L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

lunedì 16 settembre 2013

ALL'OPPOSIZIONE NEL PCI CON TROTSKY E GRAMSCI, di Roberto Massari

Pubblichiamo per i lettori del nostro blog l'introduzione scritta da Roberto Massari per il volume da lui curato e pubblicato nel 1977 (All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci: Bollettino dell'Opposizione comunista italiana - 1931-1933) per la casa editrice Controcorrente e ripubblicato nel 2004 da Massari editore (432 pp., € 16). [la Redazione]

Edizioni Controcorrente, 1977
Sulla battaglia antibordighiana di Gramsci è stato scritto molto. Sull’influenza avuta nella sua formazione da Trotsky* molto meno. I motivi di ciò, facili da comprendere, verranno accennati nelle pagine che seguono. Eppure, davanti alla tendenza attualmente dominante tra gli intellettuali della sinistra italiana a privare Gramsci sempre più dei suoi connotati marxisti e rivoluzionari, non è cosa da poco riuscire a spiegare cosa portò i due a coincidere nella sostanza delle posizioni politiche in alcuni momenti cruciali del periodo postleniniano. L’obbligo a cercare di fornire una spiegazione a un tale dato di fatto, indiscutibile pur nella sua frammentarietà e contraddittorietà, non deriva però da pure esigenze filologiche o speculative.
Esso deriva da un altro fatto storico, con cui si potrà essere o non essere d’accordo, ma che non si può ignorare: la formazione in seno al movimento operaio italiano degli anni ‘30 di una corrente organizzata che non solo fondava il suo programma politico sulla sostanza dei contributi per l’Italia forniti da Trotsky e da Gramsci, ma che ai due rivoluzionari si richiamò esplicitamente in tutto il periodo della sua esistenza. Questa corrente, formatasi in seno al gruppo dirigente comunista, composta da compagni che avevano vissuto le vicende del Pcd’I fin dalla nascita, espulsa dal Partito, riorganizzatasi poi autonomamente fuori del Partito, era la Noi. La Nuova Opposizione Italiana, il cui organo politico era il Bollettino che ripubblichiamo per il lettore italiano.
Alcuni contestano la fondatezza di quel richiamo ideologico della Noi, fondandosi su questa o quella posizione di Gramsci, su questo o quel brano dei Quaderni del carcere. Ma dimenticano in genere di assolvere al dovere elementare per chi si richiama al marxismo: spiegare in termini storici perché fu possibile a una corrente organizzata fuori dal Pci ispirare la propria azione politica a quel comune richiamo, e soprattutto perché fu necessario farlo per tutto il corso degli anni ‘30. Solo alla luce di questa spiegazione storica la discussione teorica sui testi può divenire veramente utile e attuale, e non pura esercitazione accademica.
Sono aumentate negli ultimi anni le pubblicazioni che offrono un quadro esauriente del dibattito sulla «svolta» e che collocano la battaglia e l’espulsione dei «tre» nella loro vera luce, riparando a una grave ingiustizia storica compiuta nei loro confronti e verso il movimento operaio italiano. Ora, però, occorre cominciare a fare luce sul proseguimento di quella vicenda. I «tre» non scomparvero dopo l’espulsione, non considerarono esaurita la propria funzione storica, ma anzi proseguirono la propria battaglia con rinnovata energia, anche se con scarso successo. Il Bollettino è la prova tangibile di questo impegno. Esso ci offre inoltre a posteriori la possibilità di valutare la correttezza di fondo delle loro analisi e delle loro proposte. E di qui viene un nuovo stimolo al dibattito. È mai possibile che il richiamo all’insegnamento di Trotsky e in parte a quello di Gramsci sia stato completamente estraneo a questa correttezza delle loro analisi o posizioni? No ovviamente.
E allora cerchiamo di capire meglio la formazione del loro pensiero, per quali vie e quali esperienze essi arrivarono a quelle conclusioni e che cosa resta di vivo oggi, che noi si possa sfruttare nel presente. Magari sul piano del metodo, se non su quello dei contenuti. Ma per far ciò bisogna risalire un po’ indietro nel tempo. Perlomeno a quei dibattiti accesi del Terzo e del Quarto congresso dell’Internazionale che videro apparire le prime gravi fratture tra la direzione comunista italiana e l’insegnamento dei dirigenti della rivoluzione russa.

La questione italiana all’epoca della Marcia su Roma

Il 25 novembre 1922 Lenin dettava al telefono il seguente messaggio per Trotsky: «Quanto a Bordiga, consiglio vivamente di approvare la vostra proposta di inviare ai delegati italiani una lettera del nostro Cc e di raccomandar loro con molta insistenza la tattica da voi indicata, altrimenti le loro azioni saranno estremamente dannose per i comunisti italiani in avvenire»1.
In che consistesse questa tattica «indicata» da Trotsky e quali «danni» provocasse nell’immediato oltre che nel futuro la sua non applicazione convinta da parte della maggioranza della direzione del Pcd’I è storia ormai nota a quanti siano familiari con i termini del contrasto esploso tra la direzione del Pcd’I e il Comintern nel 1922 e poi protrattosi fino al rovesciamento della direzione bordighista originaria2. Trotsky stesso ricorderà nel 1931 l’incapacità della direzione italiana di far fronte all’ascesa del fascismo e come ad essa sfuggisse solo Gramsci. In un brano famoso, pubblicato in italiano per la prima volta nel n. 7 di questo Bollettino, Trotsky riassumeva nel modo seguente gli errori determinati dall’inesperienza della direzione del Pcd’I all’epoca della Marcia su Roma:
«Il Partito Comunista Italiano sorse quasi contemporaneamente al fascismo. Ma le stesse condizioni di riflusso rivoluzionario che innalzarono il fascismo al potere, intralciarono lo sviluppo del Partito comunista. Esso non si rese conto delle proporzioni del pericolo fascista; si cullò nelle illusioni rivoluzionarie; fu inflessibilmente ostile alla politica del fronte unico; in una parola: si ammalò di tutte le malattie infantili. Non c’è di che stupirsi: non contava che due anni di vita. Per esso il fascismo rappresentava solo “la reazione capitalista”. Il Partito comunista italiano non seppe discernere i veri lineamenti del fascismo derivati dalla mobilitazione della piccola-borghesia contro il proletariato. Secondo le informazioni pervenutemi dagli amici italiani, il Partito comunista italiano, eccezione fatta per Gramsci, non ammetteva la menoma possibilità di presa del potere da parte dei fascisti: Non bisogna inoltre dimenticare che il fascismo italiano era allora un fenomeno nuovo e non era che in processo di formazione. Dedurne i lineamenti specifici non sarebbe stato agevole anche ad un partito più sperimentato».
Nello stesso brano, però, ricordava Trotsky che nessuna giustificazione era possibile per chi come Togliatti e la nuova direzione stalinista del Pci intendeva ripetere lo stesso errore in Germania, agli inizi dell’ascesa di Hitler:
«I comunisti italiani, più che ogni altro dovrebbero levare la propria voce ammonitrice. Ma Stalin e Manuilskij li hanno costretti a sconfessare i più importanti insegnamenti della propria sconfitta. È noto il perseverante servilismo con il quale Ercoli si è affrettato a passare alle posizioni del socialfascismo, vale a dire sulle posizioni della attesa passiva della vittoria fascista in Germania» (Ibidem).
Nel 1931 il nazismo non aveva ancora trionfato in Germania e la battaglia di Trotsky e dell’Opposizione internazionale di Sinistra - inclusa la sua sezione italiana - si concentrava in un ultimo tentativo di raddrizzare l’orientamento del Comintern staliniano, prima che accadesse il peggio. Il periodo coperto dal Bollettino dell’Opposizione Comunista italiana riproduce interamente quest’ultimo disperato tentativo, e rappresenta quindi la testimonianza politica e storica più diretta della possibilità esistente per l’Internazionale di combattere il nazismo nascente, avvalendosi fin dove possibile della esperienza ricavata dagli errori italiani; ma nessun ascolto fu dato - come è noto - a Trotsky, né a Gramsci, né a quegli «amici italiani» cui accenna Trotsky e che sappiamo essere né più né meno i principali redattori di questo Bollettino3.
La tattica «indicata» da Trotsky4 e dalla direzione maggioritaria del Comintern a novembre del 1922 alla delegazione italiana era quella del fronte unico con le altre organizzazioni del movimento operaio, primi fra tutti quei riformisti che portavano la principale responsabilità dell’ascesa mussoliniana e che si illudevano sulla possibilità di una convivenza tra fascismo e organizzazioni legali operaie, di una conciliazione tra grande capitale e programma minimo di rivendicazioni della classe lavoratrice. Alla delegazione bordighiana, che affermava erroneamente l’equivalenza dittatoriale della democrazia borghese e del fascismo, l’Internazionale rispondeva nel 1922 astenendosi sulle questioni di analisi, ma intervenendo pesantemente sulle questioni organizzative: una preoccupazione questa che dimostrava come un segno istintivo di allarme risuonasse già tra le mura del IV congresso. La raccomandazione di Lenin a Trotsky riportata all’inizio mostra anche come i due principali dirigenti bolscevichi cominciassero a temere conseguenze ben più gravi da un mancato cambio di orientamento nella direzione italiana, anche se il motivo principale e contingente delle loro preoccupazioni era quello della fusione tra il giovane partito e il Psi massimalista.
Come è noto la proposta di Trotsky ebbe un seguito. Due giorni dopo il messaggio telefonico di Lenin, la delegazione italiana si trovò di fronte a una lettera del Cc del Partito comunista russo, firmata da Trotsky, Lenin, Zinov’ev, Radek e Bucharin, che imponeva praticamente la fusione col Psi. Bordiga accetterà l’imposizione per disciplina, restando però del suo avviso.
In quegli stessi giorni, in Italia, Mussolini completava il suo colpo di mano dandogli una veste legale in Parlamento. Nel paese iniziava il terrore fascista con la strage di Torino del dicembre 1922, gli assalti alle redazioni e alle sedi del movimento operaio, l’arresto dei principali dirigenti del Pci e del Psi allo scopo di impedire la riorganizzazione del partito votata a Mosca. Nella nuova drammatica situazione venutasi così a creare, le responsabilità di una direzione rivoluzionaria non potevano più limitarsi all’ambito organizzativo, alla soluzione delle «vecchie» questioni rimaste irrisolte con la scissione di Livorno e col congresso di Roma, né alla discussione astratta sull’interpretazione letterale della formula del governo operaio. Tutte le divergenze emerse su questi terreni andavano ricondotte a problemi di analisi ben più sostanziosi: l’analisi del periodo e la possibilità per una ripresa dell’offensiva operaia a partire dalla crisi rivoluzionaria che si annunciava in Germania; il ruolo dell’Urss come roccaforte del movimento operaio, le cui sorti però erano inscindibilmente legate a quelle della prospettiva rivoluzionaria internazionale; il ruolo del Comintern e in particolare il rapporto tra l’orientamento strategico generale di quest’ultimo e l’articolazione tattica che ogni partito era in diritto e in dovere di elaborare; il rapporto tra la ritirata parziale operata in Urss con la Nep, lo scioglimento dei partiti e il bando delle frazioni nel Pcr e la prospettiva rivoluzionaria internazionale di cui parte integrante era lo stesso processo di transizione al socialismo già avviato; l’analisi del nuovo fenomeno apparso in Italia nella veste del fascismo e le potenzialità che esso aveva per l’assolvimento di compiti indispensabili a un ulteriore sviluppo capitalistico del paese; i compiti generali della rivoluzione in Italia, alla luce della nuova situazione e dei necessari mutamenti tattici che essa imponeva; il rapporto tra la lotta per la difesa della democrazia e delle conquiste elementari della classe operaia e la necessità di un’egemonia proletaria che assicurasse a tale lotta uno sbocco socialista; la tattica del fronte unico e l’adattamento all’Italia della formula bolscevica «combattere Kornilov senza appoggiare Kerenskij»; il programma di rivendicazioni democratiche e transitorie che avrebbero permesso alla classe operaia italiana di costituire il fronte più vasto di alleanze sociali contro il fascismo, senza consegnare il potere a un’ala diversa, «più democratica» della borghesia; e alla luce di tutto questo, la questione del Partito rivoluzionario, come espressione e organizzatore generale della classe, come distaccamento d’avanguardia interno al movimento delle masse e a queste profondamente legato.
Su questi problemi la maggiore lucidità era espressa da Trotsky, che non condivideva la visione unilateralmente ottimista della sinistra e che considerava in particolare per l’Italia la vittoria di Mussolini come un potente fattore di mutamento nella situazione europea.
Nell’articolo che scrisse in polemica con un’esponente della sinistra austriaca, a dicembre del 1922, sullo stato del movimento di classe in Europa, egli delineò due possibili prospettive per la situazione italiana, di cui la storia dimostrerà esatta - nelle sue linee generali - la seconda. L’importanza di questo scritto è fondamentale, non solo per i suggerimenti tattici che accompagnano l’analisi, ma anche per cogliere il nesso evidente di continuità che lega queste posizioni di Trotsky sull’Italia con i contenuti della battaglia che Gramsci accetterà di condurre su quelle posizioni esattamente un anno dopo. Un raffronto tra questo articolo e le lettere di Gramsci da Vienna confermano tale continuità:
«Per mettere bene in luce fin dall'inizio tutto ciò che ha di meccanico la concezione di Friedländer, prendiamo l’esempio dell’Italia, dove la controrivoluzione è al suo apogeo. Qual è la diagnosi politica che si può fare per l’Italia? Supponiamo che Mussolini si mantenga al potere per un periodo di tempo sufficiente a permettere che i lavoratori di città e di campagna si raggruppino contro di lui, riprendano la fiducia perduta nella loro forza di classe e si uniscano intorno al Partito comunista; non è impossibile che il regime di Mussolini sia direttamente spazzato da quello della dittatura del proletariato. Ma vi è un’altra eventualità probabile contro la prima. Se il regime di Mussolini s’infrange contro le contraddizioni interne della sua stessa base sociale e contro le difficoltà della situazione interna ed internazionale, prima che il proletariato italiano arrivi alla situazione in cui si trovava nel settembre 1920 - ma questa volta sotto una direzione rivoluzionaria forte e risoluta - è evidente che si assisterà di nuovo in Italia all’instaurazione di un regime intermediario, d’un regime di fraseologia e d’impotenza, d’un ministero Nitti o Turati, o anche Nitti-Turati, in una parola, di un regime analogo a quello di Kerenskij e che, per il suo inevitabile e pietoso fallimento, spianerà la via al proletariato rivoluzionario. Questa seconda ipotesi, non meno verosimile della prima, implica forse la revisione del programma e della tattica dei comunisti italiani? Affatto»5.
Questi, comunque, erano i problemi davanti alla fragile direzione del Pcd’I perseguitata dai fascisti; questi i problemi davanti all’intero movimento operaio internazionale che avrebbe pagato caro negli anni seguenti la sconfitta italiana. Questi, infine, i problemi davanti al Comintern che dopo il IV congresso si avviava, però, sulla strada del declino. Una discussione serena, democratica e scientifica sulle questioni italiane non sarà infatti più possibile nell’ambito dell’Internazionale e le vicende del Pcd’I si mescoleranno a quelle della lotta frazionistica lanciata dallo stalinismo in ascesa. Con la scomparsa di Lenin dalla scena politica a marzo del 1923, la classe operaia perdeva la guida più preziosa nella lotta contro la degenerazione staliniana del primo Stato operaio e dell’Internazionale6. Trotsky, che ebbe delle esitazioni a condurre un’offensiva a fondo contro Stalin quando Lenin glielo propose, manterrà questo atteggiamento per quasi tutto il 1923, ma ad ottobre di quell’anno deciderà finalmente di riprendere la lotta. Da quel momento i termini della battaglia italiana si mescoleranno strettamente con le vicende dell’Internazionale e della Opposizione di sinistra.

«Nuovo Corso»

L’inizio della battaglia dell’Opposizione di sinistra in Russia si può far risalire alla lettera che l’8 ottobre Trotsky scrisse al Cc criticando la linea della maggioranza dell’Ufficio Politico; alla lettera-dichiarazione dei «46», concentrata soprattutto sulla necessità di ristabilire la democrazia in seno al Partito; alla serie di scritti di Trotsky pubblicati in parte sulla Pravda tra la fine del ‘23 e gli inizi del ‘24, raccolti sotto il titolo di Nuovo Corso, che coprono invece l’arco più vasto di problemi riguardanti la costruzione del socialismo in Urss, questioni della fase di transizione, valutazioni sul significato della Nep, concezione dell’organizzazione. Gramsci assisterà a Mosca agli inizi della lotta di opposizione, ma potrà leggere gli articoli di Trotsky solo a Vienna, tra il gennaio e il febbraio del 1924.
I contenuti della battaglia aperta col Nuovo Corso sono stati più volte commentati7 e già all’epoca provocarono profonde impressioni, in primo luogo sullo stesso Gramsci, che nelle sue lettere del 1924 riprenderà integralmente dei concetti, quando non addirittura intere formulazioni. Ciò appare particolarmente evidente nelle questioni riguardanti la concezione del partito, le cellule di fabbrica e i pericoli della burocratizzazione dell’apparato (si vedano avanti i riferimenti di Gramsci).
Gramsci non coglierà però appieno la vera sostanza della battaglia aperta con Nuovo Corso. Crederà che la denuncia della burocratizzazione fatta da Trotsky riguardi essenzialmente il funzionamento dell’apparato e la sua composizione sociale, e non comprenderà invece il rapporto che quegli aspetti esteriori avevano con le scelte politiche del partito, vale a dire con gli interessi sociali nuovi che il partito russo cominciava ad esprimere, dopo aver sconfitto la borghesia, ma nella fase di ripiegamento della classe operaia. Quel ripiegamento, incarnato provvisoriamente dalla Nep, veniva ormai invece irreversibilmente trasformato nel predominio di un nuovo strato sociale: la burocrazia. «Il burocratismo - denunciava Trotsky - è un fenomeno essenzialmente nuovo, che nasce dai nuovi compiti, dalle nuove funzioni, dalle nuove difficoltà e da nuovi errori del partito». Trotsky consigliava di non «fondere il partito con l’apparato burocratico dello Stato, allo scopo di impedire che anche il partito venga esposto al rischio della degenerazione burocratica». Una nuova borghesia si sviluppava all’ombra della Nep, e «questa nuova borghesia non si limita a essere un intermediario commerciale; in una certa misura, essa assume anche il ruolo di organizzazione della produzione». Di qui l’esigenza per Trotsky di tornare alla democrazia soviettista, per schiacciare il nuovo strato sociale in formazione: «Il burocratismo è un fenomeno sociale, in quanto è un sistema determinato di amministrazione degli uomini e delle cose». La pianificazione centrale, ma sottoposta al controllo e alla verifica delle istanze produttive di base, al controllo dei lavoratori, avrebbe permesso di vincere il pericolo e di ritornare sulla strada dell’Ottobre. A questa prospettiva andava finalizzata la rinascita operaia del partito e il ritorno al sistema delle cellule di fabbrica. La battaglia per la democrazia operaia non era pertanto un fine in sé, ma doveva essere legata a quelle scelte precise sulla strada della costruzione del socialismo.
Il senso della battaglia di Trotsky verrà strumentalizzato, come è noto. La «proletarizzazione» del partito avviata dalla direzione staliniana servirà solo ad annacquare ulteriormente il dibattito all’interno dell’apparato e a preparare la controffensiva della burocrazia con migliori rapporti di forza.
Gramsci non intenderà appieno tutta la portata della battaglia di Trotsky in difesa della natura operaia dello Stato sovietico, ma si schiererà istintivamente a favore di essa in un primo momento, convinto soprattutto degli aspetti di quello scontro che potevano avere dei riflessi immediati nella battaglia da compiere in Italia. La sua formazione «ordinovista» lo portava necessariamente a schierarsi coi contenuti della battaglia trotskiana, anche se ostacolava allo stesso tempo uno sviluppo di quei contenuti fino alle ultime conseguenze. Ma all’epoca, fine del ‘23, era quanto bastava per decidere in Italia il ritorno alle masse, il raddrizzamento della linea del partito e l’adozione di un programma nella tradizione migliore del leninismo.
L’inizio della battaglia dei due rivoluzionari - Trotsky e Gramsci - fu solo apparentemente sincronizzata. Per entrambi iniziò alla fine del 1923, dopo un periodo più o meno lungo di riflessione, ma in contesti politici e davanti ad avversari talmente diversi da far sì che l’incontro sui contenuti non avesse conseguenze pratiche immediate, ma anzi portasse a profonde incomprensioni. Trotsky lottava in Russia contro una direzione politica centrista che nel 1923 si spostava rapidamente verso destra, che deteneva il potere in uno Stato operaio in via di degenerazione e che esprimeva gli interessi di un nuovo strato sociale in ascesa, la burocrazia. Gramsci lottava invece in Italia contro una maggioranza di cui egli stesso aveva condiviso fino in fondo l’estremismo e l’intransigenza settaria, che non esprimeva gli interessi dell’insieme della classe operaia italiana e il cui compito restava ancora quello di conquistarsi un seguito di massa tra il proletariato: in una fase però di profonda demoralizzazione della classe operaia e di ripiegamento sotto i colpi del fascismo. Una fase quindi in cui i pericoli venivano solo apparentemente dall’estremismo bordighiano e che era invece molto più propizia per deviazioni di destra, di tipo riformista e collaborazionista.
Gramsci comprenderà con molto ritardo la correttezza delle posizioni di Trotsky sull’Italia e accetterà di tradurle in pratica in un periodo in cui la battaglia di Trotsky non poteva più limitarsi a questioni di orientamento in questo o in quel paese, ma assumeva una portata internazionale: di difesa della democrazia operaia in Urss e di rigenerazione dell’Internazionale nel mondo. Non cogliendo (o non volendo cogliere, il che ci è indifferente storicamente) la nuova portata della battaglia trotskiana, Gramsci continuerà a lottare tenacemente fino al 1926 e anche dopo per il programma italiano più corretto, quello elaborato dallo stesso Trotsky con alcuni anni di anticipo, avvalendosi del contributo di Lenin e del meglio dell’esperienza bolscevica; ma assumerà posizioni gravi e dannose nei confronti della lotta più generale dell’Opposizione di sinistra. Come nuovo dirigente del Pci e come figura di maggiore prestigio egli avrà la sua parte di responsabilità per la stalinizzazione del Partito, per l’accostamento delle posizioni di Bordiga a quelle di Trotsky e per la confusione esistita per tutto un periodo tra i comunisti italiani sul vero senso della battaglia dell’Opposizione di sinistra.
Ciò detto, non si deve compiere l’errore opposto a quello di chi vuole presentare Gramsci come l’esponente di una linea rivoluzionaria dal principio alla fine, come l’incarnazione del patrimonio di Trotsky in Italia (come hanno fatto Maitan e Corvisieri). Non si deve però nemmeno liquidare Gramsci come un perenne «centrista», ma al contrario, nella complessa articolazione delle sue posizioni, cogliere: 1) la contraddittorietà con cui avvenne l’allontanamento di Gramsci dalle posizioni di Trotsky, come tale allontanamento si verificasse essenzialmente nella forma, negli schieramenti e non sui contenuti della rivoluzione in Italia fino al 1926; 2) la convergenza oggettiva tra i due rivoluzionari su questioni di principio (in particolare la questione del partito, della rivoluzione permanente, del rigetto del “socialismo in un solo paese”) e anche su questioni particolari di politica internazionale (quali la Germania, la tattica in Francia nel 1923, la svolta del socialfascismo, la linea avventurista del Terzo periodo); 3) più importante di tutti, perché non rinchiuso nell’ambito teorico, ma di rilevanza pratica effettiva nella storia del movimento operaio italiano, come dal gramscismo sia potuta emergere una componente rivoluzionaria che ha potuto rioperare la fusione tra patrimonio gramsciano e battaglia trotskiana, entrando a pieno titolo nel movimento per la costruzione della Quarta Internazionale: questo, per inciso, e non altro è il senso del titolo «semplificatore» proposto da chi ha contribuito a ripresentare questo Bollettino.

Da Vienna a Roma

Come la decisione di Trotsky aveva covato a lungo prima di assumere il carattere di uno scontro aperto con la frazione di Stalin-Zinov’ev-Kamenev ed aveva assunto una veste ufficiale solo alla fine del 1923, un caso analogo si verificò con Gramsci. Solo a gennaio del 1924 questi decideva di rompere ufficialmente con la direzione maggioritaria italiana, rifiutando di firmare il manifesto preparato da Bordiga e sottoscritto da Togliatti, Terracini e Scoccimarro con cui si sarebbe rimessa in discussione la tattica proposta dal Comintern per l’Italia, in particolare sulla questione della fusione e del fronte unico. Abbiamo già accennato al fatto che la coincidenza nel tempo delle due battaglie - identiche nella sostanza e nell’ispirazione - doveva fare i conti con la diversa collocazione politica dei due rivoluzionari: Trotsky, davanti al progressivo scivolamento verso destra della troika, davanti all’evidente fenomeno di burocratizzazione del partito a discapito dei fondamenti della dittatura proletaria, e dopo la tragica esperienza dell’opportunismo «zinovieviano» in Germania, si collocava a sinistra rispetto alla direzione del Pcr e incarnava in tal modo le esigenze autentiche del proletariato russo. Gramsci, costretto a battersi contro l’estremismo di sinistra di Bordiga, davanti all’astensionismo settario nei confronti delle masse e davanti al rifiuto di operare per una riunificazione nella lotta delle correnti proletarie italiane, si collocava in una posizione di «centro» - ma non centrista8 - rispetto alla direzione maggioritaria di ultrasinistra, ma anche rispetto alla minoranza opportunista di destra (Tasca) che in Italia, nonostante la sua scarsa rilevanza, rappresentava oggettivamente l’incarnazione della linea di destra della direzione russa e internazionale.
Partito da Mosca alla fine di novembre del 1923, dopo avervi trascorso un anno e mezzo, di cui gli ultimi mesi a stretto contatto con il lavoro del Comitato Esecutivo dell’Internazionale9, Gramsci si installa a Vienna agli inizi di dicembre, proprio nel momento in cui esplode la lotta tra le due frazioni del Pcr. Ancora memore del ruolo di Trotsky nella rivoluzione russa e nella conduzione del Comintern, scrive alla moglie il 13 gennaio 1924 chiedendo maggiori informazioni sulla lotta in corso, limitandosi a definire «irresponsabile e pericoloso» l’attacco pubblico sferrato da Stalin contro Trotsky10. Un mese dopo (9 febbraio), avendo ricevuto le informazioni richieste e avendo letto gli articoli di Trotsky pubblicati fin da dicembre sulla Pravda, Gramsci si schiera decisamente a favore di quest’ultimo, in termini che non possono lasciare adito a dubbi, soprattutto perché suffragati da un bilancio storico delle posizioni di Trotsky. In questa lettera11, divenuta famosa in Italia per le ragioni che vedremo tra breve, Gramsci premette alle sue indicazioni per la svolta italiana un’analisi della situazione dell’Internazionale, per controbattere l’errore di Urbani [Terracini], secondo cui il gruppo di Stalin si stava spostando a sinistra e non a destra, come accadeva nella realtà.
«Per ciò che riguarda la Russia, io ho sempre saputo che nella topografia delle frazioni e delle tendenze Radek, Trotsky e Bukharin occupavano una posizione di sinistra, Zinoviev, Kamenev, Stalin una posizione di destra, mentre Lenin era al centro e fungeva d’arbitro in tutta la situazione».
Le divergenze non sono nuove, ricorda Gramsci:
«È noto che nel 1905 già Trotsky riteneva che in Russia potesse verificarsi una rivoluzione socialista e operaia, mentre i bolscevichi intendevano solo stabilire una dittatura politica del proletariato alleato ai contadini, la quale servisse d’involucro allo sviluppo del capitalismo, che non doveva essere intaccato nella sua struttura economica».
Gramsci ricorda anche l’adesione di Lenin alle tesi della rivoluzione permanente nel 1917 e quindi il felice incontro dei due rivoluzionari in seno al partito bolscevico, nonostante le resistenze del centro interno formato dagli attuali dirigenti del partito:
«È noto anche che nel novembre del 1917, mentre Lenin e la maggioranza del partito era passato alla concezione di Trotsky e intendeva manomettere non solo il governo politico, ma anche il governo industriale, Zinov’ev e Kamenev erano rimasti nella opinione tradizionale del partito, volevano il governo di coalizione rivoluzionaria con i menscevichi e con i social-rivoluzionari, uscirono perciò dal Cc del partito, pubblicarono dichiarazioni ed articoli in giornali non bolscevichi e per poco non giunsero fino alla scissione».
E quanto Gramsci ci tenesse a difendere la continuità del pensiero leninista e trotskiano sulla teoria della «rivoluzione permanente» lo sappiamo, oltre che dall’intera battaglia di Gramsci che stiamo cercando di ricostruire, anche da vari suoi riferimenti. Valga per tutti quello riassunto nella lettera a Scoccimarro di questo stesso periodo (5 gennaio 1924), in cui Gramsci osserva «come in realtà il fascismo abbia posto in Italia un dilemma molto crudo e tagliente: quello della rivoluzione in permanenza e della impossibilità non solo di cambiar forma allo Stato, ma semplicemente di mutar governo altro che con la forza armata»12.
«Nella recente polemica avvenuta in Russia - continua Gramsci nella lettera del 9 febbraio - si rivela come Trotsky e l’opposizione in generale, vista l’assenza prolungata di Lenin dalla dirigenza del partito si preoccupino fortemente di un ritorno alla vecchia mentalità, che sarebbe deleteria per la rivoluzione. Domandando un maggior intervento dell’elemento operaio nella vita del partito e una diminuzione dei poteri della burocrazia essi vogliono, in fondo assicurare alla rivoluzione il suo carattere socialista e operaio e impedire che lentamente si addivenga a quella dittatura democratica, involucro di un capitalismo in sviluppo, che era il programma di Zinoviev e comp. ancora nel novembre 1917. Questa mi pare la situazione nel partito russo, la quale è molto più complicata e più sostanziale di quanto non veda Urbani; unica novità è il passaggio di Bukharin al gruppo Zinoviev, Kameniev, Stalin» (corsivo nostro).
Anche sulla questione tedesca, che dopo gli avvenimenti d’Ottobre era al centro del dibattito nel Comintern, Gramsci prende una posizione di difesa dell’opposizione di sinistra russa, su cui all’epoca Zinov’ev cercò di far cadere le responsabilità della sconfitta. Responsabilità che invece risalivano in gran parte ai tentennamenti dello stesso Zinov’ev. Gramsci, che aveva condiviso l’analisi della situazione tedesca come oggettivamente rivoluzionaria, pur assolvendo Zinov’ev d’ogni responsabilità, si oppone al tentativo di addossare la colpa a Trotsky del putsch d’Amburgo:
«Se errori ci furono essi furono commessi dai tedeschi. I compagni russi, cioè Radek e Trotsky, ebbero il torto di credere alle vendite di fumo di Brandler e compagni, ma di fatto anche in questo caso la loro posizione non era di destra, ma piuttosto di sinistra, tanto da poter incorrere nell’accusa di puccismo».
Questa lettera di Gramsci, così piena di giudizi favorevoli per l’Opposizione di sinistra, si conclude con un chiaro avviso ai compagni della direzione, troppo immersi nell’orizzonte angusto dei dissidi italiani:
«Ho creduto opportuno di dilungarmi un po’ su questo argomento, perché occorre avere un orientamento abbastanza chiaro in questo campo»13.
A gennaio-febbraio del 1924 la decisione di Gramsci di condurre un’offensiva contro la direzione estremista italiana è irrevocabile. Nelle lettere da Vienna egli parla addirittura di «una grande svolta storica del movimento comunista italiano»14. Nella lettera del 9 febbraio dichiara: «Ritengo che sia giunto il momento di dare al partito un indirizzo diverso da quello che esso ha avuto fino ad ora. Incomincia una nuova fase nella storia non solo del nostro partito, ma anche del nostro paese».
Il primo passo di Gramsci consiste nel rifiuto di firmare il manifesto del gruppo Bordiga, Togliatti, Terracini, Scoccimarro. In questo egli si trova solo, agli inizi, con il più fedele proseguitore della sua linea politica negli anni successivi alla sua incarcerazione15. Il resto della direzione italiana comprenderà solo alcuni mesi dopo il senso della battaglia iniziata. Il primo punto su cui Gramsci intende qualificarsi è quello della concezione del partito.
«Ho un’altra concezione del partito, della sua funzione, dei rapporti che devono stabilirsi fra esso e le masse senza partito, fra esso e la popolazione in generale» (5 gennaio). Nel partito italiano si è creato «un vero e proprio distacco tra la massa e i dirigenti». «Non si è concepito il partito come il risultato di un processo dialettico in cui convergono il movimento spontaneo delle masse rivoluzionarie e la volontà organizzativa e direttiva del centro…». «Il partito ha mancato di una attività organica di agitazione e propaganda». «Si sono formati all’insaputa del centro dei posti di infezione opportunistica. E questi avevano il loro riflesso nel gruppo parlamentare e poi lo ebbero, in una forma più organica, nella minoranza».
Nella lettera del 9 febbraio Gramsci riproduce su scala italiana le stesse amare e profonde critiche che Trotsky e i «46» avevano rivolto in Russia alla burocratizzazione del Pcr. Il Partito non può staccarsi dalle masse, non può rinunciare alla «formazione delle cellule di fabbrica», ripete Gramsci, senza rinunciare alla sua vera natura di organizzatore dell’avanguardia operaia. Non può imporre la sua volontà dall’alto, ma deve in continuazione sottoporsi alla verifica delle istanze di base, del movimento, del proletariato. Gramsci, sulla scia della «proletarizzazione» richiesta in Russia dalla Opposizione di sinistra, solleva un problema analogo per l’Italia ed elenca le categorie maggiormente trascurate nell’attività del Partito in Italia: il proletariato milanese, i lavoratori del mare, i ferrovieri, oltre al problema decisivo del Mezzogiorno (lettera cit., pp. 200-1).
È in fondo il Gramsci dell’Ordine Nuovo, dei consigli operai, il sostenitore della migliore tradizione bolscevica e dell’Ottobre soviettista che propone di riportare la sterile discussione organizzativa sulla fusione o no con il Psi sul terreno dell’agitazione operaia concreta, da cui l’ha distolta il settarismo maggioritario. Non c’è traccia di spontaneismo nella posizione di Gramsci16, come già in quella di Trotsky, quando ricorda che appunto il processo dialettico tra movimento spontaneo delle masse e centralità organizzativa del Partito serve a produrre degli autentici quadri proletari, degli «specialisti» dell’agitazione, per usare le parole dello stesso Gramsci.
Questa posizione di Gramsci sul partito, contrapposta in Italia al settarismo bordighiano e in Russia al burocratismo staliniano, diverrà un cavallo di battaglia, negli anni seguenti, dell’Opposizione di sinistra in Italia. Sul Bollettino della Noi si troverà come tema costante il rinvio alle masse, ai bisogni reali delle masse, al movimento delle masse effettivamente esistente in Italia, come pietra di paragone di qualsiasi politica rivoluzionaria. Sarà questa una delle motivazioni al rifiuto netto della «svolta» decisa a Mosca senza alcuna verifica nella realtà italiana, al rifiuto di costruire sindacati paralleli destinati a restare sulla carta, al rifiuto di fare un unico amalgama dei lavoratori socialdemocratici con il movimento fascista. E in nome di questa concezione gli oppositori proseguiranno la lotta per la democrazia interna, per il centralismo democratico, già iniziata da Trotsky in opposizione a Stalin. In questo sarà uno degli elementi decisivi di continuità tra la lotta di Gramsci nel 1924-26 e quella della Noi negli anni ‘30.
Un altro decisivo elemento di continuità sarà il tema della «rivoluzione permanente» ricordato da Gramsci in questo periodo, non tanto in polemica con Bordiga che formalmente ne accettava la struttura metodologica, quanto in polemica con quella minoranza taschiana, opportunista di destra e autentica precorritrice in Italia della svolta togliattiana verso i fronti popolari. Di fronte unico proletario si parla nel programma di Gramsci e dell’Opposizione di sinistra, in aperta contrapposizione a prospettive di blocchi con forze borghesi, di qualsiasi orientamento politico. Questo, però, senza indulgere all’estremismo (bordighiano negli anni ‘20, staliniano e togliattiano dopo la svolta), che tendeva a presentare la borghesia come un unico blocco reazionario, privo di contraddizioni interne che il proletariato potesse sfruttare a suo vantaggio.
Come farà la Noi con l’analisi di «Giustizia e Libertà» e del raggruppamento concentrazionista, rifiutando di considerarli alla stregua del fascismo, ma includendoli nel novero della controrivoluzione democratica, senza rinunciare inoltre ad indicare i tratti specifici dei singoli componenti, Gramsci propone nel 1924 un’analisi analoga della realtà italiana. Nella lettera del 1° marzo a Scoccimarro e Togliatti, Gramsci osserva come si sia lasciata cadere l’analisi delle forze borghesi e piccolo-borghesi, del partito popolare e di quello repubblicano, della «democrazia sociale nel Mezzogiorno», del nittismo, dell’amendolismo ecc. Egli propone di operare una «distinzione tra fascismo e forze borghesi tradizionali che non si lasciano “occupare”: Corriere, Stampa - le Banche - lo stato maggiore - la Confederazione generale dell’industria». Conosciamo gli sviluppi impressi da Gramsci a queste proposte di analisi nello scritto sulla Questione meridionale e nei Quaderni, leggeremo ora nel Bollettino gli aggiornamenti di quelle intuizioni, alla luce delle analisi del contesto internazionale capitalista, proposte da Trotsky, anche dopo l’espulsione dall’Urss. Nulla le accomunerà all’amalgama pasticcione e ottuso della teoria del «socialfascismo», del «crollo imminente del capitalismo», del «Terzo periodo», diffuse da Stalin e riprese per l’Italia da Togliatti, Longo, Secchia, Ravera, Grieco, Scoccimarro ecc.
Un terzo elemento della proposta gramsciana che verrà proseguita per l’Italia solo dalla Noi è la lucida previsione della dinamica della lotta di classe nel medio periodo e del potere di attrazione ancora intenso del riformismo. Già rispondendo con vari anni di anticipo alla famigerata alternativa immediata della svolta staliniana, «fascismo o dittatura proletaria», Gramsci dichiara a febbraio del 1924:
«È un po’ opinione che una ripresa proletaria possa e debba avvenire solo a beneficio del nostro partito. Io credo invece che ad una ripresa il nostro partito sarà ancora di minoranza, che la maggioranza della classe operaia andrà con i riformisti e che i borghesi democratici liberali avranno ancora da dire molte parole».
Concetti analoghi, sei anni dopo, costeranno l’espulsione dal Partito a Tresso, Leonetti, Ravazzoli, Recchia, Bavassano e, con tutti i distinguo, a Silone, l’isolamento in carcere a Gramsci e Terracini, l’accusa di agente dell’imperialismo a Trotsky.
Nel Bollettino, e nel programma della Noi ivi pubblicato, si parlerà a lungo dell’impossibilità in Italia di passare dal fascismo alla dittatura proletaria immediatamente, senza un periodo intermedio di sperimentazione e superamento della democrazia borghese da parte delle masse, dirette dalla classe operaia, se questa avrà saputo includere la difesa delle libertà democratiche nel suo programma per il socialismo. Anche questa prospettiva, che nel Bollettino assumerà il nome di «fase transitoria», «periodi di transizione» (da non confondere con la «transizione al socialismo» dopo la presa del potere), trova un fermo assertore in Gramsci che si pronuncia fin d’ora nello stesso senso, parlando di «fasi suppletive», «fasi intermedie», «processo di transizione», in perfetta coerenza con l’analisi del fascismo sviluppata altrove e con l’attenzione costante al problema del Mezzogiorno:
«Che la situazione sia attivamente rivoluzionaria non dubito e che quindi entro un determinato spazio di tempo il nostro partito avrà con sé la maggioranza; ma se questo periodo forse non sarà lungo cronologicamente esso sarà indubbiamente denso di fasi suppletive, che dovremo prevedere con una certa esattezza per poter manovrare e non cadere in errori che prolungherebbero le esperienze del proletariato».
È la necessità della lotta per rivendicazioni democratiche e transitorie, da parte del proletariato impegnato nella sua lotta per il socialismo in un paese dittatoriale, che viene qui toccata con chiarezza per la prima volta in Italia; le illusioni democratiche delle masse, cui ha dato un nuovo impulso l’instaurazione del regime autoritario fascista, non si possono ignorare, come non può essere ignorato il potere di attrazione che avrà per tutta una fase il programma esclusivamente democratico dei riformisti socialdemocratici e dei «borghesi democratici liberali»17. La lotta per le libertà democratiche va inclusa nel programma della rivoluzione socialista italiana, insisteranno Gramsci, la Noi e Trotsky. Quest’ultimo svilupperà a fondo questa posizione classica del bolscevismo sia criticando la parola d’ordine per l’Italia dell’«assemblea repubblicana fondata sui comitati operai e contadini», sia nel Programma di transizione del 1938. Il legame delle rivendicazioni democratiche con il programma transitorio della classe operaia rimane ancor oggi un mistero per le direzioni comuniste di origine staliniana.
Questa nuova impostazione programmatica di Gramsci, emersa chiaramente nella primavera del 1924, poi sviluppata organicamente nelle Tesi di Lione, e poi abbandonata per sempre dalla direzione togliattiana, porta nel ‘24 all’indicazione della tattica del fronte unico tra le organizzazioni operaie (ed esse sole!) come una scelta obbligata immediata, in cui l’intero programma può trovare una sua articolazione. Abbandonata all’epoca del socialfascismo per ragioni «estremiste», trasformata poi nella teoria dei fronti popolari, dei blocchi con le correnti «avanzate» della borghesia, la tattica del fronte unico proletario su cui Gramsci scatena la lotta interna nel 1924 scomparirà per sempre dal programma del Pci; verrà così distrutto uno dei capisaldi della concezione gramsciana della lotta antifascista e rivoluzionaria, e l’ultimo contributo positivo elaborato dal Comintern per il movimento operaio internazionale, prima della sua degenerazione stalinista. In Italia solo la Noi se ne farà carico negli anni ‘30 e sulle colonne del Bollettino.
Nel 1924, quindi, al momento del passaggio all’opposizione, Gramsci delinea i capisaldi del nuovo programma rivoluzionario poggiandosi sull’autorità del Comintern non ancora stalinizzato integralmente, sull’esperienza bolscevica e sui suggerimenti di Trotsky che abbiamo visto essere stati decisivi nella maturazione di Gramsci a Mosca18 e di cui egli stesso ce ne darà un’eco nell’ottobre del 1926, nel pieno dell’offensiva staliniana, quando citerà il nome infamato di Trotsky come uno di coloro che «hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri».
I punti decisivi sviluppati da Gramsci nella lotta di opposizione alla direzione maggioritaria del Pcd’I sono gli stessi costitutivi, negli anni ‘30, della piattaforma della Noi: democratizzazione del Partito e ricerca di un rapporto reale con le masse; teoria della rivoluzione permanente applicata alla realtà specifica italiana, dove l’esistenza della questione meridionale e l’arretratezza contadina impongono compiti particolari al proletariato nella via della rivoluzione proletaria, non assimilabili meccanicamente a quelli di altri paesi, dal momento che la legge dello sviluppo ineguale ha avuto conseguenze sociali e politiche particolari; analisi delle contraddizioni interborghesi e loro utilizzazione a vantaggio degli operai; comprensione della necessità di far assumere al proletariato anche il programma delle rivendicazioni democratiche e la comprensione dell’inevitabilità di fasi transitorie o «suppletive»; applicazione della tattica del fronte unico tra organizzazioni operaie; comprensione del potere di attrazione del riformismo e della necessità di farci i conti.
Questo programma, che Gramsci farà trionfare nel Pcd’I contro la destra e l’estrema sinistra, spiega uno dei fenomeni più caratteristici del movimento operaio occidentale: il ritardo con cui degenerò il Partito comunista italiano, in rapporto agli altri partiti europei, e anche la difficoltà con cui tale degenerazione si verificò. Mentre nella seconda metà degli anni ‘20 avveniva il passaggio integrale delle direzioni comuniste sulle posizioni del Comintern staliniano, avveniva cioè la stalinizzazione dei partiti comunisti sotto la pressione di Mosca e degli elementi opportunisti locali, il Pc italiano - pur disimpegnandosi provvisoriamente sul piano internazionale - si batterà in Italia, fino a quando ciò gli sarà possibile (1926, leggi eccezionali), per un programma ispirato ai princìpi fondamentali del marxismo rivoluzionario.
Il passaggio alla clandestinità completa, l’arresto di Gramsci, la sconfitta grave del movimento operaio italiano rappresentata dalla vittoria definitiva del fascismo e il contesto internazionale di ripiegamento, faranno sì che la degenerazione staliniana del Pci avvenga ugualmente, ma nel centro estero, in ritardo rispetto al resto d’Europa, al di fuori del controllo dei lavoratori più coscienti, e non senza provocare gravi fratture, come la formazione di un’opposizizione rivoluzionaria al vertice del partito, rappresentata appunto dalla Noi, espressione della continuità gramsciana e aderente all’Opposizione di sinistra internazionale.
Nulla di analogo si verifica nel 1930 in altri partiti europei, dove le correnti rivoluzionarie sono state tutte già liquidate non solo al livello di direzione, ma anche come frazioni interne prima del 1926-27. Aver ritardato questo processo in Italia, aver armato a sufficienza alcuni dirigenti del partito per opporsi alla degenerazione staliniana, a noi sembra il più grande merito storico di Gramsci, indipendentemente dagli sviluppi personali e individuali che può avere avuto il suo pensiero nel carcere, e dagli errori che egli ha compiuto in tutto il periodo di esistenza del Pcd’I prima del 1924, e anche dopo tale data. Nella sua azione vittoriosa tra il 1924 e il 1926 contro la destra e l’ultrasinistra, noi salutiamo il principale contributo politico dato da un comunista italiano all’elaborazione del programma rivoluzionario, all’esperienza storica del proletariato mondiale.
Che Gramsci abbia perso e lo stalinismo abbia vinto, permettendo in Italia alla fine del fascismo la ricostruzione di uno stato capitalistico, antitesi evidente degli ideali su cui Gramsci chiamava a combattere il Pcd’I nel 1924, non ci sembra il criterio decisivo per pronunciarsi nel merito delle posizioni di Gramsci, né per proporre nei fatti la loro liquidazione. Poiché la lotta di classe continua, il problema resta ancora aperto e la prospettiva rivoluzionaria per cui si batté Gramsci rimane ancora d’attualità. Si legga al riguardo l’articolo di Gramsci ripubblicato polemicamente sul Bollettino: «Noi e la concentrazione repubblicana».

La «questione Trotsky»

Abbiamo visto come non vi possano essere dubbi sull’adesione convinta di Gramsci alle posizioni generali di Trotsky al momento dell’inizio della battaglia contro la maggioranza italiana, nel 1924. Nulla di sorprendente se si pensa che la battaglia di Trotsky non era altro che la difesa del patrimonio leniniano, sia sul terreno della costruzione del socialismo in Urss, della lotta contro i processi liquidatori della democrazia proletaria, e sia sul terreno strettamente connesso della tattica internazionale per l’estensione della rivoluzione. Gramsci parte da Mosca, quindi, alla fine del 1923, pienamente convinto della validità della teoria della rivoluzione permanente (che egli stesso richiama - come abbiamo visto - nei termini convenzionali dell’epoca), della necessità di evitare le deviazioni burocratiche operando un collegamento «dialettico» tra masse e apparato del partito, della natura specifica del fascismo come forma di dominazione borghese, della necessità del fronte unico con i soli partiti operai e, su un terreno più contingente, ma all’epoca fondamentale, sul carattere oggettivamente rivoluzionario della situazione creatasi in Germania nel 1923. Queste posizioni sono espresse con la massima chiarezza a febbraio del 1924.
Nel biennio cruciale del 1924-26, tuttavia, non verrà più espressa con altrettanta chiarezza l’adesione alle posizioni di Trotsky, quando questi apparirà non più come il massimo dirigente della rivoluzione russa dopo Lenin, ma come il semplice esponente di una frazione - per giunta di minoranza - all’interno del Pcr. Gramsci continuerà a difendere la sostanza delle posizioni di Trotsky, senza però schierarsi con quest’ultimo nella battaglia decisiva in corso nel movimento operaio internazionale. E questo è stato un profondo limite dell’azione gramsciana, le cui conseguenze si avvertono ancora nel movimento operaio italiano. Quali le ragioni politiche di tale comportamento ambiguo nel grande rivoluzionario, al di là della polemica con Bordiga e del fatto materiale rappresentato dall’arresto e dall’isolamento nel periodo del carcere?
A differenza di Amadeo Bordiga, che rappresentava nell’esperienza del comunismo italiano il massimo di attaccamento alla grande tradizione del marxismo occidentale, e quindi partiva da una concezione teorica nell’elaborazione politica innanzitutto - quando non esclusivamente - internazionale, il pensiero gramsciano era il prodotto più modesto, ma non per questo meno efficace in certe fasi e su certi problemi, di una riflessione compiuta prevalentemente sulle cose italiane. Lo sviluppo deforme del capitalismo nel nostro paese, il peso dell’arretratezza economica e culturale, il peso particolare dell’anarchismo e poi dell’anarcosindacalismo nella tradizione del movimento operaio italiano, il carattere esplosivo assunto dagli episodi più significativi della lotta di classe, al di là della loro incidenza reale sul contesto europeo, sembravano a Gramsci gli elementi più degni di essere presi in considerazione, indipendentemente dalla possibilità di offrire loro una completa veste sistematica, nella tradizione classica dei grandi pensatori marxisti. Bordiga plasmava il suo pensiero, invece, su questi modelli, senza però riuscirne a ripetere l’ampiezza e la profondità. Dall’altro lato vi era il Gramsci delle popolazioni diseredate del Mezzogiorno, il Gramsci dei consigli, il Gramsci di Livorno e il Gramsci delle appassionate discussioni con Trotsky sulla questione italiana (e non sulle grandi questioni del Comintern, come avverrà negli incontri di Bordiga col grande rivoluzionario russo)19.
Due temperamenti diversi, prodotti da due esperienze culturali e politiche diverse, che avrebbero raggiunto un momento di sintesi superiore solo nella fase di rottura col riformismo italiano e dell’adesione all’esperienza bolscevica, per risepararsi subito dopo, dapprima gradualmente, poi violentemente, fino a che la repressione fascista non renderà irreversibile la divisione, uccidendo Gramsci e neutralizzando Bordiga. Queste differenze - che non vanno viste meccanicamente come l’espressione di due programmi alternativi nell’ambito del comunismo italiano, ma solo come due modi diversi di tradurre in termini italiani il grande messaggio dell’Ottobre - fecero sì negli anni ‘20 che le divergenze tattiche sull’orientamento italiano si mescolassero disordinatamente (e spesso strumentalmente) ai grandi dibattiti dell’Internazionale, provocando a volte divergenze vere, a volte artificiali.
Gramsci si fece aperto sostenitore delle posizioni di Trotsky, quando Bordiga taceva sull’argomento e fino a quando non vide nessuna contraddizione tra le direttive dell’Internazionale e le necessità della rivoluzione in Italia. Quando Bordiga si orienterà verso la Sinistra russa per convinzione sul piano internazionale, e per strumentalismo in rapporto alla tattica e all’analisi italiana, Gramsci prenderà le distanze dal «personaggio» Trotsky, rivolgendogli delle critiche formali e assolutamente superficiali, ma senza rinnegare la sostanza delle posizioni espresse nel 192420. Ancora oggi gli esegeti del Pci - impegnati a fondo in un processo di revisione del pensiero gramsciano che permetta di stabilire una continuità col togliattismo - hanno notevoli difficoltà per il periodo 1924-26, vale a dire per il periodo in cui Gramsci maggiormente si avvicinò alle posizioni del marxismo rivoluzionario. In mancanza di prese di posizioni chiare di Gramsci che rinneghino nel biennio citato i princìpi programmatici espressi nel 1924 (e coincidenti nelle loro linee generali con quelli di Trotsky), sono costretti a spostare l’attenzione dal dibattito furente all’epoca sull’Urss, sul dogma del socialismo in un solo paese, sul comitato anglo-russo ecc., alle questioni di «atteggiamento», delle «frazioni», dell’«unità del partito», della «responsabilità» ecc.21.
La «quistione Trotsky», quindi, se fu vista da Bordiga nella sua vera luce internazionale e considerata talmente importante da offuscare le gravi divergenze sulla tattica e sull’Italia, apparve a Gramsci nel 1925 come un diversivo pericoloso per il dibattito nel Pcd’I, una fonte ulteriore di possibili divisioni nel Partito, nel momento in cui si chiedeva il massimo di compattezza per rilanciare l’iniziativa comunista in Italia. Gramsci stesso, del resto, chiarisce quest’esigenza politica di nazionalizzare il dibattito italiano, dopo aver pagato tutti i prezzi delle svolte, degli intrighi e delle interferenze del Comintern, riassumendo in termini precisi e sintetici la principale differenza tra le sue posizioni e quelle di Bordiga: «Amadeo si pone dal punto di vista di una minoranza internazionale, noi dobbiamo porci dal punto di vista di una maggioranza nazionale»22.
E a marzo del 1924, scrivendo a Terracini e chiedendogli informazioni sullo scontro fra Trotsky e la direzione del Pcr, Gramsci chiarirà ancor meglio i suoi timori sugli effetti che lo scontro al vertice russo poteva avere per l’Italia: «Vorrei avere informazioni in proposito e il tuo avviso. In ogni modo, io mi rafforzo sempre più in questa convinzione: che bisogna lavorare, noi, nel nostro paese, per costruire un partito forte, politicamente e organizzativamente bene attrezzato e resistente, con un bagaglio di idee generali ben chiare e ben ferme nelle coscienze individuali, in modo che sia impossibile la disgregazione a ogni urto di tali quistioni che sorgeranno ogni giorno più numerose e pericolose, con lo svilupparsi del movimento rivoluzionario. Di questi problemi sarebbe forse opportuno intrattenersi a lungo tra di noi, per essere in grado di risolverli volta per volta, quando si presentassero, con spirito di insieme e sicuri di aver l’appoggio del gruppo intiero» (corsivo nostro).
Questi timori di Gramsci sono comprensibili, ma non giustificabili per chiunque creda all’impossibilità di costruire un partito rivoluzionario nazionale isolato - sia pure temporaneamente - da un programma mondiale della rivoluzione e dalle vicende cruciali che permettono l’elaborazione e l’arricchimento di tale programma. In fondo sarà proprio la fine della dittatura proletaria in Urss e la stalinizzazione del Comintern che rovesceranno l’orientamento gramsciano del Pcd’I e permetteranno la sua trasformazione in un partito settario prima, riformista poi, non certo l’eccesso di dibattito sulle questioni internazionali. I peggiori timori di Gramsci si avvereranno, ma non per colpa dell’internazionalismo bordighiano, ma per effetto del nazionalismo staliniano.
I sospetti di Gramsci sulla possibilità di strumentalizzazione della questione in seno al partito italiano erano però fondati. E si vide chiaramente a febbraio del 1925, quando fu approvata una mozione sulla «bolscevizzazione» dei partiti comunisti in cui, in termini ancora cauti, si metteva in guardia contro qualsiasi tentativo da parte degli elementi della sinistra bordighiana di riaprire la discussione sul caso Trotsky. Bordiga, invece, scriverà nella stessa occasione un famoso profilo del grande rivoluzionario russo23, attribuendosi per l’Italia il valore e il prestigio della grande battaglia che l’Opposizione di sinistra internazionale aveva già iniziato alla fine del 1923. Era evidente l’uso strumentale che della divisione in seno al Pcr veniva fatta da entrambi i lati.
La relazione di Gramsci al Comitato Centrale, che doveva occuparsi della frattura operatasi in Russia, è assai significativa dell’atteggiamento del rivoluzionario sardo che abbiamo già descritto. I riferimenti alla questione e sul modo di stilare la mozione contengono per due terzi valutazioni sulle analogie tra il caso Trotsky e il caso Bordiga, sugli insegnamenti da trarne per l’Italia, sui pericoli per l’unità del partito di atteggiamenti come quello di Trotsky, e per un terzo la denuncia delle posizioni erroneamente attribuite a Trotsky sul «superimperialismo» cui abbiamo già accennato e del «socialismo in un solo paese». Riportiamo ora anche quest’ultimo brano, perché essendo l’unica «differenziazione» politica sostanziale con Trotsky, di quello stesso Gramsci che un anno prima ne aveva calorosamente accolto tutto il contributo teorico, ci sembra assai significativo. Inutile dire che esso rappresenta, al di là degli «scambi di posizioni» che riconosce lo stesso Spriano, una conferma della adesione profonda di Gramsci alla teoria della rivoluzione permanente e del rigetto del nuovo dogma del «socialismo in un solo paese»:
«Noi respingiamo queste previsioni [quelle sul superimperialismo erroneamente attribuite a Trotsky (n.d.r.)] le quali, rinviando la rivoluzione a tempo indefinito sposterebbero tutta la tattica della Internazionale comunista, che dovrebbe tornare all’azione di propaganda e di agitazione fra le masse. E sposterebbero pure la tattica dello Stato russo, poiché se si rimanda la rivoluzione europea per una intera fase storica, se, cioè, la classe operaia russa non potrà, per un lungo periodo di tempo, contare sull’appoggio del proletariato di altri paesi, è evidente che la rivoluzione russa dovrà modificarsi»24.
A maggio del 1924 Stalin aveva assunto la stessa posizione nella prima edizione dei Princìpi del leninismo, con il brano divenuto ormai famoso per essere stato espurgato da tutte le edizioni seguenti, e che forse all’epoca può aver contribuito a creare la confusione in Gramsci. Prima di scoprire la propria vocazione nazionalista, Stalin aveva infatti scritto:
«È possibile ottenere la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese, senza gli sforzi concordi dei proletari di alcuni paesi progrediti? No, non è possibile. Per rovesciare la borghesia è sufficiente lo sforzo di un solo paese: questo è quanto ci dimostra la storia della nostra rivoluzione. Per la vittoria definitiva del socialismo, soprattutto di un paese contadino come la Russia, non sono più sufficienti; per questo sono necessari gli sforzi dei proletari di alcuni paesi avanzati» (Princìpi del leninismo, prima e ultima edizione integrale, maggio 1924).
Quando alla fine del 1925 anche Zinov’ev e Kamenev romperanno con Stalin e la destra e raggiungeranno le file della sinistra, sotto la direzione di Trotsky, le cautele istintive di Gramsci verso il metodo delle scomuniche si faranno ancora più forti, e di fatto la «quistione Trotsky» scomparirà dal dibattito del Pcd’I per far posto, invece, a un’intensificazione della battaglia contro Bordiga.
È così che si verifica il paradosso italiano. Mentre Gramsci, preparato e stimolato dall’influenza di Trotsky nel periodo moscovita, riesce a imporre alla direzione comunista il programma e la linea che aveva concordato con il grande rivoluzionario russo, errando solo sulla questione dell’Assemblea Repubblicana fondata sui comitati operai e contadini (un errore dovuto alla confusione tra obiettivi democratici e organismi soviettisti, ma ancora un errore di estremismo, secondo lo stesso Trotsky), Bordiga diventa temporaneamente il principale esponente dell’Opposizione di sinistra in Italia.
Proprio perché abbiamo messo ampiamente in luce finora le concordanze programmatiche tra Gramsci e Trotsky nel periodo che porta alla stesura delle Tesi di Lione, non abbiamo difficoltà a mettere in risalto anche le gravissime responsabilità che Gramsci si addossò in quello stesso periodo in cui Stalin portava a termine vittoriosamente la battaglia contro il «trotskismo» e contro la dittatura proletaria in Russia.
Gramsci non contribuì molto attivamente - a differenza di Scoccimarro - alla battaglia contro il «trotskismo», ma è sua la responsabilità in primo luogo dell’adozione del termine in Italia, come è sua la responsabilità dell’amalgama operato tra le posizioni di Bordiga e quelle di Trotsky. Sua è la responsabilità per la mozione votata in omaggio alla «bolscevizzazione» staliniana e anche per lo stato di disarmo teorico in cui il Partito nel suo insieme si troverà dopo il suo arresto, di fronte alle nuove e folli istruzioni del Comintern stalinizzato. Parlare anche di questi limiti ed errori del rivoluzionario sardo, di un uomo tra l’altro alieno per formazione e caratteristiche psicologiche dalla volgare brutalità dello stalinismo, nulla toglie alla complessità del personaggio che altri prima di noi hanno già messo in luce. Lo si ricolloca in tal modo al suo vero posto nella storia e - nel tentativo di liberare Gramsci dall’enorme cumulo di falsificazioni sotto cui l’ha sepolto la tradizione staliniana - non si rischia di cadere nell’errore opposto di agiografia antistalinista. Gramsci non fu stalinista nelle sue posizioni di fondo, fu anzi antistalinista anche nel periodo più difficile della sua vita, in carcere, ma ha la sua parte di responsabilità per la degenerazione del Pci, per non aver voluto ricollegare le intuizioni di fondo del suo programma per l’Italia con la battaglia che Trotsky e l’Opposizione di sinistra conducevano su scala internazionale. Volendosi attenere a una dimensione nazionale commise un grave errore di prospettiva, e le conseguenze di tale errore vengono ancora pagate dal movimento operaio italiano.
I «revisori» di Gramsci hanno quindi buon gioco oggi a citare alcuni suoi brani inclusi nei Quaderni e che vanno in un senso assai diverso da quello più sostanziale che noi abbiamo ricostruito. Su un altro versante, invece, gli oppositori da sinistra del riformismo credono di poter usare il famoso carteggio del 192625 per dimostrare una coerenza dell’uomo politico che invece non esistette. Basterebbe notare la totale assenza di riferimenti a questioni programmatiche precise in quello scambio di lettere, per rendersi conto della superficialità delle critiche che Gramsci rivolgeva alla direzione staliniana (nella prima lettera) e allo stesso Togliatti nella seconda. Eppure si trattava di problemi decisivi per la storia futura del movimento operaio e l’arbitrio commesso da Togliatti a Mosca nel non presentare ufficialmente la lettera scritta da Gramsci a nome dell’Ufficio Politico non era certo cosa da poco!
Certo, nella lettera di Gramsci a nome dell’Up italiano e diretta al Cc del Pcus dell’ottobre 1926 si trovano anche giudizi molto critici della direzione in cui si era avviata la frazione staliniana e buchariniana: «scissione nel gruppo centrale leninista», «disgregazione e lenta agonia della dittatura proletaria», possibilità di «catastrofe della Rivoluzione» e, in termini velati ma significativi alla luce di quanto esposto finora, un ennesimo richiamo alla necessità di non rinchiudersi in una prospettiva russa, un riferimento velato al dogma del socialismo in un solo paese:
«Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Pc dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale».
Se si pensa alla polemica violentissima divampata sul «socialismo in un solo paese», non si possono avere dubbi sul significato dell’ammonimento di Gramsci. Eppure la lettera dichiarava un’adesione complessiva alle posizioni della frazione staliniana, in contrasto con l’affermazione ivi contenuta che l’Uff. Pol. italiano aveva «espresso una opinione di partito solo sulla quistione strettamente disciplinare delle frazioni».
Forse fu proprio questa doppiezza della lettera di Gramsci, questo omaggio formale alle posizioni della frazione stalinista, privo però di un effettivo accodamento al programma con cui questa frazione infliggeva gli ultimi definitivi colpi alla democrazia operaia soviettista, che diede a Togliatti il coraggio di compiere la grave scorrettezza a tutti nota: quella di non presentare ufficialmente la lettera, impedendo così che essa potesse avere il benché minimo effetto positivo sull’atmosfera di linciaggio creatasi contro le opposizioni. I pochi mesi trascorsi a Mosca avevano convinto infatti Togliatti che lo schieramento con la frazione staliniana poteva essere solo acritico e totale.
Ha ragione T. Perlini quando critica Corvisieri e altri sostenitori dell’Opposizione di sinistra per aver strumentalizzato la lettera di Gramsci, volendo fare apparire divergenze politiche di fondo là dove queste non erano presenti. A riprova basterebbe confrontare la chiarezza con cui Gramsci difendeva le posizioni di Trotsky a febbraio del 1924 e la sbrigatività con cui le respinge nell’ottobre del 1926. Ma l’origine di quell’errore va ricercata più indietro nel tempo. Va ricercata innanzitutto nella paura con cui Togliatti accolse quella lettera a Mosca, vedendovi i germi possibili di un’opposizione allo stalinismo.
Fu egli stesso infatti che rispose il 18 ottobre a Gramsci accusandolo a più riprese di pessimismo nei confronti dello Stato operaio russo, affermando addirittura che «il vostro pessimismo dà la impressione che voi riteniate non del tutto giusta la linea del partito» comunista dell’Unione Sovietica. In pratica Togliatti è stato il primo a vedere nella lettera di Gramsci il pericolo di un avvicinamento futuro alle posizioni dell’Opposizione e ha poi contribuito a creare il mito di quella lettera (cercando di tenerla nascosta fino al 1964) e della successiva risposta di Gramsci, che è apparsa miracolosamente alla luce solo nel 1970. Togliatti chiedeva a Gramsci, nell’ottobre, un pronunciamento più chiaro sulle scelte politiche della frazione Stalin-Bucharin che andasse oltre l’accordo sulle questioni disciplinari, proprio perché non ignorava quanto abbiamo cercato di dimostrare finora: che Gramsci continuava ad accettare sulle questioni di principio e sulle questioni fondamentali di orientamento politico per l’Italia le posizioni leniniste, divenute ormai nel 1926 «trotskiste» per effetto della lotta di frazione al vertice del Pcus. Era Togliatti, quindi, il primo a non credere alle dichiarazioni formali di lealtà alla direzione staliniana, perché vi vedeva un’esplicita contraddizione con le posizioni programmatiche di Gramsci. Noi pensiamo che Togliatti avesse ragione di nutrire queste paure nei confronti di Gramsci, ma riteniamo anche che la sua risposta e i tentativi di mantenere segreto quel carteggio abbiano contribuito a creare il mito dell’opposizione gramsciana alla fine del 1926.
Certo la risposta di Gramsci a Togliatti del 26 ottobre 1926 è piena di pesanti riferimenti al modo di pensare e di agire di quest’ultimo: «La tua lettera mi pare troppo astratta e troppo schematica nel modo di ragionare»… «Questo tuo modo di ragionare perciò mi ha fatto una impressione penosissima»… «Nessuna frase fatta perciò ci smuoverà dalla persuasione di essere nella linea giusta, nella linea leninista, per il modo di considerare le quistioni russe»… «Tu fai una confusione tra gli aspetti internazionali della quistione russa… e i problemi di organizzazione internazionale»… «La tua osservazione è dunque inerte e priva di valore»… «Mi dispiace sinceramente che la nostra lettera non sia stata capita da te, in primo luogo, e che tu, sulla traccia del mio biglietto personale, non abbia in ogni caso cercato di capir meglio»… «Tutto il tuo ragionamento è viziato di “burocratismo”». Sono giudizi drastici, coerenti tra l’altro con il giudizio ugualmente negativo - da noi già ricordato - che Gramsci aveva di Togliatti all’epoca in cui questi era schierato con Bordiga. Ma se si va al di là della forma e si guarda alla sostanza della lettera, si vedrà che essa non lasciava dubbi sulla fedeltà di Gramsci alla direzione maggioritaria del Pcus e anzi rincarava la dose contro gli oppositori, contro i quali si diceva addirittura che incarnavano «tutti i vecchi pregiudizi del corporativismo di classe e del sindacalismo». No, decisamente non si può tracciare una linea di continuità tra la battaglia di Gramsci da Vienna e in Italia, nel 1924-26, con le posizioni da questi assunte nel dibattito internazionale e in particolar modo alla fine del 1926. Sarebbe questa un’operazione artificiale che, oltre a rendere un cattivo servizio a Gramsci, lo renderebbe a quei contenuti rivoluzionari della sua battaglia che ancor oggi vivono e che allora rivissero nelle posizioni della Noi e dell’Opposizione di sinistra italiana.
La dura lettera di Gramsci a Togliatti è del 26 ottobre 1926. Cinque giorni dopo vi sarà l’attentato Zamboni contro Mussolini e il varo delle leggi liberticide. L’8 novembre Gramsci sarà arrestato e non riavrà più la libertà fino alla morte. L’azione del fascismo ha fatto sì che tutti gli interrogativi sugli sviluppi probabili di Gramsci nei confronti degli oppositori internazionali dello stalinismo restassero senza risposta. Ma da questa rottura violenta nella vita politica di Gramsci spera oggi il riformismo di poter trarre vantaggio nella sua opera di revisione del contributo marxista del grande rivoluzionario sardo e nella sua ricerca di una continuità ideologica. In questo processo si avrà bisogno, però, di smantellare definitivamente ogni possibilità di valorizzare le Tesi di Lione e il decisivo contributo gramsciano ivi contenuto, contrapponendole all’elaborazione dei Quaderni del carcere. Il salto di qualità tra i due momenti della riflessione di Gramsci indubbiamente esiste, ma è solo un criterio politico che può spingere a valorizzare l’uno piuttosto che l’altro momento. E gli intellettuali riformisti la loro scelta politica l’hanno fatta da tempo26.

Le Tesi di Lione e la svolta

A gennaio del 1926 si svolge a Lione il Terzo congresso del Pcd’I. Le Tesi di Lione sono il contributo più prezioso di quel Congresso. A noi sembra, e la Noi lo ribadirà chiaramente negli anni seguenti, che in quelle Tesi ispirate da Gramsci e adottate dal Partito vi sia molto di più che il semplice contributo trotskiano: in esse si rifletteva, infatti, per l’ultima volta nella vita di un Partito comunista, il meglio della tradizione bolscevica, il patrimonio dell’Ottobre e del Comintern rivoluzionario dei primi quattro congressi, l’esperienza del proletariato mondiale applicata alla situazione specifica dell’Italia. Per Gramsci si era trattato solo dell’estensione di tutti i temi indicati ed embrionalmente trattati all’inizio del 1924. Ma la loro importanza andava al di là del momento specifico, indicando i metodi di lotta per tutto un periodo, la via per abbattere il fascismo e passare al socialismo in Italia. Le Tesi di Lione rivivranno nelle posizioni di Tresso, Leonetti e Ravazzoli alla direzione del Pcd’I, provocando la loro espulsione; e poi nella risoluzione della Noi (luglio 1932) su Le prospettive della Rivoluzione italiana, pubblicata nel n. 10 di questo Bollettino. Ma alcune loro indicazioni di metodo conservano una piena validità ancor oggi per chiunque guardi a una prospettiva rivoluzionaria.
Nel periodo in cui in Russia lo stalinismo smantellava l’ultimo baluardo della dittatura proletaria rappresentato dall’opposizione di sinistra antibuchariniana, antinepman, antiburocratica in seno al Partito, e nel momento in cui si delineava in Cina una ripetizione dell’esperienza di collaborazione di classe già realizzata dallo stalinismo sulla questione del Comitato anglo-russo (quando gli operai di un paese straniero videro per la prima volta passare gli interessi diplomatici dell’Urss al di sopra delle esigenze della propria lotta), le Tesi di Lione riconfermavano pienamente il carattere proletario della lotta per il socialismo.
«Le forze motrici della rivoluzione italiana… sono, in ordine alla loro importanza le seguenti: 1) la classe operaia e il proletariato agricolo; 2) i contadini del Mezzogiorno e delle Isole e i contadini delle altre parti d’Italia». L’analisi dello sviluppo capitalistico italiano e delle sue contraddizioni non rinviava la prospettiva socialista a una fase ulteriore, diversa da quella caratterizzata dalla lotta al fascismo, ma anzi indicava l’inizio della dittatura proletaria come il logico coronamento della lotta operaia per un programma di obiettivi democratici e transitori. Le Tesi di Lione ribadivano quindi un principio che mai si era messo in discussione finché Lenin era rimasto in vita, il principio della rivoluzione permanente - contrapposto a quello della rivoluzione a tappe - secondo cui non esiste soluzione di continuità tra la lotta per rivendicazioni democratiche e immediate e la lotta generale per il socialismo. Pur non cadendo nelle facili schematizzazioni del «marxisme vulgaire», come dirà Trotsky riferendosi ai bordighisti, le Tesi di Lione affermavano a chiare lettere che non è possibile alcuna fase intermedia stabile e duratura tra la lotta per la democrazia e quella per il socialismo, tra la dittatura borghese e quella proletaria.
Questa concezione che pervade l’insieme delle Tesi è riassunta sinteticamente alla Tesi 43:
«Queste soluzioni intermedie non si possono prevedere tutte, perché devono in ogni caso aderire alla realtà. Esse devono però essere tali da poter costituire un ponte di passaggio verso le parole d’ordine del partito, e deve apparire sempre più evidente alle masse che una loro eventuale realizzazione si risolverebbe in un acceleramento del processo rivoluzionario e in un inizio di lotte più profonde».
La stessa formulazione, con termini pressoché identici, si ritroverà alcuni anni dopo nel testo di Trotsky che meglio di qualunque altro indicherà le conseguenze metodologiche della teoria della rivoluzione permanente:
«Bisogna aiutare le masse a trovare, nel processo della loro lotta quotidiana, il ponte tra le rivendicazioni attuali e il programma della rivoluzione socialista. Questo ponte deve consistere in un sistema di rivendicazioni transitorie che partano dalle condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale di larghi strati della classe operaia e portino invariabilmente a una sola conclusione: la conquista del potere da parte del proletariato»27.
Il lettore potrà verificare ora come gli stessi concetti e le stesse indicazioni metodologiche si ritrovino nei documenti della Noi, e in particolare in quella risoluzione del luglio 1932 che può giustamente essere considerata come l’aggiornamento programmatico delle Tesi di Lione in Italia e l’ultima espressione del marxismo rivoluzionario italiano prima della guerra. La linea di continuità tra le posizioni gramsciane del 1926 e quelle della Noi si può ritrovare quindi nell’insistenza sulla necessità che il proletariato faccia proprio il programma della difesa delle libertà democratiche, inserendolo in quello socialista, allo scopo di «trasformare i movimenti “rivoluzionari democratici” in movimenti rivoluzionari operai e socialisti» (Tesi 39-bis)28. Nell’agitazione della parola d’ordine centrale del «governo operaio e contadino», da intendere però solo come una formula transitoria per la dittatura del proletariato:
«In questo senso essa è una formula di agitazione, ma non corrisponde ad una fase reale di sviluppo storico se non allo stesso modo delle soluzioni intermedie di cui al numero precedente. Una realizzazione di essa infatti non può essere concepita dal partito se non come inizio di una lotta rivoluzionaria diretta, cioè della guerra civile condotta dal proletariato, in alleanza con i contadini, per la conquista del potere.
«Il partito potrebbe essere portato a gravi deviazioni dal suo compito di guida della rivoluzione qualora interpretasse il governo operaio e contadino come rispondente ad una fase reale di sviluppo della lotta per il potere, cioè se considerasse che questa parola d’ordine indica la possibilità che il problema dello Stato venga risolto nell’interesse della classe operaia in una forma che non sia quella della dittatura del proletariato» (Tesi 44).
Accordo ovviamente nell’insistenza sulla necessità della tattica di fronte unico per strappare ai riformisti e alle forze democratiche piccolo-borghesi l’egemonia delle masse popolari nella lotta contro il fascismo. Lotta alle illusioni pacifiste (T. 21), impegno negli organismi di massa, in primo luogo i sindacati, ma in prospettiva anche i comitati operai e contadini (T. 41 e 39). Richiamo esplicito alla tattica dei bolscevichi nelle giornate di luglio, quando contrapposero Kerenskij a Kornilov senza appoggiare politicamente Kerenski (questa formula, citata alla Tesi 43, verrà ritrovata a più riprese sulle colonne del Bollettino e ovviamente sulla stampa di tutta l’Opposizione di sinistra internazionale). L’analisi dei partiti «democratici», presente alla Tesi 42, verrà infine sviluppata sulle colonne del Bollettino, in particolare per quanto riguarda il movimento di Giustizia e Libertà, senza cadere nell’estremismo infantile del Terzo periodo, ma nemmeno nell’opportunismo dell’epoca della Resistenza e dei Cln. Altre e significative analogie potranno essere ricavate da una lettura comparata delle Tesi di Lione e dei documenti principali contenuti in questo Bollettino.
Sulla rottura programmatica operata dalla «svolta» della direzione stalinista italiana con la sostanza delle Tesi di Lione, e quindi col frutto principale della battaglia gramsciana in Italia, non si possono più avere dubbi. Lo stesso dicasi per quanto riguarda la correttezza delle posizioni avanzate da Tresso, Leonetti, Ravazzoli, Teresa Recchia e altri compagni al momento dell’espulsione. Su questa questione sono ormai stati pubblicati tutti i principali documenti, sono state scritte analisi rigorose29, e la stessa direzione del Pci, fin dall’inizio degli anni ‘60, ha dovuto cominciare ad ammettere le sue responsabilità. Ma poiché il prestigio dell’apparato conta più della verità storica non si vuole andare fino in fondo nell’accertamento di quelle responsabilità, e soprattutto non si vuole riconoscere di aver spianato la via a Hitler in Germania con la politica del Terzo periodo, oltre che aver provocato la distruzione di importanti organizzazioni comuniste - quali quella italiana - che si son poi dovute ricostruire da capo. Certo, Longo continua a ripetere a se stesso di aver avuto ragione a quell’epoca e ha la libertà di continuare a ripeterlo ai pochi che ancora ignorano il semplice svolgimento dei fatti, ma dall’epoca in cui Leonetti riprese il dibattito su Rinascita Sarda a oggi, i contributi teorici che confermano la correttezza delle posizioni della Noi si sono moltiplicati, costringendo anche gli stalinisti più incalliti a una diplomatica reticenza. L’ultima testimonianza in ordine di tempo che ha dato un contributo al ristabilimento della verità storica è venuta da U. Terracini30, in ritardo, ma pur sempre utile.
Nel Bollettino non si fa riferimento al dibattito sulla svolta e alle vicende dell’espulsione se non marginalmente, parlando del caso Silone. È questo indubbiamente uno dei suoi maggiori meriti, che sta a dimostrare la volontà da parte dei suoi redattori di intervenire sui temi dell’attualità politica, non sulla base di una recriminazione del passato, ma guardando alla prospettiva futura della caduta del fascismo e della rivoluzione in Italia. Il Bollettino in pratica chiarisce al lettore italiano che ormai ha la possibilità di conoscere la dinamica degli avvenimenti che portarono all’espulsione dei «tre», che cosa i «tre» abbiano continuato a fare e scrivere dopo l’espulsione. Che rapporti essi vollero mantenere con il Pci, su quali vicende internazionali essi concentrassero la propria attenzione, come vedessero la situazione in Italia, che rapporti mantenessero con Trotsky e l’Opposizione internazionale e infine, ma non per questo meno rilevante, in quale ambiente politico e culturale si muovessero dei rivoluzionari italiani degli anni ‘30, impegnati a combattere su due fronti: contro la borghesia e contro lo stalinismo. A volte anche dettagli apparentemente irrilevanti del Bollettino gettano una luce sul mondo, fino ad oggi poco conosciuto, dei militanti antifascisti e antistalinisti che il fascismo aveva costretto, insieme alle direzioni riformiste del movimento operaio e democratico, a scegliere Parigi come centro di residenza e di azione.
Il «paradosso italiano» - che aveva già visto nel 1924-26 Gramsci d’accordo con la sostanza delle posizioni di Trotsky, ma a lui contrapposto nello schieramento internazionale - prosegue in un certo senso anche nel periodo del carcere. I Quaderni, anche nella loro versione non censurata e scientificamente corretta, sono pieni di riferimenti a «Lev Davidovici» (Trotsky) e alla teoria della rivoluzione permanente, decisamente ostili al grande rivoluzionario russo e alle sue idee. Anzi, nei Quaderni si può ritrovare come tema costante una delle più assurde caricature della posizione trotskiana che siano mai state fatte, vale a dire quella della sua identificazione con il giacobinismo quarantottesco, quando non addirittura con tendenze bonapartiste o napoleoniste. Nella contrapposizione della «guerra di movimento o manovrata» con la «guerra di posizione», inoltre, Gramsci opera un’arbitraria semplificazione del dibattito esploso all’epoca nel movimento operaio internazionale, perdendo completamente di vista quanto egli stesso aveva sostenuto sulla necessità di non rinchiudersi all’interno delle frontiere russe, pena la fine del processo rivoluzionario avviato con l’Ottobre. Attribuendo inoltre a Trotsky le posizioni del superindustrializzatore (p. 489 dell’ed. Gerratana) e del fautore della teoria dello scontro frontale immediato (p. 801), proprio in quegli anni 1930-32 che vedevano gli estremi di queste scelte nell’operato della direzione staliniana, Gramsci non faceva che confermare la sua confusione sui termini reali della questione.
Agli inizi della stesura dei Quaderni (pp. 456-7) si trova il seguente plauso alla teoria della rivoluzione permanente, che riecheggia ancora le posizioni difese da Gramsci fin dall’epoca dell’Ordine Nuovo: «Si può dire intanto che la mediazione dialettica tra i due princìpi del materialismo storico riportati in principio di questa nota è il concetto di rivoluzione permanente». I due princìpi erano che nessuna società si pone dei compiti per la cui soluzione non esistano già le condizioni necessarie e sufficienti, e che nessuna società cade se prima non ha svolto tutte le forme di vita che sono implicite nei suoi rapporti. Non è il caso di entrare nel merito di queste posizioni che, avulse da un discorso più generale sulle caratteristiche del capitalismo e della lotta di classe che al suo interno si svolge, possono aprire la porta a meccaniche interpretazioni evoluzionistiche. Ciò che va notato è invece il contrasto tra quest’ultima professione di stima e tutte le successive liquidazioni di tale teoria come «giacobinismo quarantottesco», incapace di cogliere la differenza che può esistere tra una situazione di ascesa del movimento operaio e una di riflusso.
Poiché lo stesso Gramsci non opera una critica delle posizioni da lui precedentemente difese fino al momento dell’arresto, e in particolare la loro concretizzazione programmatica nelle Tesi di Lione, non resta altra via da percorrere per lo studioso che quella del riconoscimento di una profonda frattura operatasi su tale questione tra il Gramsci del carcere e il Gramsci alla direzione del Pci.
Eppure anche in carcere il processo è contraddittorio. Nonostante le gravi prese di posizione nei confronti di Trotsky e del proprio passato, Gramsci si trova a condividere dal 1930 al 1932 un orientamento per l’Italia coincidente con quello dell’Opposizione di sinistra e assolutamente contraddittorio con quello della direzione stalinista italiana e internazionale. Gramsci non fu stalinista nemmeno in carcere. Su ciò non vi possono essere dubbi dopo la pubblicazione del rapporto Athos Lisa, dopo la pubblicazione delle testimonianze del fratello Gennaro ad opera di G. Fiori, e altre testimonianze minori di persone che riuscirono ad accostarlo nel periodo del carcere e che hanno dimostrato a iosa l’opposizione di Gramsci alla «svolta», alla teoria del «socialfascismo», alla espulsione dei «tre» e soprattutto all’orientamento settario della direzione italiana che tendeva a semplificare il processo di abbattimento del fascismo escludendo la possibilità di un interludio democratico, di un «periodo di transizione» tra la dittatura fascista e quella del proletariato31.
Gramsci dava l’indicazione della parola d’ordine della Costituente (che sappiamo essere stata da lui avanzata in forma problematica fin dal marzo 1924) senza conoscere esattamente le posizioni dei «tre», senza che i «tre» conoscessero le sue posizioni del momento, e senza che Trotsky fosse a conoscenza della sua riflessione nel carcere di Turi. Questa significativa coincidenza di posizioni tra rivoluzionari residenti in situazioni diverse, ma legati tutti - direttamente o indirettamente - alle formulazioni di principio del programma di Lione, stanno a dimostrare ancora una volta elementi di una comune ispirazione teorica, anche se nell’ambito limitato di una scelta tattica per l’Italia.
La posizione dei «tre» sulla natura del fascismo era stata sintetizzata nella lettera a Trotsky del 5 maggio 1930 nei termini seguenti:
«Secondo noi il fascismo, fin dalle sue origini, deve essere interpretato come il complesso di metodi che, nella particolare situazione italiana, la borghesia italiana è stata costretta ad adottare per difendersi dall’ondata rivoluzionaria delle masse; per risolvere certi problemi inerenti alla sua riorganizzazione interna e per rendere più sicura la sua posizione di classe dominante. Insomma, si potrebbe dire che il fascismo (italiano) non è che il metodo particolare di dominazione al quale la borghesia italiana, nella sua attuale fase imperialista, è stata ridotta a fare ricorso per assicurare il proprio dominio».
Questa analisi delle origini del fascismo, sviluppata ampiamente nella lettera citata e poi ripresa sulle colonne del Bollettino, diventerà un’acquisizione classica nelle file dell’Opposizione internazionale di sinistra, permettendo un’individuazione precoce delle stesse caratteristiche in un contesto diverso quale quello della Germania dell’hitlerismo ascendente. Criticando le posizioni della maggioranza italiana sul fascismo, che lo considerava come un movimento piccolo-borghese arrivato a coincidere col capitalismo solo una volta al potere, i tre respingevano egualmente la parola d’ordine opportunista del «governo popolare»32 di ispirazione buchariniana; e - dopo la svolta ultrasinistra - difenderanno strenuamente tutta la tematica del «periodo di transizione» che Gramsci contemporaneamente riprendeva in carcere, richiamandosi direttamente al programma di Lione.
Queste posizioni porteranno la Noi a indicare chiaramente come parola d’ordine politica centrale nell’Italia fascista «l’Assemblea Costituente eletta con suffragio universale uguale, diretto e segreto, esteso a tutti i cittadini di ambo i sessi a partire dai 18 anni». Questa parola d’ordine, formulata contemporaneamente anche da Gramsci, venne da questi definita «il cazzotto nell’occhio» per l’orientamento settario della direzione togliattiana, allo stesso tempo in cui Trotsky la formulava per proprio conto nella risposta alla Noi del 14 maggio 1930:
«Non neghiamo affatto la fase di transizione con le sue esigenze transitorie, ivi comprese le esigenze della democrazia. Ma è precisamente con l’aiuto di queste parole d’ordine di transizione dalle quali scaturisce sempre la via verso la dittatura del proletariato, che l’avanguardia comunista dovrà conquistare la classe operaia tutta intera e che questa ultima dovrà unificare attorno a sé tutte le masse sfruttate della nazione. E qui non escludo neanche la eventualità di un’Assemblea Costituente che in certe circostanze potrebbe essere imposta dagli avvenimenti, o, più precisamente, dal processo di risveglio rivoluzionario delle masse oppresse…
«Se la crisi rivoluzionaria dovesse scoppiare, per esempio, nel corso dei prossimi mesi (sotto la spinta della crisi economica da una parte, e sotto l’influenza rivoluzionaria venuta dalla Spagna), le grandi masse lavoratrici sia operaie che contadine farebbero certamente seguire le loro rivendicazioni economiche da parole d’ordine democratiche (quali la libertà di stampa, di coalizione, sindacale, di rappresentanza democratica nel Parlamento e nei comuni). Ciò significa che il partito comunista dovrà respingere queste esigenze? Al contrario, dovrà imprimere loro l’aspetto più audace e più categorico che sia possibile. Perché non si può imporre la dittatura del proletariato alle masse popolari. Non si può realizzarla che conducendo la battaglia - la battaglia a fondo - per tutte le rivendicazioni, le esigenze e i bisogni transitori delle masse, e alla testa di queste Masse».
Questa lettera di Trotsky - ricorderà Leonetti molti anni dopo - fu decisiva per l’adozione di un comune orientamento preciso da parte della Noi, e le conseguenze sono facilmente verificabili sulle colonne del Bollettino, oltre che nei principali orientamenti politici della NOI fino al momento della sua trasformazione in Lega Comunista Internazionalista, nel 1934. Questa comunanza di posizioni tra Gramsci, i «tre» e Trotsky non poté avere però all’epoca tutte le conseguenze esplosive in essa contenute: Trotsky era esiliato a Prinkipo, Gramsci era imprigionato in carcere e isolato dai suoi stessi compagni di partito, i «tre» si trovavano invece a Parigi, privi di documenti e mezzi finanziari per sopravvivere, tagliati dalla rete del Partito in Italia, sottoposti a ogni sorta di angherie fisiche, morali e anche delatorie nei confronti della polizia da parte degli stalinisti. Tutto ciò è ricostruito sul Bollettino, come è ricostruita parzialmente la grande verifica che a queste posizioni di principio veniva data in quegli stessi anni dagli esordi della rivoluzione spagnola.

L’inizio della rivoluzione spagnola

Uno dei principali sforzi tecnici e finanziari della redazione del Bollettino a Parigi fu la pubblicazione in italiano dello scritto di Trotsky La Rivoluzione spagnuola e i pericoli che la minacciano33, nella traduzione di Pia Carena. Sul Bollettino n. 3, dove compare la prefazione scritta da Trotsky per l’edizione italiana, viene chiaramente indicato il senso polemico dell’iniziativa. Si tratta per la Noi e l’Opposizione di sinistra di mostrare tutte le analogie tra l’esperienza spagnola, che ha portato alla caduta della monarchia e ancor prima del regime di Primo de Rivera, e i compiti democratici che il proletariato italiano dovrà assolvere nella sua lotta contro il fascismo. Per Trotsky è anche un’occasione per formulare con la massima chiarezza l’orientamento da contrapporre in Italia alle posizioni settarie degli stalinisti e dei bordighisti:
«L’esperienza spagnuola non lascia sussistere dubbi di sorta sul fatto che la rivoluzione italiana avrà una “prefazione” democratica più o meno lunga prima di entrare nella fase decisiva delle lotte immediate del proletariato per il potere. Durante questo periodo preliminare, l’avanguardia proletaria non potrà, in alcun caso, girare le spalle ai problemi della democrazia… Allo stesso tempo che in un tentativo di chiarire con la recente esperienza l’atteggiamento marxista verso le parole d’ordine democratiche, il tema centrale di questo lavoro consiste nella critica del mito della rivoluzione “popolare” neutra, al di sopra delle classi; e della “dittatura democratica” senza classi, senza sesso».
Già un anno prima Trotsky era intervenuto sulle vicende spagnole in una lettera a Contra la corriente, affermando che:
«Avanzando le parole d’ordine democratiche, il proletariato non vuol dire con ciò che la Spagna deve passare per una rivoluzione borghese… Se la crisi rivoluzionaria si trasforma in rivoluzione, essa oltrepasserà necessariamente i limiti borghesi e, in caso di vittoria, dovrà dare il potere al proletariato; ma il proletariato non può dirigere la rivoluzione allo stadio attuale, vale a dire raccogliere intorno a sé le più ampie masse di lavoratori e d’oppressi, e diventare la loro guida, se non a condizione che esso sviluppi, insieme alle sue rivendicazioni di classe, e in rapporto con loro, tutte le rivendicazioni democratiche, integralmente e fino in fondo»34.
Gli stessi concetti saranno ancora ribaditi in un importante scritto del gennaio 1931:
«Sarebbe dottrinarismo del tutto sterile e pietoso contrapporre la parola d’ordine della dittatura del proletariato agli obiettivi e alla parola d’ordine della democrazia rivoluzionaria (repubblica, rivoluzione agraria, separazione della Chiesa dallo Stato, confisca dei beni ecclesiastici, indipendenza nazionale, assemblea costituente rivoluzionaria)… Solo dei pedanti possono scorgere una contraddizione nella combinazione di parole d’ordine democratiche, di parole d’ordine transitorie e di parole d’ordine nettamente socialiste. Un simile programma combinato, che riflette la struttura contraddittoria della società storica, deriva inevitabilmente dai compiti lasciati in eredità dal passato…
«Più la lotta dell’avanguardia proletaria per le parole d’ordine democratiche sarà audace, risoluta e spietata, più rapidamente conquisterà le masse e minerà le basi dei borghesi repubblicani e dei socialisti riformisti, e più sicuramente gli elementi migliori si schiereranno al nostro fianco, più rapidamente la repubblica democratica si identificherà nella coscienza delle masse con la repubblica operaia»35.
Anche nei confronti della Spagna la direzione staliniana del Pci commette gli stessi errori di grossolana interpretazione della realtà, già apparsi evidenti per l’Italia. Nel caso della Spagna, però, il Pci non contribuisce all’errore con alcun tipo di elaborazione autonoma e si limita a tradurre su Lo Stato Operaio direttive provenienti da Mosca. Dopo la caduta della dittatura di Primo de Rivera (gennaio 1930) - che pure aveva retto le sorti della Spagna per sette anni - e l’inizio della radicalizzazione del movimento di massa, determinata dalle aspettative che il cambiamento di regime crea tra i lavoratori spagnoli, lo sforzo principale della direzione del Partito comunista italiano è di impedire che qualsiasi analogia possa essere tratta per quanto riguarda la prospettiva della caduta del fascismo in Italia. Le forze democratico-repubblicane che cominciano ad assumere la direzione del movimento vengono liquidate come reazionarie e fasciste, in nulla diverse dalla dittatura di Primo de Rivera. Ma dopo la caduta di Berenguer, dopo quella di Alfonso XIII e dopo le elezioni dell’aprile 1931 che favoriscono decisamente la coalizione repubblicana e socialista, dando inizio a una potente ascesa del movimento di scioperi, sulle colonne de Lo Stato Operaio si prende atto della mutata situazione politica, ma solo per riproporre piattamente tutta la tematica del Terzo periodo. L’unica «novità» del Comintern è quella di unire la tematica ultrasinistra del socialfascismo e dello scontro immediato a quella più ambigua e opportunista della «rivoluzione operaia e contadina», distinta dalla rivoluzione socialista, non ancora all’ordine del giorno.
Del resto la stampa staliniana internazionale comincia a descrivere la situazione spagnola di indiscutibile ascesa del movimento di massa - unico caso nell’Europa del 1931 - in termini avventuristici e assolutamente fantasiosi36. Soviet in costruzione, operai che chiedono il comunismo, partiti riformisti sull’orlo del collasso. E ovviamente, rigetto complessivo della tematica democratica e transitoria che abbiamo visto proporre dall’Opposizione internazionale di sinistra.
All’interno di quest’ultima non vanno considerati i bordighisti, anche se formalmente all’epoca ancora ne fanno parte, per il loro netto rifiuto delle linee del programma d’azione avanzato da Trotsky e dall’Opposizione di sinistra spagnola, che all’epoca conta tra le sue file figure di grande prestigio nel movimento operaio come Andrés Nin, Juan Andrade, José Soriano e altri. Trotsky ha nello stesso periodo parole durissime per il settarismo del gruppo raccolto attorno a Vercesi e al Prometeo, e non certo - come è stato insinuato a più riprese - per la volontà di ingraziarsi la Nuova Opposizione Italiana, ma per esplicite differenze programmatiche, che nel caso spagnolo esplodono alla luce del sole: i bordighisti, rifiutando qualsiasi impiego del programma delle rivendicazioni democratiche, nel senso rivoluzionario prima citato, coincidono concretamente nel caso spagnolo con le posizioni del Comintern staliniano, senza però cadere nella formula ambigua - e già sperimentata tragicamente col Kuomintang cinese - del governo «popolare» o della «rivoluzione operaia e contadina»37. È in questi anni che la frattura tra bordighismo e trotskismo diviene definitiva, riguardando essa sia questioni di principio sia questioni tattiche della massima importanza, quali la questione del partito, il programma degli obiettivi transitori e il fronte unico. La rottura però - si veda anche l’articolo nel Bollettino n. 13 - avviene nel massimo della correttezza politica, senza trascinare con sé la sequela immancabile di calunnie e rancori che in genere provocano le divisioni tra organizzazioni politiche di modeste dimensioni.
Nel Bollettino n. 2 si ritrova una sintesi dell’orientamento politico proposto per la Spagna dall’Opposizione di sinistra internazionale, di cui la Noi a giugno del 1931 è già diventata una sezione ufficiale e la portavoce pubblica in Italia. La tesi ivi sviluppata è che con la caduta della monarchia la Spagna ha compiuto la sua rivoluzione democratico-borghese, espressa a livello governativo dall’alleanza di repubblicani e socialisti, che in altre occasioni Trotsky definirà come una forma di «kerenskismo» spagnolo. La funzione di tale governo è quello di impedire che il rovesciamento della monarchia apra una dinamica di rivoluzione permanente nel paese e che i lavoratori oltrepassino il terreno della lotta per la repubblica, che nelle campagne comincino a confiscare le terre dei latifondisti, della Chiesa e dell’aristocrazia nobiliare, e soprattutto che accanto agli organismi della democrazia borghese ancora da conquistare o da difendere le masse comincino a costruire organismi autonomi, di rappresentanza diretta, dei soviet, o come dirà altrove Trotsky, delle «Cortes rivoluzionarie», o come consiglierà di chiamarle definitivamente, delle juntas obreras.
Ad aprile del 1931, compito dei comunisti rivoluzionari spagnoli che dichiarino la loro opposizione aperta al governo repubblicano e socialista non è quello di rovesciare immediatamente tale governo con l’insurrezione armata (come propone fantasiosamente la politica di Mosca), ma è quello di aiutare le masse a liberarsi delle illusioni nei suoi confronti tramite l’esperienza pratica: questa si riassume nell’agitazione per il programma di rivendicazioni democratiche già citate e corrispondenti allo stato reale del movimento di massa, e nella tattica del fronte unico che, lungi dal rappresentare un accodamento ai partiti della democrazia borghese, deve significare il loro smascheramento.
Gli avvenimenti spagnoli continueranno a gettare dei riflessi sulle colonne del Bollettino, ma non più con la stessa forza e immediatezza dei primi numeri. Ciò può essere spiegato con la fine di numerose illusioni, con lo stato di malessere in cui si verrà a trovare l’Opposizione di sinistra in Spagna nel processo di rottura con Andrés Nin e con l’importanza molto maggiore assunta nel 1932-33 dalla Germania. Ciò però contrasta vivamente con l’impegno che membri della Noi dedicheranno alle vicende spagnole in quegli stessi anni.
Il principale redattore del Bollettino, Alfonso Leonetti, è all’epoca addirittura membro del Segretariato Internazionale della Opposizione di sinistra e verrà incaricato poi di mantenere le relazioni con la Spagna. Di questo suo ruolo nulla traspare sulle colonne degli ultimi numeri del Bollettino e solo di recente, grazie all’opera dello storico P. Broué, si è potuto ricostruire in parte questo suo impegno internazionalista, che non solo lo ha messo a stretto contatto con figure chiave del movimento rivoluzionario di quegli anni, ma gli ha anche permesso di partecipare in prima persona al funzionamento dell’Ufficio internazionale - creato a Parigi su indicazione di Trotsky - e assistere alle sue prime travagliate prove, in una situazione difficile e complessa per l’insieme del movimento comunista, quale la Spagna di quegli anni.
Sotto lo pseudonimo di «Suzo», «Martin», «Guido Saraceno», oltre al tradizionale «Feroci», Alfonso Leonetti lavorerà nel Segretariato Internazionale dell’Opposizione di sinistra dal 1930 al 1936, vale a dire in tutta la fase preparatoria alla fondazione della Quarta Internazionale, che avverrà ufficialmente nel 1938. Egli si occupa delle questioni spagnole in particolare, favorito in questo dalla sua antica amicizia con Andrés Nin, che risale all’epoca del soggiorno a Mosca e al periodo della clandestinità in Italia. Il suo rapporto col S.I. sarà travagliato. Contrario all’orientamento verso l’entrismo nella Sfio in Francia, verrà mantenuto nel S.I. per pressione dello stesso Trotsky, che ne ammira alcune preziose qualità (si veda a mo’ d’esempio il riferimento al «marxista italiano Feroci» ne La rivoluzione tradita).
In questo lavoro Leonetti ebbe la possibilità di assistere alle principali discussioni politiche dell’epoca, in particolare a quelle che videro l’allontanamento da Trotsky e dall’Opposizione di sinistra di figure rivoluzionarie come Rosmer in Francia, Nin in Spagna, Landau in Germania. All’origine di queste rotture, negli anni 1930-33, era una questione decisiva per l’orientamento dei militanti operai di tutto il mondo: l’atteggiamento da assumere nei confronti del Comintern e delle sue sezioni nazionali - riforma o fondazione di nuovi partiti comunisti?

Dalla Noi alla Lega Comunista Internazionalista

Il Bollettino della Noi copre esattamente il periodo che va dal 1931 al trionfo di Hitler in Germania. Esso copre quindi un periodo preciso della storia del movimento operaio, quello che Trotsky definì del «centrismo burocratico». Quando cioè lo stalinismo era considerato dall’Opposizione di sinistra ancora riformabile e riconducibile sulla strada del marxismo rivoluzionario su scala internazionale e della dittatura proletaria in Unione Sovietica. E quando perciò non si riteneva necessario procedere alla costruzione di nuovi partiti comunisti e di una nuova internazionale, ma si dirigevano gli sforzi verso una lotta interna di frazione.
La Noi si considerava infatti una frazione interna al Partito comunista italiano e la propaganda dalle colonne del suo Bollettino mirava essenzialmente a convincere i quadri operai più onesti del Partito a rovesciare la direzione staliniana per tornare alle tradizioni del leninismo, e nel caso italiano anche del gramscismo. Le analisi dell’Urss che vengono pubblicate sul Bollettino riflettono questo orientamento, come lo riflettono i principali documenti sulla situazione italiana. Il lettore, tuttavia, avrà la possibilità di ricostruire - nel corso della lettura - il processo che dapprima gradualmente e poi sempre più decisamente porterà a rovesciare tale orientamento. E ciò sarà possibile seguendo gli sviluppi della situazione in Germania, l’ascesa dell’hitlerismo, la cecità del Comintern nei confronti della socialdemocrazia tedesca e infine la sconfitta del movimento operaio sotto il tallone di ferro del nazismo, senza aver avuto la possibilità di battersi.
Nulla accadde in Germania il 5 marzo 1933 che non fosse stato previsto e denunciato in tempo dai redattori del Bollettino, come dal resto dell’Opposizione di sinistra internazionale. Basta rileggere gli articoli pubblicati sui nn. 5, 6, 7, 8, 11, 13, 14. L’ultimo dei bollettini presenta due bilanci: quello della Noi dopo la vittoria nazista e quello di Trotsky, rimasto famoso per il confronto col 4 agosto della socialdemocrazia, all’epoca della Prima guerra mondiale. E mentre da un lato l’analisi della situazione interna all’Urss aveva portato gli oppositori a parlare di tendenze accentuate verso il «Termidoro», l’analisi internazionale arriverà al riconoscimento che lo stalinismo, avendo permesso la vittoria di Hitler e rifiutando di mutare orientamento politico, è passato definitivamente dalla parte dell’ordine borghese.
Questa conclusione, rivelatasi poi più che esatta, anche se ricavata dalla più tremenda delle sconfitte che il movimento operaio abbia mai subito, quella nazista, ebbe un’importanza decisiva nel 1933 per la Noi e per tutti i gruppi dell’Opposizione di sinistra. Il vecchio dilemma - se restare nei partiti stalinisti come frazioni o dare vita a nuovi partiti - era ormai risolto e lo stesso Trotsky, a luglio del 1933, scriverà un famoso articolo in cui verrà esposto il nuovo orientamento: «È necessario costruire nuovi partiti comunisti e una nuova internazionale»38. L’ultimo bollettino già esprime implicitamente questa svolta nel movimento rivoluzionario italiano e internazionale.
La Noi considererà chiusa la fase dell’opposizione interna e quindi anche del Bollettino. Cambierà il suo nome in quello di Lega Comunista Internazionalista, si darà un organo stampato, La Verità, e si impegnerà per la costruzione di un nuovo partito comunista italiano e di una nuova internazionale rivoluzionaria, la Quarta Internazionale. Quell’obiettivo, come è noto, non è stato ancora raggiunto. La Quarta Internazionale, fondata nel ’38, verrà distrutta all’inizio della guerra, mentre la direzione del movimento operaio italiano rimarrà nelle mani del gruppo dirigente di formazione togliattiana. Si tratta di una grave sconfitta, indubbiamente. Ma la storia di questo fallimento, per quanto riguarda l’Italia, è ancora tutta da scrivere. È dal contributo della Noi, però, che bisogna ripartire se si vuole capire qualcosa e non ripetere gli errori del passato.

(1976)

* Nel corso di questa introduzione e nel Bollettino, per comodità del lettore, è stata usata la grafia internazionale più comune per il nome «Trotsky», anche quando si tratta di citazioni in cui esso è riportato come Trotzki, Trotzky, Trotskij, Trockij.

1 Lenin, Opere, vol. XLV, p. 608. Poiché in quello stesso messaggio Lenin esprimeva un giudizio molto lusinghiero sulle posizioni di Trotsky riguardanti la Nep (argomento di cui L.T. fu relatore al IV congresso del Comintern), e proponeva di dar loro una vasta diffusione sui giornali e in forma di opuscolo, l’intero testo è stato tenuto nascosto dalle autorità sovietiche fino al 1965, quando è stato finalmente incluso nella V edizione delle Opere di Lenin, insieme agli altri testi e documenti che dimostrano inequivocabilmente il senso preciso dell’«ultima battaglia di Lenin»: quella contro la frazione di Stalin, in alleanza con Trotsky, compiuta fino a quando la paralisi definitiva dei primi giorni di marzo del 1923 lo permise.
2 Si vedano J. Humbert-Droz, Il contrasto tra l’Internazionale e il Pci 1922-28, Milano 1969; G. Berti, I primi dieci anni di vita del Pci, Milano 1967; P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Pci nel 1923-24, Roma 1969; gli interventi ne La rivista storica del socialismo. Per il punto di vista favorevole alla maggioranza bordighiana si vedano i testi inclusi e la prefazione in In difesa della continuità del programma comunista, ed. Il programma comunista; G. Galli, Storia del Partito comunista italiano, Milano 1958. La migliore ricostruzione del dibattito storico avvenuto in Italia su questi temi è in Rosa Alcara, La formazione e i primi anni del Pci nella storiografia marxista, Milano 1970.
3 Nel 1922 non era la prima volta che Trotsky si occupava della questione italiana. Si veda, oltre ai numerosi riferimenti sparsi nei contributi ai primi due congressi del Comintern, il «Discorso sulla questione italiana» al Terzo congresso (29 giugno 1921), in The first five years of the Communist International, vol. 1, New York 1972 (in it. in un’edizione del 1921, Roma, Società Anonima Poligrafica Italiana). In quell’occasione fu composta una commissione sulla «questione italiana» (includente anche Lenin, la Zetkin e altri, oltre Trotsky) per combattere le posizioni settarie del Pcd’I, rappresentate dal membro principale della delegazione italiana, U. Terracini.
Si veda anche la continuazione della discussione nell’Esecutivo allargato del Comintern (Mosca, 21 febbraio-4 marzo 1922) e l’intervento di Trotsky in favore della tattica di fronte unico, cui si opponeva la direzione italiana.
4 «Nelle settimane precedenti il congresso Trotsky aveva avuto con Gramsci lunghe conversazioni sul tema del fascismo, dei pericoli che il fascismo rappresentava, della probabilità di un colpo di Stato fascista in Italia». Cit. da Camilla Ravera, Diario di trent’anni, 1913-1943, Roma 1973, p. 129. Si veda anche la testimonianza di G. Berti, I primi dieci anni di vita del Pci, cit., p. 38: «Trotsky raccontava a Serrati come egli avesse fatto parte nella seconda metà del 1922 della Commissione italiana insieme a Zinov’ev e a Bucharin e delle difficoltà che la Commissione aveva incontrato nelle discussioni con Gramsci. “Abbiamo dovuto premere molto”, diceva, “per convincerlo a prendere una posizione di lotta contro Bordiga e non so se ci siamo riusciti”… Comunque nel 1924 Trotsky non nascondeva di aver avuto nel 1922 un ruolo determinante nelle pressioni esercitate su Gramsci perché assumesse un atteggiamento critico nei confronti di Bordiga».
Nonostante le conversazioni e le pressioni cui fanno riferimento due fonti insospettabili di partigianeria per Trotsky, come la Ravera e il Berti, Gramsci non fu conquistato alle posizioni di fondo del Comintern. Egli «anguilleggiò», per usare la sua stessa espressione, tra l’ala della delegazione favorevole alla fusione col Psi e quella contraria. E lo stesso Trotsky, intervenendo nella commissione per l’Italia, dovette criticare il fatto che Gramsci richiedesse un’eccezione, «un privilegio di intransigenza» per l’Italia. Cfr. il verbale della riunione pubblicato in Stato Operaio, n. 7.
5 Trotsky proseguiva: «Lo spezzettamento del proletariato non permette ai nostri compagni d’Italia di assegnarsi come compito immediato il rovesciamento del fascismo con la forza armata. I comunisti italiani devono prepararsi con cura gli elementi della prossima lotta armata e sviluppare in primo luogo la lotta con larghi metodi politici. Il loro compito immediato - compito di un’immensa importanza - è d’introdurre la disgregazione nella parte popolare e particolarmente nella parte operaia, degli elementi che sostengono il fascismo e riunire masse proletarie sempre più numerose sotto parole d’ordine particolari e generali della difensiva e della offensiva. Mediante una politica di iniziativa e di pieghevolezza, i comunisti italiani possono accelerare considerevolmente la caduta dei fascisti e perciò stesso possono costringere la borghesia italiana a cercare la sua salvezza, davanti alla rivoluzione, nei suoi santi di sinistra: Nitti e forse anche di primo colpo Turati. Che significherà per noi un tale mutamento? Nient’altro che la continuazione della disgregazione dello Stato borghese, l’accrescimento delle forze offensive del proletariato, lo sviluppo della nostra organizzazione di lotta, la creazione delle condizioni necessarie alla presa del potere». L. Trotsky, «Le tappe della rivoluzione proletaria in Europa», in Il Lavoratore, 20 dicembre 1922, p. 3 (Cit. da S. Ortaggi, vedi avanti nota n. 11).
6 Sulla volontà di Lenin di combattere la degenerazione burocratica dell’Urss e del Pcr, sulla sua decisione di liquidare Stalin dalla carica di Segretario generale, sulla sua totale fiducia nell’accordo stretto a tal fine con Trotsky, non è più possibile avere dubbi. Che Trotsky, invece, non si sia rivelato immediatamente all’altezza di queste aspettative di Lenin è un’altra questione. Si vedano tutti gli ultimi scritti di Lenin pubblicati in Russia molto dopo il XX congresso del Pcus in Opere, vol. XXXVI e XLV. Si veda l’ottima analisi di questi scritti e degli avvenimenti in M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Bari 1969, ma anche il tentativo di minimizzare la cosa nelle tredici righe che l’ideologo del Pci Luciano Gruppi ha dedicato a una questione così grave, nella prefazione agli scritti di Lenin Su Trotsky, Roma 1971, p. XXV. Un giudizio favorevole sull’opera di Lewin è ormai anche in G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica, Milano 1976, p. 685.
7 In italiano vi è l’introduzione di Sirio Di Giuliomaria (Roma 1965), che con efficace sinteticità mette in risalto i contenuti avanzati della battaglia di Trotsky, contro tutti coloro che vogliono vedere in quel testo solo l’esigenza di una maggiore «democrazia».
8 Questo giudizio non è condiviso da Massimo L. Salvadori, Gramsci e il problema storico della democrazia, Torino 1970, che parla esplicitamente di un «tentativo di mediazione centrista fra l’Opposizione e la maggioranza staliniana» in rapporto alla battaglia gramsciana di questo periodo (p. 30). Ma poiché l’argomentazione del Salvadori sembrerebbe andare nel senso da noi indicato, si può ritenere che l’uso del termine «centrista» indichi solo la collocazione di Gramsci tra destra ed estrema sinistra e non definisca invece la natura politica dei contenuti della sua battaglia. Secondo la nostra accezione, il «centrista» era Tasca, anche se si collocava a «destra» di Gramsci, ma non talmente a destra da coincidere con le posizioni del riformismo, controrivoluzionario e difensore dell’ordine borghese. Anche la linea del Comintern era definita all’epoca da Trotsky come «centrista burocratica» e verrà da questi considerata come definitivamente «riformista», cioè controrivoluzionaria, solo dopo la vittoria di Hitler in Germania. A voler proprio essere precisi nelle «etichettature» potremmo dire che tra la fine del ‘23 e il congresso di Lione, Tasca rappresentava una linea centrista di destra (evolvente cioè verso il riformismo), Gramsci una linea centrista di sinistra (evolvente cioè verso posizioni marxiste rivoluzionarie: un processo che è confermato dalle Tesi di Lione, ma che non arriva fino alle sue ultime conseguenze), e Bordiga una linea estremista o di ultrasinistra, che per le sue caratteristiche dogmatiche e settarie è potuta restare invariata fino ai nostri giorni. Esistevano ovviamente anche sfumature o collocazioni provvisorie tra le tre posizioni principali.
9 Cfr. G. Fiori, Vita di Gramsci, Bari 1966, p. 190.
Ci sembra che l’incidenza di questo periodo trascorso a Mosca sulla svolta nell’orientamento politico di Gramsci sia stata decisamente trascurata da Robert Paris. Questi, preoccupato giustamente di demistificare l’uso «leninista» (cioè stalinista) che Togliatti volle fare di Gramsci nel dopoguerra, perde di vista quanto di effettivamente leninista è esistito nella formazione di Gramsci, accanto, ovviamente, ad altre innegabili influenze culturali ben distanti da quelle del marxismo rivoluzionario. Cfr. l’introduzione di Robert Paris al primo volume degli Ecrits politiques di A. Gramsci, Paris 1974. Un articolo pubblicato sull’Unità del 15 ottobre 1974 definisce «fuorviante» la prefazione di Paris, per l’insistenza con cui in quella prefazione si ricostruisce la storia delle mutilazioni apportate da F. Platone e Togliatti alle prime edizioni delle opere di Gramsci. Un’analisi di quei tagli è anche in S. Sechi, «Spunti critici sulle Lettere dal carcere di Gramsci», in Quaderni Piacentini, n. 29, 1967.
10 2000 pagine di Gramsci, a cura di G. Ferrata e N. Gallo, vol. II, Milano 1964, p. 29.
11 Indirizzata a Togliatti, Terracini e C., la lettera è stata inclusa nell’antologia di P. Togliatti, La formazione…, cit., pp. 186-201. Un’ottima analisi dei contenuti politici espressi nel giudizio favorevole di Gramsci per Trotsky è contenuta nel lavoro di S. Ortaggi, «Gramsci e Trotsky. La lettera del 9 febbraio 1924», in Rivista di storia contemporanea, ottobre 1974, pp. 478-503. L’analisi della Ortaggi va in realtà al di là della lettera e affronta l’insieme dei problemi di cui ci stiamo occupando.
12 Cit.in La formazione…, p. 152 (corsivo nostro).
13 A pie’ di pagina di questa fondamentale lettera, Palmiro Togliatti ha aggiunto nel 1962 un commento per il lettore che dovesse eventualmente prestar fede a Gramsci: «I giudizi contenuti in questo capitolo, circa la posizione dei vari dirigenti del partito bolscevico, non sono tutti giusti. Alcuni sono nettamente errati e possono venire corretti da chi conosce la storia di quel partito. Gramsci non aveva avuto ancora la possibilità, allora, di approfondire questa conoscenza».
Gramsci, che aveva appena terminato un periodo di un anno e mezzo a Mosca, e non aveva certo aspettato il 1924 per farsi un’idea della rivoluzione russa del 1917, ovviamente non ha mai ritrattato le affermazioni citate; il lungo silenzio che manterrà in seguito sulla vicenda «Trotsky» verrà interrotto soltanto dopo la pubblicazione di Bordiga sulla «quistione Trotsky» quando, per ragioni italiane, criticherà essenzialmente l’«atteggiamento» del grande rivoluzionario russo. Comunque, vale la pena di informare della nota di Togliatti del 1962 a p. 188 il lettore, che scorrendo il testo di poche pagine, alla p. 208, troverà la risposta di Togliatti a Gramsci del 23 febbraio 1924, in cui il giovane dirigente del Pcd’I dichiarava in piena onestà quanto segue: «Ho dei fatti internazionali le sole informazioni che può avere chi è sempre stato in Italia. Con interesse ho letto quanto tu esponi sulla crisi e sulle tendenze del Pcr, ma molti punti mi restano tuttora oscuri. Ritengo però io pure non esatte le impressioni di Urbani sulla formazione internazionale di una sinistra nell’IC e sullo spostamento verso di essa del centro che dirige l’IC».
Il lettore giudichi a quale dei due Togliatti prestar fede. Noi preferiamo il Togliatti del 1924, nonostante i limiti che indicava allora lo stesso Gramsci: «Togliatti non sa decidersi com’era un po’ sempre nelle sue abitudini; la personalità “vigorosa” di Amadeo [Bordiga] lo ha fortemente colpito e lo trattiene a mezza via in una indecisione che cerca giustificazioni in cavilli puramente giuridici». Lettera di Gramsci a Leonetti, 28 gennaio 1924, in La formazione…, p. 183.
14 Lettera ad Urbani, 12 gennaio 1924. Questa «svolta storica» che Gramsci ritiene di stare compiendo nel 1924 è negata recisamente da F. Livorsi, Amadeo Bordiga, Roma 1976, che afferma: «L’esperienza moscovita di Gramsci… non può essere elevata a una sorta di folgorazione leninista-zinovieviana sulla via di Damasco: in tale periodo Gramsci fu a lungo ammalato, innamorato, e niente affatto ammaliato dagli uomini del Comintern. Del resto, non c’è alcun salto di qualità tra gli scritti gramsciani del ‘20-‘23 e quelli del ‘24-‘26» (p. 287).
15 Cfr. la lettera di Ferri [Leonetti] a Gramsci del 20 gennaio e la risposta di Gramsci del 28 gennaio. In La formazione…, pp. 164-6 e 182-4.
16 È il contrario di quanto cerca di dimostrare Jean-Marc Piotte, La pensée politique de Gramsci, Paris 1970, cap. IV, che cerca anche di stabilire dei disperati parallelismi tra Gramsci e Mao Tse-tung.
17 «È probabile che la parola d’ordine della Costituente ridiventi attuale? Se sì, quale sarà la nostra posizione nei suoi riguardi? Insomma: la situazione attuale deve avere una soluzione politica: quale forma è più probabile che tale soluzione rivesta? È possibile pensare che si passi dal fascismo alla dittatura del proletariato? Quali fasi intermedie sono possibili e probabili? Noi dobbiamo fare questo lavoro politico, dobbiamo farlo per noi e dobbiamo farlo per le masse del nostro partito e per le masse in generale. Io penso che nella crisi che attraverserà il paese avrà il sopravvento quel partito che meglio avrà capito questo processo necessario di transizione e darà quindi alle grandi masse l’impressione della serietà. Da questo punto di vista noi siamo molto deboli, siamo indubbiamente più deboli dei socialisti, che, bene o male, una certa agitazione la fanno e che in più hanno tutta una tradizione popolare che li sostiene… Si tratta di conquistare l’influenza sulla maggioranza della massa che oggi è influenzata dal Ps; si tratta di ottenere che se c’è una ripresa operaia rivoluzionaria, essa si organizzi intorno al Pc e non intorno al Ps. Come ottenere ciò? Bisogna incalzare il Ps fino a quando o la sua maggioranza viene con noi o va coi riformisti». Lettera di Gramsci a Togliatti, Scoccimarro, Leonetti ecc., 21 marzo 1924, in La formazione…, pp. 246-7 (corsivo nostro).
18 Questo giudizio è condiviso, tra gli altri, anche da I. Deutscher, che ricorda come «durante il soggiorno a Mosca, Gramsci godette della fiducia di Trotsky». Cfr. Il profeta disarmato, Milano 1959, p. 607 n.
19 La molteplicità delle esperienze gramsciane e la contraddittorietà delle posizioni assunte in tutto l’arco della sua vita è sfuggita completamente a uno dei primi commentatori di Gramsci in Italia, producendo così un’opera critica del togliattismo, ma agiografica del gramscismo. Si veda L. Maitan, Attualità di Gramsci e politica comunista, Milano 1955. In particolare alla p. 6 si afferma la tesi sviluppata nel resto del libro secondo cui «rispondere che non vi sono due Gramsci, ma che esiste un solo Gramsci… è giusto, ma non è sufficiente». Un giudizio critico analogo sul saggio di Maitan è contenuto in T. Perlini, Gramsci e il gramscismo, Milano 1974, in particolare alla p. 73.
Se si pensa che lo stesso Maitan ha presentato al pubblico italiano la figura teorica di Trotsky nei termini che citiamo di seguito, si capirà perché sia stato difficile per molto tempo ritrovare gli elementi di accordo tra i due rivoluzionari oltre che il vero senso della battaglia trotskiana; affermava infatti Maitan nel 1959: «L’accostamento già accennato tra Trotsky e i comunisti jugoslavi dovrebbe oramai apparire più netto e più preciso: sul terreno teorico esistono, nonostante tutto, delle sostanziali analogie. Che Kardelj, Tito e qualche altro abbiano attinto direttamente da certe pagine di Trotsky, è tutt’altro che improbabile». Cfr. Trotsky oggi, Torino 1959. Se si pensa che Maitan è apparso per anni come il principale esponente del pensiero di Trotsky in Italia, si può capire facilmente come il lettore italiano non sia riuscito a vedere fino ad anni recenti alcuna possibilità di confronto tra un Gramsci lineare, univoco e tutto rivoluzionario, e un Trotsky padre del titoismo!
20 Per quanto riguarda i problemi qui affrontati, e in particolare l’evoluzione gramsciana nel periodo fine 1923-1926, ci sembra che il lavoro di T. Perlini già citato non contribuisca alla chiarezza. Animato da sincero spirito antiriformista, il Perlini non trova di meglio che assumere la difesa delle posizioni bordighiane, incurante del fatto che sia Lenin, sia Trotsky, sia l’esperienza storica concreta hanno a più riprese dimostrato la profonda erroneità di quelle posizioni. La scelta degnissima operata da Bordiga di sostenere per un breve, ma cruciale periodo la battaglia internazionale di Trotsky, non può farci dimenticare - pena lo scadimento in un internazionalismo di facciata - la profonda incomprensione da lui dimostrata a più riprese e fino alla morte della dinamica della rivoluzione italiana.
L’incomprensione del fascismo, della natura del riformismo e della metodologia più adeguata per far fronte ad entrambi, spiegano i motivi reali di fondo che non hanno mai permesso la confluenza del bordighismo e del trotskismo in un’unica corrente «antistalinista». È errato quindi, come fa il Perlini, attribuire le ragioni di questo mancato incontro alla battaglia antibordighiana di Gramsci caldeggiata dallo stesso Trotsky o addirittura, idealisticamente, agli errori dei trotskisti italiani. Nell’analisi del Perlini ricorrono troppo spesso elementi moralistici e caratterizzazioni psicologiche come spiegazioni di problemi e divergenze programmatiche ben precise. Nell’insieme le questioni di contenuto vengono sottovalutate, e con loro, necessariamente, la dinamica reale della lotta di classe di quegli anni cruciali, in Italia e su scala internazionale. Che un rivoluzionario come Gramsci si trovasse a difendere in quel periodo un programma rivoluzionario per l’Italia e uno schieramento centrista in Urss può essere una contraddizione da cui partire per cercare spiegazioni più complesse, ma non certo per operare un unico fascio di Gramsci e Stalin, limitandosi, come fa Perlini, a mettere in risalto l’onestà e l’ampiezza culturale del primo. Trotsky stesso, del resto, non ragionò mai in termini di persone o di schieramenti, ma sempre in termini di programmi e linee politiche reali.
Un bilancio politico del «mancato incontro» si può ora leggere nel Bollettino n. 3. È invece nettamente falsa l’affermazione di Perlini (p. 36) secondo cui «Gramsci s’è, in effetti, sempre manifestato estraneo e fondamentalmente ostile alla teoria trotskiana della rivoluzione permanente». Smentiscono questo errore di carattere storico, oltre l’operato di Gramsci in precisi momenti della sua vita, i brani che noi riportiamo in questa introduzione, la lettera a Zino Zini del 2 aprile 1924 citata da Leonetti in un articolo sul Ponte del 30 aprile 1969, riferimenti sparsi nell’Ordine Nuovo. L’affermazione è valida invece solo per il Gramsci dei Quaderni, sia pure con la sorprendente eccezione cui accenneremo. Poiché Perlini nel suo lavoro non cita mai le fonti precise delle posizioni da lui attribuite a Gramsci, e non opera alcuna distinzione tra i diversi periodi dell’attività gramsciana, in particolare quello precedente Lione e quello successivo all’arresto, il quadro che viene presentato ha notevoli caratteristiche di arbitrarietà. Sono proprio opere confuse di tale natura, non nuove nelle correnti di ultrasinistra bordighiste, che facilitano la strada ad una riappropriazione integrale di Gramsci da parte riformista.
21 Spriano è andato più lontano: per valorizzare una frase di Gramsci del 6 febbraio 1925 di cui ci occuperemo tra breve (in A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista, Torino 1971, p. 473) e in cui il sardo attaccò la teoria del socialismo in un solo paese attribuendola nientemeno che a… Trotsky (una conferma, per inciso, dell’adesione di Gramsci alla sostanza delle posizioni trotskiane mentre prendeva le distanze dal «personaggio»), lo storico ufficiale del Pci ha dovuto compiere una sottile gherminella.
Nel brano citato, prima di attribuire a Trotsky la teoria del socialismo in un solo paese, Gramsci riassume il pensiero di questi parlando de «le sue previsioni circa il supercapitalismo americano, il quale avrebbe un suo braccio in Europa e nell’Inghilterra, e che produrrebbe una prolungata schiavitù del proletariato sotto il predominio del capitale americano». Spriano, nel primo volume della sua Storia del Pci, Torino 1967, p. 409, opera un accostamento a dir poco arbitrario tra Bordiga e Trotsky sull’assimilazione dei riformisti alle forze della borghesia, attribuendo a Trotsky la paternità ideologica dell’espressione secondo cui «la democrazia e la socialdemocrazia sono l’equivalente ideologico e politico del tentativo del capitalismo americano di colonizzare l’Europa», e rinviando per conferma al secondo volume della trilogia di Deutscher, alla p. 247. Qui ovviamente non si trova nulla del genere, ma piuttosto una genuina ammirazione dello storico polacco per le profonde intuizioni di Trotsky per quanto riguardava l’analisi dello sviluppo vertiginoso dell’imperialismo americano e della sua ascendente egemonia mondiale, in un periodo in cui la cosa pareva ancora irreale. Ciò serve però a Spriano, quando alla pagina 440 riporta finalmente la citazione di Gramsci, per dare un fondo di concretezza alla critica gramsciana del supercapitalismo erroneamente attribuita a Trotsky. A conferma, Spriano non trova meglio che citare se stesso (quello della p. 409), e così, invece di spiegarci da storico come Gramsci abbia potuto compiere un duplice errore così madornale (di attribuire a Trotsky una teoria del «superimperialismo» e la teoria del «socialismo in un solo paese»), Spriano può finalmente presentare trionfante una divergenza di contenuto tra Gramsci e Trotsky. Ascoltiamolo: «È Gramsci che entra nel merito del dissenso tra Trotsky e gli altri, dichiarando che le previsioni trotskiste sul supercapitalismo americano (previsioni che Bordiga ha già fatto sue, come rilevammo) sono erronee, da respingere, e pericolose. Esse da Gramsci vengono interpretate in un modo che mostra come la questione del “socialismo in un paese solo” non sia ancora affrontata (ciò è abbastanza spiegabile visto che al momento della sua pubblicazione - dicembre 1924/gennaio 1925 - lo scritto di Stalin desta poca attenzione…».
22 Lettera del 9 febbraio 1924, più volte citata, p. 197.
23 Il testo è riportato nell’antologia di S. Corvisieri, Trotsky e il comunismo italiano, Roma 1969. L’introduzione di Corvisieri (un ex trotskista, passato poi al maoismo) è molto utile per i problemi qui affrontati, in particolare per la ricostruzione esauriente del dibattito nel Pci sulla «questione Trotsky» (1925). Cfr. le pp. 29-43.
24 La relazione di Gramsci è in La costruzione del Pci, cit., p. 473. Nello stesso volume, alla p. 461, vi è un altro importante riferimento di Gramsci alla questione Trotsky, in occasione della conferenza di Como (maggio 1924). Anche in quella circostanza Gramsci, dopo aver criticato Trotsky per il «suo atteggiamento di opposizione passiva», ne ricorda la chiaroveggenza sulle previsioni per la Francia nel 1923 e per la tattica elettorale indicata ai comunisti.
E sempre sul piano delle convergenze di sostanza tra Gramsci e Trotsky, siamo lieti di poter ricorrere ancora una volta a una fonte insospettabile come la Ravera, che ci conferma, alla p. 205 dell’op. cit., quanto già sapevamo: «Le preoccupazioni espresse da Trotsky circa i pericoli di funzionarismo e burocratismo e l’esigenza di combatterli nel partito e nel nuovo Stato sovietico, sempre presenti in Lenin, erano comprese e condivise da Gramsci, ma altri e diversi erano i problemi che andavano generando contrasti nel gruppo dirigente bolscevico». Si trattava infatti della questione del socialismo in un solo paese, in cui la Ravera, come è noto, si schierò con Stalin a differenza di Gramsci, Tresso, Leonetti e Ravazzoli.
25 Pubblicato in veste integrale per la prima volta su Rinascita, n. 17, aprile 1970, e ora anche in A. Gramsci, La costruzione…, cit.
26 A questo riguardo, la lettura più utile che si può compiere per premunirsi rapidamente contro l’operazione in grande stile di adattamento di Gramsci all’ideologia del compromesso storico rimane il resoconto del Convegno Internazionale di Studi Gramsciani di Robert Paris. «Il Gramsci di tutti», in Giovane Critica, nn. 15/16, 1967.
27 L. Trotsky, Il programma di transizione, Roma 1972, p. 32.
28 Spriano, che pure è assai preciso in questioni ben meno cruciali, arriva ad affermare quanto segue a p. 463 del vol. cit.: «Bisognerà tuttavia rifarsi a un suo [di Togliatti (n.d.r.)] giudizio in sede storica, dato circa quarant’anni dopo, per verificare un ripensamento da parte comunista sulla disfatta del 1922-26. In quel ripensamento si rivendicherà il valore della posizione di principio assunta sul carattere di classe del fascismo, ma si vedrà nella sottovalutazione, anzi, nella negazione del problema della democrazia, la fonte del più grande errore compiuto dalle forze rivoluzionarie in Italia… Non vi è traccia, in tutto il corso della crisi che ha origine dall’assassinio di Matteotti (da cui data la direzione effettiva di Gramsci), di un’impostazione del problema della democrazia che si discosti dallo schema generale del movimento… Le citazioni già fatte suffragano largamente tale constatazione e le posizioni del III congresso del Pci la confermeranno».
Perché a Striano sfugge così clamorosamente, sul problema della democrazia, l’evoluzione di Gramsci, da noi già descritta, a partire dal 1924 e le posizioni poi sviluppate nel III congresso del Pci. Noi pensiamo che ciò gli serva per assolvere Togliatti in sede storica dagli errori della «svolta» del ‘29-‘30 (quando effettivamente fu negato il problema della democrazia) e per spianargli il terreno alla successiva concezione riformista della lotta democratica, ben distinta da quella rivoluzionaria espressa da Gramsci nel programma del 1926.
29 Basti citare gli articoli di Leonetti su Rinascita sarda e su La sinistra; il libro di Corvisieri citato; F. Ormea, Crisi economica e stalinismo in Occidente: l’opposizione comunista italiana alla «svolta» del ‘30, Roma 1976; L’opposizione nel Pcd’I alla svolta nel 1930, a cura di Michele Salerno, Milano 1966; come fonte di informazioni, anche il secondo volume della Storia del Pci di P. Spriano. Per una fede incrollabile nella correttezza di posizione degli svoltisti si veda il lavoro di Longo-Salinari, Dal socialfascismo alla guerra di Spagna, e il Diario della Ravera, cit.
30 Umberto Terracini, Sulla svolta. Carteggio clandestino dal carcere 1930-31-32, Milano 1975.
31 L’analisi della posizione politica di Gramsci in carcere è in A. Leonetti, «Il “Cazzotto nell’occhio” o “della Costituente”», in Rinascita Sarda, novembre 1966, e ora in Note su Gramsci, Urbino 1970. Ottima anche la ricostruzione che con ricchezza di riferimenti viene fatta da F. Ormea nell’introduzione all’opera citata.
32 Si veda ora un proseguimento di quella discussione nel Bollettino n. 2.
33 Ora ritradotto in L. Trotsky, Scritti 1929-36, a cura di L. Maitan, Milano 1968.
34 L. Trotsky, «Les tâches des communistes en Espagne» (25 maggio 1930), in La révolution espagnole, a cura di Pierre Broué, Paris 1975, p. 48 (corsivo nostro).
35 «La rivoluzione spagnola e i compiti dei comunisti» (24 gennaio 1931), in Scritti, cit., pp. 218-20 (corsivo nostro).
36 Per dare al lettore una pallida e tragicomica idea degli elementi su cui il Comintern (e Manuilskij in prima persona) fondava la sua analisi della Spagna, riproduciamo due brani del dirigente comunista francese Gabriel Péri, corrispondente dell’Humanité e della Pravda, pubblicati su quest’ultima rispettivamente il 1° aprile e il 23 aprile del 1931: «Secondo delle informazioni da Londra, dei soviet rivoluzionari si sono formati a Barcellona. Le organizzazioni rivoluzionarie hanno lanciato lo sciopero generale». Oppure, ancora più comico: «La creazione di soviet operai e contadini a Barcellona e nel nord della Spagna, benché siano stati sciolti dal governo, avrà un’enorme influenza nello sviluppo della rivoluzione spagnola». Cit. da P. Broué, op. cit., p. 109.
37 In una nota de La rivoluzione spagnola e i pericoli che la minacciano, Trotsky stigmatizza nel modo seguente le posizioni dei bordighisti: «Il gruppo italiano Promoteo (bordighisti) respinge completamente le parole d’ordine democratico-rivoluzionarie per tutti i paesi e tutti i popoli. Questo dottrinarismo da settari, che coincide in pratica con la posizione degli staliniani, non ha niente in comune con la posizione dei bolscevico-leninisti. L’opposizione di sinistra internazionale deve respingere ogni parvenza di responsabilità per questo infantile estremismo di sinistra. L’esperienza recentissima della Spagna dimostra che le parole d’ordine della democrazia politica avranno una funzione senza dubbio estremamente importante nella caduta del regime di dittatura fascista in Italia. Entrare nella rivoluzione spagnola o in quella italiana con il programma di Prometeo, è lo stesso che lanciarsi a nuotare con le mani legate dietro la schiena: il nuotatore rischia seriamente di affogare».
38 Writings of Leon Trotsky 1932-33, New York 1972, pp. 304-11.
Massari editore, 2004
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)