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domenica 31 dicembre 2017

NEW YEAR … LET US UNITE AGAINST THE NEW OBSCURANTISM!, by Michele Zizzari

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

What can we say about the fact that we live in such an inhuman world … where even the most superfluous of personal whims, the smallest interest or private profit is enough to make us completely ignore others or consider them (especially if poor, or for some other reason) only with annoyance and disdain?
A narrow, widespread, often gratuitous, induced, unmotivated egoism … that we even try to justify invoking a banal and misunderstood sense of peaceful life … which then translates into an even less noble let’s mind our own business or who makes us do it?
The same so-called common sense which, at the beginning of 2017, to avoid getting our clothes wet or catching a cold, left a young African refugee to drown after he had plunged into the Grand Canal in thriving Venice, a centre of incomparable commerce, the same canal where luxurious cruise ships dock … almost as if to underline the bloody social contradiction in which we live.
This is indifferent selfishness that increasingly takes away our ability to reason, to observe things critically and at the same time to feel, to experience feelings – fed as it is by a set of negative and reactionary forces that have given and give life to a new obscurantism that risks blinding consciences – to the point of making us no longer see reality, the truth that manifests itself as gigantic to our eyes. While we turn a blind eye to the bigger picture, we bend over backwards to point to and deplore the smallest of faults in others.
We live a reality where economic and social policies, governments, international agreements, criminal pacts, religious beliefs, business and resources of all kinds, control and power systems, means of mass communication, manipulation of information and consensus, wars and conflicts, police forces and armies are downright promoted, activated and enacted (knowingly, with cynicism and unimaginable cruelty) … nothing less than denying bread to the hungry, water to the thirsty, aid to those in danger of death, a hand to those in difficulty, a family or a community to the orphans of all, care for the sick, a home to the homeless, land to the landless, word to the wordless, dignity and life itself … Misery of wealth!
Not to mention all the undeniable liberties and rights, sacrosanct by birth – I would say are natural – which are denied in every corner of this tormented planet.
Just as well that we wanted to insert the common “Christian matrix” of European peoples into the European Constitution (if it is true, of course)! Who knows what Christian principles certain Christians are blathering about! I am an atheist, but you do not need to be, feel or proclaim yourself Christian to know that Jesus Christ would have thrown all the shop windows and stalls in Como’s markets to the wind!
The example of Como’s mayor denying a meal to the homeless in order not to disturb the Christmas shopping of the wealthy is just an infinitesimal pustule that surfaces to the skin of a system (social, political, cultural and economic, local and global, public and private) that has nothing more to say, promise or reveal other than human and environmental catastrophe.
A System that is slave to a logic and unbearable values that can no longer be accepted, without abdicating as humans from Humanity.
So, on the occasion of this new year, I just want to wish that everyone is able to remember who and what we are … to remind ourselves that we are children, co-inhabitants (together with other forms of life) and citizens of a single Community (the Human one), one Earth, one Sea and one Sky.
And that any each of us endowed with a minimum of awareness can no longer remain indifferent, to observe the systematic havoc of Humanity and Our Common Home without doing anything.
May not a day go by without trying to concretely construct Utopia (each with their genius and their heart, with their abilities and their imagination) … may there be no thought or project that does not take account of others … may no opportunity be lost for denouncing and fighting abuse, inequality, injustice, prejudice and racism wherever they occur. This is the wish I have for 2018.
I wish this for myself, for all people (companions, friends, relatives, acquaintances, colleagues of all kinds, people encountered along the difficult journey of life, of work and change, of ideals and feelings) with whom I shared even just one moment or idea, and ideally I wish it for everyone: let us try to transform our thoughts, our gestures, our words, our choices, our deeds, our commitment, our work into revolutionary actions and relationships! A harbinger of change … simply to reaffirm our humanity, to move towards a better world, to be able to look at ourselves in the mirror again … without spitting shame on ourselves!
May a renewed feeling of brotherhood and commonality unite us against this new obscurantism! May the joy of life invade our minds and our hearts!
I wish everyone all the good possible, and – why not – let us go back to thinking big, even in what seems impossible! Happy New Year!

ANNO NUOVO… UNIAMOCI CONTRO IL NUOVO OSCURANTISMO!, di Michele Zizzari

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Carissime, carissimi…

Cosa si può dire di fronte al fatto che viviamo in un mondo ormai così disumano… dove anche il più superfluo dei capricci personali, il più piccolo interesse o tornaconto privato è sufficiente a farci ignorare completamente gli altri o a considerarli (soprattutto se poveri, o per qualche ragione diversi) solo con fastidio e con disprezzo…
Un egoismo gretto, diffuso, spesso gratuito, indotto, immotivato… che proviamo pure a giustificare invocando un banale e frainteso senso del quieto vivere… che poi si traduce nell’ancor meno nobile facciamoci gli affari nostri o nel chi ce lo fa fare
Lo stesso senso cosiddetto comune che all’inizio di questo 2017, per evitare di bagnarsi i vestiti o di beccarsi un raffreddore, lascia annegare Pateh, un giovane migrante che per protesta s’era tuffato nel Canal Grande della fiorente Venezia, centro d’impareggiabile commercio, lo stesso canale dove attraccano lussuose navi da crociera… quasi a sottolineare la sanguinante contraddizione sociale nella quale viviamo…
Un egoismo indifferente che sempre più ci toglie la capacità di ragionare, di osservare le cose criticamente e allo stesso tempo di sentire, di provare sentimenti… alimentato com’è da un insieme di forze negative e reazionarie che hanno dato e danno linfa a un nuovo oscurantismo, che rischia di accecare le coscienze… fino al punto di non farci più vedere la realtà, la verità che si palesa gigantesca ai nostri occhi… E mentre ignoriamo la trave che li attraversa, ci facciamo in quattro per indicare e deplorare la pagliuzza in quelli degli altri…
Una realtà dove vengono addirittura promosse, attivate e agite (scientemente, e con cinismo e crudeltà inimmaginabili) politiche economiche e sociali, governi, accordi internazionali, patti criminali, fedi religiose, affari e risorse d’ogni genere, apparati di controllo e di potere, mezzi di comunicazioni di massa, manipolazione delle informazioni e del consenso, guerre e conflitti, forze dell’ordine ed eserciti… nientemeno che per negare il pane agli affamati, l’acqua agli assetati, il soccorso a chi è in pericolo di morte, una mano a chi è in difficoltà, una famiglia o una comunità agli orfani di tutto, la cura agli ammalati, una casa ai senza casa, la terra ai senza terra, la parola ai senza parola, la dignità e la vita stessa… Miseria della ricchezza!
Per non parlare di tutte le libertà e i diritti innegabili, sacrosanti per nascita, direi naturali, negati in ogni angolo di questo martoriato Pianeta…
E meno male che si voleva inserire nella Costituzione Europea (ammesso che sia vero, naturalmente) la comune “matrice cristiana” dei popoli europei! Chi sa di quali princìpi cristiani vanno blaterando certi cristiani! Chi mi conosce sa che sono ateo. Ma non serve essere, sentirsi o proclamarsi cristiani per sapere che Gesù Cristo avrebbe buttato all’aria tutte le vetrine dei negozi e tutte le bancarelle dei mercatini di Como!
Quella del sindaco di Como che nega il pasto ai senzatetto per non disturbare lo shopping natalizio degli agiati è solo una pustola infinitesimale che affiora alla pelle di un Sistema (sociale, politico, culturale ed economico; locale e globale; pubblico e privato) che non ha più nulla da dire, da promettere o da rivelare, se non la catastrofe umana e ambientale.
Un Sistema schiavo di una logica e di valori ormai insopportabili che non possono più essere accettati, senza abdicare come umani dall’Umanità…
Quindi, in occasione di questo fine anno e del nuovo anno, voglio solo augurarmi e augurare a tutti di riuscire a ricordarci chi e cosa siamo: uomini o caporali?, si chiedeva Totò. Di ricordarci che siamo figli, co-abitanti (insieme ad altre forme di vita) e cittadini di una sola Comunità (quella Umana), di una sola Terra, di un solo Mare e di un solo Cielo…
E che chiunque di noi, dotato di un minimo di consapevolezza, non può più restare indifferente, a osservare inoperoso lo scempio sistematico dell’Umanità e della Nostra Casa Comune.
Che non passi giorno senza provare a costruire concretamente l’Utopia (ognuno col suo genio e il suo cuore, con le sue capacità e la sua fantasia). Che non passi pensiero o progetto che non tenga conto degli altri. Che non si perda occasione per denunciare e lottare il sopruso, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il pregiudizio e il razzismo, ovunque si presentino. Questo è l’augurio che faccio per questo fine 2017 e per il 2018.
Questo augurio lo faccio a me, a tutte le persone (compagne e compagni, amiche e amici, parenti, conoscenti, colleghi d’ogni tipo, persone incontrate lungo il faticoso cammino della vita, del lavoro e del cambiamento, degli ideali e dei sentimenti) con le quali ho condiviso anche solo un singolo istante o un’idea, e idealmente lo faccio a tutti: proviamo a trasformare il nostro pensiero, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte, i nostri atti, il nostro impegno, il nostro lavoro in azioni e relazioni rivoluzionarie! Foriere di cambiamento… semplicemente per riaffermare la nostra umanità, per muoverci verso un mondo migliore, per poterci nuovamente guardare allo specchio… senza sputarci addosso per la vergogna!
Che un rinnovato sentimento di fratellanza e di comunanza ci unisca contro questo nuovo oscurantismo! Che la gioia del vivere invada le nostri menti e i nostri cuori!
Auguro a tutti tutto il Bene possibile, e perché no? (torniamo a pensare in grande) anche quello che sembra impossibile! Buon fine Anno! Buon 2018!

lunedì 25 dicembre 2017

EL JESÚS QUE CELEBRO…, por Nechi Dorado

La expulsión de los mercaderes del templo, 1600 © El Greco
Siempre me gustó investigar sobre lo que nos cuenta la historia, esa manía de no dejarme llevar por la conveniencia de algunos sectores, sobre todo por los que se abocaron a la tergiversación para llenar de culpas honrando a los culpables. Léase: las religiones.
Suelo reírme cuando me hablan de paz y en realidad quieren decir pax, la del sepulcro, la de la tortura, la de la indolencia. La que te invita a esperar que el pan y la dignidad caigan del cielo. No es esa mi concepción, de ninguna manera.
A Jesús lo veo como fue: echando a latigazos a los mercaderes del templo. Lo encuentro en su verdadera dimensión, que no era precisamente en un período de paz, sino en momentos en que los romanos la imponían a sangre y fuego. Y los pueblos resistían (hoy les dirían “violentos” y “negros de mierda”).
Lo escucho diciendo: “Me ha enviado… a poner en libertad a los oprimidos”, o “Bienaventurados los pobres…”, o “¡ay de vosotros los ricos!, porque ya [en las riquezas] estáis recibiendo todo vuestro consuelo”.
Veo a Jesús en los marginados, en los oprimidos… no en las iglesias repletas de oro y piedras preciosas. Mucho menos crucificado en la pared de la oficina del asesino, del genocida.
Lo veo en los ojos de cada niño con hambre, de cada familia sin trabajo, de cada torturado, de cada encarcelado, de cada rebelde en las calles multiplicando la idea de que todo despojo debe resistirse. En cada cuerpito mutilado por bombas de altísimo poder arrojadas por invasores “humanitarios”.
Veo al Jesús que no ves, porque te transformaron la historia y es mejor esperar el “milagro” que salir a la calle a reclamar lo que te arrebatan los verdaderos violentos, esos que endiosás alejándote de sus enseñanzas reales cada vez que te arrodillás ante los poderes dominantes.
Celebro el nacimiento de un hombre que marcó historia, esa que más de uno no conoce, porque es más fácil ser cordero y mártir que rebelde y combativo.
Al menos así te lo ordenaron. A nosotros, los marxistas, como te dije, nos encanta recorrer la historia y no somos seguidores de la doctrina de la resignación que conlleva, sin ninguna duda, a la indolencia.

domenica 24 dicembre 2017

«CHESUCRISTO» DI DAVID KUNZLE, di don Ferdinando Sudati

Pubblichiamo per i lettori del nostro blog la recensione al volume di David Kunzle Chesucristo. La fusione in immagini e parole tra Guevara e Gesù, pubblicato nel 2016 dalla Massari editore di Bolsena come Quaderno nº 10 della Fondazione Ernesto Che Guevara (formato 17x24, 400 pp., 250 foto a colori, € 26,00). Il libro è stato tradotto dall’inglese e curato da Roberto Massari. [la Redazione]

L’Autore è nato a Birmingham (Inghilterra) nel 1936, si è laureato in storia dell’arte - con specializzazione sui pittori fiamminghi - e ha insegnato presso l’UCLA (University of California, Los Angeles), di cui dal 2010 è professore emerito. Risiede negli Stati Uniti ma è in realtà un cosmopolita, non solo per le ascendenze inglesi e svizzere: ha infatti viaggiato molto per motivi professionali, specie in America latina. Conosce bene anche l’Italia, che ha visitato varie volte; in una di queste, precisamente nel 2011, ebbi il piacere di conoscerlo di persona assieme al suo amico ed editore in Italia, Roberto Massari. Il dott. Kunzle ha al suo attivo oltre un centinaio di articoli e una dozzina di libri, e come si può immaginare (questa stessa opera lo dimostra a sufficienza) è il principale studioso al mondo dell’iconografia di Che Guevara.
Chesucristo è lo strano ma felice titolo che l’Autore ha coniato per il suo libro, a indicare la «fusione», o sovrapposizione e identificazione (come poi esplicita il sottotitolo), tra Gesù Cristo e Che Guevara - a partire dalla precoce e drammatica fine del secondo - dovuta in gran parte alle circostanze in cui il rivoluzionario argentino ha trovato la morte.
Può essere utile per il lettore avere davanti agli occhi l’indice dei capitoli che seguono prefazione e introduzione:

1. Un movimento rivoluzionario violento: Gesù e gli Zeloti
2. La Chiesa ricrocifissa. La Teologia della liberazione
3. Guevara e il Verbo cristiano in un mondo cristiano
4. Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore
5. La matrice fotografica di Korda
6. Capitoli e versetti. Parallelismi in parole ed eventi dei Vangeli
7. Una simbologia condivisa
8. Miracoli
9. Cristificazione in poesia, teatro e narrativa. La forza divina della natura
10. Il Cristo/Che anglicano: «Mite. Dolce. Come se.»
11. Il Che nei film, nei video e multimediale
12. Il Che morto, in arte: Alborta/Berger, Belkin, Alonso
13. La Passione del Che: cattura, morte e scomparsa
14. L’Uomo nuovo, l’arte e la crescita spirituale

Il libro contiene una cronologia essenziale, una bibliografia, un indice dei nomi e una nota sull’Autore.
Da segnalare, in apertura all’opera, l’introduzione di Roberto Massari, una vera e propria guida interpretativa scritta da uno dei maggiori esperti delle vicissitudini guevariane e autore di diversi libri sull’argomento - nonché presidente della Fondazione internazionale Ernesto Che Guevara, che organizza ogni anno un convegno internazionale i cui atti vanno poi a costituire uno dei Quaderni della Fondazione stessa: una corposa pubblicazione di primario interesse storico-culturale, rivolta non soltanto agli appassionati della materia.
Dalla sua struttura si comprende già che il volume, pur essendo basato sulle immagini, è tutt’altro che un catalogo di una mostra. La parte teorica - di spiegazione e riflessione, contenuta specialmente nei quattro capitoli iniziali - si estende quanto quella grafica. Pur non avendo quest’intento, l’Autore è riuscito a ottenere, mettendo insieme i dati disseminati fra le pagine del libro, una biografia del Che che apre puntuali squarci non solo sulla sua vicenda politica, ma anche sugli affetti e la vita famigliare, e in special modo sulla sua tragica fine.
I primi due capitoli sono decisamente importanti per comprendere l’accostamento tra Gesù e Guevara nel contesto della Teologia della liberazione sorta in America latina, nonché nell’ambito di un aggiornamento della figura storica del Cristo alla luce del suo possibile - ma occultato - coinvolgimento «politico» nella lotta al dominio romano sull’allora Giudea. Il terzo capitolo rimane in tema, proiettando un po’ di luce su un aspetto poco noto ma non secondario nella vita del Che: la presenza di riferimenti religiosi provenienti soprattutto dall’infanzia, così come un basilare rispetto per i credenti con cui veniva a contatto e la non ostentazione del suo personale ateismo.

Il libro di Kunzle, davvero unico nel suo genere, testimonia in particolare il movimento di «cristificazione» cui la figura di Che Guevara è andata incontro - o, meglio, che ha suscitato - consistente nella sua assimilazione al più celebre personaggio del Nazareno, cui fa capo la religione tuttora maggioritaria sulla Terra.
In realtà si tratta di un fenomeno noto nel cristianesimo, una fede (e pure una scelta di vita) che spinge spontaneamente i propri aderenti alla Imitatio Christi. Gesù è stato sempre visto come un modello inarrivabile, ma in qualche modo imitabile: seguirlo è da sempre l’ideale del cristiano, ed è ciò che a partire dai martiri dei primi secoli ha prodotto i «santi». Questa tendenza risale alle origini del cristianesimo, essendo già presente nelle sacre scritture che siamo soliti chiamare «Nuovo Testamento» - specie in Paolo di Tarso, che affermava: «…non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). Camminare sulle orme di Cristo - spesso riproducendo molto da vicino la sua morte - quel dare la vita per la sua stessa causa, per il suo ideale altruistico, è qualcosa che accompagna diacronicamente la storia del cristianesimo.
Più raramente la cristificazione è stata riconosciuta - non da parte della Chiesa istituzione, ovviamente - a personaggi che si sono trovati fuori dell’ortodossia o del corpo ecclesiastico, e qualche volta è stata applicata perfino a figure esplicitamente condannate dalle Chiese (a eretici, per intenderci). Nessuno ha potuto porre un freno alla spinta popolare nel procedere a queste irrituali canonizzazioni: valga per tutte quella di Davide Lazzaretti (1834-1878), mistico e visionario toscano, la cui vita - a suo modo eroica - finita tragicamente gli è valsa la denominazione, coniata dal popolo, di «Cristo dell’Amiata», il monte fra Grosseto e Siena dove svolse la sua attività.
Naturalmente il caso di Guevara è singolare, poiché la sua massiccia cristificazione e «quasi canonizzazione» è dovuta a una più o meno spontanea e convergente iniziativa popolare che prescinde da canoni religiosi o regole ecclesiastiche, mantenendo unicamente l’ispirazione e il collegamento alla figura del Nazareno.
Che Jesus, 1999 © Churches Advertising Network
Va registrato anche un secondo movimento, presente in forma più attenuata nella vicenda post mortem di Guevara: quello della «guevarizzazione» di Gesù, ossia del Cristo che assume i tratti del Che. Si vedano a questo proposito le figg. 10.1 (p. 304) e 10.3 (p. 307), due manifesti inglesi per pubblica affissione del 1999 dovuti a un network di comunicatori cristiani di confessione anglicana. È forse un aspetto non del tutto assente nemmeno nel cattolicesimo, sebbene sia raro incontrarlo a motivo del grande rispetto e della venerazione attribuita al Gesù della fede. Qualcosa del genere è avvenuto fra il Nazareno e un santo di fama ed estimazione mondiali come san Francesco d’Assisi, per cui il primo è stato «rivestito» con i panni del secondo: il discepolo è equiparato al maestro e gli trasmette qualcosa dei suoi tratti. Questa osmosi o intercambio rimane però un fenomeno minore, assolutamente non comparabile a quello dell’assimilazione al Cristo.

lunedì 18 dicembre 2017

A UN ANNO DALLA MORTE DI SERGIO DE SANTIS, IL PIÙ ANTICO STUDIOSO DI CHE GUEVARA IN ITALIA, di Roberto Massari e Aldo Garzia

Col passare del tempo [De Santis, nato a Genova nel 1929, è morto a Roma nel novembre 2016 (n.d.r.)], il vuoto lasciato da Sergio si dimostra incolmabile. Per formare un intellettuale serio, onesto e preparato come lui c’era voluta la storia di un’intera generazione: quella passata dall’antifascismo nazionale all’impegno nella lotta antimperialistica internazionale.
Sergio era uno specialista dell’America latina, e lo era sul serio. I suoi saggi, pubblicati in forma di articoli e libri, furono i primi testi di formazione su quel continente per molti di noi che cominciavamo a interessarcene negli anni ‘60. I suoi primi tre saggi sul Che furono in assoluto le prime opere teoriche che uscirono in Italia sul celebre Comandante, aprendo discussioni e sfatando mitologie.
Voglio citarli per esteso: «Il dibattito sulla gestione socialista a Cuba», in Critica marxista, 5-6/1965; «Guerriglia e rivoluzione nel pensiero di Che Guevara», in Rivista storica del socialismo, 30/1967; «Guevara», in I protagonisti della Storia universale, CEI, Milano 1971.
Ma a differenza di altri validi studiosi dell’epoca, Sergio rimase fedele alle proprie idee originarie. Fallita l’esperienza del Psiup (per chiusura del partito), egli continuò a lavorare in proprio, trovando la possibilità di utilizzare il nuovo sviluppo dei media, ma senza farsi irretire dai tentacoli della società dello spettacolo. E quando decise di aderire alla Fondazione internazionale Che Guevara, mi disse che considerava un onore potersi collegare alle nuove leve di studiosi del Che, lui che temeva che tutto fosse smarrito e sepolto nella crisi ideologica della sinistra. E invece l’onore era per noi.
Nel 10º incontro annuale della Fondazione Guevara, che si tenne a Vallombrosa (FI) nel 2008, Sergio svolse la relazione introduttiva. E a me parve che i suoi ragionamenti fossero in perfetta continuità con quanto aveva scritto 30-40 anni prima. Ne ammirai comunque la lucidità.
Il suo ultimo contributo ai Quaderni della Fondazione Guevara (8/2010) aveva un titolo molto significativo, che è poi tutto un programma: «Sul buono e sul cattivo uso del Che».
La salute non gli ha consentito negli ultimi tempi di partecipare agli incontri annuali, ma ha continuato a interessarsi, finché ha potuto, alle attività della Fondazione. Mi telefonava per informarsi e acquistava le novità della collana Guevara. Mi chiedeva notizie dei membri più anziani del Comitato di redazione internazionale, che per lo più erano stati suoi compagni o avversari di idee nel periodo glorioso seguìto alla Rivoluzione algerina e a quella cubana.
Ha lasciato i suoi libri a una Biblioteca di Roma e questo contribuirà a farlo vivere ancor più nel ricordo dei compagni che lo hanno conosciuto, ma stimolerà anche la curiosità teorica di quei giovani che considerano ancora la cultura come base fondamentale dell’attività politica.
Hasta siempre, Sergio.

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SERGIO DE SANTIS, UN «MAESTRO» DI STORIA E DI GIORNALISMO, di Aldo Garzia

Ho letto per la prima volta i saggi di Sergio De Santis su Ernesto Guevara e l’America latina nel 1972. Erano contenuti nell’enciclopedia I protagonisti della Storia universale e nella serie I protagonisti della rivoluzione: America latina (CEI). Avevo comprato quei volumoni rossi ben rilegati, che conservo ancora nella mia biblioteca, ad una Festa nazionale dell’Unità che si svolgeva a Roma, Ponte Milvio. All’epoca non c’erano molti libri da leggere su quei temi. I saggi di De Santis mi incuriosirono e furono il primo approccio con la storia di Cuba e dell’America latina. In seguito avrei considerato l’autore di quei testi come un «maestro», alla stregua di Saverio Tutino, con cui ho avuto una lunga frequentazione e un proficuo scambio intellettuale. Con De Santis, invece, i contatti sono stati rari e gli ultimi solo grazie alla Fondazione Guevara. Lui viveva infatti appartato dal dibattito politico più immediato e completamente calato nel ruolo di autore e giornalista televisivo, pur non smettendo mai di coltivare le proprie passioni intellettuali di gioventù. Da socialista libertario - i suoi punti di riferimento politici sono stati Lelio Basso e il Psiup - non era possibile racchiuderlo in un ruolo solamente politico. La sua produzione in libri, articoli e saggi è stata ricchissima. Non si è mai risparmiato. E si devono proprio a De Santis le prime analisi critiche su Cuba, Che Guevara e Fidel Castro, sempre collocate nel contesto più ampio della storia peculiare dell’America latina e del Terzo mondo.
Ma lui era soprattutto un giornalista. Dopo la laurea in giurisprudenza si era trasferito a Torino per frequentare l’Istituto post-universitario per lo studio dell'organizzazione aziendale (Ipsoa). Poi, tra il 1956 e il 1958, aveva vissuto in Argentina e Cile, esperienza che avrebbe dovuto costituire l’inizio di una brillante carriera dirigenziale alla Società di Navigazione «Italia». I suoi interessi però erano altri. Nel 1960 è assunto come programmista-regista alla Rai e si trasferisce a Roma. Nel 1962 diventa redattore della sezione esteri dell’allora Telegiornale unico (TG1) ed è inviato in modo permanente per due anni in America latina. Erano i tempi in cui si scopriva Cuba non più come oasi felice per ricchi americani in cerca di allegria: la rivoluzione dei barbudos, con la «crisi dei missili» e la scelta comunista, era diventata un problema. De Santis inizia a raccontare l’esperienza cubana con le sue luci e ombre. In quel periodo vince il premio giornalistico Saint-Vincent per le sei puntate di un lungo servizio dal titolo America latina. Capire un continente. Entra poi a far parte del leggendario programma di inchieste TV7 in qualità di inviato speciale e caposervizio.
Nel 1976 De Santis è nominato capostruttura della Rete 1 della Rai. Pochi anni dopo lascia la Rai e passa alla Rizzoli, dove è responsabile del settore programmi d’acquisto e vicedirettore per il settore cinema-TV. Quando lo scandalo P2 avvolge la Rizzoli non ha un attimo di perplessità, e si licenzia. Per campare in quella fase si acconcia a fare il traduttore dall’inglese, fino a quando ritorna in Rai. Voglio ricordare il suo lavoro a Medicina 33 e La notte della Repubblica, alla cui realizzazione lo chiamò Sergio Zavoli. Ultimi impegni: la trasmissione di Rai 3 Format di Giovanni Minoli e - come consulente - La Grande storia. Non ha mai smesso, tuttavia, di riflettere e scrivere sulle vicende dell’America latina, aiutandoci a capire e interpretare quello che accadeva in quei luoghi.

giovedì 14 dicembre 2017

FEAR AS A TOOL TO GAIN POWER, by Roberto Savio

This op-ed by Roberto Savio, IPS founder and President Emeritus, is adapted from a statement he made as a panelist on ‘Migration and Human Solidarity, a Challenge and an Opportunity for Europe and the MENA region’, held on 14 December at the Geneva Centre for Human Rights Advancement and Global Dialogue.

© El Roto
At the outset my thanks to Dr. Hanif Hassan Ali Al Qassim and ambassador Idriss Jazairy, who lead the Centre for Human Rights Advancement and Global Dialogue, for organizing this panel discussion at a critical moment in history. The Centre is one of the few actors for peace and cooperation between the Arab world and Europe. As a representative of global civil society, I think it will be more meaningful if I speak without the constraints of diplomacy and I make frank and unfettered reflections.
The misuse of religion, populism and xenophobia is a sad reality, which is not clearly addressed any longer, but met with hypocrisy and not outright denunciation. Only now the British are realizing that they voted for Brexit on the basis of a campaign of lies. But nobody has taken on publicly Johnson or Farage, the leaders of Brexit, after Great Britain accepted to pay, as one of the many costs of divorce, at least 45 billion euros, instead of saving 20 billion euros, as claimed by the ‘brexiters’. And there are only a few analysis on why political behaviour is more and more a sheer calculation, without any concern for truth or the good of the country.
President Trump could be a good case study on the relations between politics and populism. Just a few days ago the United States has declared that it is withdrawing from the UN Global Compact on Migration. This has nothing to do with the interest or the identity of the United States, which has built itself as a country of immigrants. It has to do with the fact that this decision is popular with a part of American population which is voting for President Trump, like the Evangelicals. I have here to show the message they are circulating, after the declaration of Jerusalem as the capital of Israel. This is what is said in the Bible. If we recreate the world described in the Bible, Jesus will make his second coming to earth, and only the righteous will be rewarded. And therefore they think that Trump brings the world closer to the return of Christ, and therefore he acts for the good of their beliefs. Evangelicals are close to thirty millions, and they strongly believe that, when the second coming of Jesus happens, He will recognize only them as the believers who are on the right path. Trump is not an Evangelical, and he has shown little interest in religion. But, as each of his actions, he is coherent with his views during the campaign, which brought together all the dissatisfied people, catapulting him into the White House. Everything he does is not in the interest of the world or of the United States. He is just focused on keeping the support of his electors – those who do not come from big towns, academia, media and the Silicon Valley. They come mainly from impoverished and uninformed white electors, who feel left out from the benefits of globalisation. They believe those benefits went to the elite, the big towns and the few winners, and believe there is an international plot to humiliate the United States. So, climate change for them and Trump is a Chinese hoax! During the first year, Trump can well have a shocking approval rating of 32%, the lowest in history for a President of the United States. But 92% of his voters would re-elect him. And as only 50% of Americans vote, he can conveniently ignore general public opinion.
It is not the place here to go deeper into American political trends. But Trump is a perfect example to see why a large number of Europeans – or even countries as Poland, Hungary and Czech Republic – are ignoring the decisions of the European Union on migrants, and why populism, xenophobia and nationalism are on the rise everywhere.
Fear has become the tool to get to power. Historians agree that two main engines of change in history are greed and fear.
Well, we have been trained, since the collapse of communism, to look to greed as a positive value. Market (not men or ideas) was the new paradigm. States were an obstacle to a free market. Globalisation – it was famously said – would lift all boats and benefit everybody. In fact, market without rules was self-destructive, and not all boats were lifted, but only yachts, the bigger the better. The rich became richer, and the poor poorer. The process is so speedy, that ten years ago the richest 528 people had the same wealth of 2.3 billion people. This year they have become 8, and this number is likely to shrink soon. All statistics are clear, and globalisation based on free market is losing some of its shine.
But meanwhile we have lost many codes of communication. In the political debate there is no more reference to social justice, solidarity, participation, equity, the values in the modern constitutions on which we built international relations. Now the codes are competition, success, profit and individual achievement. During my lectures at school, I am dismayed to see a materialistic generation who does not care to vote, to change the world. And the distance between citizens and political institutions is increasing every day. The only voices reminding us of justice and solidarity are voices from religious leaders: Pope Bergoglio, the Dalai Lama, Bishop Tutu, and the Grand Mufti Muhammad Hussein – just to name the most prominent. And with media who are now also based on market as the only criteria, those voices are becoming weaker.
After a generation of greed, we are now in a generation of fear. We should notice that, before the great economic crisis of 2009 (provoked by greed: banks have paid until now 280 billion dollars of penalties and fines), xenophobe and populist parties were always minorities (with exception of Le Pen in France). The crisis created fear and uncertainties, and then immigration started to rise, especially after the invasion of Iraq in 2003 and that of Libya in 2011. We are now in the seventh year of the Syrian drama, which displaced 45% of the population. Merkel is now paying a price for her acceptance of Syrian refugees, and it is interesting to note that two thirds of the votes to Alternative für Deutschland, the populist and xenophobe party, come from former East Germany, that has few refugees, but an income which is nearly 25% lower. Fear, again, has been the engine for change of German history.
Europe was direct responsible for these migrations. A famous cartoonist, El Roto from El País, has made a cartoon showing bombs flying in the air, and migrants’ boats coming from the sea: “We send them bombs, and they send us migrants”. But there is no recognition of this. Those who escape from hunger and war are now depicted as invaders. Countries who until few years ago – like the Nordic ones – were considered synonymous with civic virtues, and spent a considerable budget for international cooperation, are now erecting walls and barbed wire. Greed and fear have been so successfully exploited by the new nationalist, populist and xenophobe parties that now keep growing at every election, from Austria to the Netherlands, from Czech Republic to Great Britain (where they created Brexit), and then Germany, and in a few months Italy. The three horses of apocalypse, which in the 1930s were the basis for the Second World War: nationalism, populism and xenophobia are back with growing popular support, and politicians openly riding them.

giovedì 7 dicembre 2017

ARGENTINA: PARTICIPAMOS DEL ENTIERRO DEL ESTADO DE DERECHO, por Nechi Dorado

Mayo de 2016: Macri presentando el programa de reforma “Justicia 2020”…
La política argentina está inserta en lo que se puede llamar “democracia burguesa”, con todas sus falencias, errores o como quiera mencionarse se dice democracia. O mejor dicho, era, ya que en este preciso momento estamos viendo la persecución política extrema que ejerce el gobierno del ingeniero Mauricio Macri contra el kirchnerismo (sumado esto a otros hechos tan repugnantes como inviables).
Sin estar encolumnada en ninguna de estas dos vertientes –PRO o K–, quede este concepto bien marcado, tan firme como inamovible: bajo ningún concepto puedo dejar de elevar mi voz contra la medida que aniquila las libertades democráticas. En el día de hoy y en un operativo rayano en la enajenación, propio de un ejército que iría a una guerra con una superpotencia extraterrestre, acaban de detener al militante político social Luis D’Elía y a Carlos Zannini, quien fuera secretario legal y técnico de la presidencia durante los gobiernos de los doctores Néstor y Cristina Kirchner. Otro de los detenidos es “Yussuf” Khalil y la misma suerte corrió el dirigente de Quebracho, Fernando Esteche.
Tambíen está detenido en su domicilio, por encontrarse enfermo, Héctor Timerman, político y periodista que fuera ministro de Relaciones Exteriores, Comercio Internacional y Culto luego de haber sido embajador de Argentina en los EE.UU. (en los mismos gobiernos).
No voy a entrar en el debate sobre si es o no justo que estos dirigentes pasen un tiempo en la cárcel, pero lo que sí repruebo –y terminantemente– es que toda esta gente está detenida sin sentencia firme. Se anuló de un irresponsable plumazo la presunción de inocencia que sugiere la ley, hasta que juicio mediante se demuestre lo contrario.
Acá de ninguna manera hace falta ser siquiera simpatizante K; lo que urge es denunciar nacional e internacionalmente este avasallamiento a la justicia que por otra parte deja un precedente peligrosísimo.
Estamos en condiciones de asegurar que este gobierno está asestando puñaladas de muerte al llamado Estado de derecho, aunque bien sepamos que en una democracia burguesa este derecho es manejado al antojo de las instituciones, también burguesas.
Tal como expresé cuando la detención de Amado Boudou, si esta gente es culpable tendría que estar presa como corresponde, pero la justicia no puede –ni debería permitirse– atropellarse a sí misma, bajo el capricho de fuerzas oscurantistas que con estas medidas pretenden tapar otros desastres que se están cometiendo contra el pueblo.
Tarifazos impagables en los servicios; despidos; aniquilamiento de la educación y la salud pública; recorte a los miserables sueldos de los jubilados; amenazas de cierres de más empresas, con lo que se engrosaría desmedidamente la cifra de desocupados, etc.
Muchos irresponsables festejan estas detenciones… yo creo que más allá de simpatías políticas lo que debe prevalecer es la coherencia. De ninguna manera podemos aplaudir la irrupción en escena de una dictadura cívico empresarial que se viene anunciando hace unos cuántos días, cuando la propia ministra de Seguridad, Patricia Bullrich, hablara sobre la posibilidad inminente de ordenar allanamientos sin orden judicial contra comunidades mapuches en el sur argentino. Allí donde desaparecieran a Santiago Maldonado y donde fuerzas del “orden” asestaran un tiro por la espalda a Rafael Nahuel causando su muerte (estando ¡desarmado!).
Respecto a estos dos jóvenes asesinados, la vicepresidente Gabriela Michetti, justificando el accionar policial y de gendarmería, en encuentro televisivo argumentara: “Se supone que [del lado mapuche] hay armas de todo tipo, lanzas… piedras y también hay armas de fuego”.
Mientras todo este descalabro político se viene desarrollando, rige un silencio que estalla los tímpanos respecto al submarino ARA San Juan y sus 44 tripulantes, al punto tal que hasta la Armada salió a decir que muy probablemente jamás se sepa qué pasó con el submarino desaparecido.
Las detenciones ofician de “tapa rabo” a situaciones inadmisibles; el macrismo cruzó la zona fronteriza dando sus primeros pasos hacia una dictadura, cosa que de ninguna manera podemos aprobar.
Urge que el campo popular se proclame contra todas estas aberraciones.
Ya no hay mucho tiempo, el gobierno tiene las patas más largas y está dando zancadas: ojo, hoy están detenidos supuestos delincuentes sin juicio previo, mañana podrías ser vos cuándo salgas a reclamar porque la soga te está asfixiando demasiado o porque te niegues a asistir a las exequias del Estado de derecho…