L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

lunedì 11 aprile 2016

GRUPPETTI E CAPETTI, di Lerec Liverani (con un commento di Roberto Massari)

Contro il metodo di Ignazio di Loyola

Ci sono più "piccole chiese" che praticanti.
In tempi in cui la partecipazione politica raggiunge il suo minimo storico, non si perde il vizio della divisione, della pietrificazione del sempre uguale, delle dispute che ricordano La via lattea di Buñuel tra le varie sette cristiane.
Queste piccole chiese hanno però l'ardire di dirsi eredi del marxismo. Eredi del leninismo. Eredi del trotskismo. Ognuno rivendica la propria purezza, la propria superiorità d'analisi, la propria singolare ortodossia all'Idea.
Discutere con un gruppettaro è disarmante. Non c'è spazio di discussione alla ragione. C'è la fede nella propria leadership. La fede annebbia. La fede confonde. Solo in Italia esistono almeno cinque gruppetti che si richiamano al trotskismo. Tre sono figli della vecchia Associazione marxista rivoluzionaria Progetto comunista (sinistra Prc): Pcl, Pdac, Controcorrente.
Dai cinque ai sette gruppetti per dire in modo diverso (a volte male a volte bene) le stesse cose.
Escludendo gli eredi del pablismo (Sinistra anticapitalista e la sua scissione a destra), tutti gli altri gruppetti sono in sintonia sul fatto che:
- serve il Partito rivoluzionario;
- serve la Quarta internazionale;
- il Partito dev'essere centralista e democratico;
- si deve lottare per la dittatura del proletariato;
- le elezioni servono da megafono delle istanze rivoluzionarie;
- bisogna partecipare alle lotte per generalizzarle e costruire coordinamenti di delegati in lotta;
- è necessario combattere la burocrazia sindacale per conquistare le masse operaie;
- il soggetto rivoluzionario è rappresentato dalla classe operaia.

Quindi perché divisi?

Ogni gruppo ha la sua particolare descrizione delle divergenze d'analisi, di sfumatura. Accuserà gli altri chi di settarismo, chi di opportunismo e chi di centrismo. Ogni gruppo svilupperà una descrizione sintomatica di una malattia da attribuire all'avversario… delle sue stesse idee.
Ogni gruppo rivendicherà gli stessi santini a sé: Marx, Engels, Lenin, Luxemburg, Trotsky. Qualcuno escluderà Gramsci. Qualcuno lo aggiungerà. Qualcuno escluderà il Che e qualcuno lo rivendicherà. Qual è quindi la reale ragione della divisione?
L'impressione da navigato militante del marxismo rivoluzionario è che la divisione sia imposta da gruppi dirigenti che giocano ai piccoli Lenin e mantengono le proprie posizioni per opportunismo.
Cinque gruppi significa cinque micro-burocrazie, cinque micro-stipendi, cinque micro-organizzazioni inservibili alla classe.
Servirebbe un'unica organizzazione rivoluzionaria. Invece abbiamo cinque gruppetti. Chissà che direbbero i "santini"… di quanti giocano alla rivoluzione senza fare un passo in avanti per costruire il Partito rivoluzionario.
«[…] è proprio perché siamo rimasti giovani che ci troviamo praticamente al di fuori delle diverse "chiese". Le stesse aspirazioni morali che ci hanno spinto, fin dalla giovinezza, all'interno di un partito, ce ne hanno spinto fuori quando si sono trovate in disaccordo con quelle che vengono definite necessità pratiche. Se fossimo invecchiati, avremmo ascoltato la voce dell'esperienza; saremmo diventati "saggi", ci saremmo adattati, come molti altri, all'astuzia, alla menzogna, al sorriso ossequioso verso i vari "figli del popolo" ecc. Ma questo ci è stato impossibile. Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo sempre insoddisfatti di ciò che è e sempre aspiranti a qualcosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani sono diventati, in realtà, dei cinici. Per loro gli uomini e tutta l'umanità non sono che strumenti, dei mezzi che debbono servire ai loro scopi particolari, anche se questi scopi vengono mascherati con frasi di ordine generale; per noi gli uomini e l'umanità sono le sole vere realtà esistenti. […] Non possiamo ammettere come giusti gli atti che sentiamo e sappiamo essere ingiusti; non possiamo dire che ciò che è vero è falso e che ciò che è falso è vero, col pretesto che questo serve all'una o all'altra delle forze contrapposte». (Lettera di Pietro Tresso inviata a Gabriella Seidenfeld dalla prigione militare di Lodève, novembre 1942)
Sempre dalla stessa parte: per la rifondazione della Quarta internazionale e la costruzione del Partito rivoluzionario. Senza gruppetto. Ma per il Partito.
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Caro Lerec,
è veramente carino questo sfogo che mi hai mandato. Lo condivido nello spirito e in almeno una delle spiegazioni, e cioè (per metterla in versi), che

al centro di ogni gruppo o gruppetto
gongola il super-io di un capetto.

Ma qualcuno potrebbe provare a rivolgere contro di me la stessa critica per l'epoca in cui diedi vita alla Fmr internazionale e alla Lega comunista e poi, in tempi più recenti, a Utopia Rossa. Ma la differenza è invece totale:
1) Noi della Fmr [Frazione marxista rivoluzionaria, già Terza tendenza internazionale] fummo espulsi dalla Quarta nel 1975 e quindi dovemmo creare un'organizzazione per non scomparire in Italia e all'estero (e anche in quel caso le divergenze non erano tali da giustificare una scissione o un'espulsione). Quindi la responsabilità della nascita del nuovo gruppo ricadeva su Maitan e i briganti che lo attorniavano. Io personalmente sono fierissimo di non aver mai fatto una scissione in vita mia e di non aver mai espulso nessuno. Quindi non ho minimamente contribuito alla frammentazione. Sono invece stato espulso a mia volta - in vari modi e in ordine di qualità calante - dagli scout, dal Pci e dalla Quarta.
2) Alla prima occasione storica (cioè 5 anni dopo, nel 1980) ci autosciogliemmo senza essere costretti a farlo: fu una scelta politica molto matura per non dar vita a un nuovo raggruppamento internazionale (e nazionale), per quanto bello esso fosse e benché teoricamente più saldo del Segretariato unificato che all'epoca definivamo come «centrista sui generis».
3) Utopia Rossa (nata intorno al 2001-02) non è un gruppo o un gruppetto. Non lo è non solo formalmente (niente tessere, quote da pagare o gerarchie), ma soprattutto non lo è nella sostanza visto che «programmaticamente» rifiuta di avere il cosiddetto «programma» e rifiuta anche qualsiasi discriminazione ideologica. Si fonda invece su alcuni punti di principio (alla maniera più o meno della Prima internazionale) e tra questi predilige quello etico (in questo siamo meglio della Prima internazionale e credo veramente che solo su questa base si potrà creare la Quinta internazionale dei movimenti e non dei partiti che vado proponendo dal lontano 1983).

Domanda che mi pongo ormai da decenni: ma possibile a) che a nessuno nell'intero mondo venga la stessa idea e faccia quindi un passo analogo al nostro? b) che, in alternativa, quasi nessuno (a parte gli attuali pochissimi utopisti rossi in Italia e all'estero) senta il bisogno di darci una mano?

Da tempo ho smesso di accusare me o gli altri per questa insanabile situazione di frantumazione e vado seguendo il consiglio di Trotsky, e cioè di rivedere le basi stesse «della nostra attuale concezione e delle forze motrici della nostra epoca» [25 settembre 1939, pochi giorni dopo il patto Hitler-Stalin] (lo diceva nel caso che alla fine della Guerra gli operai russi fossero ancora sotto la cappa dello stalinismo). E immancabilmente si va a naufragare sugli scogli dell'incapacità storica della classe lavoratrice ad assumersi compiti di emancipazione dell'umanità.
I capetti proliferano perché tutta questa babele è avulsa dal controllo di una classe sociale (nella fattispecie il proletariato, settori di esso, forze sociali nuove o alternative). Attento: è avulsa non perché non voglia stare sotto la cappella della classe lavoratrice (o della sua avanguardia, a seconda dei gusti), perché a questo riguardo le litanie sovrabbondano, ma perché alla classe lavoratrice non frega niente del potere, della propria condizione sociale e del futuro dell'umanità. L'ultima volta che andò al potere in quanto classe (o meglio, in quanto avanguardia di una classe) e ci rimase un mesetto e mezzo circa, la stiamo ancora pagando.
Dire che il proletariato non è la classe rivoluzionaria perché non ha la capacità sociale oltre che politica di sostituirsi alla borghesia, non significa buttare via tutti i fondamenti del marxismo (visto che Marx agli operai ha dedicato poco più che degli slogan, mentre della borghesia ci ha fatto il ritratto vivente e futuro). Significa riaprire il cervello per immettervi nuovi dati e arrivare appena possibile ad altre conclusioni (collettivamente, perché nessun singolo intellettuale o grande capetto può oggi sognarsi di fornire da solo o in coppia un'elaborazione adeguata per l'epoca presente).
E significa ovviamente continuare a difendere i diritti elementari, democratici ed economici di tutti gli sfruttati e gli oppressi (quindi i lavoratori in genere, gli immigrati, le donne oppresse, le minoranze etniche ecc.), nonostante o forse proprio perché questi stessi sfruttati e oppressi stanno dimostrando da oltre un secolo di non essere in grado di difendersi da soli. Ma questo della difesa degli sfruttati è un compito solidaristico, etico, del tipo «elementare Watson», ma non certo un compito rivoluzionario o qualcosa che dischiuda nuovi orizzonti (anzi, a volte si verifica addirittura l'opposto).
Alle facili risposte che avevamo quando pensavamo che la classe operaia avrebbe aperto la strada all'emancipazione dell'umanità dobbiamo sostituire complicatissime domande e dubbi sul modo in cui sostituire alla borghesia internazionale «qualcosa» che abolisca il capitalismo, che consenta una programmazione internazionale e che cerchi di salvare il pianeta Terra dal degrado e la specie umana dai rischi di estinzione.
Un compitino da niente… Eppure mi sembra già tanto averlo cominciato e di farlo collettivamente (e non da soli come gli aspiranti «capetti in pectore»).
Ciao,
Roberto [Massari]

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)