L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

lunedì 24 febbraio 2014

OMBRE YUGOSLAVE E ODORE DI GAS: LA CRISI UCRAINA, di Pier Francesco Zarcone

Il ripetersi di un vecchio copione
Con la caduta di Janukovich in uno scenario da colpo di stato per la crisi ucraina si concludono solo le premesse, e tutto può precipitare con una completa destabilizzazione dell’area, ancora una volta per gli interessi economici e politici dell’Occidente in un paese europeo rilevante per la sua posizione strategica. Per dirla in breve, dopo la Yugoslavia tocca all’Ucraina, oggi campo di battaglia di due guerre, delle quali la guerra interna per il potere è strumentale a quella di soggetti esterni per una posta politico-economica si chiama approvvigionamenti energetici e loro distribuzione. Si sta realizzando un copione già sperimentato con successo nei Balcani, in Siria e in Libia, quindi perché cambiarlo?
Le sue linee di svolgimento sono facilmente individuabili: in un paese storicamente privo di interna omogeneità - vuoi etnica, vuoi religioso-culturale – si inducono torbidi e dissidenze violente, inizia una certa e ovvia repressione, il repressore (la legalità formale del suo potere non interessa) diventa l’incarnazione del male per media e organismi di propaganda vari, le violenze si intensificano fino a far collassare il paese, si comincia a sparare, la grande informazione svolge il suo ruolo non facendo capire assolutamente nulla di quel che c’è sotto, scattano le sanzioni internazionali dell’Occidente, e poi …. E poi stavolta non si può ancora dire, perché alla frontiera orientale dell’Ucraina c’è la Russia che – oltre a condurre propri giochi per propri interessi – si trova il pasticcio ucraino realmente “alle porte di casa”, una volta saltata tutta la protezione di “cuscinetti” diretti e mediati realizzata dall’Urss dopo la II Guerra mondiale.

venerdì 14 febbraio 2014

PANTANI MARCO, POETA DELLA PEDALATA, di Antonio Marchi

Preambolo

“Tra dieci anni ti chiederanno cosa facevi il 14 febbraio 2004…” Ebbene quel giorno tragico che Marco Pantani moriva, io, tagliavo il traguardo della gran fondo di sci della Val Casies, dopo 42 km di dura fatica. Alla notizia mi prese un'irrefrenabile sconforto. Mi nascosi sotto la doccia e piansi.

“NON SO SE CI SARA' UN'ALTRO GIORNO”, disse sconsolato Marco all'amico che lo rincuorava. Ora, a distanza di 10 anni, molte cose si sono dette e scritte (tante e diverse tra loro), ma quel 14 febbraio è ancora avvolto da dubbi, perplessità, piccole schegge di verità, nessuna bastante a spiegare il peso della croce che Marco Pantani si è portato appresso e placare l'ansia di chi “porta la sua lanterna nel buio della vita”.
L'ultima fuga della carriera, della vita. Un scatto irresistibile, come ai bei tempi, da lasciare tutti indietro, lontani. Marco Pantani è morto in una solitudine disumana. Non faceva niente, non incontrava nessuno, non gli interessava vivere perchè Lui era già morto nel giugno del 99, a Madonna di Campiglio, quando la sua corsa infinita si è fermata tra due carabinieri.
«Nella galleria delle morti scandalose, l'idroscalo di Ostia e il residence «Le Rose», stanno sullo stesso piano: la solitudine e l'odio uccidono i geni, gli eroi, che stanno, nella storia larga della poesia, anche fuori della disciplina stretta (come ci ha insegnato, più di tutti, il poeta Roberto Roversi, col suo Nuvolari). Gridi-nomi della poesia e del ciclismo o automobilismo, del tempo moderno e di ogni tempo, che senza di loro non avrebbe nulla di veramente autentico da mostrare al proprio attivo, ma, allo stesso tempo, figure di un nero particolarmente scandaloso, costernante, sinistro, lugubre, e subito rimosso, in forma di accusa di droga o di sesso. E come l'assassinio sembra un suicidio, per Pasolini, così il suicidio pare un omicidio, per Pantani.» Così scriveva il poeta Gianni D'Elia su L'Unità il 31 marzo 2004.
Siamo riusciti, “noi”, in poco tempo, a trasformare chi in vita ci ha fatto ricchi di sport (fino ad esaltarne le gesta), in un poveretto, un drogato, un semplice ricordo, morto.
Chi ci ha fatto volare, gioire, piangere, ridere... non lo ha fatto solo per sé ma anche per noi, perchè noi volevamo essere lui. Così disinteressatamente che nessuno sa che rischia di essere “l'altro” delle migliaia di morti lungo le strade di un'agonizzante traffico automobilistico (altrimenti eviterebbe di prendere l'auto). Ci siamo disfatti dell'atleta prima, dell'uomo poi, e del cadavere - un'imbarazzante ingombro - seppellendolo con la nostra sporca coscienza. In quella bara non c'era solo Pantani ma tutto il ciclismo, noi stessi che lo abbiamo coccolato. Per questo doveva essere normale chiudere un giro, un tour, non un minuto ma un anno, per pensare a chi siamo diventati, a cosa è diventato il ciclismo! Chi ha fatto spettacolo di sé per un tozzo di pane e non ha chiesto altro, chi è rimasto se stesso sconosciuto, ma chi invece, per tanta gloria e soldi, è diventato “prodotto di consumo”, non lo ha fatto senza di noi, ma con noi e per noi.
E' la macchina del profitto, inesorabilmente, a travolgere le passioni, ridurle a pura superficialità e cinismo. Quando qualcosa si inceppa, a fornire alibi che guariscono l'ambiente dai virus del doping e del sospetto si trovano “capri espiatori”, vittime occasionali a suffragio... Saranno “loro” non “altri” a pagare. “Loro”, che non potranno far altro che subire e abbandonare perchè non c'è lotta che vinca e guarisca il male del sospetto. Quando “l'aurea” viene tolta (e non interessa come te la sei guadagnata), viene tolta la fiducia riposta e con essa la carica vitale per continuare..., della riscossa e della vita, dei consiglieri e degli amici, te ne cominci a fregare.
E non c'è spiegazione più penosa, vergognosa, umiliante di tutte le spiegazioni scientifico-specialistico-sportive che scaricano sulla debolezza-fragilità del “vivente” la responsabilità della sua caduta. Come se la colpa fosse là, nella struttura di un uomo, di un campione sputtanato, umiliato, reso zimbello e non nelle “faide” dell'ambiente ciclistico fatto di interessi, di omertà, di discriminazioni, di personaggi prezzolati. Tanta irresponsabilità mista a cinismo e falsità e una sottile falsa retorica che si nasconde dietro chi non vuol vedere questa morte come una sconfitta per lo sport. La struttura di Marco Pantani era forgiata di fatica e sudore da sostenerlo dovunque giravano le ruote della bicicletta, ma niente poteva contro un ambiente ipocrita che ormai lo respingeva. Non lo hanno ammazzato gli incidenti, la sfortuna, le intemperie o le discese ardite, ma la gloria, la noia o le leggi dello Stato che fondano il “diritto di esserci” nella perseveranza della loro interpretazione, presa a giustizia, che il più delle volte è l'esercizio del rendere visibile il “mestiere” non la giustizia. Perchè è (poco) probabile che ci sia stato un ieri “pulito” nello sport, ma è (quasi) sicuro che oggi nessuno (e a tutti i livelli del professionismo) pratica lo sport senza l'aiuto della farmacologia più o meno doppata.
Probabilmente anche Pantani, mentre veniva suicidato, sentiva su di sé l'angoscia di questo mondo sconvolto; non solo da guerre, fame, miseria, ingiustizie ma anche dall'impossibilità di risanarlo, da riempirlo di sdegno e indifferenza e sentirsi così impotente e solo, pur nella grandezza di cosa era stato, da desiderare il silenzio totale, il buio e chiudersi dentro per ritrovarsi in un'altro mondo e ricominciare da capo.

Con grande nostalgia “pirata”
antonio marchi 

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 7 febbraio 2014

CINEMA, RETE E NUOVE FORME DI LOTTE SOCIALI, di Pino Bertelli

“È deplorevole per l’educazione della gioventù che i ricordi sulla guerra
siano sempre scritti da gente che la guerra non ha ammazzato”.
Lousi Scutenaire

Ouverture. Nell’epoca della Rete (il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia mai conosciuto) non è più possibile sostenere la menzogna né impedire la libera circolazione delle idee e il disvelamento dei soprusi. L’agorà virtuale induce a un’espansione dei diritti alla sfera pubblica e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione affidano il compito di costruire dal basso nuove forme di democrazia partecipata. Le rivolte popolari, in ogni parte del mondo, annunciano la caduta di regimi secolari e richiedono il diritto di far circolare — liberamente — attraverso la Rete pensieri, scritti, immagini... creare occasioni di redistribuzione dei saperi per non cedere alla passività e alla sottomissione. “La rivoluzione dell’eguaglianza, mai davvero compiuta, l’eredità difficile, la promessa inadempiuta del secolo breve, è oggi accompagnata dalla rivoluzione della dignità. Insieme hanno dato vita a una nuova antropologia, che mette al centro l’autodeterminazione delle persone, la costruzione delle identità individuali e collettive, i nuovi modi d’intendere i legami sociali e le responsabilità pubbliche” (Stefano Rodotà)[1]. Tutto vero. La fame di democrazia ha spinto persone di ogni estrazione sociale a protestare per il rispetto dei diritti più elementari dell’uomo e cambiato la consapevolezza di molti con la compassione, il sacrificio, il coraggio e la gentilezza, anche... gettato le basi per la rivoluzione dei beni comuni.

giovedì 6 febbraio 2014

¿ELOGIO DE LA MARIHUANA?, por Marcelo Colussi

¿Por qué en algunos pocos países ya ha pasado a ser legar fumarse un cigarro de marihuana mientras que en otros, la gran mayoría, eso es delito? Del mismo modo podríamos preguntar: ¿por qué, salvo en algunos países musulmanes (Arabia Saudita, Afganistán, Irán, Sudán, Bangladesh, Yemen) beber bebidas alcohólicas no es delito sino que, por el contrario, se promueve insistentemente? Se trata de complejos asuntos político-sociales y culturales donde están en juego infinidad de variables que tienen que ver con el proyecto humano subyacente, y con enmarañados procesos en torno a relaciones de poder.
Parto por hacer una primera aclaración, innecesaria quizá para los fines teóricos del presente texto, pero éticamente importante: no soy consumidor de marihuana (sólo una vez en mi vida la probé), pero la convivencia diaria con muchos jóvenes –de distinta extracción social– por motivos de trabajo, y el tener hijos adolescentes, me permite ver que hoy el uso de esta sustancia pasó a ser una “necesidad” casi obligada en muy buena parte de las poblaciones juveniles.
Una segunda aclaración –esta sí importante a los fines conceptuales de lo que se intenta transmitir– es que de ningún modo se pretende hacer una apología de la sustancia psicoactiva “cannabis sativa”, comúnmente conocida como marihuana, la droga ilegal más consumida en el mundo en la actualidad (según datos de la Oficina de Naciones Unidas contra la Droga y el Delito -UNOCD-). El hecho de titular el presente texto como “elogio” no es sino una provocación: en realidad, no se está haciendo una defensa cerrada de su uso como panacea (de hecho, como droga utilizada con fines recreativos, puede llegar a tener peligrosos efectos dadas ciertas circunstancias, y no deja de ser una puerta de entrada para sustancias adictivas mucho más dañinas) sino que se busca abrir una problematización a ese complejo campo de lo legal y lo prohibido, del ejercicio de los poderes y del mantenimiento de una sociedad basada en el lucro de unos sobre la explotación de las mayorías y la injusticia humana que eso conlleva.

mercoledì 5 febbraio 2014

CONTRO IL PRODUTTIVISMO E L’AUTORITARISMO SCOLASTICO: UN PAMPHLET DA FRANCISCO FERRER GUARDIA AI NOSTRI GIORNI, por Antonio Saccoccio


«Me sentía bajo el peso de una responsabilidad libremente aceptada y quise cumplirla a satisfacción de mi conciencia. Enemigo de la desigualdad social, no me limité a lamentarla en sus efectos, sino que quise combatirla en sus causas, seguro de que de ese modo se ha de llegar positivamente a la justicia, es decir, a aquella ansiada igualdad que inspira todo afán revolucionario»
Francisco Ferrer Guardia


Si presenta come un agile pamphlet il volume dedicato a Francisco Ferrer Guardia e intitolato “La scuola moderna. Verso un’educazionesenza voti né esami”, uscito a fine gennaio per Avanguardia 21 Edizioni (a cura di A. Saccoccio, Roma 2014, 100 pagine, € 9.09). Un atto d’accusa nei confronti della scuola contemporanea, con l’obiettivo di arginare la sconsiderata corsa all’efficientismo, al produttivismo e alla tanto celebrata meritocrazia.
«Educare equivale attualmente a domare, addestrare, addomesticare», denunciava, più di un secolo fa, Francisco Ferrer Guardia, proponendo di abolire voti ed esami scolastici, perché, lungi dall’essere validi strumenti educativi, sono tecniche di controllo impiegate per normalizzare e inquadrare sin dall’infanzia i futuri cittadini in un rigido sistema gerarchico. Sviluppare queste intuizioni (successivamente confermate da Freinet, Illich, Bernardi, Freire, Foucault, Chomsky e altri) è oggi quanto mai indispensabile per contrastare, nelle scuole, la sovrabbondanza di verifiche, registri, questionari, griglie di valutazione, esami di recupero. La salvezza della scuola non sta nel recuperare, come molti ancora credono, il rigore e la severità dei bei tempi andati, ma nell’eliminare, come voleva Ferrer, la coazione dai processi educativi.

sabato 1 febbraio 2014

ARABIA SAUDITA: AMBIZIONI E DIFFICOLTÀ, di Pier Francesco Zarcone

Le ambizioni saudite
In Iraq si combatte a Ramadi e Falluja contro i jihadisti (di al-Qaida?) che se ne sono impadroniti all’improvviso e inaspettatamente; e altrettanto inaspettato potrebbe essere definito il diniego statunitense a un’azione diretta in appoggio all’esercito iraqeno. Questi due eventi portano ad affrontare anche il ruolo dell’Arabia Saudita, oltre che degli Stati Uniti, nell’attuale caos del Vicino e Medio Oriente. Circa la particolare spregiudicata e pericolosa utilizzazione del radicalismo islamico per i fini geostrategici di Washington si è già detto nel precedente articolo, ma qui sarà opportuno estendere un po’ il discorso.
Preliminarmente va sottolineato come l’occupazione jihadista di Ramadi e Falluja sia avvenuta all’insegna della creazione – a cavallo di Iraq e Siria – di una nuova entità “statuale” islamica: la “Dawlah (paese, o Stato) islamica di Levante e Sham” (vale a dire “Grande Siria”, nome che dall’epoca del califfato Umayyade di Damasco designava l’area oggi divisa fra Siria, Libano, Palestina e Giordania). Questa iniziativa militare, quindi, non solo si proietta sulla guerra civile siriana e sulle turbolenze libanesi ma altresì vorrebbe essere la prima pietra per la ricostituzione del califfato sunnita, estinto forzatamente da Atatürk negli anni ’20 del secolo scorso. Poiché l’Arabia Saudita sta attivamente dietro all’azione della galassia radicale islamica (dal Marocco al Caucaso e alla Cina), è ragionevole pensare che tale obiettivo non appartenga anche alla dirigenza saudita? Già in relazione a essa si parla con maggiore frequenza del processo avviato in Arabia per la creazione di un’unione politica e monetaria e di una forza militare unica nella penisola. Iniziative che vorrebbero portare  a un’entità istituzionale abbastanza unitaria e altresì tanto ricca da poter fungere da punto di agglutinazione per la ricomposizione - in termini strettamente islamisti - dei risultati dell’azione disgregativa che i jihadisti vanno realizzando (o si sforzano di realizzare) nei paesi dell’Africa settentrionale e sub sahariana, del Vicino e Medio Oriente e del Caucaso.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)