívica no violenta y en la idea de la mayoría sigue siéndola, también hay unos grupos de opositores persiguiendo el objetivo del caos por el caos, con quema de camionetas [pick-up (n.d.r.)] y buses de la JS, heriendo de gravedad a militantes sandinistas. Sean unos vagos pagados con unos pocos dólares por la derecha o la Embajada gringa, o sean provocadores, el resultado no cambia: le dan juego fácil a la Ubú-pareja para criminalizar a todo el movimiento.
De tal manera, la posibilidad de una salida pacífica a la crisis que sufre este país desde unos cuarenta días se aleja. Muy a pesar de esa contingencia, parece que las personas realicen sus tareas cotidianas como si nada fuera, sólo quejándose por el alza de los precios de la comida y los servicios básicos.
Y mientras la Ubú-pareja intenta mantenerse en el poder enviando un mensaje de fuerza para acallar la presión popular –que sigue con marchas pacíficas en la capital y en otras ciudades–, Ubú-Daniel se mantiene callado y Ubú-Chayo sigue con sus homilías pacificadoras en las que nadie ya puede creer: “¡Nuestra Fe es nuestra Fortaleza! Nosotr@s sabemos que somos un Pueblo creyente, devoto, un Pueblo sencillo, un Pueblo laborioso, que ha venido fortaleciendo las Rutas de Fe, Familia y Comunidad, los Valores de Familia y de Comunidad, los Valores Cristianos” (24 de mayo).
Tal vez la Ubú-pareja va pensando que de esta forma puedan reintegrarse de nuevo los militantes sandinistas que en las semanas anteriores se alejaron, hasta participar en las marchas de la sociedad civil que el 27 de mayo se realizaron en una decena de ciudades. Por eso van utilizando tácticas dilatorias para cansar al pueblo y tratando de recomponer sus fuerzas, en contra de la lucha cívica masiva que ellos llaman “plaga delincuencial”. Pero esta táctica está conduciendo por el rumbo opuesto: el rechazo del partido que la llevó al poder. El país está dividido en dos. Poco a poco, la gente se da cuenta que este no es el FSLN que combatió en contra de la dictadura somocista, sino es otra cosa, por completo diferente.
Un riesgo más hay que haber bien presente y es muy real: la tentación de aislar a los estudiantes por parte de las otras fuerzas de la llamada “sociedad civil”, puesto que siguen declarando que en su movimiento (Movimiento 19 de Abril) no va a haber injerencias de ninguna fuerza política. En primer lugar, los empresarios reunidos en varios gremios no pueden tolerar a una fuerza que quiere un cambio en lo más hondo de la sociedad –incluyendo a las cuestiones económicas, en un país que es el segundo más pobre del continente–. En segundo lugar, el movimiento campesino, nacido en oposición a la construcción del Gran Canal Interocéanico que iba a transformar el ecosistema del país, por cierto tiene lazos con los partidos de la derecha que aspiran a una revancha. Al final, la misma Iglesia católica –que está actuando como mediadora– no puede aceptar de veras un Estado laico y democrático.
Y hasta el momento, comenzando por la sesión inaugural del diálogo, a pesar de no tener un liderazgo jerárquico (y quizás, por suerte), solamente los estudiantes se enfrentaron con palabras duras y claras al poder político todopoderoso de la Ubú-pareja: “Esta no es una mesa de diálogo, sino una mesa para negociar su salida, porque este es el sentir del pueblo”. Dejando desnuda a la Ubú-pareja, como en el conocido cuento de Andersen.

giovedì 17 maggio 2018

POPULISMO E PSEUDOPOPULISMO IN ITALIA, di Michele Nobile

INDICE: Premessa - 1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana - 2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci - 3. Le innovazioni di Silvio Berlusconi, i rapporti di forza tra le classi e la questione del bonapartismo - 4. La trasformazione delle subculture del Pci e della Dc e il nazionalismo della Lega Nord - 5. Regime berlusconiano o postdemocrazia bipolare? - 6. Lo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo italiano e la postdemocrazia nazionale - 7. Sintesi parziale: senza «un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose», quel che rimane è uno pseudopopulismo impotente

Karl Dietz Verlag Berlin, 2018
Premessa
Fra 2011 e 2013 il sistema italiano dei partiti è entrato in una nuova fase. Non si tratta di una Terza Repubblica perché i guasti prodotti da centro-sinistra e centro-destra rimangono intatti, ma la fulminea ascesa del Movimento 5 Stelle ha cambiato la scena politica istituzionale.
Allo stesso tempo, la base elettorale di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si è quasi estinta: Potere al Popolo! ha raccolto soltanto lo 0,8% dei voti dell’intero corpo elettorale - vale a dire circa 200 mila voti in meno di quanti ne ebbe Democrazia proletaria nel 1976, oppure circa mezzo milione in meno di quelli per il Manifesto e il Psiup nel 1972. Dal punto di vista elettorale si è dunque verificato un arretramento di oltre quarant’anni. Sottolineo questo fatto perché si tratta della tomba definitiva per le prospettive elettorali e di stabile partecipazione al gioco politico nazionale dei partiti della sinistra post-Pci; non ci si può neanche consolare con il risultato di quella costola del Partito democratico che è Liberi e Uguali.
Ci troviamo di fronte a una catastrofe che deve indurre a un ripensamento profondo. Essa non può essere scaricata sulle circostanze esterne o sui rapporti di forza tra le classi sociali. La sinistra italiana non è stata sconfitta nella lotta e non è stata travolta insieme a un movimento di massa. Non si tratta di una sconfitta che, nonostante tutto, si possa onorare nella memoria. Tutto il contrario. Il crollo del consenso elettorale non è altro che la manifestazione di un fallimento complessivo, politico e ancor più ideale. È il risultato di un processo iniziato già prima che il M5S si presentasse nelle elezioni politiche e che si deve innanzitutto al «ministerialismo», il cui culmine - certo non l’inizio - fu la partecipazione al governo Prodi II (2006-2008). Retrospettivamente, quel che nel 2006 poteva apparire come un trionfo - 110 parlamentari eletti tra le fila del centro-sinistra - può ormai considerarsi un punto di non ritorno.
E adesso? Si potrebbe dire che siamo al punto zero, ma non è così. È molto peggio, perché la storia è irreversibile e i guasti profondissimi.
Quando si è raschiato il fondo ci si deve attenere a questo principio, formulato dopo ben altra e terribile catastrofe:
«L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario» [Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia (Juniusbrochure), 1915].
Non è sufficiente un’autocritica superficiale, una condanna del «rinnegato» Bertinotti - che in realtà non ha rinnegato nulla, mentre bertinottismo ed ex bertinottiani vanno avanti, seppur azzoppati - né cavarsela semplicemente appellandosi all’attivismo e al «rimbocchiamoci le maniche». Non è affatto sufficiente atteggiarsi a populisti e «movimentisti» e presentare volti nuovi. I fatti lo dimostrano in modo inoppugnabile. In questo modo si può continuare a vivacchiare tra alterne fortune, ma come nicchia elettorale marginale, entità dedite a una sorta di sindacalismo, circolo di reduci, una delle tribù della società postmoderna.
E non serve nemmeno l’appello all’unità. Unità con chi, e specialmente perché e per cosa? Perché la generosità dello sforzo attivistico individuale e collettivo dia frutti occorre ripensare tutta la cultura politica della sinistra italiana, che a cavaliere dei due secoli ha subìto un’ulteriore, fenomenale regressione. Bisogna avere il coraggio mentale - psicologico e intellettuale - di un’autocritica radicale, totale e crudele. Solo in questo modo si può sperare che il punto zero sia una partenza e non una fine.
Esistono barriere psicologiche e culturali che è molto doloroso abbattere. Realisticamente, sono anche convinto che queste barriere non saranno abbattute fino a quando la protesta sociale rimarrà confinata alle elezioni e a lotte parziali e difensive, pur indispensabili; e sono pure convinto che buona parte dell’attuale militanza di sinistra sia irrecuperabile, perché troppo incrostata da miti e atteggiamenti obsoleti. È per questo che vedo un grande rischio per il futuro: che, se e quando esploderà la protesta della società, le incrostazioni che impediscono la critica e l’autocritica del passato blocchino anche la formazione di quella minima massa critica che possa svolgere un ruolo positivo nel consolidare una sinistra anticapitalistica, internazionalista e libertaria in questo Paese.
Una condizione minima ma necessaria è mettere a punto le categorie analitiche indispensabili alla valutazione della storia dei partiti della Seconda Repubblica: non sulla cronaca, ma sui suoi presupposti e sulla sua evoluzione strutturale, traendone poi tutte le conseguenze politiche. Il testo che segue muove in questa direzione. È utile affiancarlo alla lettura di altri pezzi pubblicati sul blog di Utopia Rossa, troppo numerosi per poterli citare.

1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo la politica italiana ha dimostrato una creatività veramente fuori dell’ordinario, realizzando nuovi primati nazionali ed europei: un processo trasformistico senza precedenti per estensione e qualità; l’invenzione di una pseudonazione - la «Padania» - ad opera della Lega Nord (LN); la creazione del modello esemplare del partito-azienda o partito personal-patrimoniale (Forza Italia - FI - poi Popolo della libertà - Pdl - poi di nuovo FI); la fusione tra un mutante del Partito comunista italiano (Pci) e un mutante della Democrazia cristiana (Dc), che ha generato il Partito democratico (Pd); la prima designazione in Europa del candidato premier mediante elezioni primarie (Prodi, nel 2005); l’utilizzo di elezioni primarie per la scelta del Segretario del partito (ancora il Pd); una serie di governi «tecnici» apartitici e liberisti, ma in effetti sostenuti stabilmente dal centro-sinistra e dovuti alla forte iniziativa del Presidente della Repubblica, tanto da far parlare di regime semipresidenziale di fatto.
Infine, è emerso come primo partito nazionale un «non-partito» originale cresciuto sul Web - e anche negli spettacoli in piazza - basato sul carisma di un bravissimo comico che ha destabilizzato l’assetto bipolare e postdemocratico cui ardentemente aspiravano entrambi i partiti maggiori: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (M5S). Il paradosso del M5S è che si tratta di una rivolta elettorale pseudopopulista contro lo pseudopopulismo dei partiti maggiori.
Tralasciando le varianti minori, il punto è che non c’è più alcun importante partito italiano che non possa dirsi fortemente personalistico e pseudopopulista.
Tuttavia, con queste constatazioni il discorso sul populismo italiano è solo abbozzato. Si pongono diversi problemi. Cosa presuppone e cosa implica quanto sopra per la struttura e la dinamica del sistema politico, e per i rapporti fra lo Stato e le classi sociali? Che rapporto esiste fra le innovazioni della Seconda Repubblica e le caratteristiche di lungo periodo della società? Come si inserisce il caso italiano in un quadro comparativo internazionale? A confronto con i populismi storici, quanto è appropriato l’uso della categoria «populismo» per i partiti italiani? Ovvero, come si pone la particolarità italiana nel processo di trasformazione dei sistemi politici europei nella direzione della «postdemocrazia» (Colin Crouch) o della «democrazia populista» (Peter Mair) intesa come fatto sistemico, in cui cambiano identità e funzioni dei partiti? E quali lezioni si possono trarre dalle vicende italiane?

2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci
Il trasformismo è un fenomeno secolare e ricorrente della storia politica italiana. Già nel 1883 Giosuè Carducci lo caratterizzava così, con parole che ben si addicono alla situazione contemporanea:
«Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo»1.
Nel 1994 Massimo L. Salvadori2 descrisse le due principali forme assunte dalla politica italiana a partire dall’Unità: la prima è la delegittimazione a priori dell’opposizione politica in un clima di «guerra ideologica» permanente, con la conseguente negazione della possibilità di un’alternativa di governo; la seconda consiste nella messa in campo di operazioni trasformistiche o di cooptazione di parti dell’opposizione, come il «compromesso storico» di Moro e Berlinguer negli anni ‘70. In entrambi i casi, il risultato è un sistema politico che rimane bloccato fino alla traumatica crisi organica del regime. Le due forme non si escludono totalmente: all’inizio degli anni ‘60 la Democrazia cristiana fece entrare il Partito socialista nell’area di governo per ribadire l’emarginazione del Partito comunista. Nella Seconda Repubblica, partiti della sinistra italiana hanno a lungo perseguito l’obiettivo della cooptazione.
È straordinaria la quantità di eletti nelle istituzioni che durante la Seconda Repubblica hanno cambiato partito e coalizione. Tuttavia, il fenomeno va ben al di là del trasformismo «molecolare» di singoli individui. Quel che è veramente straordinario - e forse senza precedenti per dimensioni e qualità – è il trasformismo di interi gruppi: «di estrema che passano al campo moderato», scriveva Gramsci3. Nel nostro tempo, il trasformismo fu l’effetto della fine traumatica del sistema dei partiti della Prima Repubblica in seguito alle inchieste giudiziarie di «Mani pulite» nel 1992-1993, il cui senso fu ben compreso da Perry Anderson: «non fu un partito, o una classe, ma un intero ordine a convertirsi esattamente in quello a cui avrebbe dovuto porre fine»4.
Il principe dei trasformisti fu senza dubbio Silvio Berlusconi. Tuttavia, il primo e importantissimo caso di trasformismo di gruppo fu la mutazione del Pci in Partito democratico della sinistra (Pds), fra 1989 e 1991. Il crollo del Muro di Berlino fornì l’occasione propizia, ma il cambiamento della denominazione del partito, la cui esistenza tanto aveva contribuito a fare dell’Italia un caso anomalo nel panorama dei Paesi a capitalismo avanzato, era il risultato della professionalizzazione della politica e dell’integrazione sociale dell’apparato centrale e periferico del Pci in atto da lungo tempo. L’operazione di distanziamento dalla tradizione promossa da Achille Occhetto era anche il tentativo di uscire dal vuoto di prospettive conseguente al fallimento della strategia togliattiana che il partito aveva perseguito per trent’anni, culminata nel breve periodo dei governi di «unità nazionale» ma crollata con la fine del «compromesso storico» con la Dc e la nuova marginalizzazione del partito. Uno dei paradossi della recente storia italiana è che quello che era il più grande e culturalmente agguerrito partito comunista dell’Occidente sia saltato subito a destra, ben oltre la socialdemocrazia classica.
Ho definito fondamentale la mutazione del Pci perché con i nuovi partiti sorti dal suo tronco i salariati persero il tradizionale canale di rappresentazione - sia pur indiretta e distorta – dei loro interessi minimi in quanto classe sociale.
Inoltre, il Pds fu determinante per un fondamentale cambiamento della Costituzione materiale in senso postdemocratico che ha alimentato la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la promozione di capi e di partiti pseudopopulisti: il successo dei referendum di modifica della legge elettorale in senso maggioritario. E il paradosso finale è che attraverso diversi passaggi, dal Pds ai Democratici di sinistra (Ds) e dai Ds al Pd, sul tronco del vecchio Pci sono fioriti - fino a prevalere - personaggi provenienti dalla Dc come Matteo Renzi.
All’operazione trasformistica del Pci seguirono la trasformazione del neofascista Movimento sociale italiano nella moderata Alleanza nazionale; la confluenza di tanti politici e intellettuali dell’ex Pentapartito in Forza Italia ma anche nell’area di centro-sinistra, con la trasformazione in partiti indipendenti delle correnti o «anime» della Dc; la partecipazione ai governi o alle maggioranze locali e nazionali di centro-sinistra di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi.
In astratto, Rifondazione comunista avrebbe potuto essere un surrogato del Pci, ma a questo ruolo si opponevano due fatti. Il primo è semplicemente che il nuovo partito non nasceva in un quadro di conflitto politico e sociale che fosse in qualche misura paragonabile a quello della Resistenza. L’aspettativa maggiore di Rifondazione comunista era ereditare parte del consenso elettorale del Pci per condizionare da sinistra il quadro politico, non per contrapporre ad esso una coerente prospettiva anticapitalistica. E questa è appunto la «tara ereditaria» di Rifondazione comunista: essa nacque incorporando la frazione più tradizionalista e obsoleta della burocrazia del Pci e, con ciò, gli elementi fondamentali della cultura politica togliattiana e ingraiana che in definitiva avevano portato al fallimento storico del partito. Nello stesso tempo, entrando in Rifondazione comunista, quel che residuava dei gruppi della «nuova sinistra» si lasciava confinare entro i giochi d’apparato del partito o perdeva definitivamente quel che un tempo ne aveva fatto qualcosa di relativamente nuovo rispetto al Pci.
Che la presunta «sinistra radicale» italiana non abbia compreso subito la natura del Pds, che non ne abbia fatto un proprio nemico di classe al pari del centro-destra e che per tutta la sua storia abbia avuto il centro-sinistra come stella polare – in nome della lotta al berlusconismo e del «meno peggio» - è la ragione della distruzione delle possibilità di costruire un movimento anticapitalistico in Italia e addirittura, infine, della sua scomparsa come forza elettorale.
Il sistema italiano dei partiti si presenta molto polarizzato, ma la polarizzazione può solo in parte spiegarsi con la dicotomia destra/sinistra; altrettanto se non più rilevante sono state la «mobilitazione drammatizzante»5 pro o contro la persona di Berlusconi e, dal 2013, la polarizzazione fra tutti i partiti e il M5S. La «mobilitazione drammatizzante» è una conseguenza della personalizzazione e spettacolarizzazione della scena politica centrata sull’immagine delle vedettes. Essa tende a prevenire la valutazione razionale delle proposte politiche e dell’azione di governo, ma non è affatto imputabile al solo Berlusconi: considerando l’eterogeneità dei partiti della coalizione di centro-sinistra e la sostanziale convergenza degli obiettivi programmatici fra le due coalizioni, probabilmente la «mobilitazione drammatizzante» è stata più importante per le decisioni di voto a favore del centro-sinistra. In particolare, fino alle elezioni del 2008 ha avuto grande importanza per il bacino elettorale dei partiti a sinistra del Pds-Ds: una trappola psicologica e politica alimentata dalle opportunistiche oscillazioni delle direzioni politiche di questi partiti - che hanno strumentalizzato a fini elettorali l’appoggio ai «movimenti» - puntualmente giustificate dalla logica del «meno peggio» e dall’illusione di poter condizionare la frazione di centro-sinistra dell’imperialismo italiano.
D’altra parte, fra le due coalizioni si sono verificati momenti importanti di «consociativismo», soprattutto – ma non solo - in tema di riforme costituzionali e di legge elettorale, secondo la logica del rafforzamento del potere esecutivo, della concentrazione del potere nelle mani dei vertici dei partiti e di «protezione» dall’ingresso di nuovi concorrenti. E in nome dell’accordo sulle riforme istituzionali il centro-sinistra ha sacrificato la possibilità di legiferare sul «conflitto d’interessi» di Berlusconi.

mercoledì 16 maggio 2018

FSLN ORA ZERO, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

Rosario Murillo e Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
«Un altro aspetto che dovrebbe essere evidenziato è quello che fa riferimento al numero insufficiente di quadri per partecipare a tutti i compiti richiesti per la preparazione del lavoro, non solo in città e in campagna ma anche al di fuori del Paese. La direzione del Frente Sandinista ha tollerato per troppo tempo il settarismo che ha impedito la promozione di un numero sufficiente di nuovi quadri provenienti dal settore operaio politicamente sviluppato e dal settore universitario. Volevamo raggiungere disperatamente obiettivi di dimensioni eccessive, senza trarre sempre vantaggio ogni giorno per l’esecuzione di compiti appropriati».
Queste parole furono scritte da Carlos Fonseca Amador esattamente cinquant’anni fa. Alla fine del 1969, stampato con il ciclostile, cominciò a circolare clandestinamente Nicaragua Hora Cero.
Perché ripetiamo oggi queste parole storiche? Una ragione molto semplice ci porta a farlo, dopo un mese di trambusto in Nicaragua, con molti morti, feriti e incarcerati. Il problema iniziale della riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) fin dai primi giorni non esiste più. È stata la scintilla che ha incendiato il Paese, a partire dagli studenti fino ad arrivare ai cittadini di molte città e paesi, senza distinzione di opinioni politiche. Sino a giungere, negli ultimi giorni, nel quartiere indigeno di Monimbó (Masaya), vera culla dell’insurrezione popolare contro il somozismo.
Esiste una dittatura in Nicaragua? Forse un regime autoritario o dictablanda, come lo descrisse Herbert Marcuse nel suo L’uomo a una dimensione (1964). Fino allo scorso 19 aprile non c’era né un prigioniero politico né una persona scomparsa, la stampa dell’opposizione era libera (giornali e canali televisivi), c’erano proteste contro l’una o l’altra questione… Dalla reazione del Governo nei confronti dei cittadini che manifestavano pacificamente contro la riforma di cui sopra, con la Polizia che sparava per uccidere, l’autoritarismo si è mutato in spudorata dittatura. Senza il minimo travestimento.
«La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa», disse Karl Marx nel 1852 (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte). Ma la farsa dev’essere il più breve possibile, in modo da non ridiventare una seconda tragedia ancor peggiore della prima.
La domanda di base, la richiesta di migliaia e migliaia di persone, è perciò l’abbandono del potere da parte di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Chayo Murillo, non solo presidente e vicepresidente, ma anche segretario politico e segretaria di organizzazione dell’Fsln. Oltre ai loro sette figli, che occupano alte cariche di Stato. «Che il Nicaragua ritorni ad essere una Repubblica», gridano e scrivono sui cartelli che una folla immensa porta per strada, ripetendo un’idea di Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, il Martire delle libertà pubbliche. Sembra che la coppia presidenziale non si renda conto di ciò… o non gli interessa un fico secco, in puro stile nazionale menefreghista.
Per oltre un decennio, l’occupazione delle istituzioni è stata rapida e completa da parte di entrambi, con un accordo di «non belligeranza» accettato nella pratica dagli imprenditori privati, che si sono arricchiti come non mai, e da parte della Conferenza episcopale, che controlla le coscienze della gente. La caratteristica fondamentale del potere autoritario che ha comandato fino alla metà di aprile è la tripartizione: Daniel e la Chayo, attraverso l’Fsln, comandano a livello politico, gli imprenditori del Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) a livello economico e i vescovi sui cervelli.
Non esiste il socialismo in questo Paese, il governo non controlla nessuna «leva economica», ma soltanto le strutture istituzionali e il partito. Stato e partito sono la stessa cosa, proprio come accadeva nei Paesi dell’Europa orientale fino a un paio di decenni fa. In ogni ufficio pubblico la bandiera nazionale, il «glorioso vessillo bicolore» blu e bianco, è sempre accompagnata da quella dell’Fsln. Non stiamo parlando della storica bandiera rosso-nera del «Generale degli uomini liberi», Augusto Nicolás Calderón Sandino, ma di quella con le lettere cubitali del partito.
Ma anche questa è una bugia più che evidente. Di quale Frente Sandinista stiamo parlando? Dell’organizzazione di guerriglieri che ha combattuto valorosamente contro la dinastia somozista per quasi due decenni? Del partito politico-militare che ha affrontato una guerra «di bassa intensità» per quasi un decennio?
Né l’uno né l’altro, ovviamente. L’attuale Fsln è la stessa famiglia Ortega e i loro collaboratori più stretti. (E un altro lungo capitolo sarebbe quello delle imprese appartenenti alla coppia e ai loro figli, ma con prestanome come proprietari.)
Dopo la sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990 e l’opposizione alla destra governativa, a partire dal 1995 iniziò una specie di «epurazione stalinista» nelle file dell’Fsln. La maggior parte degli ex comandanti della guerriglia lasciò il partito - con una posizione politica che potrebbe definirsi socialdemocratica - organizzandosi nel Movimiento Renovador Sandinista (Mrs). Molti altri sono stati espulsi dal partito a calci nel culo, a causa delle loro critiche più o meno forti. Altri si sono allontanati completamente, lasciando la militanza politica.
Il risultato attuale è che la maggior parte della «vecchia leadership» è lontana dal partito, gestito completamente, come detto, a livello famigliare. E lo stesso accade con lo Stato in tutte le sue strutture. Per fare un esempio lampante: esiste un altro paese al mondo in cui vi siano un ministro degli Esteri e un altro ministro per le Politiche e gli Affari Internazionali (ossia con l’incarico di mantenere i rapporti con i partiti e le organizzazioni amici)?
Per quarant’anni, a partire dal 1979, non c’è mai stata alcuna formazione politica di militanti e dirigenti. Se negli anni ‘80 si poteva giustificare con la guerra di aggressione, dal 1990 in poi era già una scelta. A poco a poco Daniel è andato monopolizzando il partito, nonostante fosse il meno preparato politicamente fra i nove comandanti storici. Pertanto, attualmente i quadri del partito sono «quadri» appesi al muro del bunker situato nel quartiere Bolonia - dove gli Ortega vivono protetti da posti di blocco della Polizia - semplici immagini sottovetro e con una cornice da cui non possono tirarsi fuori. Non devono oscurare il segretario-presidente, ma solo ripetere le parole della Chayo Murillo come fossero pappagalli: «¡Sí, señor! ¡A la orden!».
Tuttavia, dal 19 aprile il mondo non è più quello di prima. Forse può essere la data dell’«inizio della fine». Grazie alla repressione indiscriminata e brutale della Polizia, gli oppositori stanno crescendo di giorno in giorno in ogni angolo del Paese. Nessuno si aspettava qualcosa di così diffuso in tutti i settori della società: né il Cosep, né la Chiesa, né l’Ambasciata statunitense… e nemmeno la coppia presidenziale, col suo sogno che si sta trasformando in un incubo.
Al momento non c’è nessun leader della protesta: ve ne sono anzi parecchi. Ogni «gruppo sociale», per così dire, ha il proprio leader. Tra i manifestanti si vedono magliette con il Che o con Sandino, e non sono poche. La destra non è ancora riuscita a egemonizzare il movimento nel suo complesso. Ciò è un vantaggio per la sinistra, ma fino a quando continuerà questa mancanza di controllo? Dall’oppositore 100% Noticias si opera con l’obiettivo di far continuare la lotta civica e gli scontri (e prima era un canale abbastanza equilibrato), come pure La Prensa. Dagli Stati Uniti arrivano già dollari in abbondanza per pagare banditi di strada armati che si infiltrino nelle file dell’opposizione per uccidere o incendiare uffici pubblici.
Attualmente il rischio maggiore è il rifiuto generale non solo della coppia presidenziale, che è già diffuso fino ai militanti sandinisti più coscienti, ma di un’intera storia che non merita di essere cancellata completamente. Quanto più a lungo Daniel e la Chayo rimangono sulle loro poltrone, tanto più è probabile che questo sia il futuro: la sepoltura della storia in un cimitero dove nessuno andrà a mettere fiori né a pregare, nella Chureca [la discarica di Managua (n.d.r.)]. E il sospetto è che sia stato accettato l’ingresso della Cidh (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) per indagare in modo indipendente sugli eventi - così come il Diálogo Nacional - solo per «prendere tempo», come si suol dire, e ritardare all’infinito la resa dei conti.
In che modo sarebbe possibile evitare questo disastro? Come sarebbe possibile evitare questo assassinio annunciato dell’autorità morale acquisita negli anni della lotta antisomozista?
Per quello che si sa - ma molte sono voci in un Paese dove raccontare balle è lo sport nazionale - sin dai primi giorni degli scontri di strada, i vecchi capi dell’Esercito hanno parlato con quelli in carica. Iniziando da Humberto, fratello di Daniel, e seguendo con Joaquín Cuadra e Omar Halleslevens. Chiedendo loro di non sparare contro la gente, mantenendo una posizione istituzionale e apartitica. E l’Esercito non ha sparato un solo colpo.

FSLN HORA CERO, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

Rosario Murillo y Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
“Otro aspecto que debe ponerse de relieve es el que se refiere a la insuficiente cantidad de cuadros para atender todas las tareas que exigía la preparación del trabajo, no solamente en la ciudad y el campo sino aún fuera del país. La dirección del Frente Sandinista toleró por demasiado tiempo el sectarismo que impidió promover la cantidad suficiente de nuevos cuadros, procedentes del sector obrero desarrollado políticamente y del sector universitario. Se deseaba alcanzar con desesperación metas excesivamente grandes, sin que se aprovechara siempre cada día para la realización de tareas adecuadas”.
Estas palabras las escribió Carlos Fonseca Amador hace cincuenta años exactamente. Al final de 1969, editado en mimeógrafo, comenzó a circular de forma clandestina Nicaragua Hora Cero.
¿Por qué repetimos hoy estas palabras históricas? Una razón muy sencilla nos lleva a eso, después de un mes de bochinche [alboroto (n.d.r.)] en Nicaragua, con muchos muertos, heridos y presos. La cuestión de la reforma del INSS (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) ya desde los primeros días no existe. Fue la chispa que incendió al país, a comenzar con los estudiantes hasta llegar a los ciudadanos de muchas ciudades y pueblos, sin distinción de opinión política. Hasta, en esos últimos días, con el barrio indígena de Monimbó (Masaya), verdadera cuna de la insurrección popular en contra del somocismo.
¿Existe en Nicaragua una dictadura? Tal vez sí un régimen autoritario o dictablanda, tal como lo dibujó Herbert Marcuse en su El hombre unidimensional (1964). Hasta el 19 de abril recién pasado no había ni un preso político ni un desaparecido, la prensa opositora era libre (diarios y canales televisivos), habían protestas en contra de la una o la otra cuestión… Desde la reacción del Gobierno en contra de los ciudadadanos que se manifestaban pacíficamente en contra de la susodicha reforma, con la Policía que disparaba para matar, el autoritarismo se mudó en descarada dictadura. Sin el menor disfraz.
“La historia se repite siempre dos veces: la primera como tragedia, la segunda como farsa”, afirmó Carlos Marx en 1852 (El 18 de brumaio de Luis Bonaparte). Pero la farsa tiene que ser lo más corta posible, para no volver a ser una segunda tragedia peor aún que la primera.
La cuestión básica, el pedido de miles y miles, por lo tanto es la salida del poder por parte de Daniel Ortega y su esposa Rosario Chayo Murillo, no sólo presidente y vicepresidente, sino también secretario político y secretaria de organización del FSLN. Además de los siete hijos de ellos, que ocupan altos cargos del Estado. “Que Nicaragua vuelva a ser República”, gritan y escriben en las pancartas que un cachimb’e pipol [montón de gente (n.d.r.)] lleva en las calles, repitiendo una idea de Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, el Mártir de las Libertades Públicas. Parece que la pareja presidencial no se dé cuenta de eso… o no le interesa un pito, en puro estilo nacional valeverguista.
A lo largo de más de una década, la ocupación de las instituciones fue rápida y completa por parte de los dos, con un acuerdo de “no beligerancia” en la práctica aceptado por los empresarios privados, enriqueciéndose como nunca lograron hacer, y por parte de la Conferencia Episcopal, controlando las conciencias de la gente. La característica fundamental del poder autoritario que mandó hace la mitad de abril es la tripartición: Daniel y la Chayo, a través del FSLN, mandan a nivel político, los empresarios del COSEP (Consejo Superior de la Empresa Privada) a nivel económico y los obispos sobre los cerebros.
No existe nada de socialismo en este país, el gobierno no controla ni una de las “palancas económicas”, sino sólo las estructuras institucionales y el partido. Estado y partido son la misma cosa, al igual de lo que ocurría en los países del Este europeo hace un par de decenios. En cada oficina pública siempre la bandera nacional, el “glorioso pendón bicolor” azul y blanco, está acompañada por la del FSLN. No decimos la histórica bandera rojinegra del “General de Hombres Libres”, Augusto Nicolás Calderón Sandino, sino la con las letras grandes del partido.
Pero esta también es una mentira más que descarada. ¿De qué Frente Sandinista estamos hablando? ¿De la organización guerrillera que combatió valiosamente en contra de la dinastía somocista a lo largo de casi dos décadas? ¿Del partido político-militar que enfrentó una guerra “de baja intensidad” a lo largo de casi una década?
Ni el uno ni el otro, por supuesto. Este FSLN de hoy en día es la misma familia Ortega y sus allegados más cercanos. (Y otro largo capítulo sería lo de las empresas pertenecientes a la pareja y sus hijos, pero con testaferros como ejecutivos.)
Después de la derrota electoral del 25 de febrero de 1990 y la oposición a la derecha gubernamental, a partir de 1995 comenzó una especie de “purga estalinista” en las filas del FSLN. La mayoría de l@s ex comandantes guerriller@s salieron del partido –con una postura política decimos socialdemócrata–, organizándose en el Movimiento Renovador Sandinista (MRS). Much@s otr@s fueron echad@s del partido a patadas en el trasero, porque hacían críticas más o menos fuertes. Otr@s se alejaron del todo, dejando la militancia política.
El resultado hoy en día es que la mayoría de la “vieja cúpula” está alejada del partido, gestionado por completo, como decimos, a nivel familiar. E igual ocurre con el Estado en todas sus estructuras. Para hacer un ejemplo contundente: ¿existe otro país en el mundo en que se haya un Canciller (Ministro de Asuntos Exteriores) y otro Ministro para las Políticas y Asuntos Internacionales (es decir para mantener los lazos con los partidos y organizaciones amig@s)?
A lo largo de cuarenta años, comenzando desde 1979, nunca existió algo que se parezca a una formación política de los militantes y dirigentes. Si en los años 80 eso se podía justificar con la guerra de agresión, desde 1990 en adelante ya fue una opción. Poco a poco Daniel se vino monopolizando al partido, a pesar de ser el menos preparado políticamente entre los históricos nueves comandantes. Por lo tanto, en la actualidad los cuadros del partido son “cuadros” guindados en la pared del búnker ubicado en el barrio Bolonia –donde viven los Ortega protegidos por retenes de Policía–, meras imágenes bajo vidrio y con su marco del cual no pueden salirse. No deben hacer sombra al secretario-presidente, sólo tienen que repetir las palabras de la Chayo Murillo como si fueran loras: “¡Sí, señor! ¡A la orden!”.
Sin embargo, desde el 19 de abril el mundo ya no es lo de antes. Tal vez puede ser la fecha del “principio del fin”. Gracias a la represión indiscriminada y brutal de la Policía, los opositores van creciendo día a día en cada rincón del país. Nadie esperaba algo tan generalizado en todos los sectores de la sociedad: ni el COSEP, ni la Iglesia, ni la Embajada gringa… y tampoco la pareja presidencial, con su sueño que se está volviendo a ser pesadilla.
Por el momento no hay ningún líder de la protesta: más bien hay varios. Cada “gremio”, para decirlo así, tiene a su propio líder. Entre los manifestantes se miran camisetas con el Che o con Sandino, y no son pocas. La derecha todavía no logró hegemonizar al movimiento en su conjunto. Esa es una ventaja para la izquierda, pero ¿hasta cuándo va a seguir esta falta de control? Desde el opositor 100% Noticias se opera con el objetivo de que sigan la pelea callejera y los enfrentamientos (antes era un canal bastante equilibrado), al igual que La Prensa. De los Yunais [Estados Unidos (n.d.r.)] ya salen dólares en cantidad para pagar a pandilleros armados que se metan en las filas de los opositores con el fin de matar gente o pegar fuego a oficinas públicas.
En la actualidad el riesgo más grande es el rechazo general no solamente a la pareja presidencial, que ya es difundido hasta los militantes sandinistas más consientes, sino a toda una historia que no merece ser borrada por completo. Con mucho más tiempo permanezcan Daniel y la Chayo en las curules, con más eso podría ser el futuro: el entierro de la historia en un panteón adonde nadie irá a poner flores ni a rezar, en la Chureca [el basurero de Managua (n.d.r.)]. Y la sospecha es que se aceptó por fin la entrada de la CIDH (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) para que investigue de manera independiente los acontecimientos –como también el Diálogo Nacional– solamente para “tomar tiempo”, como se dice, y dilatar [postergar (n.d.r.)] hacia el infinito el ajuste de cuentas.
¿De cuál forma sería posible evitar este desastre? ¿De cuál forma sería posible evitar este asesinato anunciado de la autoridad moral adquirida en los años de la lucha antisomocista?
Por lo que se sabe –pero muchos son rumores en un país donde regar bolas es el deporte nacional–, desde los primeros días de los choques callejeros, los viejos jefes del Ejército hablaron con los actuales. A comenzar de Humberto, hermano de Daniel, y a seguir Joaquín Cuadra y Omar Halleslevens. Pidiéndoles no disparar en contra del pueblo, manteniendo una postura institucional y no partidaria. Y el Ejército no disparó un solo tiro.

sabato 12 maggio 2018

NUESTRAS DIFERENCIAS CON LA “DECLARACIÓN FINAL DE LA CUMBRE DE LOS PUEBLOS POR LA ARTICULACIÓN SOCIAL DE NUESTRA AMÉRICA”, por Hugo Blanco

La Declaración menciona: “organizaciones indígenas que resisten el embate del capitalismo salvaje”. Salvaje es no domesticado. El cóndor es un animal salvaje, la gallina es un animal doméstico. Hay compañeros amazónicos salvajes que no quieren contacto con la “civilización”. Defendemos su derecho a mantenerse aislados. El capitalismo es lo menos salvaje que hay, es producto de la “civilización”. Llamarle “salvaje” es un apelativo lisonjero que no merece.
Nuestra principal diferencia es que habla en forma positiva de los gobiernos capitalistas que se denominaron “progresistas”. Nosotros denunciamos que continuaron manteniendo el sistema capitalista neoliberal. Como el mundo está gobernado por las grandes empresas transnacionales, éstas decidieron tener sirvientes más consecuentes. Ninguno de esos progresistas nacionalizó empresas del gran capital.

Brasil.– La Declaración dice: “Hoy somos Lula y Brasil”. Rolando Astarita señala: “Sostengo que los gobiernos de Lula da Silva y Dilma Rousseff no se distinguieron, en lo esencial, de lo que hicieron o hacen los gobiernos habitualmente considerados ‘de centro’, o incluso ‘neoliberales’. En particular, porque no alteraron en ningún sentido profundo las características del capitalismo dependiente brasileño. Por eso, cuando se agotó el ‘viento de cola’ de la suba de los términos de intercambio, la economía de Brasil entró en la pendiente que desembocó en la profunda recesión de 2014-2016. Y en continuación con la política aplicada hasta entonces, el gobierno de Rousseff respondió a esa crisis con las mismas recetas de la tan denostada ‘derecha neoliberal’”.

Bolivia.– La Declaración señala: “el proceso revolucionario boliviano encabezado por nuestro compañero Evo Morales”.
Recordamos el tema del TIPNIS: Evo Morales retira la protección a un territorio indígena para construir una carretera. Diputados del partido oficialista boliviano suspenden la ley de protección especial al Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro Sécure (TIPNIS). En el proceso de legislación quizá más rápido de la historia del país, la mayoría de los parlamentarios oficialistas anuló la protección de que gozaba el TIPNIS, situado en el centro del país y habitado por varios grupos étnicos originarios, que la “reconquistaron” con una marcha que se sobrepuso a la represión policial y arribó a La Paz; Morales se vio obligado a recibirlos en el Palacio de Gobierno.
Recordamos que mediante un plebiscito convocado por Evo Morales, el pueblo boliviano decidió que estaba en contra de que Evo (“nuestro compañero”) volviera a presentarse como candidato. A pesar de eso, él insiste.

Ecuador.– La Declaración señala: “La Revolución Ciudadana liderada por el compañero Rafael Correa demostró al mundo que los procesos progresistas pueden hacer transformaciones que pongan al ser humano por sobre el capital, demostró que la redistribución de la riqueza, la defensa de la soberanía y el respeto y protección de los derechos humanos son fundamentales para conseguir la sociedad del buen vivir. Desde la Cumbre de los Pueblos manifestamos nuestra preocupación de cualquier retroceso en las conquistas alcanzadas en Ecuador”.
La preocupación de la Declaración es contraria a la preocupación de la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE): ésta ha manifestado al actual presidente del Ecuador, Lenín Moreno, su inquietud porque hay algunos “funcionarios correístas” que se mantienen en sus cargos.

Tenemos muchas más diferencias de este tipo: por falta de espacio, baste con las mencionadas.

mercoledì 9 maggio 2018

ITALIA: UN ‘68 QUE DURÓ DIEZ AÑOS, por Claudio Albertani

Para Valentina y Marcello, mis hijos

¿Qué queremos?
¡Lo queremos todo!
(Pancarta en la barricada de
corso Traiano, Turín, 1969)

Quien habla de revolución
sin referirse a la vida cotidiana
tiene un cadáver en la boca.
(Graffiti, Milán, 1971)

Una precisión necesaria: nací en Milán en 1952 y viví el año de 1968 en el liceo. Como decenas de miles de mis coetáneos, participé en el movimiento estudiantil a partir de finales de 1967, en calidad de activista de a pie. Viví con pasión la temporada de las luchas obreras y me incorporé al colectivo libertario de mi escuela. Después vinieron los años 70, las comunas, las drogas psicodélicas y la lucha armada (en la cual nunca creí). Y cuando el movimiento se agotó, agarré la mochila para conocer el mundo. Como dijera Amin Maalouf, “soy hijo del camino, la caravana es mi patria y mi vida la más inesperada travesía”.

Recuerdos
Medio siglo después, 1968 me sigue pareciendo un año axial, la rara circunstancia en que el instante se enlaza con el tiempo y la coyuntura con la larga duración. No había crisis, más bien la economía marchaba viento en popa y, sin embargo, ocurrió un ataque, tan masivo como inesperado, contra el conjunto de las condiciones de vida bajo la dominación capitalista. En París, el movimiento estudiantil se convirtió en una gran revuelta que provocó la mayor huelga general en la historia de Francia. Otras grandes metrópolis –Ámsterdam, Tokio, Milán, Londres, Nueva York y la Ciudad de México– fueron teatros de luchas que tenían como objetivo nada menos que la creación de un mundo nuevo. Junto al sentimiento de que nada podría ser como antes, nuestra generación descubrió la pasión por la vida colectiva y la posibilidad de transformarla. “Rápido”, decían elocuentemente los muros, y todos sabíamos de qué se trataba.
Así como las epidemias medioevales no respetaban fronteras ni jerarquías sociales, la rebelión anuló clasificaciones políticas, geográficas e ideológicas. A pesar de que el mundo se hallaba dividido en dos bloques contrapuestos: el capitalista y el falsamente llamado “socialista”, la rebelión se contagió a Checoslovaquia y a Polonia revelando el carácter burocrático e imperialista del sistema soviético. En Gdansk, Stettin y Praga, las explosiones de cólera se parecían peligrosamente a las de Detroit y Watts.
En el sur del mundo, se oía la voz sorda y amenazante de los condenados de la tierra. En África, la descolonización despertaba insólitos apetitos de libertad; en América Latina, la Revolución cubana motivaba a una nueva generación de activistas, y en Vietnam la ofensiva del Tet ponía en jaque al país más poderoso del mundo. En este contexto, el caso de Italia se presenta como la expresión local de un movimiento de alcance planetario. En la península, sin embargo, el movimiento comenzó antes y terminó después, alcanzando un nivel de radicalidad desconocido en otras latitudes. Para comprender sus rasgos esenciales es necesario dar unos pasos atrás.

Antecedentes
Al concluirse el segundo conflicto mundial, Italia seguía siendo un país atrasado con una estructura prevalentemente agraria. Caso único en Europa occidental, el fascismo había sido derrotado por fuerzas populares que habían consolidado islotes de poder en las fábricas del norte, en el centro y en las regiones rurales del sur. El movimiento obrero contaba con una central única, la Confederación General Italiana del Trabajo (CGIL, por sus siglas en italiano), de tendencia comunista, mutilada hacia 1950 de las tendencias cristiana y socialdemócrata.
A un breve paréntesis de gobiernos unitarios que contaban con la participación del Partido Comunista Italiano (PCI) y del Partido Socialista (PSI), siguió el largo reinado de la Democracia Cristiana (DC) que, en alianza con la mafia, ganó las elecciones de abril de 1948 instaurando un régimen corrupto y aparentemente inamovible que tenía mucho parecido con el PRI de México. Por entonces, la vida política del país se encontraba enmarañada en la Guerra Fría: si los democristianos respondían a Washington, el PC obedecía a Moscú. Sin embargo, contrario a lo que afirmaba la propaganda, los soviéticos no tenían la menor intención de alterar el orden geopolítico surgido de los acuerdos de Yalta (1945), ni favorecían un cambio de gobierno en el país.
La prueba general llegó el 14 de julio de 1948 cuando Antonio Pallante, un estudiante anticomunista, hirió de cuatro balazos al secretario del PC, Palmiro Togliatti, sin matarlo. En todo el país se desencadenaron demostraciones violentas y una huelga general. Mientras los obreros comunistas se alistaban para la insurrección general, el día 15 Togliatti les ordenó volver al trabajo haciendo saber que la vía italiana al socialismo pasaba por la defensa de las instituciones del Estado burgués.
Se originó así una situación paradójica de la que el PC era al mismo tiempo víctima y beneficiario. Víctima, porque los preceptos de la Guerra Fría le impedían acceder al gobierno central, pero también beneficiario porque controlaba parte de la industria cultural, algunas alcaldías de las regiones centrales (Bolonia, por ejemplo) y el jugoso intercambio comercial con el bloque soviético. Se convirtió así en un partido conservador, garante del orden público, que ensanchó su base electoral gracias al transformismo, esa tradición típicamente italiana de cambiar de casaca en el momento oportuno.
Aun así, los comunistas fueron satanizados por la DC, sus paleros y la Iglesia católica, que amenazaba con descomulgar a quienes los votaban. Fincada en los valores del antifascismo y la resistencia, la innegable popularidad del PC, el partido pro-soviético más poderoso de Occidente, preocupaba a la OTAN y a los norteamericanos, que consideraban a Italia un país “en riesgo”. Como respuesta nació Gladio, una red paramilitar clandestina de alcance europeo en la que participaban la CIA y los servicios secretos italianos con el objetivo de desacreditar a los comunistas y mantenerlos alejados del gobierno.

El regreso de la revolución social
Los años 60 se abrieron con una oleada de luchas sociales en Génova, Reggio Emilia (1960) y Turín. Los protagonistas eran obreros jóvenes, emigrados del sur que proporcionaban mano de obra barata a las grandes fábricas del norte (Fiat, Pirelli, Alfa Romeo, Olivetti, Montedison, etc.). Ajenos a la tradición comunista, estos obreros organizaban huelgas salvajes, es decir no controladas por los sindicatos oficiales, que ponían en riesgo la paz social y el tránsito del país a la llamada “modernidad”. Frente al sobrecalentamiento del termómetro social, la Democracia Cristiana optó por incluir a los socialistas en el gobierno esperando frenar al movimiento vía la construcción del Estado social.
Sirvió de poco. Las protestas siguieron más fuertes y amenazantes. Surgieron revistas como Quaderni Rossi, Quaderni Piacentini y Classe Operaia, que expresaban las ideas de una nueva izquierda obrerista, y se formaron núcleos de jóvenes militantes que rechazaban la política conservadora del PC y de los sindicatos. En el centro del conflicto estaba la Fiat de Turín –por entonces una de las fábricas de coches más grandes de Europa– y su antagonista inevitable: el trabajador de línea, no calificado, sobreexplotado y discriminado por ser migrante.
Hacia mediados de la década, llegaron al país los fermentos de la revuelta juvenil internacional, la música de protesta, los cabellos largos y las minifaldas. Fue un severo golpe para la cultura católica y/o comunista de nuestros padres. En 1966, bajo la influencia de los provos holandeses y los hippies norteamericanos, apareció en Milán Mondo Beat, el primer ejemplo de prensa alternativa en Italia. Empezaron las manifestaciones contra la guerra de Vietnam, la toma de edificios y las batallas con la policía. A finales de 1967, fueron ocupadas las universidades de Génova, Nápoles, Milán y Turín. La reivindicación principal era el derecho a estudiar para todos.
A principios de 1968, las experiencias de obreros, estudiantes y contracultura convergieron de manera espontánea. En febrero, los estudiantes ocuparon la universidad de Roma. El 1 de marzo, tuvo lugar la “batalla de Valle Giulia” en la cual, por primera vez, fueron los estudiantes que atacaron la policía, liberando así la Facultad de Arquitectura. Era el principio efectivo de la revuelta juvenil. El mismo mes estalló una huelga en la Fiat por la supresión del sábado de trabajo y por mejores jubilaciones, y se formó el Comité Unitario de Base en la Pirelli de Milán (CUB Pirelli, que tendría una larga trayectoria), expresión de la autonomía de clase frente a la bancarrota de los sindicatos oficiales. En la primavera, la agitación estudiantil siguió en Milán y Turín; estalló la huelga de Valdagno (en el Véneto) contra el textilero Marzotto y se incorporaron a la lucha las fábricas Montedison de Puerto Marghera y Ansaldo de Génova. El norte, es decir la región más productiva del país, estaba en llamas.
En mayo y junio, jóvenes anti-artistas impugnaron la exposición de arte Trienal de Milán y después la Bienal de Venecia. En junio, después del atentado contra el líder estudiantil alemán Rudi Dutschke, cientos de estudiantes asaltamos la sede del Corriere della Sera de Milán, el diario principal del país, símbolo de la prensa al servicio del poder. En otoño, en ocasión de la inauguración de la temporada de ópera en el Teatro alla Scala, recibimos a tomatazos a la buena sociedad milanesa causando un escándalo nacional. Mientras tanto, el sur campesino se incorporaba al movimiento con luchas en torno a la supresión de las enormes diferencias salariales con el norte. En diciembre, la policía disparó en Avola (Sicilia) contra braceros que ocupaban una vía de tránsito, causando una ola de manifestaciones de solidaridad en toda la península.
De Francia nos llegaban las ideas sobre la autonomía de Cornelius Castoriadis (a quien conocíamos únicamente por sus pseudónimos de Pierre Chaulieu y Paul Cardan en la revista Socialisme ou Barbarie) y de los situacionistas sobre la subversión de la vida cotidiana. Leíamos el panfleto vitriólico Sobre la miseria en el medio estudiantil, que despedazaba el militantismo tradicional y defendía la acción política orientada a la realización del placer. Y nos pasábamos de mano en mano dos libros que se hicieron famosos después: el Tratado del saber vivir para uso de las jóvenes generaciones de Raoul Vaneigem y La sociedad del espectáculo de Guy Debord, ambos publicados por primera vez en 1967.

El año que vivimos en peligro
En lo sucesivo, el movimiento se fragmentó en una miríada de conflictos que arremetían contra todos los aspectos de la sociedad: el trabajo asalariado, la explotación, el arte, la cultura, la religión, las costumbres sexuales, la familia y la condición de la mujer. Los integrantes del movimiento éramos ajenos a los partidos y a la izquierda oficial, que nos miraba con recelo pues no nos podía controlar. La mayoría éramos muy jóvenes y no teníamos experiencia política. Pero sabíamos lo que hacíamos.
Cuando, en la primavera de 1969, tomamos mi escuela, el Liceo Scientifico Vittorio Veneto de Milán, juntamos los crucifijos que se encontraban colgados en cada salón, los amontonamos en el patio central y les prendimos fuego. Fue nuestra manera de cuestionar los Pactos de Letrán firmados en 1929 entre la Iglesia católica y el gobierno fascista de Mussolini. Dichos pactos, todavía vigentes, aseguraban a la Iglesia católica el estatus de iglesia oficial del Estado, establecían la enseñanza de la religión católica en el sistema educativo italiano y obligaban la presencia de símbolos religiosos en las aulas.
Surgió un nuevo feminismo –muy diferente, hay que decirlo, a buena parte de la ideología ramplona hoy en boga–, que se nutría de las reflexiones de Mariarosa Dalla Costa y Selma James (compañera del legendario militante negro Cyril Lionel Robert James). Ambas detectaban un aspecto oculto de la acumulación capitalista: la división sexual del trabajo. La mujer llevaba a cabo un trabajo doméstico gratuito, lo cual era la clave de la producción y reproducción de la fuerza de trabajo. A partir de estos planteamientos, el colectivo Lotta Femminista de Padua impulsó la lucha por el salario doméstico y la reducción del horario de trabajo a 20 horas semanales para que todos, hombres y mujeres, pudieran disfrutar de la vida y llevar a cabo juntos los quehaceres del hogar.