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giovedì 31 ottobre 2013

DESPENALIZACIÓN DE LAS DROGAS: UN CAMINO POSIBLE, por Marcelo Colussi

(Desde Guatemala)

El consumo de sustancias psicotrópicas con fines evasivos es absolutamente humano; siempre se dio, y nada puede garantizar que no se siga dando. Haber transformado esa condición humana en un lucrativo negocio es relativamente nuevo. La actual narcoactividad crece en el mundo, en todas sus facetas: producción de drogas ilícitas, tráfico, comercialización, consumo, lavado de los capitales que genera. Guatemala no escapa a esa tendencia.
Somos un país de tránsito de drogas ilegales, un puente entre Sudamérica, donde se produce la mayor cantidad de cocaína, y Estados Unidos, su principal consumidor mundial. La situación de paso hacia el norte en el tránsito de sustancias ilícitas trae aparejada una aureola de violencia que va definiendo la dinámica social. La violencia ligada a la narcoactividad ronda el 40% de los homicidios que tienen lugar hoy en el país.
El circuito de la narcoactividad en su conjunto representa hasta un 10% del Producto Bruto Interno, lo que hace del negocio un poderoso factor de influencia política y creciente presencia sociocultural. Podría decirse que en este momento están sentadas las bases para pasar a ser un narco-Estado.
La debilidad estructural del mismo, su cultura histórica de corrupción y abandono en el cumplimiento de sus tareas básicas de atención de las grandes necesidades de la población, permite la avanzada de la narcoactividad, por no querer y/o no poder ofrecer alternativas, dejando así en manos de redes criminales aspectos que, de suyo, deberían ser de su competencia.

mercoledì 30 ottobre 2013

LA GUERRA IN SIRIA FRA SCIITI E JIHADISMO SUNNITA, di Pier Francesco Zarcone

La tempesta di bombe preannunciata da Obama e Kerry non c’è stata; Putin ha ottenuto una grande vittoria diplomatica; della flotta statunitense concentrata davanti alle coste siriane sono rimaste solo tre navi; gli ispettori dell’Onu lavorano per lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano; la fibrillazione internazionale pare cessata. Il conflitto armato in Siria, invece, continua alla grande.
Parlare di “guerra civile” - come ancora fanno i grandi media - non sembra più corretto, essendo ormai palese che la stragrande maggioranza dei combattenti contro Assad sono jihadisti stranieri, tra cui europei malamente converti all’Islam. Il conflitto continua, non se ne vede la fine; per giunta si complica sempre di più e - restando così le cose - quando finirà sarà solo con la vittoria totale di una delle parti e il massacro dei vinti. Il fatto che già ora nessuno faccia soverchi prigionieri, è sintomatico.
Per fornire un’idea del livello “culturale” dello scontro intraislamico in atto, e del livello di odio che ne fa parte e lo alimenta, valga l’esempio di due predicatori - uno sciita e l’altro sunnita - operanti con televisioni e social network in Gran Bretagna. Sullo schermo TV lo sciita Shaykh Yasser al-Habib se la prende col Califfo Umar (secondo successore del Profeta) e riverito dai Sunniti, definendolo usurpatore e pervertito; mentre il predicatore saudita sunnita, Muhammad al-Arifi - che si dice abbia cinque milioni di seguaci (!) su Twitter - è ormai specializzato nel mettere in guardia i suoi confratelli circa la perfidia sciita che porta questi eretici (quindi peggio che infedeli) a rapire i bambini sunniti, bollirli, spellarli e poi a buttarne i cadaveri così conciati davanti alle case dei genitori. E la gente, soprattutto la parte più povera e incolta, purtroppo ci crede; come non si hanno dubbi che in Libano gli Sciiti abbiano la coda! Demoniaci, quindi. Siffatti “argomenti”, per quanto appaiano anacronistici e siano un eco ridicolo dei secoli più bui del Medio Evo, in realtà non vanno sottovalutati, perché è anche per la mentalità da essi indotta che certa gente ammazza indiscriminatamente e si fa ammazzare, felice di fare la “volontà divina”.

Le complicazioni e i pericoli del conflitto si proiettano oltre frontiera
All’inizio le parti in causa erano due: l’esercito regolare, fedele al governo, e i ribelli apparentemente inquadrati nell’Esercito Libero Siriano (Els), di cui peraltro non si è mai saputo molto. Lo schema era semplice, sul piano formale: un governo tra il fortemente autoritario e il tirannico da un lato, e i ribelli considerati ai quali media e governi occidentali dettero subito la patente democratica. Che dubbio c’era su chi parteggiare?
Oggi le cose appaiono in una luce diversa e più complessa, per almeno due motivi. Innanzitutto, dopo il blitz jihadista nell’antichissima città cristiano-ortodossa di Maalula - nelle cui chiese le tombe dei santi locali erano oggetto di pellegrinaggi sia di sciiti sia di sunniti (oggi è meglio evitare) - con relative uccisioni di cristiani locali, e dopo la reazione dei cristiani di Damasco ai funerali delle vittime di Maalula, dove in parecchi si sono presentati armati, qualche osservatore ha cominciato ad avviare riflessioni non più in linea con lo schema precedentemente e acriticamente assunto. Inoltre, all’interno del fronte dei ribelli c’è stato lo scoppio di una vera e propria guerra fra l’Els e ben tredici formazioni jihadiste (armate da Arabia Saudita, Qatar, e Turchia) unitesi alla bisogna contro i cosiddetti “moderati”; sono: Al-Nusra Front, Free of Levant Movement, Tawhid Brigade, Islam Brigade, Hawks of Levant Brigades, Dawn of Levant Movement, An-Noor Movement, Nureddin al-Zenki Phalanges, Right Brigade (Homs), Forqan Brigades (Quneitra), Upright as Ordered Gathering (Aleppo), The Nineteenth Division, al-Ansar Brigade. Queste formazioni si sono fuse in al-Jaish al-Islam (Esercito dell’Islam).
Ormai è sufficientemente chiaro che il governo di Assad lotta nella sostanza contro il radicalismo sunnita, più che contro i sunniti in quanto tali. Gli Alawiti, al potere da quaranta anni con gli Assad, sono una minoranza etnico-religiosa (il 12% circa), ma la maggioranza sunnita non è ai livelli egiziani (sono il 60%). Non si può negare che gli Assad abbiano saputo costruire accorte alleanze ed equilibri: parte del potere economico è stato lasciato in mani sunnite e le altre minoranze (Curdi, Cristiani delle varie confessioni e Drusi) sono state spesso protette. L’effettivo patto sociale durato 40 anni è saltato nella primavera del 2011 allorché alle manifestazioni sviluppatesi sulla scia degli avvenimenti tunisini ed egiziani, espressive di malessere sociale per disoccupazione soprattutto giovanile, povertà diffusa e divario economico crescente fra ceti emergenti o già emersi e parte della popolazione, il regime ha stupidamente risposto con la repressione armata, causando la contro-reazione altrettanto armata di parte dei protestatari.
Gli Stati Uniti attualmente stanno aumentando gli aiuti militari all’Els, ma non sembra con molto costrutto per la modifica dei rapporti di forza tra i ribelli. La conclusione è che oggi le formazioni armate radicali d’impronta wahhabita e salafita sono diventate dominanti nelle zone cosiddette “liberate” della Siria (dovrebbero essere addirittura il 95%), con l’immaginabile “gioia” della popolazione locale rimasta lì intrappolata. A complicare di più lo scenario c’è il fatto che un progresso dei salafiti potrebbe accentuare lo scontro fra essi e il cosiddetto Islamic State of Iraq and Levant collegato con al-Qaida; anzi, già nel nord della Siria ci sono stati combattimenti con quest’ultima fazione. La sanguinosa frantumazione del fronte dei ribelli al momento nuoce all’Arabia Saudita – che appoggia i salafiti ma è nemica di al-Qaida - ma se dovessero prevalere tra i ribelli le formazioni radicali salafite e wahhabite, allora potrebbe segnare punti a suo favore (fatto salvo quanto si dirà in prosieguo). Comunque, l’attuale situazione indebolisce il fronte anti-Assad, contro cui infatti l’esercito governativo sta aumentando con successo i suoi attacchi.
Al momento, sul terreno la situazione bellica è in una fase di stallo, nel senso che ancora l’esercito governativo non è stato in grado di sferrare un colpo decisivo ai ribelli. Ma Assad è lungi dall’essere sul punto di subire un collasso militare che ne causi la caduta. L’esercito regolare controlla i grandi centri urbani, la fascia costiera e il corridoio Damasco-Aleppo; in totale una buona parte del territorio nazionale, mentre i ribelli appaiono insediati a est verso l’Eufrate e a nord. In teoria potrebbero ancora conquistare grossi centri abitati; tenerli appare ben più difficile, non disponendo del necessario armamento pesante.
A questo punto Bashar al-Assad potrebbe modificare l’attuale situazione se riuscisse a unire un’efficace azione politica alle iniziative belliche delle sue Forze armate, ma non già aspettando le elezioni presidenziali del prossimo anno (che sicuramente vincerà, a parità di condizioni), bensì facendo leva sulle divergenze interne al fronte dei ribelli in modo da condurne una parte al tavolo dei negoziati.
Nelle guerre in corso in Siria si assiste a mobilitazioni di minoranze etniche e religiose il cui peso – soprattutto a seconda di chi vinca – non tarderà a farsi sentire. Va subito registrata la mobilitazione di milizie curde (alquanto agguerrite) in funzione anti-jihadista, e quindi di fatto al lato di Assad. Altresì va sottolineata (cosa ancora poco nota, ma di recente il settimanale tedesco Die Welt ne ha fatto oggetto di un interessante reportage) la formazione di milizie cristiane, alcune delle quali si stanno addestrando con le milizie curde. Situazione tutt’altro che scontata, se per esempio si pensa che nel 2011, quando cioè iniziarono manifestazioni e rivolte, i cristiani di Qamishli (governatorato di Hassaké), erano favorevoli alla fine del regime e all’avvento della democrazia rappresentativa da realizzare con i musulmani e le altre minoranze. L’arrivo dei jihadisti ha cambiato tutto, ed ecco che i cristiani di Siria oggi stanno con Assad, ovviamente visto come male di gran lunga minore. E oggi proprio a Qamishli proliferano i check-point vigilati da miliziani cristiani. Inutile dire che il governatorato di Hassaké - a cui curdi e cristiani tengono moltissimo - ha anche un grande valore economico, e si capisce perché sia oggetto delle mire dei jihadisti: è una delle regioni più ricche della Siria (al confine con la Turchia e l'Iraq) contenendo il 60% delle riserve di petrolio e gas del Paese.
Il travasarsi del conflitto siriano oltre le frontiere di quel Paese è per lo più visto alla luce dell’acuirsi degli attentati sunniti contro gli sciiti in Iraq, Libano e Pakistan. Questo è vero, ma le cose non si riducono a ciò: nel “brodo di coltura” del Vicino Oriente sono in fermentazione vari fattori. Innanzitutto si deve tener presente il successo conseguito in Siria dalle formazioni di Hezbollāh intervenute al fianco dell’esercito regolare. Naturalmente questa volta l’impresa non ha riscosso entusiasmo nel milieu musulmano in quanto tale, bensì solo tra gli Sciiti; ma questo è irrilevante sia per Hezbollāh sia per un osservatore esterno. A contare è invece il modo in cui le milizie di Hezbollāh si sono forgiate nel conflitto siriano; a contare è il loro salto di qualità sul piano bellico. Tra i sostenitori si parla di passaggio dall’essere il miglior movimento guerrigliero del mondo all’essere diventato un esercito regolare sempre più in grado di confrontarsi con Israele.
Anche volendo fare la tara sulle esagerazioni propagandistiche, sta di fatto che non solo non c’è stato il rientro delle previste (e auspicate) “colonne di feretri” dalla Siria al Sud del Libano e alla parte sciita di Beirut, ma oggi anche commentatori israeliani - dopo le decisive azioni di al-Qusayr, Talkalakh e nella zona di Aleppo - prendono atto (con comprensibile preoccupazione) del salto qualitativo compiuto dalle milizie di Hezbollāh che le mette in condizione di realizzare complesse operazioni combinate a livello di battaglione e anche di reggimento. Si aggiunga che a contatto con l’esercito regolare siriano i miliziani sciiti avrebbero appreso sul campo un uso più professionale dell’artiglieria leggera e media e dei mortai, oltre a come gestire le chiamate di sostegno dei pezzi a lunga gittata o dell’aviazione. Un ragionamento analogo (quand’anche non uguale) potrebbe farsi per i Pasdaran iraniani e per i miliziani sciiti iracheni intervenuti in Siria al fianco dei libanesi di Hezbollāh.
In quel “cortile di casa” che per la Siria è il Libano, inoltre, vanno registrati taluni fenomeni, anch’essi tutt’altro che scontati e significativi. Ci riferiamo al fatto che l’ex generale maronita ed ex primo ministro libanese Michel Aoun sia oggi il leader del Libero Movimento Patriottico Libanese, formazione maronita alleata di Hezbollāh e del vecchio partito sciita Amal nella coalizione detta “dell'8 marzo”; e poi va menzionato il messaggio apparso non molto tempo fa su una pagina Facebook dedicata ai politici libanesi, in cui un gruppo di giovani cristiani ortodossi così si è rivolto a Nasrallah, leader di Hezbollāh:
«Dai vostri fratelli Cristiani che vogliono assistere e aiutare la Resistenza Libanese e l'Esercito Arabo Siriano che ogni giorno lottano e si sacrificano contro i takfiri stranieri. Vostra Eminenza Sayyed Nasrallah, siamo un gruppo di giovani Cristiani che non resiste più nel vedere i nostri correligionari uccisi e torturati in Siria, i nostri Arcivescovi rapiti e offesi, la nostra Storia e la nostra Cultura messe in pericolo da questi estremisti che non rappresentano nulla se non la loro meschinità e crudeltà nascoste sotto una parodia dell'Islam; gli abusi e le enormità di costoro non causano reazioni da parte dell'Occidente “cristiano” o delle gerarchie religiose delle nostre Chiese. Per questo, Vostra Eminenza, vi chiediamo di permettere che le porte della sua organizzazione si aprano e ci venga permesso di unirci agli Eroi che difendendo la Siria, difendono anche i Siriani cristiani; vorremmo poter formare una nostra unità nelle vostre fila, una unità dedicata ai nomi di Issa e Mariam (Gesù e Maria) che unisca i propri sforzi a quelli dei vostri altri seguaci per conseguire prima la necessaria vittoria sui barbari takfiri. Sarebbe un onore per noi aggiungere i nostri martiri, martiri cristiani, a quelli che già si sono immolati per la libertà di al-Qusayr, dove erano presenti molti nostri fratelli».

sabato 26 ottobre 2013

APPELLO DELL'ANAC PER IL REGISTA GIUSEPPE (BEPPE) FERRARA


Il nostro compagno e regista Beppe Ferrara è in gravi difficoltà a causa dell'ingiustizia morale e sociale di questo Paese, al quale Ferrara ha dato tanto in termini culturali, anche allo scopo di trasformarlo in meglio. Non sappiamo quando e quanto germoglieranno i fiori da lui piantati, ma al momento è indispensabile aiutarlo perché continui a piantare altri semi.
Cominciamo col propagandare in tutta la Rete questo appello dell'ANAC e poi pensiamo a delle iniziative mirate a sostenere la battaglia di Beppe. Utopia rossa nella modestia delle proprie forze si considera impegnata in prima linea in questa battaglia di civiltà.

(r.m.)

Comunicato ANAC 24-10-2013

Il regista e critico cinematografico Giuseppe (Beppe) Ferrara, nostro apprezzato socio, versa, all’età di oltre ottat’anni, in condizioni economiche molto critiche. Ciò è dovuto al fatto che le scellerate leggi in vigore nel nostro settore, non permettono – ed il caso di Beppe è molto, troppo, ricorrente tra gli artisti italiani – a chi ha speso tutta la sua vita per dare lustro internazionale al nostro Paese, di godere di una pensione adeguata a condurre una vecchiaia almeno dignitosa.
Le opere di Beppe, che si iscrivono nel filone di un cinema italiano di forte impegno civile, hanno contribuito, non poco, a testimoniare, in Italia e nel mondo, la tensione democratica che, nonostante tutto, si è opposta e si oppone al degrado culturale e civile nel quale siamo precipitati.
Tra i film di Beppe vogliamo citare Cento giorni a Palermo, Il Caso Moro premiato a Berlino con l’Orso d’argento, Giovanni Falcone, Segreto di Stato, I banchieri di Dio: Il Caso Calvi, Guido che sfidò le Brigate Rosse.
L’ANAC, assieme ad altre Associazioni cinematografiche, ha già chiesto che per Giuseppe Ferrara venga applicata la Legge Bacchelli, richiesta che è, al momento, in istruttoria.
Ma ora un’altra tegola si è abbattuta su Beppe: uno sfratto esecutivo che diventerà operativo tra qualche giorno (il 28 ottobre).
Noi chiediamo che chi di dovere intervenga per sanare, con gli strumenti che ha a disposizione, questa ennesima ingiustizia sostanziale e che non ci si trinceri dietro burocratici e pilateschi scaricabarile.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 17 ottobre 2013

PER LO SCIOPERO DI VENERDÌ 18 OTTOBRE volantino del Coordinamento CUB Pirelli Bollate

Riceviamo dal compagno-delegato Fabrizio Portaluri e volentieri pubblichiamo, invitando a far circolare:




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 16 ottobre 2013

WEAPONS AND DEATH, by Marcelo Colussi

I’d prefer to wake up in a world where the US is the sole provider
of the one hundred percent of world weapons.
(Lincoln Bloomfield, US State Department official)

I
When our ancestors descended from the trees and started to walk in the erect posture on two legs two millions and a half years ago, they manufactured for the first time an object, an element which transcended nature. That beginning for mankind was given, no more and no less than by the obtention of a sharpened stone; in other words: a weapon. Is it then that our history is marked by such beginnings? Are weapons embedded in the very same origins of the human phenomenon?
Undoubtedly. Violence is human, not an alien body in our constitution. How is it that we moved from necessary aggression, in terms of survival, to the present day industry of death? Organization as to power is equally human; animals, beyond their instinctive survival mechanisms, do not exert forms of power. We do. In that dialectic (whoever said that "white" is better than "black" or that a woman is "less" than a male... but that sort of dialectic marks our relations), the use of something which increases our capacities for attack is vital. It was vital back then, as a necessary means in the struggle for survival (the sharpened stone, the stick, the spear) and it is still nowadays. Yet, modern weapons are not in the least at the service of biological survival: from the moment where our history ceased to be about pure survival in a cave and constant struggling with the environment, weapons in class societies have been at the service of the powers that be, from the most rustic sword to the hydrogen bomb.
In his old age, based on a wisdom acquired through lifelong meditation and more as a philosophical reflection than as a formulation for clinical practice, Sigmund Freud spoke about the death impulse: a return to the inanimate. That is why psychoanalysis can talk about an intrinsic uneasiness in every cultural formation or society: why do we make war? Shall it be possible to say that social organization structured as to classes inevitably leads to wars (and thus to weapon production)? Then, we should ask why the human being decided to build stratified and warmongering societies instead of horizontal solidarity-based organizations. Socialism is the proposal which aims to the construction of such alternatives. Will we be able to reach it? Is it feasible to carry out what sub-commander Marcos proposed in Chiapas as he said that "we take weapons to build a world where armies are no longer necessary", or will the death impulse drag us before to self-destruction as a species?

venerdì 11 ottobre 2013

PIETRO TRESSO È SEMPRE «BLASCO», di Roberto Massari

Tresso assieme a "Barbara" e Gabriella Maier
A 120 anni dalla nascita e 70 dalla morte
(intervento inviato al convegno di Schio, 5 ottobre 2013)

L’avvertimento secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine, proviene da molto lontano: la lontananza, tuttavia, non ha impedito che questa fondamentale indicazione etica s’incarnasse in alcune figure gloriose del movimento rivoluzionario. Pietro Tresso, nome di battaglia «Blasco», è stato certamente una di queste figure, e anche una delle più gloriose. Ascoltiamolo mentre, a novembre del 1942, dal carcere militare di Lodève, scrive alla cognata Gabriella Maier (sorella della sua compagna Barbara Seidenfeld e prima compagna di Silone):
«Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo sempre insoddisfatti dell’esistente e desiderosi sempre di qualcosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani, sono, in realtà, diventati dei cinici. Per essi gli uomini e tutta l’umanità non sono che degli strumenti, dei mezzi che devono servire per i loro fini particolari, anche se questi fini sono mascherati con frasi di ordine generale; per noi gli uomini e l’umanità sono le sole vere realtà esistenti. Naturalmente tutto ciò è molto generico. Bisognerebbe ancora stabilire il legame necessario tra le forze morali che sono in noi e la realtà quotidiana. È qui che sorgono le vere difficoltà. Ma una cosa mi pare certa: è impossibile sopportare in silenzio ciò che urta con i più profondi sentimenti dell’uomo. Non possiamo ammettere come giusti gli atti che sentiamo e sappiamo ingiusti; non possiamo dire che è falso ciò che è vero e che è vero ciò che è falso con il pretesto che ciò serve a questa o quella delle forze presenti. In definitiva, ciò ricadrebbe sull’umanità intera e, dunque, su noi stessi; ciò distruggerebbe la ragione stessa dei nostri sforzi…».
È un brano celebre di Pietro Tresso che mi accompagna da decenni e che ormai mi sembra di conoscere quasi a memoria. In questi giorni, però, frugando tra i materiali del mio archivio dedicato a Tresso, è ricomparso fisicamente, stampato dalla mia antica e gloriosa Olivetti L32 in inchiostro rosso, su un foglio di carta roso dal tempo e dai tarli, con sottolineatura d’epoca nelle due linee di imperativo categorico qui messe in corsivo. Devo averlo tradotto dal francese ed essermelo appuntato nel 1976, quando lavoravo alla riedizione del Bollettino della Noi o ad aprile del 1977, quando pubblicai un ricordo di Tresso nel n. 5/6 de La Classe. Cioè 36/37 anni fa (che cominciano ad essere tanti…). Ma erano solo 8/9 anni dopo il ‘68 (che all’epoca sembravano pochi e dirò avanti il perché).

giovedì 10 ottobre 2013

SALUD MENTAL: UNA PREGUNTA ABIERTA, por Marcelo Colussi

Ponencia presentada en el Simposio “Salud Mental: ¿es posible una intervención en nuestra ciudad?”, organizado por la Municipalidad de la ciudad de Guatemala el 10 de octubre (día mundial de la salud mental) de 2013.

El título del presente Simposio es por demás de provocativo: “Salud mental: ¿es posible una intervención en nuestra ciudad?”. La forma en que se formula una pregunta puede deslizarnos ya hacia su respuesta. Eso, en definitiva, fue lo que enseñó Sócrates hace dos milenios y medios en la Grecia clásica: la pregunta contiene ya el germen de la respuesta.
La pregunta que da título a este encuentro puede ser la invitación a abrir una crítica, profunda y constructiva, o puede cerrar la discusión. Esto depende de cómo la tomemos. ¿Es posible intervenir en salud mental? Preguntémoslo al revés. Quienes estamos aquí esta mañana hacemos parte del oficio de los trabajadores de la Salud Mental. Es decir: nuestra práctica cotidiana se relaciona justamente con este campo. Preguntémonos mejor: ¿qué estamos haciendo? ¿Sirve nuestra práctica? ¿A quién y de qué manera sirve? ¿Por qué es necesario y pertinente intervenir en el campo de la Salud Mental en un contexto urbano como el de la ciudad de Guatemala?
Así planteada, la pregunta abre varios cuestionamientos. El primero, y sin dudas más importante, es acerca de qué entendemos por Salud Mental. En segundo lugar, pero no menos trascendente, deberíamos ver qué hacemos en torno a ella, qué hacemos cuando intervenimos. Pero desde ya adelantemos que sí, por supuesto que sí, partimos de la convicción que es posible intervenir en ese campo. Posible, y necesario. ¿Qué otra cosa estamos haciendo si no día a día quienes nos movemos en esto?

mercoledì 2 ottobre 2013

TERRAMATTA (Costanza Quatriglio, 2012), di Pino Bertelli

Il novecento italiano di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano

“...L’estate seguente,doppo che venne di Messina,Giovanni ci deceva la testa che voleva partire per farese una cita,e poi ha cirato tutto Raqusa per cercare uno zaino.E zaine Giovanni ni ha trovato 4;e di tutte 4 zaine,prese lo più crante e lo cominciava a principe.Cosi,Giovanni era pazzo che per forza si ne voleva antare a cirare l’Italia,la Spagna,laFrancia,tutta con l’auto toppe,e io ci diceva:”Ciovanni reposete.Che vuoi antare a tastare la fame?!Perchè tu non sai che quanto si va forianto ci vogliono assai solde!?”.E Ciovanni,per forza,si ne doveva antare.Io,che bastonate non ni sapeva dare,e Ciovanni faceva come ci piaceva a lui.Poi,io più assai ci poteva dare lire 50000,che li teneva sempre di riserba,ed erono poco,ma che cosa ci poteva fare?Quinte,magare che non voleva,lui si n’antava lo stesso.E poi,l’altra butta che mi dava,che era l’unica scupetata che mi dava,che mi diceva:”Io,se tu non mi mante alla cita,non vado più all’università”:Così,la mia vita era sempre a mienzo queste farse,ma faceva pazienza:Voldire che io fu nato per vedere tutte queste quaie…”.
Vincenzo Rabito


I. Delle memorie di un “inalfabeta” della terra Iblea 

Terramatta; è un documentario di Costanza Quatriglio, ricostruisce con abilità e sapienza filmica la vita di Vincenzo Rabito... contadino, soldato, cantoniere siciliano semianalfabeta, tratto dai suoi sette quaderni battuti a macchina, 1027 pagine legate con uno spago... migliaia e migliaia di parole interrotte (quasi sempre) da un punto e virgola, interlinea zero... è una sorta di lingua inventata, difficile da decifrare, né italiano né dialetto, quasi una sinfonia musicale propria dei cantastorie siciliani. Il suo diario resta una delle più belle e profonde testimonianze di vita del Novecento.