L’associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l’unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

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martedì 25 settembre 2012

“IRA ISLÁMICA”: ¿EXISTE ESO?, por Marcelo Colussi

A propósito de la película La inocencia de los musulmanes

La Gran Mezquita de La Meca
Un fantasma recorre el mundo: ¡la amenaza del fundamentalismo islámico! Recientemente, al menos lo que nos han dicho hasta el hartazgo todos los medios comerciales de Occidente, la “ira islámica” se ha despertado con motivo de una ofensiva película de contenido denigrante contra la figura de Mahoma y del Islam en general que se ha puesto a circular por distintos medios. “Mientras los medios de comunicación internacionales siguen obsesionados con las manifestaciones contra la película, amplios sectores del país están yendo a la huelga, pero nadie lo cuenta”, protestaba indignado el activista egipcio Hossam el-Hamalawy. Desde hace ya unos años, terminada la Guerra Fría y acabado el fantasma del “peligro comunista”, un nuevo demonio ha entrado en escena en el ámbito global: el terrorismo de los así llamados “fundamentalistas islámicos”.
Aunque no se sepa bien qué significa, el término “fundamentalismo” ha pasado a ser de uso común. Y más aún el de “fundamentalismo islámico”. Para adelantarlo de una vez: según el imaginario colectivo que los medios han ido generando en Occidente, el mismo es sinónimo de atraso, barbarie, primitivismo, y se une indisolublemente a la noción de terrorismo sanguinario.
Como primera aproximación podríamos decir que, de un modo quizá difuso, está ligado a fanatismo, ortodoxia, sectarismo. De alguna manera está en la antípoda de un espíritu tolerante y abierto, que suele ligarse, sin el más mínimo sentido crítico, con democracia. O, al menos, con lo que el discurso global dominante presenta como democracia: economías de mercado con elecciones de los puestos públicos de dirección cada cierto tiempo. En general suele asociárselo –lo cual es correcto– con el ámbito religioso. En sentido estricto, el término “fundamentalismo” tiene su origen en una serie de panfletos publicados entre 1910 y 1915 en Estados Unidos; con el título Los fundamentos: un testimonio por la Verdad, los documentos escritos por pastores protestantes se repartían gratuitamente entre las iglesias y los seminarios en contra de la pérdida de influencia de los principios evangélicos en ese país durante las primeras décadas del siglo XX. Era la declaración cristiana de la verdad literal de la Biblia, y las personas encargadas de su divulgación se consideraban guardianes de la verdad. De tal modo, entonces, fundamentalismo implicaría “retorno a las fuentes, a los fundamentos”.
Existen distintas definiciones y sinónimos para el fundamentalismo religioso. Para tomar alguna, por ejemplo, podríamos citar la que propone Ernest Gellner: “la idea fundamental es que una fe determinada debe sostenerse firmemente en su forma completa y literal, sin concesiones, matizaciones, reinterpretaciones ni reducciones. Presupone que el núcleo de la religión es la doctrina y no el ritual, y también que esta doctrina puede establecerse con precisión y de modo terminante, lo cual, por lo demás, presupone la escritura”.

lunedì 24 settembre 2012

GREG TROOPER. SULLA MUSICA DEGLI ESCLUSI, di Pino Bertelli


Incontro tra Greg Trooper e Pino bertelli

[Traduzione e redazione, Myriam Aarab]

Greg Trooper è nato a Neptune Township, nel New Jersey, il 13 Gennaio del 1956. Dal 1986 ha pubblicato 11 album ed è un cantautore importante sulla scena della musica internazionale.

[Questa conversazione si svolge tra il fotografo degli ultimi e un grande artista della musica che parla al cuore degli esclusi].


Pino Bertelli    - Mi piace la malinconia della tua musica, ci sento il sogno e il desiderio di un mondo più giusto e più umano, è così?

Greg Trooper - Sì. Mi piace scrivere del mondo vero, che a volte può essere scuro, ma cerco sempre di lasciare spazio per la speranza…

Pino Bertelli    - I tuoi testi credo vadano verso gli ultimi, gli umiliati e gli offesi, e contengono una giusta speranza, o almeno così ho capito, per il poco inglese che so!

Greg Trooper - Assolutamente! Cerco sempre di scrivere delle esperienze reali delle persone, e ciò che dico alla gente, quando mi chiedono del mio modo di scrivere canzoni, è che la realtà è basata sulla finzione! E’ che scrivo storie, non tanto su me stesso, ma su cose che vedo…

Pino Bertelli - Ma c’è amore nei tuoi testi e nella tua musica, questo almeno è quanto penso che tu trasmetta (con grazia) dai bordi di New York…

Greg Trooper - Sì, c’è un sacco di amore e di sentimento, cerco sempre di scrivere emozionalmente, e con senso dell’umorismo!

Pino Bertelli    - Tu cosa vuoi dire con la tua arte, col tuo modo bello di comunicare agli altri, la semplicità dei sentimenti, delle emozioni e delle passioni degli uomini e delle donne della terra (anche lo loro fragilità), forse?

Greg Trooper - Beh, ecco cosa c’è sullo scrivere canzoni… durano solo 3 minuti, e ciò che cerco di fare è concentrare e semplificare questioni complesse in tre minuti, e quindi sai, la musica gioca una grandissima parte nello stabilire e determinare le tue idee!

Pino Bertelli    - Cosa significano i tuoi testi? E’ autobiografia? Lasciaci le tue parole e le getteremo nel vento ai cuori in amore che sono calpestati sui marciapiedi della terra....

Greg Trooper -  Beh, un po’ di autobiografia c’è, ma la mia vita è abbastanza noiosa. Se scrivessi solo su di me la cosa non si farebbe così interessante. E quindi, mettendomi nei panni degli altri, e parlando di storie che sento, o che leggo, o che immagino, posso creare una connessione più grande con chi ascolta!

Pino Bertelli    - Ho conosciuto e fotografato Chet Baker... ci siamo ubriacati insieme davanti al mare, ma è stato lui a ritrovare il luogo del suo concerto... Chet Beker mi ha dato le stesse emozioni che mi hai dato tu. Grazie. Lascia a chi non ha voce (ed è stato allevato nella pubblica via com noi) un verso di una tua canzone e lo accoglieremo nelle nostre anime perse.

[Una nota di colore aggiunta poi: con Chet Beker andammo a Marina per fare un’intervista e qualche fotografia... mangiammo pollo fritto da mia madre e vino buono dell’osteria Toni... c’era anche mio padre sul muretto del porticciolo, si fumava il sigaro toscano sul tramonto...  io non sapevo l’ inglese, Chet masticava un po’ d’italiano e ne uscì una cosa deliziosa, non si parlò mai di musica, solo di amore tra i popoli, razzismi quotidiani e libertà condivise... Chet era molto magro, senza denti, aveva un maglione arancione e i pantaloni a quadri... guardava curioso le braccia senza mani di mio padre, mi allungò il fiasco e un po’ commosso, forse per il sole che affogava dal mare, brindammo a tutti gli emarginati della terra... quella sera, in concerto, mi dedicò una canzone che cantò a cappella, My Funny Valentine, due fili di lacrime mi scesero sul viso e nel cuore... quando morì, tornai sul muretto del porticciolo e mi scolai un fiasco di vino alla sua nobiliare memoria... tutto qui].

Greg Trooper - Oh, sono veramente lusingato! Mi piace questo verso che ho scritto, nella canzone “Muhammad Ali” : “Muhammad Ali, non faceva ciò che volevano... invece ha trovato il suo Dio e ci stava insegnando il significato del Natale”

Pino Bertelli    - Io ho un sogno. Sogno di vedere una società di liberi e di uguali. Qual è il tuo?

Greg Trooper - Questa non è una domanda facile. Sono d’accordo con te, anche perché credo che questo sia il sogno di noi tutti… ma, credo che il mio sogno sia che l’umanità riesca a vincere nella gara contro l’avidità.

Una coppia di solitari (una ballata di Greg Trooper)

“I tuoi sentimenti sono feriti
Mentre torni di nuovo dal lavoro
Anche i miei sono feriti
Li hai feriti tu.

Abbiamo urlato come bambini
Per le piccole stupide cose che abbiamo fatto
Ti ho fatta piangere
E ho preso a pugni il cielo
Siamo andati avanti per così tanto
Facendo finta che non ci fosse nulla di sbagliato
Siamo scesi sempre più in basso
E ci siamo scordati dell’amore che avevamo trovato

Lavori, fino a darti intorpidire le dita
Da quando sorge il sole, a quando tramonta
Io sono via, da qualche parte
E noi facciamo una coppia di solitari
I tuoi sentimenti sono feriti
E ora non sai cosa sarebbe peggio
Se vivere separati, o semplicemente infelici

Potrebbe esserci qualcosa che non abbiamo trovato
Possiamo parlare di come ci sentiamo
Le lacrime potrebbero cadere, potremmo perdere la pazienza
Ma potremmo provare a riconoscerci
Prima di dirci addio”.


1. La conversazione tra Pino Bertelli e Gregg Trooper
è avvenuta dopo il concerto di Greg al Gattarossa, Piombino, 18 volte aprile 2012.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 22 settembre 2012

ADESIONE A UTOPIA ROSSA E RIFLESSIONI SULLA NON-VIOLENZA, di Gualtiero Via


Bologna, 18 settembre 2012

Alle compagne e ai compagni di Utopia Rossa.

Ho conosciuto Utopia Rossa pochi mesi fa, e ho deciso nel pieno possesso delle mie facoltà di aderirvi formalmente, qualunque cosa ciò voglia significare.
Roberto Massari - che da poco ho conosciuto personalmente, dopo averne frequentato per le mie ricerche [allusione in primo luogo al libro di G. Via, Scomodi e organici. Movimenti e politica nella costruzione dell’Italia contemporanea, Pendragon, Bologna 2012 (n.d.R.M.)], alcuni testi storici - mi ha chiesto di mettere nero su bianco il perché della mia adesione a Utopia rossa. Scrivendo, mi sono accorto che ne veniva, a mò di premessa, una sorta di ricapitolazione di alcune mie esperienze di militanza. Non è detto (ne sono consapevole) che questa parte sia molto significativa per altri che il sottoscritto: spero che almeno non annoi o indisponga il lettore.

L'ultima tessera di organizzazione politica che ho avuto in tasca datava al 1990, ed ero a quel tempo iscritto al Pci, venendo dal Pdup per il comunismo, e prima ancora dall'Mls (Movimento Lavoratori per il Socialismo, sezione di Budrio, a cui mi iscrissi, diciassettenne). Dopo la nascita del Pds, e poco dopo di Rifondazione Comunista, mi presi una lunga vacanza di disintossicazione dalla politica attiva, vacanza che mi fece solo bene. Tornai ad essere impegnato politicamente solo molti anni più tardi, col movimento antiliberista (o “no global” come è stato più spesso chiamato). Ero a Genova nelle giornate del “G8” del luglio 2001, con l'allora neonato movimento di “Attac”, che anche a Bologna, sia pure per pochi mesi, illuse molti, sia giovani che meno giovani. Vista la natura irrimediabilmente verticistica (e anche settaria e miope) di Attac presi contatto con la Rete Lilliput, che pur da lontano mi era sembrata l'unica realtà di movimento che non riproducesse i peggiori, stupidi vizi di tutti i gruppi dirigenti delle organizzazioni di sinistra, cose per le quali sapevo e sentivo di aver già dato e di non voler più perdere tempo, nel modo più assoluto (ero stato perfino funzionario, negli anni Ottanta, sei mesi nel Pdup e circa quattro anni nella Fgci di Bologna). Avevo del resto maturato già da diversi anni (dal movimento contro i missili a Còmiso, per l'esattezza) un forte e convinto interesse per la non-violenza, sia per la teoria che la pratica, cosa che mi portava naturalmente a vedere con curiosità e vicinanza quel piccolo originale esperimento che appariva (e certamente anche era) la Rete di Lilliput.

So delle forti riserve che non pochi compagni, e forse in primis i militanti internazionalisti, nutrono verso la non-violenza: non è certo questa la sede per affrontare in modo esaustivo l'argomento, ci terrei però qui a dire che sono convinto che quel tipo di discussione sia stato fino ad ora in buona parte inficiato e reso quasi sempre sterile da almeno due  fattori di cui andrebbe sgombrato il campo.

venerdì 21 settembre 2012

PARA ENTENDER A UTOPÍA ROJA. UN CARTEO, por Rómulo Pardo y Enzo Valls


(11 de setiembre de 2012)
Amigos Enzo y Roberto
Utopía Roja va cumpliendo la tarea de difundir opiniones, informaciones, necesarias en un mundo sometido a la censura de los medios dominantes.
Sin duda un aporte.
Me parece que podríamos intentar ser constructores de propuesta, que es lo que más falta hoy.
Para eso, que no es fácil, propongo comunicarnos quizás fuera del blog, internamente, en torno a pregunta cortas y respuestas cortas.
Un ejemplo:
Pregunta ¿Cómo debe ser el consumo en la nueva economía alternativa al capitalismo?
Respuestas…
Eso debería basarse en un punteo de ustedes sobre las cuestiones a abordar en un esbozo simple de afirmaciones para un programa no capitalista.
Un abrazo
Rómulo


(12 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Utopía Roja es una asociación libre entre personas que tienen una clara vocación anticapitalista y algunos pocos principios esenciales en común, que por ahora está definidos en esas 6 “frasecitas” que habrás leído, y que responden más que nada a la visión que el grupo inicial italiano tuvo de lo que podía ser un modo completamente nuevo de hacer política, que tuviera en cuenta errores y horrores históricos del pasado para tratar de no repetirlos nunca más. Son 6, pero podrían ser más - o menos -, y algunas podrían ser diferentes, sobre todo pensando en una cada vez mayor internacionalización de la idea de base. Fueron llamadas así al principio: simplemente “frases” o “frasecitas”, con voluntaria y subrayada humildad, justamente para no caer en la tentación de… elaborar un programa. Programa que en una época tan poco revolucionaria y confusa, solo puede ser una especie de “lista de las compras”, como suele llamar Roberto a ciertos pretendidos programas revolucionarios.
En cuanto a lo de debatir sobre algunos temas fuera del ámbito del blog, esa posibilidad está siempre abierta, con preguntas y respuestas no necesariamente cortas. Todo dependerá de quien sienta la necesidad y tenga voluntad y tiempo para hacerlo. En el blog no están habilitados los comentarios porque desgraciadamente los foros se transforman rápidamente en un “quilombo” (en el sentido argentino, con perdón de los quilombos originarios), pero a cualquiera que escriba a la dirección de contacto que figura en el blog, no solamente se le responde (lo hace normalmente quien domina más el tema en cuestión), sino que, si su carta es interesante y fruto de una reflexión, se puede publicar.
Desgraciadamente no está traducida aún al castellano la larga entrevista que el año pasado le hizo a Roberto un estudiante para su tesis: http://utopiarossa.blogspot.com.ar/2011/05/utopia-rossa-e-unidea-nuova-di.html No sé si entiendes el italiano, pero en espera de que la traducción esté disponible te invito a que trates de leerla.
Un abrazo.
Enzo
PD: No creo que sea necesario aclarar que el blog de UR y la asociación UR son dos cosas diferentes, ya que tu mismo has propuesto mantener una comunicación por fuera del blog. En efecto esa comunicación ya existe y existía antes del blog, que fue una idea (y realización) mía que propuse hace 5-6 años pero que vio la luz recién hace dos años, justamente porque hasta ese momento bastaba la comunicación vía correo electrónico o teléfono.


(12 de setiembre de 2012)
Estimado Enzo
Tú escribes acertadamente que el hoy es “una época tan poco revolucionaria y confusa”. Lo, en cierto modo, acusador para nosotros mortales es lo ‘confusa’ porque ahí quizás pudimos hacer pequeños aportes para el ir hacia lo revolucionario.
Sí entiendo perfectamente que es difícil intentar consensos cada vez más anchos.
Mi propuesta parte de hechos como ver que en Rebelión.org todo lo que se lee en general es correcto pero ‘confuso’ sobre adónde apunta.
Creo entonces en hacer un esquema de propuesta política gestionado por ustedes. Una pregunta clave y amigos y amigas de Utopía Roja se pronuncian de forma breve. Luego otra pregunta…, etc.
Solo una pregunta o afirmación a debatir por vez para que no se arme un quilombo…
Surgirán acuerdos, conocimientos y acercamientos entre nosotros; también diferencias, tal vez enojos, que se deben evitar explicando que es casi imposible concordar en todos los puntos pero sí en algunos y que se trata de compartir opiniones posiblemente sobre temas no conversados colectivamente.  
Es un riesgo en busca de complementar textos paralelos de difícil intercomunicación.
Sin Utopía Roja no sería posible compartir contigo mis enfoques.
Un abrazo fraterno
Rómulo  


(14 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Yo creo que el aporte que puede hacerse desde Utopia Roja, tiene que ver con dos aspectos fundamentales: por un lado, como te decía, tratar de no repetir los errores y horrores del pasado, que no son tan del pasado, ya que se siguen cometiendo (hablo de “nuestro” lado de la barricada, por supuesto) y por otro, dar contribuciones teóricas, éticas, humanas, etc. que vayan en esa dirección.
Me parece que Rebelión, como también Argenpress y otros sitios por el estilo, son más bien “contenedores de textos”, y por lo tanto no necesariamente se les puede pedir una coherencia política o estratégica. No está mal que lo sean, si eso significa pluralidad de pensamientos y aportes, pero me parece que no abundan los textos que hagan aportes de veras novedosos o profundos. De ahí tal vez esa “confusión” que tu dices (…)
Pero no creo que sea a través de un “programa” que se vaya a poner orden en este momento histórico. Lo que compartimos varios compañeros de Utopía Roja es el tratar de aprovechar lo mejor que en cada época dio cada orientación filosófica, ideológica, cultural, social, política, etc., sin fosilizarse en un solo enfoque, ya que los resultados negativos de “aplicar” una sola línea de pensamiento están a la vista. Y los programas bien elaborados terminan siendo recetas vacías y, por definición, erróneas. Caeríamos tal vez en lo que el Che le criticaba al Manual de Economía de la URSS, en el que, según él (cito de memoria) “no hace falta pensar porque ya el partido lo ha hecho por ti”.
Es importantísimo lo que dices al final: “Sin Utopía Roja no sería posible compartir contigo mis enfoques”. De eso se trata: si eso es lo que Utopía Roja te comunica, me pongo muy feliz, quiere decir que andamos por buen camino. Pero yo te invito a que abras tus reflexiones a otros compañeros: quizás por ahí pase ese preguntar y contestar. Y a lo mejor, desde ese intercambio surge la necesidad de publicar una síntesis que aporte algo importante o “nuevo”. Eso sería para mí evitar “el riesgo de la suma cero y la incomunicación de textos paralelos”. Yo me tomé el atrevimiento de enviar tu “idea” y mi respuesta a otros compañeros de varios países, pero ahora, por respeto al hecho de que tu me has contestado solamente a mí, no lo hago. Pero insisto: estaría bueno abrir esas reflexiones ya que la mía, es solo una pequeña y humilde opinión. Y digo “humilde” no por falsa modestia sino porque en nada puede compararse a lo que puede venir de las experiencias y trayectorias históricas de varios compañeros de UR, y cuya grandeza reside también en aceptar mis opiniones de igual a igual..
Un abrazo.
Enzo


(14 de setiembre de 2012)
Estimado Enzo
Sólo me dirijo a ti porque te conozco como a Roberto. Pero además reconozco un temor a provocar reacciones negativas.  
De acuerdo contigo en lo de la línea única, receta, bajada, debe haber un pluralismo integrado. Hay que compartir reflexiones en busca de algo que como conjunto sea nuevo.
Enzo, estuve revisando ideas y ubiqué algo que hoy es un separa aguas político y que podría ser un punto de origen para un diálogo en Utopía Roja.

Fundamentalmente de lo ecológico se derivan dos orientaciones centrales:
-Que será posible el crecimiento constante de la economía.
-Que el crecimiento permanente de la producción es insostenible por los límites del planeta.
Las respuestas traen consecuencias políticas divergentes. A mi juicio lo nuevo va con lo segundo.
Un simple esbozo de programa no puede ir más allá de afirmaciones ejes como esas pero son absolutamente necesarias.
Un gran abrazo  y gracias por el diálogo.
 Rómulo 


(16 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Yo pienso que las ondas negativas se crean cada vez que no se enfrentan los grandes temas, que no siempre son fáciles de detectar y mucho menos estar de acuerdo monolíticamente sobre cuales son. En Utopia Roja partimos ya bastante conscientes de los desacuerdos históricos, de otra manera no podrían convivir marxistas y anarquistas (por poner el ejemplo más clásico). Y hemos detectado algunos acuerdos de base, expresados en las famosas “frasecitas”, que van claramente en una dirección anticapitalista, antiburocrática, por una ética en la que a través de los medios se puedan entrever los fines, por la libertad de los pueblos, etc., etc. Es algo en movimiento, no definido ni perfecto, pero bastante sólido y claro en sus planteos iniciales.
La solución a las dos orientaciones centrales que mencionás yo no la tengo muy claro, pero de todas maneras de nada serviría que lo discutiéramos nosotros dos, sobre todo sin hacer intervenir a quienes saben mucho de economía y hace años vienen estudiando estos temas, en Utopía Roja, por ejemplo, Michele Nobile.
Así que, insisto: cualquier planteo tiene que ser abierto a otros compañeros, partiendo de lo que ya hay como acuerdos de base.
Un abrazo.
Enzo


(17 de setiembre de 2012)
Estimado Enzo
Sería una ayuda para mí si pudieras hacer llegar mi planteo de los dos ejes orientadores centrales a Michele. Pienso dedicar mi vida a eso y entre más discusión, desacuerdo, acuerdo, mejor. 
No tengo inconveniente en hacerlos llegar a todos, solo que la idea la planteé en el primer texto que les envié y no hubo reacciones.
En Rebelión de hoy encontré un artículo bueno sobre el tema, una entrevista a Ulrich Brand.
Un abrazo
Rómulo  

(19 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Con mucho gusto le paso esta jabulani a Michele Nobile, de quien lamento no haber  leído aún su libro “Merce-Natura ed Ecosocialismo” (Mercancía-Naturaleza y Ecosocialismo), que seguramente responde muchísimo a tus inquietudes. La entrevista a Ulrich Brand (si es una de hace algunos meses) la conozco y en su momento se la envié a Michele y a Roberto Massari. Aquí en Argentina fue publicada por Página 12.
Un abrazo
Enzo


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giovedì 20 settembre 2012

ADDIO A ROBERTO ROVERSI, POETA, di Gualtiero Via

Venerdì 14 settembre si è spento a Bologna il poeta Roberto Roversi. Era nato nel 1923, avrebbe compiuto 90 anni il 28 gennaio prossimo. Amato quanto appartato, è stato presente nel dibattito culturale, artistico, ideologico italiano fin dagli anni Cinquanta, quando con Pier Paolo Pasolini e Francesco Leonetti fondò la rivista Officina, una sorta di tribuna laica, di laboratorio di idee e di lettere, dalla quale passarono nomi come Carlo Emilio Gadda, Franco Fortini, Attilio Bertolucci, Mario Luzi, Leonardo Sciascia, Italo Calvino e altri ancora. Poco dopo la chiusura di Officina, Roversi diede vita a un'altra rivista, Rendiconti, di più ampio raggio d'indagine (“bimestrale di letterature e scienze” recava scritto il primo numero, aprile-maggio 1961), di cui uscirono venti fascicoli, fino al 1977, per poi riprendere le pubblicazioni nel 1992 con altri dieci numeri, giungendo sino alla fine degli anni Novanta.

Dopo aver pubblicato sia romanzi che raccolte in versi con alcuni dei più importanti editori italiani (Mondadori, Rizzoli, Einaudi), negli anni Sessanta matura una drastica scelta che potremmo chiamare di selezione, rifiuto, autoproduzione e gestione della comunicazione: cesserà ogni rapporto con le grandi case editrici (che non smetteranno di corteggiarlo, offrendogli collane, uscite, promozione), per stampare e ciclostilare in proprio le sue raccolte (Le descrizioni in atto, di cui stampò nove tirature, dal 1970 al 1985, per un totale di alcune migliaia di copie, ognuna spedita o consegnate personalmente dall'autore al richiedente). A questa produzione militante-artigianale, assolutamente autonoma, (“Ho fatto quattro tirature per oltre tremila copie; tutte stampate confezionate impacchettate spedite con le mie mani”, precisava in un’intervista del 1976) Roversi unì una disponibilità straordinaria alla collaborazione con piccole o piccolissime case editrici, una curiosità vigile e costante per le produzioni giovanili e “underground”, nonché una funzione non conclamata, non propagandata ma reale di ascolto e disponibilità verso i giovani che si affacciavano al mondo della poesia, delle lettere, della battaglie delle idee.
E' nel corso degli anni Settanta che due fatti nuovi tornano a mettere in discussione il rapporto, che sembrava chiuso, unilateralmente, fra Roversi e l'industria culturale. Il primo è l'uscita di un intero LP di Lucio Dalla su testi di Roberto Roversi, Il giorno aveva cinque teste, Rca, 1973. L'album vende pochissimo, ma è incredibile per la carica innovativa e inventiva, sotto ogni punto di vista. La collaborazione fra Dalla e Roversi prosegue per altri quattro anni (Anidride solforosa, 1975 e Automobili, 1976) e col terzo album della serie arriva anche un discreto successo di pubblico. L'altro fatto nuovo nel rapporto di Roversi con l'industria culturale sarà la pubblicazione di un suo romanzo inedito, I diecimila cavalli, con gli Editori Riuniti, allora la casa editrice direttamente legata al Pci (“ho accettato e accetto come un atto di pratica politica, altrimenti il libro restava dov'era” - sempre dalla stessa intervista).
Anche l'attività come paroliere continuava: tornò a scrivere alcune canzoni per Lucio Dalla, nonché per il gruppo degli Stadio (Chiedi chi erano i Beatles la canzone di maggior successo), nonché per Mina e Paola Turci. La produzione poetica vedeva nascere e prendere corpo, fin dagli anni Ottanta, una sorta di poema, L'Italia sepolta sotto la neve, di cui sono uscite varie parti, sempre per editori assai piccoli, a volte in tirature limitatissime.

Molti lo hanno ricordato, com'è ovvio. Trovo molto chiare ed esatte, fra le tantissime, le parole con cui lo ha ricordato Ivano Dionigi, rettore dell'Università di Bologna:

Roberto Roversi [lo] chiamiamo ‘poeta’ solo in mancanza di termini più adeguati a circoscrivere tutto cio’ che egli era: intellettuale integrale e integro, uomo d’impegno civile e morale, che a vent’anni rischiava la vita tra i partigiani, a ottanta, a quasi novanta, la donava ai giovani con generosita’ mai esausta’’. ‘’Di lui - aggiunge - oltre all’opera, restera’ l’esempio, la coerenza: un valore di cui sentiamo troppo spesso la nostalgia’’. (...)
‘’A proposito di un poeta e intellettuale che fu suo compagno di strada, Pier Paolo Pasolini, Roversi ha scritto pagine che ci mettono in guardia contro quella ‘imbalsamazione’ che e’ la mera celebrazione’’. Roversi ‘’ci lascia anche un paradosso - conclude Dionigi - su cui meditare: essere politici al massimo grado vivendo nella solitudine e nella discrezione, senza ne’ scendere nell’agone quotidiano ne’ calcare il palcoscenico mediatico’’.


Un brano da I diecimila cavalli

(…)
[la scena si svolge in una fabbrica occupata. Alla discussione predono parte, oltre che operai della fabbrica, anche compagni, abitanti del quartiere, persone diverse che con quella lotta solidarizzano. Fra queste, il protagonista del romanzo e la sua compagna, benché qui non compaiano]

La stanza è piena di gente in piedi e seduta, altri vanno e vengono per le scale, alle finestre sono appostati alcuni uomini, nella fabbrica lavorano a ritmo pieno. Il vicino di Nello Savore, un giovane magro come un gatto, parla in piedi con una voce chiara ma non forte «badate che parliamo parliamo ma cose nuove non diciamo mi pare. Il punto da rifletterci (…) è questo: la rivoluzione non si fa più con la rivoluzione; adesso una rivoluzione è più efficace proporla e annunciarla che farla; se si trovano i canali per questa comunicazione o se si stringono in mano con tutti i dati».
Pochi capiscono. «Questi sono discorsi», si sente borbottare intorno al tavolo, molti fumano, appoggiati in modo pesante perché sono stanchi. Dalla stanza si vede l'imbocco delle scale che portano giù, dove le macchine vanno. È il sardo che continua a parlare, una sigaretta dopo l'altra mentre guarda la faccia degli amici: «e poi, ci potrà essere finalmente l'uomo dentro la rivoluzione? oppure dovrà sempre la rivoluzione, questa bestia solitaria, essere dentro l'uomo? standoci annodata e intenta, come l'edera di San Giuseppe?».
«Pochi capiscono» mormora qualcuno e si stropiccia gli occhi.
«Compagni evitiamo la monotonia».
«Scendere al concreto», dicono altri a voce alta ma senza astio.
«In questi nostri anni la vera rivoluzione è solo un’informazione, un’informazione diversa».
«Allora possiamo anche andarcene, abbandonare la fabbrica con le porte aperte come per un bel invito al ballo e lasciare la lotta di mesi e questa baracca vuota per il ritorno dei signori signori, che sono i padroni del mondo» (…).
«Qua che stiamo facendo?», chiede un vecchio che ascolta e ascolta. Adesso tutti sono attenti.
«Qua si perde, si vince sul serio soltanto sulle idee, che vanno appiccicate come una firma sulla gran tovaglia del mondo. È lì, amici, compagni, è lì, fra pane e sale, fra coltello e forchetta, che esse stanno. Le idee, dico. Se ci stanno il pasto è pieno. Altrimenti bisogna andare a funghi per boschi e per langhe, se vogliamo mettere nel piatto qualcosa da masticare. Non lasciamo, amici, compagni, più niente agli altri. Nemmeno le parole».
Soffia un vento di bufera attraverso gli squarci delle finestre sbrindellate, da sotto il rombo delle macchine fa tremare il pavimento.
«Per dio hai detto bene – dicono – Questo è giusto, parlare delle parole. È giusto anche per altre cose ancora. Sono frasi sulle quali pensare. Non sono cose da poco. Fanno faticare».

Roberto Roversi, I diecimila cavalli, Editori Riuniti, Roma, 1976 (passi dalle pp. 254-6)


Tributo e ricordo personale

Ho scritto questi versi qualche minuto dopo aver appreso, da Internet, della morte di Roversi. Come ho già anticipato a Roberto Massari, Roversi per me è stato una specie di padre, intellettualmente e anche moralmente parlando. Voglio così condividere con tutte/i voi - mi scuserete - la commozione e l'affetto con cui sempre ripenso e ripenserò a questo grandissimo, meraviglioso forte generoso poeta libero, che ci ha lasciato.
L’amore per i libri

Resta da dire, e sarebbe omissione grave tralasciarlo, che di mestiere Roversi era libraio antiquario e dalla sua Libreria Palmaverde, con l'aiuto costante della moglie Elena, ha spedito per il mondo intero, nel corso di quasi un cinquantennio, alcune centinaia di migliaia di libri (come racconta in una bella intervista a Michele Smargiassi di Repubblica), a lettori, amatori, dipartimenti universitari, biblioteche pubbliche e private di ogni angolo del globo. Chiusa, e non ceduta ad altri, non molti anni fa la libreria («una libreria è come un figlio: non si può vendere», così la moglie Elena), i libri sono stati in parte donati (tra fondi pubblici e le Librerie Coop), in parte messi all'asta a beneficio dei senzatetto della citta di Bologna.
Cenni bibliografici: nel 2001 usciva per Tullio Pironti, Napoli, La partita di calcio, parte seconda del poema L'Italia sotto la neve. Una prima parte era uscita per Il Girasole edizioni di Valverde nel 1989. Nel 2008 è uscito l'importante Tre poesie e alcune prose, a cura di Marco Giovenale, Luca Sossella editore, mentre è tuttora in corso da parte di Pendragon editore la ripubblicazione di opere in versi, in prosa, testi teatrali degli anni Sessanta e Settanta, da tempo introvabili (Unterdenlinden, Il crack. Testo per il teatro, La macchia d'inchiostro. Testo per il teatro e altri, tutti a cura di Arnaldo Picchi).

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mercoledì 19 settembre 2012

«STALIN» DI BORIS SOUVARINE, di Andrea Furlan

Consideriamo importante la biografia di Stalin di Boris Souvarine perché è un'analisi dello stalinismo contestualizzata nella dinamica del processo rivoluzionario dell'Ottobre. Souvarine analizza ogni aspetto dello svolgimento involutivo del processo rivoluzionario, che descrive attraverso le sue grandi capacità di narratore degli eventi che visse da contemporaneo. L'analisi del processo controrivoluzionario viene svolta in uno sviluppo storico-politico di ampio respiro, che inizia dalla fondazione della socialdemocrazia russa per concludersi con il patto Hitler-Stalin e l'inizio del secondo conflitto mondiale.
Come tanti suoi contemporanei, Souvarine pagò il prezzo delle proprie idee e delle proprie scelte di oppositore allo stalinismo.
L'opera di Souvarine non è solo una biografia basata sulla personalità di Stalin e volta a far conoscere al mondo intero i crimini dello stalinismo ma, collocando le sue analisi critiche nella disamina storica del bolscevismo, fornisce gli strumenti essenziali che rafforzano un concetto fondamentale, che con il tempo è divenuto patrimonio comune tra gli storici di stampo marxista, e cioè la convinzione che lo stalinismo non nacque con l'avvento di Stalin al potere ma fu il frutto di un processo storico, politico e sociale determinatosi in Russia all'indomani dell'Ottobre.
Malgrado si tratti di un'opera monumentale di 983 pagine, pubblicata in Italia dalla casa editrice Adelphi, la lettura del testo risulta estremamente agevole e facilmente comprensibile per il lettore. Souvarine fu uno dei fondatori del Partito comunista francese e membro nel 1921 della segreteria della Terza internazionale. Venne espulso da entrambi gli organismi nel 1924 quando, dopo la morte di Lenin, si schierò con Trotsky nella battaglia contro Stalin. In Francia lavorò con Simone Weil nelle lotte del sindacalismo rivoluzionario francese. Il suo rapporto con Trotsky si interruppe invece nel 1939 sul dibattito sulla teoria della rivoluzione permanente, che Souvarine considerava, in aperta polemica con il «Vecchio», «una nozione verbosa e astratta».
Il ricordo della rivoluzione del 1917 risulta nitido malgrado dalla rivoluzione alla redazione e pubblicazione del libro, apparso per la prima volta nel 1935, fossero trascorsi diciotto anni. Il libro di Souvarine è stato la prima opera biografica che ha rivelato le nefandezze dello stalinismo, smascherando la costruzione artefatta delle leggende e dei miti sulla figura di Stalin. Souvarine si caratterizza sul piano storico-politico come un autentico pioniere, essendo stato tra i primi a denunciare apertamente lo stalinismo in un'epoca in cui nel mondo socialista lo stalinismo aveva trionfato nella Terza internazionale e in tutti i partiti comunisti presenti nei singoli stati nazionali e nella quale chi dissentiva apertamente da Stalin rischiava la vita.
Il libro fu pubblicato prima negli Stati Uniti e successivamente nello stesso anno anche in Francia, malgrado vari tentativi di boicottaggio orditi dagli ambienti staliniani con la compiacenza della borghesia mondiale che, in virtù dell'alleanza antinazista durante la guerra con la Russia di Stalin, agì di concerto con lo stalinismo per non far conoscere al mondo l'opera antistaliniana di Souvarine. Questa vicenda getta luce sulle tremende responsabilità della borghesia mondiale nell'aver contribuito a costruire il mito di Stalin in chiave antinazista, coprendo le responsabilità dello stalinismo nei massacri compiuti sia prima che durante la guerra, da Stalin e i suoi seguaci. Eminenti personalità politiche del mondo borghese come Roosevelt, Churchill e Truman diedero credito a Stalin, lo aiutarono in tutto e per tutto e lo foraggiarono durante il conflitto, alimentando l'idea propagandistica che Stalin fosse cambiato, divenendo veramente un uomo di pace devoto alla democrazia. Accrebbero così a dismisura la sua personalità a livello mondiale, facendolo passare non come uno dei principali responsabili dello scoppio del conflitto mondiale, ma come uno degli artefici della sconfitta di Hitler e vincitore della guerra.
Souvarine pone in risalto la figura di Stalin analizzando tutti i passaggi storico-politici che contrassegnarono l'ascesa al potere del dittatore. Nell'analisi dello stalinismo Souvarine non ha tralasciato nulla. Inizia con il fornire uno spaccato del quadro storico nel quale il dittatore georgiano si formò sia caratterialmente che politicamente, dai suoi trascorsi giovanili nel seminario di Tiflis fino alla sua adesione al movimento socialista, per poi passare ad analizzare criticamente le scelte compiute dai bolscevichi avvenute prima della nomina di Stalin alla carica di Segretario generale del Partito bolscevico (Partito comunista russo).
Souvarine rimase un marxista sino alla fine dei suoi giorni. Questa sua incrollabile certezza della necessità di costruire una società fondata sul socialismo non lo limitò sul piano della critica politica nel formulare precise accuse al bolscevismo. Inoltre la sua opera ha avuto il merito di aver ispirato i saggi di Hélène Carrère d'Encausse su Lenin e i numerosi lavori di Roj Medvedev su Stalin. Insieme a Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, con il quale ha collaborato in più occasioni durante la sua vita, l'opera di Souvarine si colloca in quell'esigua schiera di antistalinisti che non hanno accettato l'idea che la controrivoluzione burocratica sia avvenuta solo a partire dalla sconfitta di Trotsky in seno all'apparato del Partito bolscevico, bensì fosse cominciata prima, con le prime scelte del leninismo al potere.
In merito alla politica dei bolscevichi, che Souvarine analizza da cima a fondo - dalla presa del potere alla guerra civile e allo scontro tra Trotsky e Stalin all'indomani della morte di Lenin - l'autore esprime critiche al bolscevismo attribuendo a Trotsky e a Lenin la responsabilità di aver spianato la strada alla controrivoluzione burocratica che avrà in Stalin il suo principale interprete. Le scelte di trasformare la parola d'ordine «tutto il potere ai soviet» - nella quale tutte le forze politiche di opposizione allo zarismo e al kerenskismo si erano riconosciute - in «tutto il potere al Partito bolscevico» e di considerare la linea del Partito bolscevico come un dogma infallibile, fu per Souvarine l'inizio del processo degenerativo postrivoluzionario, durante il quale la democrazia tanto teorizzata da Lenin in Stato e rivoluzione non trovò mai attuazione nelle scelte compiute dai bolscevichi.

martedì 18 settembre 2012

JOEL RAFAEL. SULLA MUSICA DELLE PERIFERIE, di Pino Bertelli


Incontro tra Joel Rafael (cantautore americano)
& Pino Bertelli (fotografo di strada)

Piombino, 18 volte maggio 2012
Traduzione e redazione Myriam Aarab


Un’annotazione. Joel Rafael debutta come cantautore in piccoli club di Los Angeles, a San Diego e nella Baja California. Nel 1978 forma un duo con la folk singer di San Diego, Rosie Flores. Subito dopo i promoter locali lo notano e Rafael comincia a suonare in apertura ai concerti di Rick Danko , Emmy Lou Harris, John Lee Hooker, John Stewart, Laura Nyro e Taj Majal. Nel 1981 è in tour per tutto il sud ovest degli Stati Uniti con Jesse Colin Young e incide l’album d’esordio Dharma Bums.
Nel 1994 le radio nazionali iniziano a far girare la sua musica e Rafael partecipa a festival prestigiosi con artisti del calibro di Joan Baez e John Trudell, con cui collabora regolarmente.
In pochi anni viene riconosciuto come uno dei più interessanti e autorevoli songwriter americani e vie chiamato come ospite fisso al Woody Guthrie Folk Festival che si tiene tutti i mesi di luglio a Okemah in Oklahoma. Nel 2007 diventa membro onorario del Woodyfest .
Ne suoi cinque album Rafael ha raccontato la sua vita e ha rappresentato il mondo attorno a lui con un raffinato candore poetico. Del 2008 è Thirteen Stories High, con This is my country, a cui hanno collaborato gli amici David Crosby e Grahm Nash.
Gli altri due dischi, Woodeye e Woodyboye, sono un tributo alle canzoni di Woody Guthrie e contengono cinque pezzi inediti per i quali Rafael ha composto le musiche. Nel 2009 queste canzoni sono state pubblicate nell’album The Songs of Woody Guthrie. Un’operazione importante che ha permesso a Joel Rafael di accedere a quei tanto riservati quanto ambiti archivi della fondazioni di Woody Guthrie, come era successo in passato a Billy Bragg e ai Wilco. 

lunedì 17 settembre 2012

SOCIALISMO Y PODER. UNA REVISIÓN CRÍTICA (III), por Marcelo Colussi



Índice de la Tercera parte: El esclavo piensa con la cabeza del amo: los medios masivos de comunicación / Medios de comunicación alternativos: una guerra popular / ¿Hacia una revisión del socialismo? / ¿Cómo darle forma a la utopía? El socialismo y el poder

El esclavo piensa con la cabeza del amo: los medios masivos de comunicación

            A través de la historia se repite el mismo fenómeno: una pequeña minoría detenta el poder, y las grandes mayorías quedan subsumidas. ¿Cómo es ello posible? Más aún: ¿por qué en general esas mayorías, en vez de rebelarse hastiadas contra sus opresores, más bien los admiran y hasta repiten su discurso? Los mecanismos de sujeción son sutiles, pero poderosísimos. Eso ya es conocido, y no agregamos nada nuevo repitiéndolo. Pero sí es novedosa la forma en que esa dominación –la superestructura cultural, usando un término clásico del marxismo– se ha venido implementando en el siglo XX y comienzos del presente. Los medios masivos de comunicación, si bien ya existía la imprenta desde hace varios siglos, hicieron su entrada triunfal hacia las primeras décadas del siglo pasado con el fenómeno de las grandes sociedades masificadas donde todo se hace para grandes contingentes de consumidores –también la información, la "industria" cultural–. Si en algún momento se pudo pensar que podían ser un instrumento para sacar de su oscura noche a las grandes masas explotadas, estos pocos años transcurridos mostraron que, por el contrario, terminaron siendo un gran negocio para los mismos poderosos de siempre, y una formidable arma de manejo ideológico. Ahora la gran mayoría de la población mundial lee, puede acceder a un periódico, a un libro, puede escuchar radio o ver televisión, pero no por ello goza de mejores condiciones de vida. Los medios masivos de comunicación han servido, con la sutileza del caso, para profundizar la dominación de clase. El arquetipo de todas esas herramientas comunicacionales al servicio de la dominación es, por lejos, la televisión.
           
La televisión es uno de los inventos que más ha influido en la historia de la humanidad. Su importancia es tan grande –desproporcionadamente grande, podríamos decir– dado que influye en los cimientos mismos de la civilización: es la expresión máxima de los medios masivos de comunicación, por tanto es parte medular de la cultura. Lo es, de hecho, en forma cada vez más omnipresente, más avasallante. Sin temor a equivocarnos podemos decir que el siglo XXI será el siglo de la cultura de la imagen, de la pantalla, cultura que ya se entronizó en las años pasados y que, tal como se ven las cosas, parece afianzarse cada vez con más fuerza sin posibilidad de retroceso. El "¡no piense, mire la pantalla!" parece haber llegado para quedarse.

            "Cuando se escribe un guión televisivo hay que pensar que el potencial consumidor es un niño de seis años de edad". Así presentaba las cosas un prestigioso profesor de semiología para demostrar cómo se hace televisión. Quizá era un poco crudo, pero no estaba exagerando. "En la sociedad tecnotrónica el rumbo, al parecer, lo marcará la suma de apoyo individual de millones de ciudadanos incoordinados que caerán fácilmente en el radio de acción de personalidades magnéticas y atractivas, quienes explotarán de modo efectivo las técnicas más eficientes para manipular las emociones y controlar la razón", se expresaba sin mayores tapujos Zbigniew Brzezinsky, asesor del ex presidente de Estados Unidos James Carter e ideólogo de los reaccionarios documentos de Santa Fe. En otros términos, el funcionario de Estado no decía nada muy distinto a lo que nos enseñaba este docente de comunicación social: "manipular a la gente tratándola de niñitos tontos", así de simple (o de monstruoso).

            La televisión es parte fundamental de lo que los estrategas de la gran potencia imperialista –principal productora mundial de mensajes televisivos por cierto– llaman "guerra de cuarta generación". Dicho de otra forma: guerra psicológico-mediática, guerra a muerte para controlar poblaciones enteras, la población planetaria, no con armas de destrucción masiva sino con medios más sutiles, no sanguinarios, pero de más impacto final.

            La humanidad no es más tonta desde que ve televisión, sin dudas; pero es más manejable, tremendamente más manejable, más manipulable. Y lo peor de todo, sin que se dé cuenta de ello. No es infrecuente escuchar decir por parte de algún productor audiovisual que "la población quiere basura, por eso le damos basura". Verdad a medias, presentada tendenciosamente. No hay dudas que en términos mayoritarios, la amplia población mundial consume mensajes audiovisuales de bajísimo contenido, "basura" sin lugar a dudas. Pero sería demasiado simplista –o demasiado injusto– quedarse con la idea que el público es tonto por naturaleza, que busca la basura por placer. En todo caso, la gente es obligada a consumir basura, y no teniendo otra oferta que esa, termina por generarse una cultura del consumo de porquería mediática que se cierra en sí mismo. Consumimos lo que nos dan. El núcleo del problema no está en el consumidor sino el productor.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)