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domenica 30 aprile 2017

LA LA LAND (Damien Chazelle, 2016), di Pino Bertelli

Per raggiungere non tanto la felicità quanto l'equilibrio,
dovremmo liquidare una buona parte dei nostri simili,
praticare quotidianamente il massacro,
sull'esempio dei nostri fortunatissimi avi.
(E.M. Cioran)

Che bello! La notte degli Oscar 2017 ancora una volta ci ha fatto ridere a crepapelle! Il baraccone circense che rappresenta può piacere soltanto all'imbecillità conclamata della critica italiana e a un pubblico abituato alle sagre festivaliere da "tappeto rosso" (qui puttanelle col vezzo dell'avanspettacolo e cialtronetti vestiti Armani fanno i selfie con tutti, perfino con gli straccioni di colore)… le televisioni ne parlano, i giornalisti fanno finta di aver compreso quel film o quell'altro… spesso li confondono o parlano di un film che nemmeno hanno visto (le veline dell'azienda vengono riprodotte fedelmente da amanuensi serventi)… tutti sono proni alla macchina delle illusioni (Hollywood) e alla domesticazione dell'immaginario assoggettato che ne consegue… ma tutti i film e tutti gli Oscar del mondo non valgono un bicchiere di rosso con un amico! C'è più verità nelle lacrime dei bambini morti per fame (o sotto le guerre) che in tutte le storie del cinema! Il cinema autentico non salva il mondo, è vero… però può aiutare a diventare uomini e donne migliori che dicono sì alla realtà e affrontano a viso aperto la filosofia libertaria dell'uomo in rivolta (quello che sostituisce il genio dell'artista con quello del ribelle e mette fine alla sozzura splendente della civiltà dello spettacolo).
Il film di Damien Chazelle, La La Land, di Oscar ne ha ottenuti sei (era candidato a quattordici premi)… ha fatto incetta di Golden Globes, BAFTA Awards e diversi altri riconoscimenti e sembra davvero continuare ad essere amato e premiato da critica e pubblico… quando in preda all'estasi del vuoto ci si abbandona a quella del mito ogni stupidità è permessa, basta che porti la gente al botteghino… I fucilieri del Bengala (un brutto film di László Benedek, 1954, sulle rivolte indiane) non saranno mai lodati abbastanza per aver cercato di spegnere come si deve le lune dei luna park (di finti politici, finti artisti, finti clown) di fine Ottocento… avevano compreso, forse, che qualunque ordine sociale è nefasto e va combattuto, a principiare dai linguaggi multimediali sui quali ogni potere fonda i propri deliri. Le ideologie, come le merci, sono il sottoprodotto, usando un'espressione un po' volgare, delle puttanate messianiche o dei mercati globali… sono loro che forniscono il pasto quotidiano alle iene di Wall Street.
La La Land è un'accozzaglia di citazioni, molto malamente ricostruite, dei musical americani degli anni Cinquanta e Sessanta… il titolo sembra riferirsi alla città di Los Angeles (il mondo dei sogni o fuori dalla realtà)… ma il film di Chazelle è tutt'altro che fuori dalla realtà e dai sogni… è una confezione (nemmeno pregiata) della macchina/cinema hollywoodiana che prefigura una vita di successo per tutti gli sfigati di ogni forma d'arte… un'idea di felicità possibile che solo nella città degli angeli di celluloide può diventare vera… ma al cinema e dappertutto il servo respira e si emancipa soltanto alla morte del padrone, sempre. Nulla è più sospetto della gioia mercantile… la rassegnazione e la stanchezza collettiva determinano un universo di carogne soddisfatte… un cinema senza banalità sarebbe altrettanto noioso di un parlamento senza stupidi.

venerdì 28 aprile 2017

THREE MONTHS OF DONALD TRUMP: MORE OF THE SAME, by Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Inglese, Spagnolo)
IN TWO LANGUAGES (English, Spanish)

© Dominick Reuter
More than three months have passed since the inauguration of Donald Trump as president of the world’s leading capitalist power: the United States of America. Nothing has changed. If someone had thought that something could change with his arrival at the White House, they were mistaken from beginning to end. Why should anything change?
The rhetoric used by the tycoon during his presidential campaign could certainly have led one to imagine - mistakenly - some change of scenario. Given the current crisis experienced by the US economy, his programme appeared to be - at least in words - a promise to revive a downcast national industry.
But here comes the mirage. What is downcast is the purchasing power of America’s working class, while its companies remain prosperous, very healthy, managing the outlook with prospects for the future. While it is true that, in technical accounting terms, China’s gross output has surpassed that of the United States, the latter still remains the world leader in economic, political, technological and military terms.
Of the largest corporations in the world, the eleven largest have their headquarters in the United States, and 54 are the most capitalised among the first 100 on the planet. They continue to manage all domains: oil (ExxonMobil Corporation, ChevronTexaco Corporation), communication technologies (Apple Inc., Microsoft, Google Inc., Facebook, Inc., Hollywood), banking (Wells Fargo & Company, JPMorgan Chase & Co., Berkshire Hathaway Inc.), chemicals (Johnson & Johnson, Procter & Gamble Co., Pfizer Inc.) and, of course, the military industry (Lockheed Martin, Boeing Company, BAE Systems Inc., Northrop Grumman Corporation, Raytheon Company, General Dynamics Corporation, Honeywell Aerospace, Halliburton Company. All these corporations of the industrial-military complex recorded sales of almost one trillion dollars in 2016, having also seen increases of 60% since 2010, a clear sign that the economic crisis does not count for them).
There is decadence and, as has happened with every empire in history, it seems to have reached the peak of its expansion and begun its slow decline. But it is far from being a defeated empire: it continues to set the pace in many aspects.
Immediately after the end of World War II, America was the great capitalist power dominating the scene. The only nation with nuclear power at the time, it accounted for 52% of the world’s gross product. At this point in time, it no longer holds a monopoly of the atomic bomb (at least Russia and China are its rivals in parity), and its contribution to global production has dropped to 18%.
Undoubtedly, it is not continuing to expand, as it did from the middle of the 19th century and throughout the entire 20th century. Furthermore, although it is beginning to be called into question, its currency - the dollar - remains largely the universal currency, and English is still the obligatory lingua franca. Hollywood, no matter what, is the cultural referent of the planet, as much as Coca-Cola or McDonald’s.

TRES MESES DE DONALD TRUMP: MÁS DE LO MISMO, por Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Inglese)
EN DOS IDIOMAS (Español, Inglés)

© Dominick Reuter
Ya pasaron más de tres meses de la asunción de Donald Trump como presidente de la primera potencia capitalista del mundo: Estados Unidos de América. Nada ha cambiado. Si alguien había pensado que algo podía cambiar con su llegada a la Casa Blanca, se equivocaba de cabo a rabo. ¿Por qué habría de cambiar?
En todo caso, el discurso que levantó el magnate durante su campaña presidencial pudo hacer pensar -equivocadamente, por supuesto- en algún cambio coyuntural. Ante la actual crisis que vive la economía estadounidense, su propuesta apuntaba, al menos en la declamación, a un intento de renacimiento de la alicaída industria nacional.
Pero ahí viene el espejismo. Lo que está alicaído es el poder adquisitivo de la clase trabajadora estadounidense: sus empresas siguen prósperas, muy saludables, manejando el panorama con perspectivas de futuro. Si bien es cierto que, en términos técnico-contables, la producción bruta de China ha superado a la de Estados Unidos, el país americano sigue siendo aún el líder mundial en económia, política, tecnológia y militarmente.
De las más corpulentas empresas a nivel global, las once más grandes tienen su casa matriz en territorio estadounidense, siendo 54 de ese origen las más capitalizadas entre las primeras 100 de todo el planeta. Siguen manejando todos los dominios: petróleo (ExxonMobil Corporation, ChevronTexaco Corporation), tecnologías de la comunicación (Apple Inc., Microsoft, Google Inc., Facebook, Inc., Hollywood), banca (Wells Fargo & Co., JPMorgan Chase & Co., Berkshire Hathaway Inc.), química (Johnson & Johnson, Procter & Gamble Co., Pfizer, Inc.) y, por supuesto, industria militar (Lockheed Martin, Boeing Company, BAE Systems Inc., Northrop Grumman Corporation, Raytheon Company, General Dynamics Corporation, Honeywell Aerospace, Halliburton Company. Todos estos capitales del complejo industrial-militar registraron ventas en 2016 por casi un billón de dólares, teniendo además incrementos desde 2010 de un 60%, por lo que para ellos, claramente, no cuenta la crisis económica).
Hay decadencia, y como ha sucedido con todo imperio en la historia, parece haber llegado ya al pico máximo de su expansión, habiendo comenzado su lento declive. Pero lejos está de ser un imperio derrotado: sigue marcando el ritmo en infinidad de aspectos.
Inmediatamente después de terminada la Segunda Guerra Mundial, el país americano era la gran potencia capitalista dominadora de la escena. Única nación con poder nuclear en ese entonces, aportaba el 52% de todo el producto bruto mundial. En este momento ya no detenta el monopolio de la bomba atómica (al menos Rusia y China son sus rivales en paridad), y su aporte a la producción global ha descendido al 18%.
Sin dudas, no sigue en expansión, tal como sucedió desde mediados del siglo XIX y durante todo el XX. De todos modos, aunque ya comienza a ser puesto en entredicho, su moneda, el dólar, sigue siendo en buena medida la divisa universal. Y el inglés, aún hoy, la lingua franca obligada. Hollywood, mal que nos pese, es el referente cultural del planeta, tanto como la Coca-Cola o el McDonald’s.

giovedì 27 aprile 2017

E SE GRAMSCI, OLTRE CHE STIMARE TROTSKY, LO AVESSE ANCHE CAPITO?, di Roberto Massari

In occasione dell'80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, pubblichiamo per i lettori del nostro blog l'introduzione scritta da Roberto Massari per il volume da lui curato e pubblicato nel 1977 [All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci: Bollettino dell'Opposizione comunista italiana (1931-1933)] per la casa editrice Controcorrente, e ripubblicato nel 2004 da Massari editore (pp. 432, € 16,00).
Speriamo così di introdurre elementi utili a decostruire il Gramsci creato da una falsa cultura di sinistra, nei decenni della «vulgata togliattiana», allo scopo di cancellare le affinità di pensiero esistite fra Trotsky e il rivoluzionario sardo nei primi anni '20: anni in cui Gramsci espresse profonda ammirazione per Trotsky e per la teoria della rivoluzione permanente, pur non avendone mai capito la sostanza.
Ma su come affrontare il fascismo in Italia, la convergenza fra Gramsci, Trotsky e l'Opposizione trotskista italiana nei primi anni'30 è fuor di dubbio, è storicamente accertata. Ebbene, è proprio questo che le migliaia di libri che vengono prodotti su Gramsci cercano di tenere nascosto o di camuffare. Ciò è reso possibile dalle successive ambiguità e opportunismi del Gramsci in carcere nei confronti dello stalinismo. La lettura del testo di Massari può aiutare a capire come andarono effettivamente le cose, in un momento nevralgico di trasformazione staliniana della maggioranza del comunismo italiano. Di qui l'attualità del testo. [la Redazione]

Sulla battaglia antibordighiana di Gramsci è stato scritto molto. Sull'influenza avuta nella sua formazione da Trotsky*, molto meno. I motivi di ciò, facili da comprendere, verranno accennati nelle pagine che seguono. Eppure, davanti alla tendenza attualmente dominante fra gli intellettuali della sinistra italiana a privare Gramsci sempre più dei suoi connotati marxisti e rivoluzionari, non è cosa da poco riuscire a spiegare cosa portò i due a coincidere nella sostanza delle posizioni politiche in alcuni momenti cruciali del periodo postleniniano. L'obbligo a cercare di fornire una spiegazione a un tale dato di fatto, indiscutibile pur nella sua frammentarietà e contraddittorietà, non deriva però da pure esigenze filologiche o speculative.
Esso deriva da un altro fatto storico, con cui si potrà essere o non essere d'accordo, ma che non si può ignorare: la formazione in seno al movimento operaio italiano degli anni '30 di una corrente organizzata che non solo fondava il suo programma politico sulla sostanza dei contributi per l'Italia forniti da Trotsky e da Gramsci, ma che ai due rivoluzionari si richiamò esplicitamente in tutto il periodo della sua esistenza. Questa corrente, formatasi in seno al gruppo dirigente comunista, composta da compagni che avevano vissuto le vicende del Pcd'I fin dalla nascita, espulsa dal partito, riorganizzatasi poi autonomamente fuori del partito, era la Noi. La Nuova opposizione italiana il cui organo politico era il Bollettino che ripubblichiamo per il lettore italiano.
Alcuni contestano la fondatezza di quel richiamo ideologico della Noi fondandosi su questa o quella posizione di Gramsci, su questo o quel brano dei Quaderni del carcere. Мa dimenticano in genere di assolvere al dovere elementare per chi si richiama al marxismo: spiegare in termini storici perché fu possibile a una corrente organizzata fuori dal Pcd'I ispirare la propria azione politica a quel comune richiamo, e soprattutto perché fu necessario farlo per tutto il corso degli anni '30. Solo alla luce di questa spiegazione storica la discussione teorica sui testi può divenire veramente utile e attuale, e non pura esercitazione accademica.
Sono aumentate negli ultimi anni le pubblicazioni che offrono un quadro esauriente del dibattito sulla «svolta» e che collocano la battaglia e l'espulsione dei «tre» nella loro vera luce, riparando a una grave ingiustizia storica compiuta nei loro confronti e verso il movimento operaio italiano. Ora però occorre cominciare a far luce sul proseguimento di quella vicenda. I «tre» non scomparvero dopo l'espulsione, non considerarono esaurita la propria funzione storica, ma anzi proseguirono la propria battaglia con rinnovata energia, anche se con scarso successo. Il Bollettino è la prova tangibile di questo impegno. Esso ci offre inoltre a posteriori la possibilità di valutare la correttezza di fondo delle loro analisi e delle loro proposte. E di qui viene un nuovo stimolo al dibattito. È mai possibile che il richiamo all'insegnamento di Trotsky e in parte a quello di Gramsci sia stato completamente estraneo a questa correttezza delle loro analisi o posizioni? No, ovviamente.

mercoledì 26 aprile 2017

INTERVISTA A PINO BERTELLI SUL PENSIERO FILOSOFICO-POLITICO DELL'INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA, di Vanna Bertoncelli

Guy Debord, 1954
V.B. Come, perché e a chi deve il suo interesse per il neo-Situazionismo?

P.B. «È stato nel '68 che ho conosciuto le opere dell'Internazionale Situazionista, un gruppo di artisti e filosofi che hanno occupato l'università di Nanterre e della Sorbona e dato inizio alla rivoluzione della gioia… il '68, appunto… i loro testi erano in francese e abbiamo contribuito a tradurli e diffonderli.
Ho conosciuto uno dei fondatori dell'Internazionale Situazionista… Guy Debord, nel 1977… nei giorni in cui fu espulso dall'Italia perché "persona indesiderata"… Debord è considerato uno dei più grandi filosofi del '900… ha scritto La società dello spettacolo, uno dei libri più rubati del '68. Vorrei ricordare che nel '68 anche i vini e le marmellate vennero più buoni!».

V.B. Se potessimo definirlo come una corrente di pensiero, quale sarebbe la sua specificità?

P.B. «La filosofia sovversiva non sospetta dei situazionisti… hanno disvelato le menzogne della politica istituzionale, dell'arte mercantile e della servitù della stampa a ogni potere… lavoravano per una società più giusta e più umana. I situazionisti sostenevano che trovare un rivoluzionario autentico è difficile quanto scovare un uomo onesto in parlamento».

V.B. Quali sono le finalità di questo pensiero?

P.B. «Le finalità del pensiero situazionista sono di assaltare il cielo del conformismo e restituire dignità agli ultimi, agli esclusi, agli oppressi, e per realizzare questo tutti i mezzi sono buoni. I situazionisti passavano dalla critica radicale dell'arte all'arte radicale di ogni politica e la notte giravano intorno al fuoco della ragione, pensavano che con la caduta degli idoli sarebbero crollati anche i pregiudizi… mi pare un buon debutto».

V.B. Chi sono i maggiori esponenti, e chi i destinatari?

P.B. «I cattivi maestri dell'Internazionale Situazionista, alcuni dei quali ho ben conosciuto e frequentato, sono Debord, Vaneigem, Jorn, Sanguinetti… tanto per fare qualche nome. I destinatari del loro pensiero sovversivo sono tutti quelli che dicono a ogni forma di potere: la mia parola è NO!».

V.B. In quali zone della nostra Penisola il neo-Situazionismo è presente? E all'estero come stanno le cose?

P.B. «Il pensiero ereticale dell'Internazionale Situazionista è disperso ovunque ci siano uomini e donne che pensano con la propria testa… e lavorano principalmente alla destituzione dell'ipocrisia istituzionale. I situazionisti dicevano che tutti quelli che erano belli e intelligenti potevano entrare nell'Internazionale Situazionista… e dare inizio allo smantellamento del pensiero dominante. Va detto: l'IS si è autosciolta nel 1972, ma la seminagione libertaria di critica radicale della società mercantile dell'IS non è mai morta».

V.B. Con quali modalità viene comunicato e diffuso questo pensiero? E con quali finanziamenti?

P.B. «Modalità? Finanziamenti, MI CHIEDI? I situazionisti non hanno codici né regole da rispettare… ogni cosa va bene quando si tratta di abolire i partiti politici e fondare una società di liberi e uguali… il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto. Grazie, e che sia lode ora a uomini di fama».

domenica 16 aprile 2017

TRUMP E LA «MADRE DI TUTTE LE BOMBE», di Pier Francesco Zarcone

Il lancio in Afghanistan di uno dei più devastanti ordigni non nucleari non vale per il suo immediato esito tattico sul campo di battaglia: se è vero che ha causato la morte di 36 o 94 miliziani dell'Isis (secondo l'Isis, invece, non ci sarebbero state vittime), allora questo risultato mal si concilia con la spesa di ben 14,6 milioni di dollari, perché tanto costa una bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast (MOAB), creativamente definita dai militari "Madre di tutte le bombe", anche in base alle lettere del suo acronimo (pare che la Russia disponga di un ordigno similare detto "Padre di tutte le bombe", di potenza quattro volte superiore). A questa spesa bisogna aggiungere quella a suo tempo sostenuta dai contribuenti statunitensi per la costruzione dei tunnel da poco bombardati. Secondo l'ex analista Edward Snowden si tratterebbe infatti delle gallerie sotterranee fatte costruire dalla Cia nel 1980 - all'inizio del conflitto afghano scoppiato in seguito all'invasione sovietica - per proteggere i mujahidin islamisti.
Poiché abbiamo detto e ripetuto che il diritto internazionale oggettivo non esiste più, sostituito dal diritto internazionale soggettivo creato dagli Usa a proprio uso e consumo, non desti meraviglia il fatto che l'uso della MOAB sul territorio di uno Stato formalmente sovrano sia avvenuto su semplice comunicazione al governo afghano, e non già in base al consenso previo di questo.
La MOAB è un ordigno terrificante, pur non generando radiazioni, e il suo utilizzo costituisce il pericoloso e incosciente avvicinarsi al confine dell'abisso. Per ora si tratta di un ulteriore palese messaggio da parte di chi poco tempo fa era stato erroneamente considerato un isolazionista, da contrapporre alla guerrafondaia Hillary Clinton. Un errore di prospettiva notevole, bisogna ammetterlo.
I destinatari minori del messaggio - per il terrore generato da questa super bomba - sono gli Afghani che appoggiano Isis e Talebani, o che ne fanno parte. Si dice che le esibizioni muscolari di questo emulo della Sfida all'O.K. Corral manifestino una carenza di strategia. Sarà, ma riflettendo si può dissentire. Non si vogliono certo smentire gli addetti ai lavori, secondo i quali alla Casa Bianca le decisioni sono prese e variano di ora in ora. Semmai sosteniamo che al di là di ciò esiste una strategia definibile come il ritorno in grande e a tutto campo dell'imperialismo statunitense guerrafondaio e del suo autarchico ruolo di gendarme del mondo. Non ci si deve fermare al fatto che nel caso di Trump (soggettivamente assunto) - personaggio psichicamente instabile e, se possibile, meno colto di George W. Bush - risulti in primo piano il "menare le mani" senza apparente coordinazione, ma si deve fare attenzione alle coincidenze non casuali: il lancio della MOAB è avvenuto lo stesso giorno in cui a Mosca si apriva un vertice fra Russia, Cina e Iran per cercare una soluzione politica alla quasi ventennale guerra in Afghanistan. È come se Trump avesse affermato, per fatti conseguenti, il suo "no" a una pace russo-cino-iraniana.

sabato 15 aprile 2017

«NICARAGUA: ARCHITETTURA QUOTIDIANA»: LA NUOVA MOSTRA FOTOGRAFICA di Alberto Sipione


Entr'acte ospita, dal 29 aprile al 21 maggio, una personale di Alberto Sipione incentrata su un ciclo di venti "architetture quotidiane", esplorate attraverso la fotografia in taluni interni domestici del paese centroamericano.
«Esiste uno strano gioco di specchi in queste immagini di quotidianità nicaraguense - scrive Giovanni Carbone nell'introduzione al volume che accompagna la mostra - un gioco di rimandi continui tra la macchina fotografica e gli oggetti che riacquistano vita oltre il tempo del click. Un gioco in cui il ruolo statutario della fotografia di cristallizzatrice del tempo, fermo per rendere permanente la narrazione di ciò che è ritratto, è già nell'immagine che immortala. Gli oggetti ritratti, da quelli propri di una tradizione sino alle esperienze di un modernariato anacronistico e apparentemente fuori contesto, si sovrappongono diacronicamente, l'uno accanto all'altro, a costruire un racconto complesso d'un vissuto oltre il tempo».
E Pino Bertelli, fotografo sans frontières, ribadisce: «L'architettura del quotidiano del Nicaragua fotografata da Sipione, le abitazioni povere, gli interni ordinati, esprimono la dignità, i segni di un vivere elementare che debordano nelle inquadrature forti, coinvolgendo il fotografo nella storia di un popolo, nella memoria di un tempo in cui è stato protagonista di una lotta in difesa dei propri diritti».

lunedì 10 aprile 2017

TRUMP SHOWS HIS MUSCLES, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Not knowing what will happen next, commenting in the immediate wake of the US missile attack on the Shayrat airbase in Syria on the night of April 7 is risky but not sterile, at least to try to understand a bit more than the pre-packaged “petty lessons” of the mouthpieces of the United States, in Italy and elsewhere, were quick to recite.
Coincidentally, the muscular display of Trump comes shortly after the publication by Red Utopia of an article the essence of which was the substantial uselessness of international law, given that the great powers violate it continually.
Well, once again the United States has acted in accordance with “its” international law, consisting of a single article, animated by a clear unipolar imperialist logic: we do what we want, and what we do is fair and legal, and our massacres are simply “collateral damage”.
Once again, the futility of the United Nations has emerged, even if those saying so specifically are still few; nevertheless, it is undeniably ridiculous (albeit tragic) that while the UN Security Council was losing time with draft resolutions, the United States was launching missiles under the guise of the alleged responsibility of the Damascus government for the use of nerve gas in Idlib.
What is certain is that if the United Nations were to close its doors no one would notice, aside from monetary savings for Member States.
And just for a change, a charge with absolutely no evidence was sustained, based on the dixit Washington, et de hoc satis principle.
It has all the appearance of a repeat of Hussein’s alleged “weapons of mass destruction”.
Incidentally, those accustomed to think the worst are not surprised by the contemporaneity between the US missile attack and an ISIS offensive on the road to Palmyra (Tadmor)-Homs which fortunately was quickly countered by Syrian troops.
Given that no evidence exists, we can in the meantime reflect in a generic way on the use of nerve gas in Idlib.
According to the United Nations, Syrian deposits of chemical weapons had been destroyed; but irrespective of whether the Syrian government still has such weapons, considering that a few years ago the issue appeared to rush things in the direction of a US attack - foiled only by the Russian intervention in favour of dismantling chemical deposits - then the well-established (though not infallible) criterion of for whose benefit would lead to excluding the responsibility of Damascus, unless Assad and company, but also the Russian General Staff, were to be considered a bunch of idiots.
In fact it was obvious that - Russian protection or not - if Syria had used chemical weapons, someone as irritable as Trump (moreover struggling with unresolved problems of Russiagate and kept in check by the neoconservative establishment) would have had to take some warmongering initiative.

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle "lezioncine" preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare.
Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo.
Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib.
Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri.
E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis.
Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam.
Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmor)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib.
Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, una manica di idioti.
Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.

sabato 8 aprile 2017

TRIUMPH OF THE LEFT IN ECUADOR: SETBACK FOR LATIN AMERICA’S RIGHT?, by Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Inglese, Spagnolo)
IN TWO LANGUAGES (English, Spanish)

Lenín Moreno
The triumph of left-wing candidate Lenín Moreno in the presidential elections at the beginning of April is a breath of fresh air and a sign of hope for the people of Ecuador, who can expect to see a continuation of the social measures initiated previously by the government of Rafael Correa.
Had right-wing candidate Guillermo Lasso won, these policies would have been radically suppressed, and society as a whole would have been led towards models of the most savage capitalism with semi-feudal nuances, as had been the case for centuries in the country.
The triumph of Moreno means that the progress recorded in recent years will be maintained and, in this sense, transmits hope.
For the workers, the poor and the excluded of the entire Latin American continent, however, it is difficult to imagine this being a barrier that will stop the prevailing rampant capitalism which goes by the name of “neoliberalism”.
For this reason, it is worth looking in detail what is at stake here, and the scenario in which Ecuador’s presidential elections were held.
For decades throughout Latin America - and throughout the world, and of course, also in Ecuador - policies of extreme capitalism, euphemistically called “neoliberalism”, have been imposed.
For some time it has seemed that the great enemy to be overcome - at least by those in the popular camp - is this neoliberalism, that “monstrous deformation” which appeared to have dominated the planet for years: a capitalism that prioritises the free market and private enterprise over the State.
That “villain of the piece” was said to represent the great problem, the cause of our misfortunes, of exclusion.
In recent years, roughly since the end of the last century, there has been a series of moderately progressive governments in the Latin American region. With the arrival of Hugo Chávez to the presidency of Venezuela, a discourse was retrieved that appeared to have been condemned to the archives, sunk at the same time as the Cold War.
In the popular camp, there was again talk of revolution, of socialism, of anti-imperialism. Socialist ideology seemed to have made a return. And, in order to overcome the constrictions and stigmas of the Stalinism of the Soviet era, the idea of ‘21st century socialism’ was born.

TRAS EL TRIUNFO DE LA IZQUIERDA EN ECUADOR: ¿RETROCEDE LA DERECHA LATINOAMERICANA?, por Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Inglese)
EN DOS IDIOMAS (Español, Inglés)

Lenín Moreno
Las recientes elecciones en Ecuador, con el triunfo del candidato de la izquierda, Lenín Moreno, son una bocanada de aire fresco para el campo popular, una cuota de esperanza. Para los ecuatorianos, ello da la posibilidad de continuar con las medidas de corte social iniciadas anteriormente por el gobierno de Rafael Correa.
De haber ganado el candidato de la derecha, Guillermo Lasso, esas políticas hubieran sido radicalmente suprimidas, y la sociedad en su conjunto hubiera sido llevada a modelos del más salvaje capitalismo con matices semifeudales, tal como fue por siglos en el país.
El triunfo de Moreno mantiene los avances registrados en estos años. En ese sentido: transmite esperanza, es una buena noticia.
Ahora bien: para los trabajadores, los pobres y excluidos de todo el continente latinoamericano, es difícil pensar que esto sea una barrera que frene el capitalismo salvaje imperante, habitualmente conocido como “neoliberalismo”.
En todo caso, conviene analizar más en detalle qué se juega ahí, y el escenario en que se dieron las elecciones.
Desde hace décadas en toda Latinoamérica -en todo el mundo, y por supuesto, también en Ecuador- se han impuesto políticas de un capitalismo extremo, eufemísticamente llamado “neoliberalismo”.
Ponemos énfasis en lo de “eufemismo”, porque desde algún tiempo también pareciera que el gran enemigo a vencer -al menos desde el campo popular- es ese neoliberalismo. En otros términos: sería esa “deformación monstruosa” que desde hace años parece haberse enseñoreado del planeta, un capitalismo que prioriza el libre mercado y la empresa privada por sobre el Estado.
Ese “malo de la película” representaría el gran problema, la causa de nuestras desventuras, de la exclusión.
Estos últimos años, desde fines del siglo pasado aproximadamente, se dio una serie de gobiernos medianamente progresistas en la región latinoamericana. Con la llegada de Hugo Chávez a la presidencia de Venezuela se recuperó un discurso que parecía condenado al museo, hundido al mismo tiempo que la Guerra Fría.
En el campo popular volvió a hablarse entonces de revolución, de socialismo, de antiimperialismo. El ideario socialista parecía retornar. Para superar las estreches y estigmas del estalinismo de la era soviética, fue surgiendo la idea de socialismo del siglo XXI.

mercoledì 5 aprile 2017

ON THE RIGHT OF PEOPLES TO SELF-DETERMINATION, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Well-meaning people of various countries have long tried to introduce the rule of law in relations among States, placing their trust for this purpose in the instrument of international law.
This is an imperfect, fragile instrument which is part conventional and part covenantal in nature, and works only by leveraging the fear of effective retaliation by other States.
In the context of today, talk of international law more than ever smacks of a joke, given that under the “new world order” of imperialism the issues of legality and illegality have now been relegated to the level of study and discussion for specialists in law, but without any practical relevance. Today, those who can do what they want.
So what is the sense of talking about the right of peoples to self-determination in such a scenario?
Simply it is a question of arguing that international law - albeit respected - cannot protect even fundamental needs, presented and felt as real “rights”, because it is a legal system formed by States and according to their needs, especially when it comes to powerful States.
Cynically, but truthfully, it should be borne in mind that law stems from strength and not from recognition of ethical requirements. It is therefore vain to rely on the right to self-determination: if anything, having the strength and the will, it must only be asserted and fought for with all means available.
This is why the Catalan independence movement which insists on working through legal channels is destined to certain defeat; changing gear does not give security, but it can create big trouble for the nation State (besides reducing the costs and time lost through sterile legal battles).
Basically, activating the right of peoples to self-determination entails a revolution compared with the previous order, and every revolution is by its nature extra-legal or anti-legal.
It should also be noted that legal experts possess their own technical language (like any other specialists) which has been formed over time according to the need of greatest precision possible, so that often they are accused (by non-legal experts) of splitting the metaphoric hair in four.
Outside of these, everyone - above all politicians - need not abide by the limitations implied by legal technicality and thus can freewheel, even at the risk of arousing illusions that are not fruitful for those concerned, very often forgetting that what is presented under cover of the term “right” is essentially of two types: either it constitutes a moral claim, in the absence of provisions in this regard by a legal system to which those interested can turn (and so in such a case the right does not exist), or it is something that really exists legally.
In the latter case, however, it is necessary to ascertain what the inevitable limits are just to be clear of the extent of how to act - if need be - in order to modify these limits.

SUL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Per molto tempo persone benintenzionate di vari paesi hanno cercato di introdurre il principio di legalità nelle relazioni fra Stati, confidando a tal fine nello strumento del diritto internazionale.
Uno strumento imperfetto, fragile, in parte di natura convenzionale e in parte di natura pattizia, funzionante solo operando il timore di rappresaglie efficaci da parte di altri Stati.
Nella situazione odierna, più che mai, parlare di diritto internazionale ha il sapore di una beffa, giacché nel cosiddetto "nuovo ordine mondiale" dell'imperialismo le questioni di legalità e di illegalità risultano ormai relegate a materia di studio e discussione per gli specialisti del diritto, ma senza rilevanza pratica. Oggi, chi può fa quel che vuole.
Allora, qual è il senso del parlare di diritto di autodeterminazione dei popoli in un quadro del genere?
Semplicemente si tratta di argomentare che il diritto internazionale - seppur rispettato - non può tutelare esigenze anche fondamentali, presentate e sentite come veri e propri "diritti", trattandosi di un sistema giuridico formato dagli Stati e in base alle loro esigenze; soprattutto se si tratta di Stati potenti.
Cinicamente, ma in modo veritiero, va ricordato che il diritto nasce dalla forza e non dal riconoscimento di esigenze etiche. Di modo che è vano appellarsi al diritto di autodeterminazione dei popoli: semmai, avendo forza e volontà lo si deve solo affermare e lottare per esso con tutti i mezzi a disposizione.
Per questo l'indipendentismo catalano che si ostina a operare per vie legali è destinato a sicura sconfitta; il cambio di registro non dà sicurezze, ma può creare grossi fastidi allo Stato nazionale (oltre a ridurre le spese e il tempo perso per sterili battaglie legali).
In fondo, attivare il diritto di autodeterminazione dei popoli comporta una rivoluzione rispetto all'ordine precedente, e ogni rivoluzione è per sua natura extra-legale o anti-legale.
Un'ultima annotazione. I giuristi posseggono un proprio linguaggio tecnico (al pari di qualsiasi altro specialista) formatosi nel tempo in base all'esigenza della maggior precisione possibile, tanto che spesso vengono accusati (dai non-giuristi) di spaccare il metaforico capello in quattro.
Al di fuori di costoro tutti, soprattutto i politici, non si devono invece attenere alle limitazioni implicate dal tecnicismo giuridico e quindi possono andare a ruota libera, anche col rischio di suscitare illusioni non proficue per gli interessati; spesso e volentieri dimenticando che i contenuti presentati sotto la copertura del termine "diritto" sono essenzialmente di due tipi: o costituiscono una rivendicazione morale, in assenza di previsioni al riguardo da parte di un ordinamento giuridico a cui gli interessati possano rivolgersi (e quindi in tal caso il diritto non esiste), oppure si tratta di qualcosa di davvero esistente sul piano giuridico.
In quest'ultimo caso, però, è necessario accertare quali ne siano (vale a dire di che portata) le inevitabili limitazioni, tanto per aver chiaro come agire quanto per operare - eventualmente - al fine di modificare tali limiti.

martedì 4 aprile 2017

È USCITO «LA FOTOGRAFIA RIBELLE», IL NUOVO LIBRO di Pino Bertelli

IL VOLUME, PUBBLICATO DA NdA PRESS (ISBN 9788889035894; PREZZO DI COPERTINA € 18,00), È ACQUISTABILE QUI.


LE DONNE DI PINO BERTELLI
Maurizio Rebuzzini

Subito precisato: Pino Bertelli, che solitamente conclude la fogliazione di ogni numero di questa rivista con caustici e apprezzati Sguardi su autori significativi della Storia della Fotografia, è a propria volta attento e concentrato autore… fotografo. Questo va rilevato, oltre che rivelato a coloro i quali non ne erano a conoscenza, per sottolineare quella linea demarcatoria che non richiede/richiederebbe ai fotografi di esprimersi altro che con la propria creatività applicata: per l'appunto, lo scatto fotografico. Se non che, in percorso individuale, alcuni fotografi sanno anche parlare e scrivere. Ovviamente, non di se stessi e della propria personalità, ma in riflessione altra (e alta) sulla stessa Fotografia, nel proprio insieme e complesso.
Non sono molti i fotografi capaci di riflessione, e a chi non ne è capace non rimproveriamo nulla. Invece Pino Bertelli fa parte di questa esigua pattuglia, limitata in quantità, va detto, tanto quanto è sostanziosa e sostanziale per qualità. Così, nel percorso professionale di Pino Bertelli, in combinazione e accostamento di immagini e parole, il casellario bibliografico è ricco di titoli di monografie d'autore e testi di riflessione e considerazione sulla fotografia. Adesso ce n'è uno in più: La fotografia ribelle, pubblicato da NdA Press, che sottotitola Storie, passioni e conflitti delle donne che hanno rivoluzionato la fotografia.