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venerdì 27 dicembre 2013

CORRUZIONE E CRISI POLITICA IN TURCHIA, di Pier Francesco Zarcone

Fethullah Gülen
Mazzette, manette e guai per il governo di Erdoğan
Con una maxioperazione nella seconda metà di dicembre, la polizia turca ha arrestato - non a caso senza previo avviso al ministro degli Interni - ben 80 persone accusate di  corruzione e turbativa d’asta. Si tratta di “nomi eccellenti”, tra cui Suleyman Aslan, al vertice della statale Halk Bank, i figli di tre ministri di Erdoğan, il magnate dell’edilizia Ali Agaoğlu, il presidente del municipio di Fatih (nel centro di Istanbul) Mustafa Demir, e vari alti funzionari dei ministeri dell'Ambiente e dell'Economia.
A pochi mesi da un’importante tornata elettorale (le amministrative del 30 marzo prossimo) il governo Erdoğan è per la prima volta nell’occhio di un vero e proprio ciclone suscettibile di travolgerlo. Criticità e serietà del momento sono dimostrati dal crollo della lira turca, che ha costretto la Banca centrale a un consistente intervento di sostegno con la vendita di 400 milioni di dollari. Questo dopo che lo scorso 10 giugno aveva già venduto 650 milioni di dollari per fare fronte al calo della moneta turca causato dai fatti di Gezi Park e dovendo fare i conti anche con la decisione della statunitense Federal Reserve di attenuare la politica monetaria espansiva riducendo di 10 miliardi di dollari gli acquisti di bond: infatti, la Turchia ha bisogno dei flussi di valuta straniera per finanziare il deficit delle partite correnti, oggi pari al 7,5% del Pil. E finora il paese aveva ampiamente beneficiato dei programmi di stimolo degli Usa.

lunedì 23 dicembre 2013

AUGURI AI LETTORI E AGLI OPERATORI DI UTOPIA ROSSA, di don Ferdinando Sudati

Presepe di Villa di Chiavenna
Con la citazione qui riportata - sincera testimonianza di John Shelby Spong, ex vescovo episcopaliano negli Usa - che forse è poco natalizia in apparenza, sebbene lo sia molto nella sostanza, vorrei accompagnare il mio augurio per tutti gli operatori, gli scrittori e i lettori del blog di Utopia Rossa, nel ricordo del giorno natale di Gesù di Nazareth.
Possiate iniziare e proseguire serenamente anche il nuovo Anno, nonostante le calamità e nefandezze presenti sulla faccia della Terra, alle quali possiamo almeno in parte far fronte adottando qualcuno degli insegnamenti «sociali» del Rabbi di Nazareth:
«[…] “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”» (Lc 10,36-37).
E magari facendo nostro il sano «ateismo» del rabbi chassidico Moshe Lev di Sosov, che diceva: «Se un uomo viene a chiederti aiuto e assistenza, non dirgli: “Abbi fede in Dio”. Fa’ come se Dio non esistesse e come se, sulla terra, ci fossi soltanto tu a poterlo aiutare».
Cari auguri,
don Ferdinando Sudati

«Mi sono confrontato con la fede cristiana per 82 anni, e mi trovo in questo momento - con grande sorpresa dei miei critici tradizionalisti, ne sono sicuro - più che mai profondamente dedito al mio Cristo e alla mia fede. Il mio impegno è comunque verso una nuova comprensione sia del Cristo sia del cristianesimo. Sono sempre più attratto da un cristianesimo che non abbia barriere divisorie e che non mi vincoli alle credenze dell’antichità. Un cristianesimo che non possa essere confinato da, o espresso tramite forme liturgiche tradizionali. Non ho alcun desiderio di trovare certezze o di adagiarmi nella sicurezza di una religione. Ho scelto invece di vivere nella gioia sconfinata dell’insicurezza radicale propria della natura della vita umana e, così facendo, di scoprire che sto seguendo il percorso di Cristo. Non ho neppure alcun desiderio di seguire un altro percorso di fede. Ho tuttavia scoperto che se percorro il sentiero di Cristo con sufficiente profondità e perseveranza, mi porterà al di là di tutto ciò che ora conosco del cristianesimo. Non vedo questo in termini negativi, al contrario. Gesù ha camminato oltre i confini della sua religione verso una nuova visione di Dio. Credo che questo sia ciò che ho fatto anch’io, e questo è ciò che voglio celebrare. Dio è la realtà ultima, non il cristianesimo. Tuttavia, l’unico modo che conosco per camminare verso la realtà ultima di Dio è attraverso il cristianesimo. Non sostengo che il cammino cristiano sia l’unico possibile, ma è l’unico che io conosco e quindi l’unico che possa percorrere. Mi proclamo senza equivoci “cristiano”. Definisco la vita umana attraverso la lente dell’esperienza di Cristo, e questo mi soddisfa. Posso onestamente sostenere con profonda convinzione che io sono quel che sono grazie al mio rapporto con qualcuno chiamato Gesù di Nazareth e che è attraverso di lui che ho compreso il significato di ciò che chiamo Dio». (da J.S. Spong, Il quarto Vangelo. Racconti di un mistico ebreo, 2013)

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sabato 21 dicembre 2013

L'ECOMUSEO DELL'AGRO PONTINO, di Antonio Saccoccio

Una rivoluzione culturale attraverso lo sviluppo delle comunità locali

La rivoluzione culturale respingerà i concetti di 
cultura dominante e cultura universale 
Hugues de Varine

Si è concluso da pochi giorni il workshop nazionale organizzato dall’Ecomuseo dell’Agro Pontino in cui si è discusso dei nuovi modelli di sviluppo comunitario emergenti nelle pratiche ecomuseali. È stato il comune di Norma (LT)  a ospitare dal 13 al 15 dicembre le giornate di studi e dibattiti. Difficilmente poteva essere scelto un luogo migliore per rilanciare la sfida ecomuseale nel nostro Paese. “Il balcone dei Lepini” – così è chiamata Norma per la sua invidiabile posizione da cui domina l’intero Agro Pontino – costituisce un valido esempio di resistenza al modello economico, sociale e culturale dominante. Sono appena quattromila gli abitanti, ma l’associazionismo è vivissimo, uomini e donne mantengono ancora vitale il senso della comunità, i saperi e i mestieri non sono ancora scomparsi sotto la falce del turbocapitalismo. E l’amministrazione comunale collabora attivamente con l’Ecomuseo dell’Agro Pontino per la valorizzazione del patrimonio locale, materiale e immateriale. Com’è accaduto per l’organizzazione del workshop appena concluso.

giovedì 19 dicembre 2013

CONSIDERAZIONI CRITICHE SUL DOCUMENTO DI MINORANZA AL XVII CONGRESSO DELLA CGIL, di Andrea Furlan

Il documento della minoranza congressuale, denominato "La CGIL è un'altra cosa" e firmato da cinque componenti del direttivo nazionale della CGIL, merita di essere analizzato attentamente visto che, rispetto ai documenti passati elaborati dalle minoranze congressuali nei precedenti congressi della CGIL, si caratterizza in modo più coerente con un’impostazione politica di classe.
La mia adesione a detto documento, tuttavia, è un’adesione critica poiché, a mio personale avviso, malgrado il documento sia migliore dei precedenti, continua ad avere fondamentali limiti sul piano dell'analisi politica e della proposta conseguente.
In primis considero errate le analisi politiche nei confronti dell'Europa di Maastricht e del rapporto che, secondo gli estensori del documento, esisterebbe tra la borghesia italiana e le altre borghesie nazionali.
Non mi convincono neanche i compiti che il movimento operaio dovrebbe assolvere rispetto alle conseguenze sociali della crisi capitalistica e quanto addotto sul tema del debito pubblico.
Dopo il preambolo iniziale, il documento comincia ad entrare nel merito delle questioni politiche sopramenzionate e, per quanto concerne la questione dell'Europa monetaria, il tema viene sviscerato nel capitolo intitolato "Contro l'Europa dell'austerità e del Fiscal Compact".
Il capitolo inizia nel modo seguente: "Per difendere il proprio potere e i propri guadagni, le caste politiche e manageriali e i grandi poteri economici hanno scelto di sottomettere la politica economica e sociale italiana agli ordini della troika, cioè di quel comando privo di qualsiasi legittimazione democratica formato da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale.
Quindi, da quanto sopra riportato, si evince che, le politiche di austerity, non sono il frutto di scelte politiche autonome della classe politica italiana, che opera in rappresentanza degli interessi di classe della propria borghesia; al contrario, le politiche di distruzione dello stato sociale, della precarizzazione del mondo del lavoro, dell'abbattimento dei salari, secondo gli estensori del documento sono state invece imposte dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Europea e dalla Commissione europea.

mercoledì 18 dicembre 2013

"TEMPI NUOVI" e oltre..., di Miguel Martinez

La lettera e l'articolo di Miguel mi hanno dato una sensazione complessa: c'è, soprattutto nell'articolo, tutta la tragicità del presente espressa con un'angolazione molto particolare, direi umanista. Sembrerebbe talmente tragico e ineludibile questo presente da rendere impensabile un qualsiasi futuro appena vivibile per i non-Privanti, cioè per tutti noi "comuni mortali". Pure, soprattutto nella lettera, aleggia una sorta di curiosa speranza, che non so se possa essere seriamente riconducibile al ricominciare dalle Comunità, come dice Miguel. Forse c'è, sospesa sul nuovo nulla che si presenta, la speranza che davvero l'utopia positiva dell'amore - inteso come leva potenziale a positivo dei cambiamenti interiori ed esteriori che soli potrebbero far risalire la china - possa essere il tramite verso un futuro ancora vivibile, soprattutto per la parte sempre più sofferente della nostra umanità, individuale e collettiva. In conclusione, una lettura che può suscitare molte riflessioni, su piani diversi. 
Antonella Marazzi


Caro Roberto, 
se ha senso quello che ti scrivo adesso, pubblica pure...
Sei tra le molte persone verso cui mi sento in colpa in questo periodo.  Intanto, provo verso di te una colpa di assenza, di silenzio, di mancate risposte, pur nella profonda affinità delle diverse vie che abbiamo percorso nella vita.
E' facile parlare a nome di Dio, della Classe Operaia o della Nazione, ma alla fine, possiamo parlare, ciascuno di noi, solo a nome nostro... e quindi qui vedrai tante volte il pronome, "io", che spero sia più un io di modestia che un io di vanto.

sabato 14 dicembre 2013

FÚTBOL PROFESIONAL: UNA CRÍTICA NECESARIA, por Marcelo Colussi

Se viene el Mundial de Brasil

¡Fútbol, pasión de multitudes! De eso no caben dudas. El fútbol es, hoy por hoy, el deporte más difundido a nivel mundial. Que sea o no el más bonito de todos, no es el propósito de estas breves líneas discutirlo. Para sus fanáticos, obviamente lo será. Sin dudas tiene algo de atractivo, porque sus seguidores se cuentan por millones, y van en aumento. Años atrás era cosa sólo "de hombres"; hoy son innumerables las mujeres que también lo siguen con pasión, o incluso lo practican. Lo importante a rescatar ahora es que -y en esto podemos estar totalmente de acuerdo- resulta por lejos el más popular. 
Para jugarlo no se necesitan aparatos especiales, costosos o sofisticados. Cualquiera, hasta con un símil de pelota, (una pelota de papel, de trapo, una piedrita, una lata vacía) lo puede practicar. Cualquier espacio se presta para hacer las veces de campo de juego: el patio de la escuela, un terreno desmalezado en el medio de la selva, el lobby de un hotel, etc. Dado que es tan versátil y ofrece tantas posibilidades, todos -y todas- desde niñitos hasta viejos, gorditos, fumadores y espantos (incluidos los que pateamos con las dos piernas... al mismo tiempo) podemos jugarlo. 

giovedì 12 dicembre 2013

IL «CAOS CREATIVO» DEGLI USA NEL MONDO ARABO: LA SCHIZOFRENIA È SOLO APPARENTE, di Pier Francesco Zarcone

L’arte della menzogna
All’inizio del suo pregevole libro Divide et impera, Paolo Sensini ha posto una frase che riportiamo in quanto utile chiave di apertura del presente articolo:
«Viviamo in un tempo in cui gli eventi che accadono intorno a noi si fanno di giorno in giorno più labili, oscuri e circonfusi da un alone di incomprensibilità. Un tempo in cui, se muniti degli opportuni “mezzi di comunicazione di massa”, si può sostenere ciò che si vuole. Anche le cose apparentemente più inverosimili. Basta solo disporre di un adeguato “volume di fuoco” mediatico e tutto, o quasi, può essere rappresentato nella maniera che più si desidera. (…) Oggi, nello spiegare un evento passato o presente, le argomentazioni generalmente addotte dai media non seguono un filo logico o una ricostruzione fedele di quanto accaduto, ma preferiscono fornire versioni che fanno sempre più leva sull’emotività degli “spettatori”»[1].
Chi non ricorda le “commoventi” notizie sulla ferocia repressiva di Gheddafi e sull’eroismo dei ribelli di Misurata, con il conseguente plauso al salvifico intervento occidentale (che qui su Utopia Rossa abbiamo qualificato subito come aggressione) proprio mentre i ribelli erano alle corde? E come dimenticare i reportages sulla Siria incentrati sul numero dei civili morti (in particolare i bambini), tutti imputati all’esercito regolare? Ora gli stessi media scoprono che in realtà i ribelli di Misurata erano bande scatenate di radicali islamici, e si comincia a dire (ma ancora un po’ in sordina) che erano organizzati, armati e finanziati dalla solita triade imperialista occidentale: Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. In Siria, soprattutto dopo il primo attacco di al-Nusra al paese cristiano ortodosso di Maalula (questione su cui il Vaticano non poteva non intervenire, a prescindere dalla diversità di confessione delle vittime), non è stato possibile passare sotto silenzio i crimini commessi dai ribelli locali, e adesso iniziano a circolare (ma sempre con cautela) notizie sulle inenarrabili atrocità da loro commesse a carico di uomini, donne e bambini, degne di un romanzo dell’orrore e nel “perfetto” atroce stile collaudato in Algeria.

venerdì 6 dicembre 2013

OMAGGIO A GIUSEPPE FERRARA

in collaborazione con


Presenta
 OMAGGIO A GIUSEPPE FERRARA

 Domenica 8 dicembre dalle ore 18:00
 Sala Piccolo Apollo – Centro aggregativo Apollo 11
Entrata di via Bixio 80b, angolo Via Conte Verde (Piazza Vittorio)

Intervengono tra gli altri: 

Mauro Berardi, Giuliana De Sio, Anna Galiena, Elvira Giannini, Ugo Gregoretti, Cecilia Mangini, Adalberto Maria Merli, Marco Leto, Maria Rosaria Omaggio, Michele Placido, Sergio Rubini, Ettore Scola. Coordina Franco Montini

Domenica 8 dicembre l’associazione Apollo Undici, in collaborazione con l’ANAC, rende omaggio al regista Giuseppe Ferrara con la proiezioni due suoi film e la partecipazione di tante personalità dello spettacolo, amici e collaboratori, le cui adesioni continuano ad aumentare
L’iniziativa vuole sensibilizzare l’opinione pubblica e il Governo Italiano affinché a Ferrara vengano concessi i benefici della legge Bacchelli, e il Comune di Roma affinché mantenga la promessa di concedergli un alloggio di quelli confiscati alla mafia, gesto oltre modo significativo nei confronti di un regista che ha dedicato una parte importante del suo cinema contro la mafia stessa.

WORLD POETRY MOVEMENT - Sabato 7 dicembre a Orvieto



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giovedì 5 dicembre 2013

SULLA PROPOSTA DI FRANCA PERONI E MAURIZIO SCARPA*, di Andrea Furlan

Cari Maurizio e Franca,
sento di poter utilizzare con voi un tono confidenziale nel rispondere al vostro elaborato critico perché, soprattutto con Maurizio, ci conosciamo ormai da diversi anni, nel corso dei quali abbiamo spesso polemizzato confrontandoci politicamente.
Attraverso questo mio contributo vorrei scambiare con voi alcune considerazioni in merito a quanto da voi sostenuto nella vostra lettera pubblica e sull'analisi politica e la relativa proposta che lanciate alla vigilia del XVII congresso nazionale della Cgil ormai alle porte.
La vostra lettera ha sicuramente il pregio di voler innescare all'interno e all'esterno della Cgil una riflessione ad ampio raggio sullo stato dell'arte della nostra organizzazione, denunciando il processo involutivo determinatosi all'interno della Cgil negli ultimi anni. 
Il pensiero centrale del vostro ragionamento, è tutto centrato nel mettere a fuoco gli ultimi anni dell'agire politico della Cgil.
Avete giustamente sottolineato gli arretramenti importanti subiti dell'organizzazione sul piano della democrazia interna e la mancanza di autonomia della Cgil nei confronti del quadro politico di centrosinistra.
Su questi due assi del vostro ragionamento, non ho particolari difficoltà nel sostenere le vostre ragioni che sono anche le mie.

giovedì 21 novembre 2013

WORLD POETRY MOVEMENT - Due giornate internazionali di letture poetiche



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mercoledì 20 novembre 2013

VENEZUELA: LA NECESIDAD DE UNA REVOLUCIÓN EN LA REVOLUCIÓN, por Marcelo Colussi

Cuando uno quiere hacer un cambio social tiene que tener claro qué modelo va a utilizar; porque sólo seguir administrando, aunque sea con espíritu patriótico y con honestidad, el modelo capitalista, eso es imposible. El modelo capitalista te termina tragando. Eso es como el diablo. No se puede ir a dar una misa en las cavernas del diablo, porque te traga.
Nicolás Maduro, 2005

Según las Cuentas Nacionales, explicitadas por el Banco Central de Venezuela (BCV), el PIB privado (el porcentaje de la actividad económica del país en manos directas del empresariado) corresponde al 71% del total (año 2010). En el año de 1999 el PIB privado era de 68%. Es decir que, a pesar de las nacionalizaciones, el PIB sigue siendo mayoritariamente privado, y comparado con países que nada tienen que ver con el comunismo –como Suecia, Francia e Italia, donde el PIB es mayoritariamente público (estatal)–, el estado venezolano no tiene en sus manos (salvo el petróleo) ningún resorte económico importante de la economía. 
Manuel Sutherland, 2013.

Yo no soy un libertador. Los libertadores no existen. Son los pueblos quienes se liberan a sí mismos. 
Ernesto Che Guevara

Unos años atrás, en el medio de la marea neoliberal que se expandía triunfal por todo el mundo festejando la extinción del campo socialista europeo, apareció la figura de Hugo Chávez. Con todas las limitaciones del caso y los reparos que se le puedan haber abierto desde la izquierda, lo suyo significó una enorme cuota de esperanza. Luego de la larga noche que habían representado las sangrientas dictaduras que enlutaron toda Latinoamérica y los planes de capitalismo salvaje que le siguieron, la aparición de este militar nacionalista, confusamente antiimperialista con un discurso anticorrupción y con el ofrecimiento de un nuevo socialismo renovado, prometía mucho.

venerdì 8 novembre 2013

RELACIÓN PARA UTOPÍA ROJA SOBRE LA QUINTA INTERNACIONAL (Roma, 31 enero 2010), di Roberto Massari

1. LA IDEA DE LA INTERNACIONAL - 2. PRECEDENTES HISTÓRICOS: Asociación internacional de los trabajadores e Internacional antiautoritaria de Saint-Imier - Segunda internacional - Tercera - Cuarta – OSPAAL y OLAS - 3. NACIONALISMO VS INTERNACIONALISMO: Cuba y el nacionalismo antimperialista - Las “grupetísticas” nacionales tras el ‘68 - La cultura del Holocausto, pero no del Gulag - 4. LA PROPUESTA DE CHÁVEZ: ¿Por qué ahora? La referencia a Trotsky - ...y la amenaza militar de USA – Peligros y límites de la iniciativa - 5. MÉRITOS Y VENTAJAS QUE PODRÁ TENER LA QUINTA - 6. CÓMO CONTRIBUIR EN TANTO UTOPÍA ROJA - 7. LA CUESTIÓN DEL «PROGRAMA»: El mito del «Programa» - Dos, tres, muchas «Quintas internacionales» - El método de «La lista de las compras» - 8. LA MÁS AMPLIA UNIDAD SOBRE LA BASE DE PRINCIPIOS - 9. HACIA LA QUINTA INTERNACIONAL (MOCIÓN CONCLUSIVA)

Gracias a la iniciativa lanzada el pasado noviembre por el presidente Hugo Chávez, la temática de la internacional vuelve a ser actual, por lo menos en el plano de la discusión y el análisis teóricos. En el plano práctico está todo por verse. Si bien la necesidad objetiva de la internacional es tan antigua como el movimiento obrero o, por lo menos, como la Primera Internacional, hay que reconocer que esta es la primera vez en la historia de los últimos 30-40 años que se vuelve a dar la posibilidad subjetiva de una unificación internacional de los movimientos y organismos que luchan por la revolución a escala mundial. En este sentido podemos considerar “histórico” el llamado de Caracas e “histórica” también nuestra reunión de hoy.
En mi relación de marzo de 1983 que recientemente he hecho circular –dedicada a la URSS de Andropov, a la finalidad programática de la Cuarta Internacional de Trotsky y a la necesidad de trabajar por una Quinta Internacional- se proporcionaban los principales reclamos teóricos y las necesarias consideraciones políticas acerca del itinerario histórico del movimiento por la Cuarta y la necesidad de llegar a fundar la Quinta para superar el vacío de iniciativa política internacional que constriñe al movimiento obrero desde hace casi un siglo. Y, por lo tanto, al referir a aquel material como introducción propedéutica a la discusión de hoy, no puedo menos que recordar que las conclusiones de ese texto demuestran como ya, desde hace casi treinta años, la problemática de la Quinta Internacional tiene actualidad y como es parte de nuestra tradición teórica, como elaboración y patrimonio de la corriente hoy encarnada por la Asociación política Utopía roja.
No se trata de poner la banderilla para declarar con orgullo haber estado entre los primeros en expresar la exigencia de la Quinta Internacional desde 1983, sino más bien de asumir la conciencia (esta también histórica) de que nuestras bases teóricas, nuestro modo de razonar, nuestras expectativas revolucionarias y el método mismo con el cual hacemos política con absolutamente compatibles con la idea actual de la Quinta Internacional, son parte plena e integrante. Es más, habiendo precedido al actual llamado a la Quinta, con amplio margen temporal –y ya entonces con plena justificación histórica (porque justo en los inicios de los ’80 se conjugaban de manera dramática la crisis final de la URSS y el ascenso, y derrota, de la más avanzada revolución obrera de la posguerra, en Polonia)- nos hallamos en condiciones de poder escapar a cualquier sospecha de que nuestra adhesión a la Quinta de Chávez pueda estar determinada por consideraciones de oportunidad sino incluso de oportunismo político.

giovedì 7 novembre 2013

LA GRANDE BELLEZZA (Paolo Sorrentino, 2013), di Pino Bertelli

Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore,
respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo.
Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto.
(Albert Camus)

I. L’equivoco del genio

Il cinema del mercimonio si nutre di esagerazioni che, alla minima analisi, franano nel banale d’autore o nel ridicolo. La grande bellezza di Paolo Sorrentino è una mescolanza di entrambe le cose. Sappiamo bene che negli artisti senza talento, adorati dalla critica velinara (sinistrorsa), coesistono il millantatore e il profeta incompreso. Dietro la grammatica filmica di Sorrentino si scorgono i dettati e i codici che il cinema italiano — dopo il Neorealismo e una certa commedia di costume, sovente graffiante — ha edulcorato nella ricerca del successo da “tappeto rosso”, dove zoccole dello spettacolo ed esteti della genuflessione fanno scena di sé... e pensare che nessuno ancora non sputa sulle loro splendenti miserie.
Si possono stimare soltanto gli artisti che — in ogni campo della comunicazione — superano quel minimo d’insolenza indispensabile per vivere senza padronati e volgono le spalle all’ordine dell’imbecillità. L’equivoco del genio sta tutto qui. Qualsiasi autore che aderisca al tempo dello spettacolare integrato rappresenta una perdizione del bello, del giusto, del buono, perché la santità, la confessione e il peccato rivelati sono le solite forme sulla quali la mancanza di talento si diletta... il cinema, la critica, il pubblico finiscono con l’accettare qualsiasi formula espressiva, qualsiasi futilità elogiativa, qualsiasi visione della nullità, basta che il prodotto filmico sia conforme alla visione di una vita ordinaria che si autoammira nella putrefazione. Il cinema, come ogni forma d’arte, sarebbe intollerabile senza uomini di genio che la negano. A un certo grado di bellezza, ogni verità diventa indecente.

martedì 5 novembre 2013

VIAGGIO IN RICORDO DI MAURO ROSTAGNO, ammazzato dalla mafia a Lenzi (Trapani) il 26 sett. 1988, di Antonio Marchi

Antonio Marchi
Avevo promesso di ritornare sulla tomba di Mauro il 26 settembre del 2018 (30° anniversario), ma l’ho fatto prima, giusto tributo a un compagno morto ammazzato per la libertà e la giustizia 25 anni fa, non solo perché la vita è imprevedibile (a volte ti scappa via), ma anche perché, nonostante il lungo processo ancora in corso, vedo la presenza di un vuoto mediatico di consapevole indifferenza per quello che Mauro è stato e ha fatto.
Lui ha messo energie e passione nella vita. Il suo tempo l’ha speso alla ricerca del “sé” migliore, per rendere migliore la vita degli altri. Lo stesso percorso che ha spinto tanti di noi a conquistare un pezzo di libertà e di coscienza che rende normale la lotta e il sacrificio quando c’è un sogno da realizzare; scrutando con fiducia quel “fine” che si chiama giustizia e libertà, che ha come unici alleati in questo percorso il coraggio, la solitudine, il silenzio, la morte…
Oggi invece non è più così: il sacrificio è detestato, il coraggio trasformato in viltà, le energie buttate come mondezza. Vince la prepotenza e l’arbitrio, a tutti i livelli, con la complicità di chi è vittima.
Nessuno vuole più porsi domande, “cercare” se stesso dentro la sofferenza e i drammi del mondo.
L’occasione del venticinquennale della morte di Mauro mi permetteva di andare oltre il fatto celebrativo, per legarmi a quelle idee di libertà e di giustizia per le quali Mauro si è battuto sino alla fine dei suoi giorni, per legarmi a quelle numerose vite stroncate dal piombo mafioso. Idee che partono dalla resistenza al Nazifascismo dei padri, dalle nostre lotte del ‘68 che ci hanno formato, fino a tutte quelle che continuano a formare e forgiare giovani, uomini e donne, nell’idea di libertà che non si compera, che non è in vendita, ma che si fa strada nella pratica quotidiana della lotta, dello stare assieme, per migliorarci.
Ricordare è come ridare vita a quelli che l’hanno sacrificata, trattenerli ancora tra noi. Un compito e un dovere per chi guarda al mondo non solo come luogo di preghiera o di divertimento, ma anche d’impegno, di responsabilità e di condivisione. Solo così vale la pena vivere. Diversamente significherebbe sottostare alle leggi del capitalismo selvaggio o della società dello spettacolo, condannati alla dipendenza del mercato, all’indifferenza verso gli “altri” (diversi solo per colore o fortuna), all’irresponsabilità e al cinismo, al “fai da te”…credendo che basti badare a se stessi per  “salvarsi”.

domenica 3 novembre 2013

GARIBALDI: PATRIOTA INTERNAZIONALISTA, PIONIERE DELL'ECOSOCIALISMO, di Carlo Felici

Giuseppe Garibaldi ha accompagnato da sempre la storia d'Italia, dal concepimento alla nascita, ed è probabile che se la memoria di questo grandissimo personaggio venisse oscurata definitivamente, con essa si eclisserebbe definitivamente anche l'Italia, sicuramente quella migliore.
Nonostante gli attacchi dei padani e dei filoborbonici, protesi a delegittimarne il valore e la straordinaria importanza storica, morale e politica, e nonostante i tentativi di imbalsamarne o di strumentalizzarne la figura, per meri obiettivi propagandistici - come è avvenuto da molte parti, persino opposte (basti solo pensare alla retorica celebrativa del regime fascista che vedeva nelle camicie nere le continuatrici di quelle rosse, oppure alle brigate antifasciste garibaldine che animarono le pagine più belle della guerra di Spagna e della Resistenza) - Giuseppe Garibaldi resta tuttora un punto di riferimento imprescindibile quando si parla di giustizia e di libertà, e soprattutto quando si cerca una autentica via rivoluzionaria per ribadire la nostra sovranità e la nostra unità di popolo proteso a testimoniare i migliori valori della nostra storia.
Si parla di lui chiamandolo “eroe dei due mondi”, trascurando però il fatto che il suo mondo fu sempre “uno solo”: quello della libertà e della giustizia sociale, ovunque: dal Sudamerica all'Europa. E questo perché la causa patriottica, internazionalista ed ecologista, furono in lui sempre un unicum per cui impegnarsi e lottare, non solo con la spada e con il fucile, ma molto anche con la penna, se consideriamo la mole dei suoi scritti (e del suo epistolario), purtroppo reperibili tuttora, nella loro completezza, in sei volumi solo in edizione antiquaria, risalente agli anni Trenta, e con un prezzo esorbitante, quando, invece, come le opere di Marx o di Gramsci, essi dovrebbero essere ristampati e a disposizione di tutti.

giovedì 31 ottobre 2013

DESPENALIZACIÓN DE LAS DROGAS: UN CAMINO POSIBLE, por Marcelo Colussi

(Desde Guatemala)

El consumo de sustancias psicotrópicas con fines evasivos es absolutamente humano; siempre se dio, y nada puede garantizar que no se siga dando. Haber transformado esa condición humana en un lucrativo negocio es relativamente nuevo. La actual narcoactividad crece en el mundo, en todas sus facetas: producción de drogas ilícitas, tráfico, comercialización, consumo, lavado de los capitales que genera. Guatemala no escapa a esa tendencia.
Somos un país de tránsito de drogas ilegales, un puente entre Sudamérica, donde se produce la mayor cantidad de cocaína, y Estados Unidos, su principal consumidor mundial. La situación de paso hacia el norte en el tránsito de sustancias ilícitas trae aparejada una aureola de violencia que va definiendo la dinámica social. La violencia ligada a la narcoactividad ronda el 40% de los homicidios que tienen lugar hoy en el país.
El circuito de la narcoactividad en su conjunto representa hasta un 10% del Producto Bruto Interno, lo que hace del negocio un poderoso factor de influencia política y creciente presencia sociocultural. Podría decirse que en este momento están sentadas las bases para pasar a ser un narco-Estado.
La debilidad estructural del mismo, su cultura histórica de corrupción y abandono en el cumplimiento de sus tareas básicas de atención de las grandes necesidades de la población, permite la avanzada de la narcoactividad, por no querer y/o no poder ofrecer alternativas, dejando así en manos de redes criminales aspectos que, de suyo, deberían ser de su competencia.

mercoledì 30 ottobre 2013

LA GUERRA IN SIRIA FRA SCIITI E JIHADISMO SUNNITA, di Pier Francesco Zarcone

La tempesta di bombe preannunciata da Obama e Kerry non c’è stata; Putin ha ottenuto una grande vittoria diplomatica; della flotta statunitense concentrata davanti alle coste siriane sono rimaste solo tre navi; gli ispettori dell’Onu lavorano per lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano; la fibrillazione internazionale pare cessata. Il conflitto armato in Siria, invece, continua alla grande.
Parlare di “guerra civile” - come ancora fanno i grandi media - non sembra più corretto, essendo ormai palese che la stragrande maggioranza dei combattenti contro Assad sono jihadisti stranieri, tra cui europei malamente converti all’Islam. Il conflitto continua, non se ne vede la fine; per giunta si complica sempre di più e - restando così le cose - quando finirà sarà solo con la vittoria totale di una delle parti e il massacro dei vinti. Il fatto che già ora nessuno faccia soverchi prigionieri, è sintomatico.
Per fornire un’idea del livello “culturale” dello scontro intraislamico in atto, e del livello di odio che ne fa parte e lo alimenta, valga l’esempio di due predicatori - uno sciita e l’altro sunnita - operanti con televisioni e social network in Gran Bretagna. Sullo schermo TV lo sciita Shaykh Yasser al-Habib se la prende col Califfo Umar (secondo successore del Profeta) e riverito dai Sunniti, definendolo usurpatore e pervertito; mentre il predicatore saudita sunnita, Muhammad al-Arifi - che si dice abbia cinque milioni di seguaci (!) su Twitter - è ormai specializzato nel mettere in guardia i suoi confratelli circa la perfidia sciita che porta questi eretici (quindi peggio che infedeli) a rapire i bambini sunniti, bollirli, spellarli e poi a buttarne i cadaveri così conciati davanti alle case dei genitori. E la gente, soprattutto la parte più povera e incolta, purtroppo ci crede; come non si hanno dubbi che in Libano gli Sciiti abbiano la coda! Demoniaci, quindi. Siffatti “argomenti”, per quanto appaiano anacronistici e siano un eco ridicolo dei secoli più bui del Medio Evo, in realtà non vanno sottovalutati, perché è anche per la mentalità da essi indotta che certa gente ammazza indiscriminatamente e si fa ammazzare, felice di fare la “volontà divina”.

Le complicazioni e i pericoli del conflitto si proiettano oltre frontiera
All’inizio le parti in causa erano due: l’esercito regolare, fedele al governo, e i ribelli apparentemente inquadrati nell’Esercito Libero Siriano (Els), di cui peraltro non si è mai saputo molto. Lo schema era semplice, sul piano formale: un governo tra il fortemente autoritario e il tirannico da un lato, e i ribelli considerati ai quali media e governi occidentali dettero subito la patente democratica. Che dubbio c’era su chi parteggiare?
Oggi le cose appaiono in una luce diversa e più complessa, per almeno due motivi. Innanzitutto, dopo il blitz jihadista nell’antichissima città cristiano-ortodossa di Maalula - nelle cui chiese le tombe dei santi locali erano oggetto di pellegrinaggi sia di sciiti sia di sunniti (oggi è meglio evitare) - con relative uccisioni di cristiani locali, e dopo la reazione dei cristiani di Damasco ai funerali delle vittime di Maalula, dove in parecchi si sono presentati armati, qualche osservatore ha cominciato ad avviare riflessioni non più in linea con lo schema precedentemente e acriticamente assunto. Inoltre, all’interno del fronte dei ribelli c’è stato lo scoppio di una vera e propria guerra fra l’Els e ben tredici formazioni jihadiste (armate da Arabia Saudita, Qatar, e Turchia) unitesi alla bisogna contro i cosiddetti “moderati”; sono: Al-Nusra Front, Free of Levant Movement, Tawhid Brigade, Islam Brigade, Hawks of Levant Brigades, Dawn of Levant Movement, An-Noor Movement, Nureddin al-Zenki Phalanges, Right Brigade (Homs), Forqan Brigades (Quneitra), Upright as Ordered Gathering (Aleppo), The Nineteenth Division, al-Ansar Brigade. Queste formazioni si sono fuse in al-Jaish al-Islam (Esercito dell’Islam).
Ormai è sufficientemente chiaro che il governo di Assad lotta nella sostanza contro il radicalismo sunnita, più che contro i sunniti in quanto tali. Gli Alawiti, al potere da quaranta anni con gli Assad, sono una minoranza etnico-religiosa (il 12% circa), ma la maggioranza sunnita non è ai livelli egiziani (sono il 60%). Non si può negare che gli Assad abbiano saputo costruire accorte alleanze ed equilibri: parte del potere economico è stato lasciato in mani sunnite e le altre minoranze (Curdi, Cristiani delle varie confessioni e Drusi) sono state spesso protette. L’effettivo patto sociale durato 40 anni è saltato nella primavera del 2011 allorché alle manifestazioni sviluppatesi sulla scia degli avvenimenti tunisini ed egiziani, espressive di malessere sociale per disoccupazione soprattutto giovanile, povertà diffusa e divario economico crescente fra ceti emergenti o già emersi e parte della popolazione, il regime ha stupidamente risposto con la repressione armata, causando la contro-reazione altrettanto armata di parte dei protestatari.
Gli Stati Uniti attualmente stanno aumentando gli aiuti militari all’Els, ma non sembra con molto costrutto per la modifica dei rapporti di forza tra i ribelli. La conclusione è che oggi le formazioni armate radicali d’impronta wahhabita e salafita sono diventate dominanti nelle zone cosiddette “liberate” della Siria (dovrebbero essere addirittura il 95%), con l’immaginabile “gioia” della popolazione locale rimasta lì intrappolata. A complicare di più lo scenario c’è il fatto che un progresso dei salafiti potrebbe accentuare lo scontro fra essi e il cosiddetto Islamic State of Iraq and Levant collegato con al-Qaida; anzi, già nel nord della Siria ci sono stati combattimenti con quest’ultima fazione. La sanguinosa frantumazione del fronte dei ribelli al momento nuoce all’Arabia Saudita – che appoggia i salafiti ma è nemica di al-Qaida - ma se dovessero prevalere tra i ribelli le formazioni radicali salafite e wahhabite, allora potrebbe segnare punti a suo favore (fatto salvo quanto si dirà in prosieguo). Comunque, l’attuale situazione indebolisce il fronte anti-Assad, contro cui infatti l’esercito governativo sta aumentando con successo i suoi attacchi.
Al momento, sul terreno la situazione bellica è in una fase di stallo, nel senso che ancora l’esercito governativo non è stato in grado di sferrare un colpo decisivo ai ribelli. Ma Assad è lungi dall’essere sul punto di subire un collasso militare che ne causi la caduta. L’esercito regolare controlla i grandi centri urbani, la fascia costiera e il corridoio Damasco-Aleppo; in totale una buona parte del territorio nazionale, mentre i ribelli appaiono insediati a est verso l’Eufrate e a nord. In teoria potrebbero ancora conquistare grossi centri abitati; tenerli appare ben più difficile, non disponendo del necessario armamento pesante.
A questo punto Bashar al-Assad potrebbe modificare l’attuale situazione se riuscisse a unire un’efficace azione politica alle iniziative belliche delle sue Forze armate, ma non già aspettando le elezioni presidenziali del prossimo anno (che sicuramente vincerà, a parità di condizioni), bensì facendo leva sulle divergenze interne al fronte dei ribelli in modo da condurne una parte al tavolo dei negoziati.
Nelle guerre in corso in Siria si assiste a mobilitazioni di minoranze etniche e religiose il cui peso – soprattutto a seconda di chi vinca – non tarderà a farsi sentire. Va subito registrata la mobilitazione di milizie curde (alquanto agguerrite) in funzione anti-jihadista, e quindi di fatto al lato di Assad. Altresì va sottolineata (cosa ancora poco nota, ma di recente il settimanale tedesco Die Welt ne ha fatto oggetto di un interessante reportage) la formazione di milizie cristiane, alcune delle quali si stanno addestrando con le milizie curde. Situazione tutt’altro che scontata, se per esempio si pensa che nel 2011, quando cioè iniziarono manifestazioni e rivolte, i cristiani di Qamishli (governatorato di Hassaké), erano favorevoli alla fine del regime e all’avvento della democrazia rappresentativa da realizzare con i musulmani e le altre minoranze. L’arrivo dei jihadisti ha cambiato tutto, ed ecco che i cristiani di Siria oggi stanno con Assad, ovviamente visto come male di gran lunga minore. E oggi proprio a Qamishli proliferano i check-point vigilati da miliziani cristiani. Inutile dire che il governatorato di Hassaké - a cui curdi e cristiani tengono moltissimo - ha anche un grande valore economico, e si capisce perché sia oggetto delle mire dei jihadisti: è una delle regioni più ricche della Siria (al confine con la Turchia e l'Iraq) contenendo il 60% delle riserve di petrolio e gas del Paese.
Il travasarsi del conflitto siriano oltre le frontiere di quel Paese è per lo più visto alla luce dell’acuirsi degli attentati sunniti contro gli sciiti in Iraq, Libano e Pakistan. Questo è vero, ma le cose non si riducono a ciò: nel “brodo di coltura” del Vicino Oriente sono in fermentazione vari fattori. Innanzitutto si deve tener presente il successo conseguito in Siria dalle formazioni di Hezbollāh intervenute al fianco dell’esercito regolare. Naturalmente questa volta l’impresa non ha riscosso entusiasmo nel milieu musulmano in quanto tale, bensì solo tra gli Sciiti; ma questo è irrilevante sia per Hezbollāh sia per un osservatore esterno. A contare è invece il modo in cui le milizie di Hezbollāh si sono forgiate nel conflitto siriano; a contare è il loro salto di qualità sul piano bellico. Tra i sostenitori si parla di passaggio dall’essere il miglior movimento guerrigliero del mondo all’essere diventato un esercito regolare sempre più in grado di confrontarsi con Israele.
Anche volendo fare la tara sulle esagerazioni propagandistiche, sta di fatto che non solo non c’è stato il rientro delle previste (e auspicate) “colonne di feretri” dalla Siria al Sud del Libano e alla parte sciita di Beirut, ma oggi anche commentatori israeliani - dopo le decisive azioni di al-Qusayr, Talkalakh e nella zona di Aleppo - prendono atto (con comprensibile preoccupazione) del salto qualitativo compiuto dalle milizie di Hezbollāh che le mette in condizione di realizzare complesse operazioni combinate a livello di battaglione e anche di reggimento. Si aggiunga che a contatto con l’esercito regolare siriano i miliziani sciiti avrebbero appreso sul campo un uso più professionale dell’artiglieria leggera e media e dei mortai, oltre a come gestire le chiamate di sostegno dei pezzi a lunga gittata o dell’aviazione. Un ragionamento analogo (quand’anche non uguale) potrebbe farsi per i Pasdaran iraniani e per i miliziani sciiti iracheni intervenuti in Siria al fianco dei libanesi di Hezbollāh.
In quel “cortile di casa” che per la Siria è il Libano, inoltre, vanno registrati taluni fenomeni, anch’essi tutt’altro che scontati e significativi. Ci riferiamo al fatto che l’ex generale maronita ed ex primo ministro libanese Michel Aoun sia oggi il leader del Libero Movimento Patriottico Libanese, formazione maronita alleata di Hezbollāh e del vecchio partito sciita Amal nella coalizione detta “dell'8 marzo”; e poi va menzionato il messaggio apparso non molto tempo fa su una pagina Facebook dedicata ai politici libanesi, in cui un gruppo di giovani cristiani ortodossi così si è rivolto a Nasrallah, leader di Hezbollāh:
«Dai vostri fratelli Cristiani che vogliono assistere e aiutare la Resistenza Libanese e l'Esercito Arabo Siriano che ogni giorno lottano e si sacrificano contro i takfiri stranieri. Vostra Eminenza Sayyed Nasrallah, siamo un gruppo di giovani Cristiani che non resiste più nel vedere i nostri correligionari uccisi e torturati in Siria, i nostri Arcivescovi rapiti e offesi, la nostra Storia e la nostra Cultura messe in pericolo da questi estremisti che non rappresentano nulla se non la loro meschinità e crudeltà nascoste sotto una parodia dell'Islam; gli abusi e le enormità di costoro non causano reazioni da parte dell'Occidente “cristiano” o delle gerarchie religiose delle nostre Chiese. Per questo, Vostra Eminenza, vi chiediamo di permettere che le porte della sua organizzazione si aprano e ci venga permesso di unirci agli Eroi che difendendo la Siria, difendono anche i Siriani cristiani; vorremmo poter formare una nostra unità nelle vostre fila, una unità dedicata ai nomi di Issa e Mariam (Gesù e Maria) che unisca i propri sforzi a quelli dei vostri altri seguaci per conseguire prima la necessaria vittoria sui barbari takfiri. Sarebbe un onore per noi aggiungere i nostri martiri, martiri cristiani, a quelli che già si sono immolati per la libertà di al-Qusayr, dove erano presenti molti nostri fratelli».

sabato 26 ottobre 2013

APPELLO DELL'ANAC PER IL REGISTA GIUSEPPE (BEPPE) FERRARA


Il nostro compagno e regista Beppe Ferrara è in gravi difficoltà a causa dell'ingiustizia morale e sociale di questo Paese, al quale Ferrara ha dato tanto in termini culturali, anche allo scopo di trasformarlo in meglio. Non sappiamo quando e quanto germoglieranno i fiori da lui piantati, ma al momento è indispensabile aiutarlo perché continui a piantare altri semi.
Cominciamo col propagandare in tutta la Rete questo appello dell'ANAC e poi pensiamo a delle iniziative mirate a sostenere la battaglia di Beppe. Utopia rossa nella modestia delle proprie forze si considera impegnata in prima linea in questa battaglia di civiltà.

(r.m.)

Comunicato ANAC 24-10-2013

Il regista e critico cinematografico Giuseppe (Beppe) Ferrara, nostro apprezzato socio, versa, all’età di oltre ottat’anni, in condizioni economiche molto critiche. Ciò è dovuto al fatto che le scellerate leggi in vigore nel nostro settore, non permettono – ed il caso di Beppe è molto, troppo, ricorrente tra gli artisti italiani – a chi ha speso tutta la sua vita per dare lustro internazionale al nostro Paese, di godere di una pensione adeguata a condurre una vecchiaia almeno dignitosa.
Le opere di Beppe, che si iscrivono nel filone di un cinema italiano di forte impegno civile, hanno contribuito, non poco, a testimoniare, in Italia e nel mondo, la tensione democratica che, nonostante tutto, si è opposta e si oppone al degrado culturale e civile nel quale siamo precipitati.
Tra i film di Beppe vogliamo citare Cento giorni a Palermo, Il Caso Moro premiato a Berlino con l’Orso d’argento, Giovanni Falcone, Segreto di Stato, I banchieri di Dio: Il Caso Calvi, Guido che sfidò le Brigate Rosse.
L’ANAC, assieme ad altre Associazioni cinematografiche, ha già chiesto che per Giuseppe Ferrara venga applicata la Legge Bacchelli, richiesta che è, al momento, in istruttoria.
Ma ora un’altra tegola si è abbattuta su Beppe: uno sfratto esecutivo che diventerà operativo tra qualche giorno (il 28 ottobre).
Noi chiediamo che chi di dovere intervenga per sanare, con gli strumenti che ha a disposizione, questa ennesima ingiustizia sostanziale e che non ci si trinceri dietro burocratici e pilateschi scaricabarile.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 17 ottobre 2013

PER LO SCIOPERO DI VENERDÌ 18 OTTOBRE volantino del Coordinamento CUB Pirelli Bollate

Riceviamo dal compagno-delegato Fabrizio Portaluri e volentieri pubblichiamo, invitando a far circolare:




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 16 ottobre 2013

WEAPONS AND DEATH, by Marcelo Colussi

I’d prefer to wake up in a world where the US is the sole provider
of the one hundred percent of world weapons.
(Lincoln Bloomfield, US State Department official)

I
When our ancestors descended from the trees and started to walk in the erect posture on two legs two millions and a half years ago, they manufactured for the first time an object, an element which transcended nature. That beginning for mankind was given, no more and no less than by the obtention of a sharpened stone; in other words: a weapon. Is it then that our history is marked by such beginnings? Are weapons embedded in the very same origins of the human phenomenon?
Undoubtedly. Violence is human, not an alien body in our constitution. How is it that we moved from necessary aggression, in terms of survival, to the present day industry of death? Organization as to power is equally human; animals, beyond their instinctive survival mechanisms, do not exert forms of power. We do. In that dialectic (whoever said that "white" is better than "black" or that a woman is "less" than a male... but that sort of dialectic marks our relations), the use of something which increases our capacities for attack is vital. It was vital back then, as a necessary means in the struggle for survival (the sharpened stone, the stick, the spear) and it is still nowadays. Yet, modern weapons are not in the least at the service of biological survival: from the moment where our history ceased to be about pure survival in a cave and constant struggling with the environment, weapons in class societies have been at the service of the powers that be, from the most rustic sword to the hydrogen bomb.
In his old age, based on a wisdom acquired through lifelong meditation and more as a philosophical reflection than as a formulation for clinical practice, Sigmund Freud spoke about the death impulse: a return to the inanimate. That is why psychoanalysis can talk about an intrinsic uneasiness in every cultural formation or society: why do we make war? Shall it be possible to say that social organization structured as to classes inevitably leads to wars (and thus to weapon production)? Then, we should ask why the human being decided to build stratified and warmongering societies instead of horizontal solidarity-based organizations. Socialism is the proposal which aims to the construction of such alternatives. Will we be able to reach it? Is it feasible to carry out what sub-commander Marcos proposed in Chiapas as he said that "we take weapons to build a world where armies are no longer necessary", or will the death impulse drag us before to self-destruction as a species?

venerdì 11 ottobre 2013

PIETRO TRESSO È SEMPRE «BLASCO», di Roberto Massari

Tresso assieme a "Barbara" e Gabriella Maier
A 120 anni dalla nascita e 70 dalla morte
(intervento inviato al convegno di Schio, 5 ottobre 2013)

L’avvertimento secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine, proviene da molto lontano: la lontananza, tuttavia, non ha impedito che questa fondamentale indicazione etica s’incarnasse in alcune figure gloriose del movimento rivoluzionario. Pietro Tresso, nome di battaglia «Blasco», è stato certamente una di queste figure, e anche una delle più gloriose. Ascoltiamolo mentre, a novembre del 1942, dal carcere militare di Lodève, scrive alla cognata Gabriella Maier (sorella della sua compagna Barbara Seidenfeld e prima compagna di Silone):
«Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo sempre insoddisfatti dell’esistente e desiderosi sempre di qualcosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani, sono, in realtà, diventati dei cinici. Per essi gli uomini e tutta l’umanità non sono che degli strumenti, dei mezzi che devono servire per i loro fini particolari, anche se questi fini sono mascherati con frasi di ordine generale; per noi gli uomini e l’umanità sono le sole vere realtà esistenti. Naturalmente tutto ciò è molto generico. Bisognerebbe ancora stabilire il legame necessario tra le forze morali che sono in noi e la realtà quotidiana. È qui che sorgono le vere difficoltà. Ma una cosa mi pare certa: è impossibile sopportare in silenzio ciò che urta con i più profondi sentimenti dell’uomo. Non possiamo ammettere come giusti gli atti che sentiamo e sappiamo ingiusti; non possiamo dire che è falso ciò che è vero e che è vero ciò che è falso con il pretesto che ciò serve a questa o quella delle forze presenti. In definitiva, ciò ricadrebbe sull’umanità intera e, dunque, su noi stessi; ciò distruggerebbe la ragione stessa dei nostri sforzi…».
È un brano celebre di Pietro Tresso che mi accompagna da decenni e che ormai mi sembra di conoscere quasi a memoria. In questi giorni, però, frugando tra i materiali del mio archivio dedicato a Tresso, è ricomparso fisicamente, stampato dalla mia antica e gloriosa Olivetti L32 in inchiostro rosso, su un foglio di carta roso dal tempo e dai tarli, con sottolineatura d’epoca nelle due linee di imperativo categorico qui messe in corsivo. Devo averlo tradotto dal francese ed essermelo appuntato nel 1976, quando lavoravo alla riedizione del Bollettino della Noi o ad aprile del 1977, quando pubblicai un ricordo di Tresso nel n. 5/6 de La Classe. Cioè 36/37 anni fa (che cominciano ad essere tanti…). Ma erano solo 8/9 anni dopo il ‘68 (che all’epoca sembravano pochi e dirò avanti il perché).

giovedì 10 ottobre 2013

SALUD MENTAL: UNA PREGUNTA ABIERTA, por Marcelo Colussi

Ponencia presentada en el Simposio “Salud Mental: ¿es posible una intervención en nuestra ciudad?”, organizado por la Municipalidad de la ciudad de Guatemala el 10 de octubre (día mundial de la salud mental) de 2013.

El título del presente Simposio es por demás de provocativo: “Salud mental: ¿es posible una intervención en nuestra ciudad?”. La forma en que se formula una pregunta puede deslizarnos ya hacia su respuesta. Eso, en definitiva, fue lo que enseñó Sócrates hace dos milenios y medios en la Grecia clásica: la pregunta contiene ya el germen de la respuesta.
La pregunta que da título a este encuentro puede ser la invitación a abrir una crítica, profunda y constructiva, o puede cerrar la discusión. Esto depende de cómo la tomemos. ¿Es posible intervenir en salud mental? Preguntémoslo al revés. Quienes estamos aquí esta mañana hacemos parte del oficio de los trabajadores de la Salud Mental. Es decir: nuestra práctica cotidiana se relaciona justamente con este campo. Preguntémonos mejor: ¿qué estamos haciendo? ¿Sirve nuestra práctica? ¿A quién y de qué manera sirve? ¿Por qué es necesario y pertinente intervenir en el campo de la Salud Mental en un contexto urbano como el de la ciudad de Guatemala?
Así planteada, la pregunta abre varios cuestionamientos. El primero, y sin dudas más importante, es acerca de qué entendemos por Salud Mental. En segundo lugar, pero no menos trascendente, deberíamos ver qué hacemos en torno a ella, qué hacemos cuando intervenimos. Pero desde ya adelantemos que sí, por supuesto que sí, partimos de la convicción que es posible intervenir en ese campo. Posible, y necesario. ¿Qué otra cosa estamos haciendo si no día a día quienes nos movemos en esto?

mercoledì 2 ottobre 2013

TERRAMATTA (Costanza Quatriglio, 2012), di Pino Bertelli

Il novecento italiano di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano

“...L’estate seguente,doppo che venne di Messina,Giovanni ci deceva la testa che voleva partire per farese una cita,e poi ha cirato tutto Raqusa per cercare uno zaino.E zaine Giovanni ni ha trovato 4;e di tutte 4 zaine,prese lo più crante e lo cominciava a principe.Cosi,Giovanni era pazzo che per forza si ne voleva antare a cirare l’Italia,la Spagna,laFrancia,tutta con l’auto toppe,e io ci diceva:”Ciovanni reposete.Che vuoi antare a tastare la fame?!Perchè tu non sai che quanto si va forianto ci vogliono assai solde!?”.E Ciovanni,per forza,si ne doveva antare.Io,che bastonate non ni sapeva dare,e Ciovanni faceva come ci piaceva a lui.Poi,io più assai ci poteva dare lire 50000,che li teneva sempre di riserba,ed erono poco,ma che cosa ci poteva fare?Quinte,magare che non voleva,lui si n’antava lo stesso.E poi,l’altra butta che mi dava,che era l’unica scupetata che mi dava,che mi diceva:”Io,se tu non mi mante alla cita,non vado più all’università”:Così,la mia vita era sempre a mienzo queste farse,ma faceva pazienza:Voldire che io fu nato per vedere tutte queste quaie…”.
Vincenzo Rabito


I. Delle memorie di un “inalfabeta” della terra Iblea 

Terramatta; è un documentario di Costanza Quatriglio, ricostruisce con abilità e sapienza filmica la vita di Vincenzo Rabito... contadino, soldato, cantoniere siciliano semianalfabeta, tratto dai suoi sette quaderni battuti a macchina, 1027 pagine legate con uno spago... migliaia e migliaia di parole interrotte (quasi sempre) da un punto e virgola, interlinea zero... è una sorta di lingua inventata, difficile da decifrare, né italiano né dialetto, quasi una sinfonia musicale propria dei cantastorie siciliani. Il suo diario resta una delle più belle e profonde testimonianze di vita del Novecento.