CONTENUTI DEL BLOG

sabato 28 aprile 2012

STALIN E LA CHIESA RUSSA: UNA DISSONANTE «SINFONIA» SLAVA, di Pier Francesco Zarcone

Prologo bellico
Nella notte fra il 4 e il 5 settembre del 1943 (cioè dopo le grandi e decisive vittorie sovietiche a Stalingrado e nel saliente di Kursk), Iosif Vissarionovič Džugašvili "Stalin", Vožd' (capo supremo) dell'Urss e del Pcus, affabile e premuroso ricevette al Cremlino di Mosca – alla presenza di Vjačeslav Molotov e del colonnello Georgij G. Karpov dell'Nkgb (Narodnyj komissariat gosudarstvennoj bezopasnosti – Commissariato del popolo per la sicurezza di Stato) – i tre maggiori Metropoliti della Chiesa ortodossa russa ancora esistenti: Sergij di Mosca e Kolomna, locum tenens del vacante seggio patriarcale moscovita; Aleksij di Leningrado e Novgorod; Nikolaj di Kiev e Galič. Dopo più di venti anni di sanguinose persecuzioni i massimi esponenti di un'istituzione il cui annientamento faceva parte del programma del Partito e dello Stato sovietici, venivano ricevuti amichevolmente dal maggiore responsabile di quelle persecuzioni e delle inerenti vittime.
In quell'incontro Stalin accolse favorevolmente la convocazione di un Concilio della Chiesa russa che nominasse – dopo un lungo periodo di vacanza della carica – il nuovo Patriarca di Mosca; non si oppose alla richiesta di apertura di seminari e accademie teologiche; dette garanzie sulla riapertura di chiese e sulla liberazione di vescovi imprigionati o confinati; manifestò l'intenzione di istituire un organo di tramite fra il Governo e il Patriarcato; non si oppose al desiderio dei Metropoliti che la Chiesa realizzasse una propria autonomia economica, anche se cercò, con offerte mirate, di ricondurla sotto il controllo governativo mediante una politica di sussidi. Inoltre, con "affettuosa premura" si informò sulle condizioni materiali in cui si trovavano i Metropoliti suoi ospiti e la Chiesa stessa, e offrì per il nuovo Patriarca una sede adeguata, mezzi di locomozione e rifornimenti alimentari.
Una svolta sconvolgente nella storia della politica ecclesiastica sovietica. Cos'era successo per arrivare a ciò? Si trattava davvero di un fulmine a ciel sereno? Fare dei passi indietro è indispensabile.

La politica del regime prima della svolta del '43
Nell'ex impero zarista diventato Urss, gli anni '20 e '30 furono un periodo di sanguinosa persecuzione religiosa (almeno un milione di morti in questo solo comparto della repressione) a vasto raggio. L’eliminazione della religione era un obiettivo su cui tutti i bolscevichi avevano concordato sin dall'inizio; a dividerli, semmai, erano state le modalità di realizzazione dell'obiettivo, e quindi anche gli atteggiamenti da assumere nei casi "socialmente" delicati, come quando fu dibattuto il problema se accettare o no gli aiuti della Chiesa ortodossa alle popolazioni colpite dalla fame: Kalinin, Rykov, Stalin e Kamenev erano favorevoli, Bucharin, Zinov'ev e Trotsky contrari.
Nella primavera/estate del '22, il regista della campagna antireligiosa era stato Trotsky, altresì pianificatore di uno scisma per spezzare l'unità della Chiesa e fautore di una politica definibile del "rapido rullo compressore". Altri, come Kamenev, avrebbero preferito un attacco da svolgersi in tempi più lunghi, meno traumatico e violento che – fermo restando l'obiettivo finale – potesse ammortizzare le reazioni interne e internazionali. Nella primavera del '23 Stalin fece propria la posizione di Kamenev, e nell'estate dello stesso anno Emeljan Jaroslavskij arrivò a parlare di "Nep religiosa". Comunque, emarginato Trotsky anche da tale questione, la lotta antireligiosa si svolse con costanza, tenacia, perseveranza ed energia, sia pure con le cautele tattiche richieste di volta in volta dal corso degli eventi.

martedì 24 aprile 2012

LA RIFORMA DEL LAVORO ITALIANA E LA LEY DEL TRABAJO VENEZUELANA, di Jacopo Custodi

Questo articolo è stato scritto per il giornale di Pavia Kronstadt (http://beta.kronstadt.it). Per approfondire il processo di formazione del chavismo, si rinvia al libro di R. Massari (Hugo Chávez tra Bolívar e Porto Alegre) pubblicato nel 2005 nella collana Controcorrente. [E.V.]


Sono ormai passati quasi due anni da quando il simpatico Bersani disse: «Non vorrei che dopo Berlusconi venisse fuori Chávez». Sia ringraziato il cielo (o la BCE?), di un Chávez italiano neanche l’ombra! In compenso è arrivato Mario Monti, eletto da nessuno e sostenuto da un parlamento di corrotti e nominati, il quale si è assunto il compito di distruggere lo stato sociale italiano, frutto di un secolo di conquiste del movimento operaio, ottenute con lotte e scontri durissimi (come l’autunno caldo del ’69 che portò all’introduzione dello Statuto dei Lavoratori nel ’70). È quello che chiede l'Europa capitalista, desiderosa di rassicurare le banche e la grande finanza, capaci ormai di controllare le politiche dei governi nazionali. Così, mentre in Italia il ministro Fornero vara una riforma che distrugge i diritti dei lavoratori, dalle pensioni all’articolo 18, dall’altra parte del mondo, in Venezuela, il 1° maggio entrerà in vigore la nuova riforma del lavoro che si prevede essere tra le più avanzate al mondo.
In realtà molti aspetti della nuova legge non sono stati ancora resi pubblici, esistono moltissime proposte elaborate da partiti, sindacati e movimenti sociali, che sono state sollecitate dal Governo stesso e che al momento sono in fase di studio, ma alla fine sarà Chávez a scegliere quali proposte accettare e quali rifiutare (il che è sicuramente un limite della tanto decantata democracia protagonica y participativa). Ad ogni modo la nuova ley andrà ad alzare il salario minimo del 32,25%, aumenterà diritti e tutele dei lavoratori e renderà obbligatorie forme di partecipazione dei lavoratori nelle gestione delle imprese, sia private che pubbliche.
La riforma è in linea con le politiche di welfare, aumento della spesa pubblica e interventismo nell’economia che caratterizzano il governo Chávez. Esattamente l’opposto di quello che sta avvenendo in Italia e più in generale un po’ in tutta Europa, dove si ascoltano le ricette del Fondo Monetario Internazionale che propone la classica cura neoliberale fatta di privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica, esattamente la stessa che è stata “consigliata” all’America Latina negli anni settanta e che ha fatto sprofondare il subcontinente nella povertà e nello sfruttamento. Ma che ha anche costretto i movimenti sociali a riorganizzarsi e a radicalizzare lo scontro, favorendo così in anni più recenti la vittoria di coalizioni di sinistra nella maggior parte dei paesi latinoamericani (insomma, se in Europa si dovesse ripetere quello che è successo in Sud America, fra una ventina d’anni l’incubo di Bersani di vedere un Chávez in Europa potrebbe anche diventare realtà...).
La Repubblica Bolivariana del Venezuela, il cui PIL reale ha ricominciato a crescere già nel 2011 (4.2%), con un tasso di povertà in costante diminuzione dal 1999, anno successivo all’elezione di Hugo Chávez, rappresenta l’espressione più radicale di questo processo di risveglio sociale e di ritrovata mobilitazione popolare che ha travolto nel giro di pochi anni gran parte del subcontinente, facendo dell’America a sud del Texas, per citare il linguista Noam Chomsky, il “luogo più progressista al mondo”.
La rinata visibilità internazionale, la ritrovata passione politica della popolazione, i tentativi di integrazione latinoamericana e le numerose e importanti misure prese dal governo per ridurre povertà e diseguaglianza - finanziate grazie ai proventi derivanti dalla nazionalizzazione del petrolio – bastano a documentare come il Venezuela di oggi sia profondamente diverso da quello dei primi anni novanta.
Ma sono le riforme economiche l’aspetto forse più interessante della revolución bolivariana (da Simon Bolivar, eroe dell’indipendenza sudamericana). Chávez in questi anni ha rotto con il passato neoliberale: ha realizzato una vasta riforma agraria che ha intaccato i grandi latifondi, incentivato la nascita di cooperative, nazionalizzato varie industrie e compagnie, una parte del sistema bancario e finanziario e alcuni settori in passato appartenenti allo stato, come la telefonia, l’elettricità e l’acqua, quasi sempre con ampi indennizzi. Come spiega Erik Toussaint, il ricorso all’indennizzo serve ad evitare condanne per il mancato rispetto dei trattati bilaterali sugli investimenti sottoscritti dal Venezuela. Il diritto internazionale, infatti, consente agli Stati di procedere a nazionalizzazioni se indennizzano correttamente i proprietari.
Si stanno inoltre sperimentando forme embrionali di controllo operaio delle industrie nazionalizzate in seguito alla pressione di diverse organizzazioni operaie. Ci sono città del Venezuela infatti dove il movimento operaio va assumendo una coscienza di classe sempre più marcata, scontrandosi a volte con la stessa burocrazia governativa, chiamata con disprezzo boliborghesia (borghesia bolivariana). È infatti importante ricordare che il Venezuela resta un paese con alti tassi di corruzione e le persone che sfruttano la rivoluzione bolivariana per arricchirsi o accrescere il loro potere non mancano.
Difficile dire se queste nazionalizzazioni vanno realmente verso un progetto socialista di economia pianificata, come Chávez sostiene. Sicuramente non c’è stata quella dissoluzione dei meccanismi e degli apparati tipici dello stato borghese di cui più volte ha parlato lo stesso Chávez e purtroppo il Venezuela continua ad avere una politica estera “classica” in cui ragion di stato (“spaventoso cancro che tutto divora” la definisce il marxista argentino Néstor Kohan) e meri interessi geopolitici spesso prevalgono sui principi.
Queste pesanti contraddizioni esprimono, in ultima analisi, il fragile compromesso fra retorica e pragmatismo presente fin dall’inizio della rivoluzione e sono forse un retaggio del caudillismo e del populismo tipici della storia latinoamericana. Ma la presenza di queste gravi contraddizioni non ha portato, almeno fino ad ora, ad un arresto o ad una stabilizzazione del processo bolivariano; in parte, ma questa è un’opinione tutta mia, anche grazie alla sostanziale ignoranza culturale di Chávez che, soprattutto nella prima fase, ha impedito una fossilizzazione dogmatica della rivoluzione dando così spazio all’interno del movimento a voci diverse e eterogenee.
In sintesi, si potrebbe dire che la rivoluzione bolivariana è una rivoluzione sociale a metà che rischia di rimanere tale e, come disse Louis de Saint-Just, “coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba”. E’ compito dei rivoluzionari di tutto il mondo far sì che questo non accada e che la rivoluzione si completi, con Chávez o senza Chávez, che tra l’altro non se la passa molto bene di salute.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 22 aprile 2012

AHMED BEN BELLA, UNO DEI NOSTRI, di Roberto Massari

L’11 aprile 2012 è morto ad Algeri Ahmed Ben Bella. Era nato a Maghnia nel dicembre 1918. Con lui scompare uno degli ultimi grandi rivoluzionari del dopoguerra, uno dei pochi che abbiano diretto una lotta di liberazione contro l’imperialismo senza cadere nel campo stalinista o in altre forme di dipendenza dall’Urss, ma soprattutto senza rinnegare i valori originari per i quali la rivoluzione algerina era stata condotta sino alla vittoria sul colonialismo francese.
Formatosi nel movimento nazionalista di Messali Hadj, il giovane Ben Bella aveva partecipato alla fondazione del Fronte di liberazione nazionale, iniziando la lotta armata nel 1952-54. Imprigionato nel 1955, fu liberato dopo la vittoria del Fln (accordi di Evian del 1962), divenendo presidente dell’Algeria indipendente. Alla guida del Paese, contrariamente alla prassi usuale in tutte le altre rivoluzioni politiche vittoriose in paesi coloniali e neocoloniali, Ben Bella realizzò una riforma agraria molto avanzata, non rinunciando al programma di trasformazione sociale in cui credeva e in cui aveva dimostrato di credere (per es. avviando processi embrionali, ma pionieristici, di liberazione della donna algerina). Durante la lotta armata aveva accettato - lui islamico e non-marxista - la collaborazione con Michel Pablo, all’epoca dirigente della Quarta internazionale, imprigionato a sua volta per una fornitura di armi ai combattenti algerini, continuando ad avvalersi in seguito della sua consulenza.
Ben Bella non dichiarò mai apertamente un vero e proprio programma socialista per la Rivoluzione algerina, ma nella veste di Presidente cominciò a realizzare delle riforme che andavano in una direzione socialista. Per realizzare tale programma, Ben Bella dovette rompere con i comunisti prosovietici algerini (per non parlare della rottura storica con lo sciovinismo degli staliniani del Pcf che avevano addirittura osteggiato in alcune fasi la lotta di liberazione). Fra destra e sinistra, fra nazionalismo e socialismo, Ben Bella tentò di mantenere un difficile equilibrio di centro nettamente orientato a sinistra e in parte vi riuscì per la grande popolarità di cui godeva tra le masse algerine e più in generale nel movimento di emancipazione panarabo.
Nei tre anni alla guida del governo, Ben Bella stabilì rapporti molto stretti di collaborazione con la Rivoluzione cubana e in modo particolare con Che Guevara. Ormai sappiamo - per varie sue dichiarazioni e altre testimonianze - che  l’entroterra di Algeri fu per un certo periodo il luogo principale di addestramento dei guerriglieri che Cuba inviava a combattere in America latina. Questo raro esempio di internazionalismo concreto e operativo fu rivelato per la prima volta dallo stesso Ben Bella in una memoria su Guevara (scritta nel ventennale della morte - 1987 - per una commemorazione ad Atene, e da noi pubblicata in italiano in due diverse antologie sul Che) e in tempi più recenti nell’intervista a Silvia Cattori (a Ginevra, 16 aprile 2006 http://www.silviacattori.net/article3085.html).

martedì 17 aprile 2012

AL CINEMA PER “ROMANZO DI UNA STRAGE”, di Antonio Marchi


Un testimone molto “coinvolto”

Siamo a pochi passi da dove la vicenda è cominciata: a Treviso, al cinema Corso che è vicino alla galleria del libraio, il magazzino dov’erano custoditi armi e documenti, e alla trattoria dove Guido Lorenzon(*) andava a mangiare con Giovanni Ventura, per discutere di Evola, di Pound e di Celine, di timer per esplosivi e bombe sui treni.  Dentro al cinema  si proietta Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana. Guido Lorenzon, “il testimone” della pista veneta (interpretato nel film da Andrea Pietro Anselmi) è teso - come sempre quando si parla di piazza Fontana e della strage. Lui non avrebbe voluto esserci ma si è arreso all’insistenza di amici.
L’inizio è una delusione… per questa sua interpretazione dei fatti che è un discutibile cliché del Veneto pavido e ignorante; che falsa l’avvenuto in tante sue parti specie quando mette in mostra lo scontro tra “Lui”, Freda, Ventura. Lui (Il professore), reo di aver tradito la loro fiducia denunciandoli alle guardie…Falso! Che trasforma Giovanni Ventura (interpretato da Denis Fasolo), in un capellone impulsivo e spavaldo, che parla veneto come appena uscito da una balera… “Ma Ventura non era così, parlava lentamente e in italiano; era calmo e glaciale”, riferisce lo stesso Lorenzon.
Il film racconta di una pista anarchica (assurda quanto grottesca) e dipinge gli anarchici come perditempo (a parte Pinelli), fa passare come volontario il volo dalla finestra dal quarto piano della questura di Pinelli, falsa clamorosamente i fatti con le due bombe (?) coinvolgendo lo spettatore sprovveduto e “ignorante” nel dubbio atroce sulla vera esistenza di una pista anarchica (sconfessato fin dal primo inizio dalla controinformazione militante e poi dagli stessi giornali borghesi. Insiste sul complotto atlantico (Cia) - tra camarille di fascisti veri e falsi, “prìncipi” (Valerio Borghese) e cortigiani, nonché ambigue figure che girano nelle sedi degli apparati dello Stato come in quelle anarchiche.  Il film ci fa vedere a quali livelli di indecenza erano i vertici dello Stato, mostra il penoso teatrino di un governo allo sbando e un apparato poliziesco che lo comanda, sprezzante e imbelle. Il film ci regala sprazzi di verità mettendo in evidenza la figura di Giancarlo Stitz, giudice istruttore a Treviso, che non si arrende all’archiviazione del fascicolo e, per primo, fa arrestare Giovanni Ventura e Franco Freda, dando il via alla “pista” di Treviso, ma non va oltre. Unica concessione vera del film è il suo inizio: Prato della Valle, Padova, sullo sfondo Veneto e Franco Freda che ordina i cinquanta timer usati per la bomba.
Più inutile che dannoso allora? Secondo Lorenzon, che di quella drammatica vicenda è protagonista (vedere la scheda), il film è “dannoso” perché non ricostruisce la verità, ma insiste sulla pista anarchica, sulla presenza di due bombe nella banca: una che doveva scoppiare senza far male e l’altra che doveva uccidere. “Pur avendo tutti i riscontri giudiziari, perché il film non dice che la bomba è nata nel Veneto e portata dal Veneto a Milano e che la sorgente della strategia della tensione è trevigiana, come le indagini dei magistrati Calogero e Stitz confermano?”.
“La verità per quanto incompleta sta scritta negli atti giudiziari ed è quella che va raccontata alle giovani generazioni. Freda e Ventura sono stati protetti dai depistaggi, ma alla fine la Cassazione ha chiuso dicendo che sono i responsabili della strage.”

lunedì 16 aprile 2012

DELLA TERRA D’UTOPIA, di Pino Bertelli


Utopia: La terra dove tutti sono ricchi perché nessuno è povero

“Di qualsiasi cosa si tratti, io sono contro!”...
Groucho Marx
 “La dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato...
A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca...
[si tratta di] avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani,
per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù.
Don Lorenzo Milani

Mi ricordo sì, mi ricordo… di una “favola” che mia madre (sia benedetta tra le rose di campo) mi ha lasciato in sorte sin da bambino (o forse l’ho solo sognata). Era una parabola dell’eccellenza ebraica che non so dove avesse preso e nulla aveva a che fare con quelli di Israele, diceva.

— “Un rabbino, un vero cabalista, disse una volta: per instaurare il regno della pace, non è necessario distruggere tutto e dare inizio a un mondo completamente nuovo; basta spostare solo un pochino questa tazza e quest’arboscello o quella pietra, e così tutte le cose. Ma questo pochino è così difficile da realizzare e la sua misura così difficile da trovare che, per quanto riguarda il mondo, gli uomini non ce la fanno ed è necessario che arrivi [qui mia madre si fermava, ridendo anche, e diceva NON] il messia”, ma l’uomo libero, l’uomo in amore, l’uomo della bellezza, il messaggero di pace” —.

Il commento di mia madre a questa parabola [NON il messia ma l’uomo libero è messaggero di pace!] non mi ha più lasciato e mi sono commosso quando — molti anni dopo — ho ritrovato la stessa storiella chassidica in un meraviglioso libriccino di Giorgio Agamben e prima ancora negli scritti di Walter Benjamin. Proprio Benjamin mi ha disvelato la Terra d’utopia, dove tutti sono ricchi perché nessuno è povero: “Fra gli chassidim si racconta una storia sul mondo a venire, che dice: là tutto sarà proprio come è qui. Come ora è la nostra stanza, così sarà nel mondo a venire; dove ora dorme il nostro bambino, là dormirà anche nell’altro mondo. E quello che indossiamo in questo mondo, lo porteremo addosso anche là. Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso”. Per cambiare il mondo intero, dunque, basterebbe fare solo un piccolo spostamento delle nostre certezze. “Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso”. Con queste idee in testa la società che viene è già qui.

Mi ricordo sì, mi ricordo… una storia che mi raccontava sovente mio padre (che sia benedetto nel vento di scirocco di mare) e che aveva ricevuto in sorte dalla madre sua. Non so quanto era vera, però mi ha sempre commosso ed ho pensato a quelle parole quando nei giorni dello slancio e della tempesta della mia generazione, mi sono trovato a scegliere tra le parole di piombo e le lacrime della libertà.

Una sera di mezza estate, quando la madre di mio padre accompagnava alla macchia alcuni giovani che si erano nascosti sul tetto della nostra casa e sotto il letto di mia madre… incontrarono lungo un sentiero di nidi di ragno… un gruppo di giovani partigiani che avevano stretti al collo degli straccetti rossi… stavano per fucilare un giovane fascista che doveva avere la loro stessa età. La madre di mio padre disse:

«Chi fa nascere i fiori nei prati?». Uno dei giovani partigiani: «Il sole di primavera, vecchia signora dagli occhi color del mare». E la madre di mio padre: «E chi siete voi per giudicare e uccidere? Voi non siete neanche il sole» —.

I giovani dissero che i fascisti erano feroci e impiccavano i partigiani ogni volta che li prendevano.

«Non facciamo la stessa guerra di quei bastardi…» —, rispose la madre di mio padre.

I ragazzi ripresero il cammino, scomparvero nel bosco e andarono insieme a cantare i giorni della meglio gioventù che dettero vita a nuove speranze di democrazia partecipata.
Quel fascistello morì qualche anno dopo, senza amici, senza amore e senza mai più trovare un sorriso. Infelice è quell’uomo o quel popolo che ha bisogno di martiri e di eroi per mostrare la bellezza della libertà .
I ragazzi sono i sovrani di domani... la ragione deve opporsi alla ragione del più forte... se la legge (come quella della armi) è ingiusta, occorre opporsi alla legge e accettare la pena che essa prevede per i ribelli, i disertori, gli obiettori di coscienza... si tratta di risvegliare la libertà e la coscienza critica di uomini e donne della società futura...  disobbedire è un cammino verso la libertà che viene.
Quando la politica  si è trasformata in crimine, delazione, ricatto, imbroglio, oppressione... l’insurrezione dell’intelligenza è un canto generazionale che passa dall’indignazione al risorgimento delle menti e dei cuori in amore... disobbedire ora per non obbedire mai più non solo un atto di libertà è il seme di bellezza che diventerà fiore... reagire all’ingiustizia è stare dalla parte degli ultimi, la parte giusta... il bene dei poveri è il bene di tutti e una società che esclude i poveri dai propri interessi, in favore dei privilegi di pochi, è una società tirannica e senza futuro.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 12 aprile 2012

CRISTIANESIMI VI, di Pier Francesco Zarcone

IL CONTRASTO TRA CHIESA CATTOLICA E ORTODOSSA

La questione del contrasto fra Chiesa di Roma e Chiesa ortodossa è tutt’altro che conosciuta, e al riguardo i mass-media italiani ancora una volta sono impegnati più in un’opera di banalizzazione che d’informazione. Rassicuriamo subito: non parleremo delle differenze teologiche fra queste Chiese, ma di vicende storiche. Molte di esse sono antiche, altre sono contemporanee. L’antichità nei Balcani, nel Levante, nell’Est, nella Mezzaluna Fertile ecc. non è un problema: può essere un “ieri” se ancora perdurano gli effetti di accadimenti in sé lontani nel tempo. Ma c’è un accadimento-base che non è mai cessato e che, per quanto mimetizzato sotto pelli d’agnello, ancora lo si vede bene: è la volontà di comando del Vescovo di Roma sul mondo cristiano (primato di giurisdizione), e soprattutto su una Chiesa che per certi aspetti il Vaticano ritiene più vicina delle Chiese nate dalla Riforma.

La frattura fra le due Chiese
Dopo le traumatiche separazioni ecclesiali e gli anatemi causati dalle controversie cristologiche nell’VIII secolo, il quadro di quel che restava della vecchia Chiesa unita non era dei migliori: per le mutilazioni subìte e per il fatto che i Patriarcati orientali e il Patriarcato di Roma - in linea di massima alleati durante i conflitti teologici - finiti gli avversari interni si trovarono a fare i conti con una disunione latente, in parte nascosta dalle crisi precedenti e che veniva progressivamente alla luce. Emergevano tutte le divaricazioni spirituali, teologiche, ecclesiologiche e organizzative sviluppatesi nel frattempo, determinanti per la successiva scissione tra la Chiesa romana e Chiesa ortodossa bizantina.

Naturalmente esplicarono un ruolo di rilevo anche elementi di natura politica, ma la loro importanza viene esagerata dalla pubblicistica cattolica (ma anche da una certa stampa laica), che a tutt’oggi non vuole ammettere che le cause non contingenti del conflitto erano (e sono) di natura spirituale, teologica ed ecclesiologica, e minimizza quel che divide. Tant’è che - pur essendo mutato da vari secoli il quadro politico - il contrasto religioso rimane, e rimane la separazione. Detto in sintesi per evitare dolori di testa ai lettori, i Cattolici non condividono fondamentali posizioni teologiche degli Ortodossi, e viceversa. Due mondi diversi, quindi: uno metafisicamente orientale, l’altro di matrice europea occidentale. Per una ipotetica riunificazione ciascuna delle parti dovrebbe rimettere in discussione componenti essenziali del proprio patrimonio culturale.

sabato 7 aprile 2012

ACAB (Stefano Sollima, 2012), di Pino Bertelli

Nel mese di febbraio  abbiamo pubblicato su questo blog due testi riferiti al film ACAB, uno di Antonio Marchi (http://utopiarossa.blogspot.com.ar/2012/02/sul-film-acab-di-antonio-marchi-e.html) e l'altro di Roberto Massari (http://utopiarossa.blogspot.com.ar/2012/02/il-film-acab-e-la-violenza.html), entrambi scritti in data posteriore a quello di Pino Bertelli, ma inviatoci soltanto adesso. Bertelli, esprime un punto di vista molto diverso e, per tanti aspetti, sotanzialmente opposto a quanto espresso soprattutto da Roberto Massari. Ci sembra molto interessante rileggerli tutti.
Enzo Valls (Argentina)

“Noi vogliamo un tempo in cui le vittime siano onorate, e non i vincitori”.
Don Andrea Gallo, un prete angelicamente anarchico
  
I. Celerino figlio di puttana...

Il cinema italiano è sorretto da pochi, pochissimi talenti autentici e da molti, moltissimi imbecilli che nemmeno sanno che il cinema è (può essere) uno strumento di poesia che dice la verità 24 volte al secondo (come Orson Welles, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Jean Vigo o Luis Buñuel, hanno mostrato). A vedere il film ACAB - All Cops Are Bastards (2012), si comprende che il regista, Sergio Sollima, non è un talento. Del resto, basta riuscire a sopportare la visione della serie televisiva, Romanzo criminale (2008), che gli ha aperto il successo di pubblico e di critica, si intuiva il senso dello Stato (autoritario) che lo anima.
A leggere con cura l’ultima fatica di Sollima (Acab, appunto), ci assalgono conati di vomito per tanta scellerata trasandatezza etica ed estetica... la cattiva eternità del potere non lo riguarda, lo spirito di gruppo, il cameratismo, il manganello come olio di ricino della società postmoderna invece lo affascina, lo rende certo che la ragione del più armato è anche quella del più forte e le periferie delle grandi città sono il serbatoio di giovani delinquenti che picchiano, rapinano, uccidono il cittadino comune. Il che è vero in parte... c’è anche l’ondata generazionale degli indignati che ci ricorda i soprusi, le angherie, le ingiustizie perpetrate dai governanti conniventi con mafie, ladrerie d’ogni sorta (compresi gli squallidi di tecnici della sobrietà, del rigore e dell’impoverimento delle classi più abbienti che si sono instaurati agli scranni del governo) e Sollima si guarda bene di trattare, nemmeno a margine della sua storiella filmica.
L’apologia della Celere è di quelle forti... e pensare di portare la giustizia (personale e di Stato) nelle strade attraverso la violenza è fuori da qualsiasi ragione... il patriottismo, del resto, è l’ultimo rifugio delle canaglie che con la divisa o senza, fanno professione di pensare che la sola verità è la loro... non hanno compreso né vogliono comprendere che la forza del diritto sta nell’amore dell’uomo per l’uomo e non nel diritto della forza... godere della vita piena, della fraternità e dell’accoglienza del diverso da sé, non significa proibire, bastonare, umiliare... le soluzioni del disagio sociale non stanno nel divieto, semmai nel deridere e abbattere le fonti dell’emarginazione sociale che sono in parlamento (nei partiti) e nel loro braccio armato: le forze dell’ordine costituito. Dove c’è libertà c’è amore e lì c’è l’uomo libertario che rifiuta tutti i conformismi e i manicheismi politici, denuda la menzogna e lavora (anche clandestinamente) alla caduta del Palazzo.
ACAB inizia con una voce fuori campo che canta: “Celerino figlio di puttana... Celerino figlio di puttana”... è quella di un motociclista che poi scopriamo essere un poliziotto della squadra speciale di Roma. Sollima mostra subito di che pasta sono fatti i suoi “eroi”... il poliziotto insegue il rumeno  che lo aveva investito con una auto (forse rubata) nel fondo della periferia e lo ammanetta. L’efficienza, il fascino del gruppo, la “serietà” della divisa  sono stampati su quei volti un po’ fasulli, un po’ bastardi che hanno trovato nella caserma, più ancora nel diritto del bastone (o della pistola), un posto dove scaricare le loro ansie, le loro paure, la loro inadeguatezza a vivere una vita davvero piena.

mercoledì 4 aprile 2012

MI FA MALE (Luca Cococcetta, 2011), di Pino Bertelli

(Sulla trilogia dell’indignazione del popolo delle carriole)

Agli insorti della carriole dell’Aquila

“La sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi,
di lasciare la politica ai politicanti, questo è il pericoloso
stato d’animo che ognuno deve sorvegliare e combattere,
prima che negli altri, in se stesso”.
Piero Calamandrei

 I. Prologo: La fiera pecore

A che servono le prediche della chiesa, i proclami della partitocrazia, le chiacchere farisee dei media se non ha mantenere i privilegi, le vessazioni, i crimini legalizzati da un’intera casta che fa del parlamento il postribolo dove servire il re significa far parte di quella fiera delle pecore che continua a governare impunita su un intero paese. L’indignazione del popolo italiano tuttavia cresce, si rovescia nelle piazze e inizia ad esautorare la politica delle proprie forche e i propri boia vestiti Armani... ribellarsi è giusto... gli indifferenti, i rassegnati, i servi sono ormai minoranza... l’insurrezione dell’intelligenza denuda i disonesti, i voltagabbana, i profittatori annidati nei centri di comando e chiede con tutti i mezzi necessari la nascita della democrazia partecipata.
La meglio gioventù scende nelle strade e rivendica il diritto a un’esistenza più giusta e più umana per tutti... in nome del popolo sovrano, la partitocrazia (destra e sinistra in delirante connivenza) ha instaurato un regime autoritario che reprime ogni forma di dissenso e fatto dell’ingiustizia sociale il palcoscenico delle proprie sconcezze elettorali... lo showman che presiede il consiglio dei ministri è il degno rappresentante di una politica asservita ai terrorismi dell’economia che gioca in Borsa e sotto nuove forme, nuove vesti, nuovi simboli e nuove parole ha prodotto la shoah dei valori e dei diritti di un’intera popolazione. Il lavoro rende liberi — solo — a Auschwitz, alla Fiat di quell’ebete di Marchionne e anche sotto le macerie dell’Aquila! Le giovani generazioni, i padri, le madri... hanno compreso che occorre mobilitarsi... svegliare le coscienze dormienti o interessate che permettono a una cosca di canaglie di calpestare la libertà e la giustizia.

martedì 3 aprile 2012

CRISTIANESIMI V, di Pier Francesco Zarcone

GESÙ NELL’ISLAM

Questa volta non trattiamo, in termini di rivisitazione critica, aspetti dei Cristianesimi, bensì quell’argomento assai poco conosciuto in Occidente fra i non-specialisti che è il ruolo di Gesù nella religione islamica. Lo stereotipo corrente lo ha occultato, e non sarà male contribuire alla sua confutazione. D’altro canto si tratta pur sempre di una religione semita che ha palesemente alle spalle sia l’Ebraismo sia il Cristianesimo.
Minareto di Gesù della moschea Omayade di Damasco
Nel Corano a Gesù (Īsā ibn Maryam; Gesù figlio di Maria) viene attribuito un ruolo di assoluta rilevanza: egli non è un semplice profeta (nabī), bensì un inviato di Dio (rasūl Allāh)[1], l’ultimo prima di Muhāmmad, e faceva parte della sua missione per l’appunto preannunciarne la venuta. La menzione di Gesù da parte dei musulmani è sempre accompagnata dall’espressione “Su di lui la pace [di Allāh]” (alayhi as-salām), affine a quella usata per il profeta Mohammed (salla Allahu ‘alayhi wa-sallama: “Dio lo benedica e lo salvi”). Egli è parola di Dio (kalima min Allāh)[2] e suo spirito (rūh min Allāh)[3]; Messia (al-masīh) e servo di Dio (‘abd Allāh). Ma, per quanto esaltato, viene considerato soltanto un essere umano, quand’anche vicino a Dio, e

«eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio (Sura 3, 45). (...) Rifiutano la fede a Dio quelli che dicono: “il Cristo, figlio di Maria, è Dio”. Rispondi loro: “Chi potrebbe impedirlo a Dio, se Egli volesse annientare il Cristo figlio di Maria, e sua madre e tutti coloro che sono sulla terra?”» (Sura 5, 17)

Secondo una tradizione messianica sunnita Gesù tornerà sulla Terra alla fine dei tempi, annunciando lo yawm al-dīn, ovvero il Giorno del Giudizio ultimo, e si crede che egli apparirà dove oggi sorge il “minareto di Gesù” (manār ‘Īsā), che fa parte della moschea degli Omayyadi di Damasco. 
Dicevamo che per il Corano Gesù non è né figlio di Dio né a Dio assimilabile. E questo viene formulato a chiare lettere:

«Rifiutano la fede a Dio quelli che dicono: “il Cristo, figlio di Maria, è Dio”. Rispondi loro: “Chi potrebbe impedirlo a Dio, se Egli volesse, di annientare il Cristo figlio di Maria, e sua madre e tutti coloro che sono sulla terra?» (5, 17).

Pur tuttavia il Corano ripropone la sua nascita miracolosa da una vergine:

«E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t'ha prescelta e t'ha purificata e t'ha eletta su tutte le donne del creato... O Maria, Iddio t'annunzia la buona novella di una Parola che viene da Lui, e il cui nome sarà il Cristo, Gesù, figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio”... O mio Signore! rispose Maria, “Come avrò mai un figlio se non m'ha toccata alcun uomo?", rispose l'angelo: “Eppure Dio crea ciò che Egli vuole: allorché ha deciso una cosa non ha che da dire: Sia! ed essa è”» (4, 157-58).

Un non-musulmano potrebbe obiettare che, affermandosi la concezione di Gesù per intervento dello Spirito di Dio, dovrebbe trovare spazio nell’Islam, almeno sul piano formale, un concetto similare a quello di “Figlio di Dio”. In astratto e potenzialmente è vero, ma questo passo ulteriore la teologia islamica non l’ha mai fatto. Anzi, l’Islam ha nettamente separato la concezione da parte di Maria per intervento divino da una possibile divinizzazione di suo figlio. Il Corano, ferma restando l’esaltazione della grandezza di Gesù - a differenza di Muhāmmad, infatti, egli col permesso di Dio ha compiuto miracoli (Sura 5, 110) – nel quadro del rigido monoteismo ha anche effettuato una chiara e formale presa di distanza dal trinitarismo cristiano:

«O Gente del Libro! non siate stravaganti nella vostra religione e non dite di Dio altro che la verità! Che il Cristo Gesù figlio di Maria non è che il Messaggero di Dio, il suo Verbo che egli depose in Maria, uno Spirito da lui esalato. Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre! Basta! E sarà meglio per voi! perché Dio è un Dio solo, troppo glorioso e alto per avere un figlio! A lui appartiene tutto quel ch'è nei cieli e quel ch'è sulla terra, Lui solo basta a proteggerci!» (Sura 4, 171).

lunedì 2 aprile 2012

MIRACOLO A LE HAVRE (Aki Kaurismäki, 2011), di Pino Bertelli

“L’odio degli schiavi per i padroni ha sempre consolidato i loro giochi
invece di sgretolarli. L’odio incatena al proprio oggetto, anziché liberarsene.
La volontà di vivere è invece come la sassifraga: circonda la roccia che si oppone al suo avanzare,
l’accerchia, scopre la falla, vi si insinua lentamente, la sgretola.
Noi non riusciremo a sbarazzarci del cinismo neoliberale  se non ristabilendo il valore della vita,
strappando il prezzo di vendita che gli assegna il mercato”.
Raoul Vaneigem

 I. Ribellarsi è giusto!

Un piccolo gioiello di cinema sociale/libertario si aggira sugli schermi del mondo... è Miracolo a Le Havre (2011), di Aki Kaurismäki. I miracoli sacrali della chiesa o quelli economici promessi ai proletari (anche a quelli in rivolta, invero pochi) dai governi, non c’entrano... la favola di Kaurismäki assicura il primato della vita contro la barbarie burocratica della disumanità predominate... in Francia e in tutto il mondo occidentale... racconta un’insubordinazione, quella degli ultimi di un quartiere di Le Havre, che disobbediscono alle nefandezze dell’ordine costituito che considera i migranti i nuovi schiavi e mostrano le devastazioni identitarie di parlamenti criminosi che dissipano la bellezza delle diversità in leggi da avanspettacolo... “la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni... Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa hanno preso le armi” (Albert Camus), gli indignati della terra non ancora... non si tratta di vivere da servi, bensì da uomini liberi.
 Non c’è storia che non sia della tirannia (o della rivolta)... e questo, sovente, il cinema evita di trattare... specie quello italiano... dove la stupidità regna sovrana e ogni biglietto strappato al botteghino è una sorta di esecuzione dell’intelligenza e della creatività. La coscienza libertaria interviene nei nostri atti (anche quelli più estremi), turba l’esecuzione della libertà messa in atto dall’economia politica e mette in discussione i consensi e i successi dell’industria mercantile dell’obbedienza.  Uno stupido trova sempre qualcuno più stupido di lui da venerare (in politica, nella chiesa, nella cultura e perfino nelle distopie dei mass-media). Altrove abbiamo scritto (e lo grideremo sempre): “La distruzione della società autoritaria/gerarchica è un gesto rivoluzionario contro il privilegio e l’ingiustizia, e il primo passo verso la realizzazione di una società senza classi. Davanti alla storia, gli insorti non sono tenuti a giustificare l’operato delle loro azioni... l’annientamento del principio di autorità segna l’irruzione creativa degli sfruttati, degli umiliati, degli offesi nella rivoluzione sociale e si prendono il compito — del tutto positivo — di mettere fine alla scienza della violenza legiferata e assolta... le rivolte per la libertà degli ultimi chiedono/vogliono l’uguaglianza politica di tutti gli uomini e questo sarà possibile solo quando gli uomini avranno conquistato l’uguaglianza economica e sociale.