L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

giovedì 30 giugno 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XX, di Pier Francesco Zarcone


Siria: sbocchi non se ne vedono
Di recente il giornale libanese L’Orient le Jour ha scritto che la macchina siriana per uccidere ha perso i freni. Sacrosantamente vero. Il regime continua a uccidere ma non si capisce che strategia abbia; sempre ammesso che ne abbia una, perché l’unica cosa chiara è che i massacri non fermano la rivolta di una parte almeno della popolazione. Nel 1982 il padre di Bashar al-Assad, con il massacro degli integralisti nella città di Hama, giocò sulla rapidità del fatto compiuto; o per lo meno fu in grado di farlo. Il figlio, invece, non ne ha avuto o la possibilità o la capacità. Sta di fatto che ha dato luogo a una repressione a 360° senza recuperare il controllo della situazione.
Ma se la strategia di al-Assad non si vede, la tattica è invece chiarissima: una repressione selettiva che ha colpito in primo luogo gli originari di Dera e Homs (due città particolarmente ribelli), i membri delle comunità più a rischio e gli studenti più contestatori. Ma l’effetto è stato minimo e ormai sono passati più di 100 giorni dall’inizio della rivolta.

E l’economia siriana piange
Si può dubitare, a questo punto, che il tempo lavori in favore di al-Assad, e non solo per taluni segnali di sfilacciamento in alcuni reparti dell’esercito, ma soprattutto a causa di quella realtà molto concreta che si chiama “economia”.
Da questo versante viene la più pericolosa minaccia per il regime. L’economia siriana ristagna, gli affari di industriali e commercianti calano sensibilmente, i licenziamenti aumentano, e il Fmi ha rivisto al ribasso le stime sui possibili sviluppi economici della Siria, valutando per quest’anno una crescita del 3,% a fronte del 5,5% dello scorso anno. Ma non finisce qui. La preziosa fonte economica data dal turismo è in grande e ovvia crisi. Si tratta di un settore che copre il 12 % del Pil, porta introiti per 6 milliardi e mezzo di dollari e dà lavoro a circa l’11 % della forza lavoro siriana. Non c’è bisogno di spendere parole sul danno economico e sulla crisi sociale che ne derivano.
A tutto questo deve aggiungersi il forte calo degli investimenti esteri, e in particolare di quelli derivanti dai ricchi paesi del Golfo persico. Dulcis in fundo il costante calo degli introiti petroliferi.
In questo scenario risalta un dato: finora la borghesia e i commercianti di Damasco e Aleppo - le più importanti “piazze” economiche siriane - sono rimasti o leali al regime o almeno neutrali, a differenza di quanto accaduto in altre regioni. Chiedersi fino a quando ciò continuerà è del tutto naturale, ed è un elemento di estrema criticità per il regime.
Le recenti promesse di al-Assad riguardanti benefici economici - ma in particolare per funzionari e studenti – rischiano di essere misure a doppio taglio, perché suscettibili di aumentare la rabbia degli esclusi oltre che di aumentare le ingiustizie sociali e lo svantaggio delle regioni meno sviluppate.

Hezbollāh: alleato sì, ma previdente
L’asse politico che lega la Siria all’Iran e all’Hezbollāh libanese è un fatto notorio, e finora non esiste alcun segnale idoneo a far pensare a una crisi di tale alleanza. Per Hezbollāh la Siria è un fondamentale punto di passaggio delle armi di provenienza iraniana, oltre che zona di parcheggio per il materiale bellico che esso ritiene opportuno non trasferire subito in Libano. La situazione di stallo in cui si è cacciato al-Assad preoccupa Hezbollāh - per le prospettive derivabili dal suo perdurare – ed è significativo che la stampa libanese abbia dato notizia di un intenso movimento di camion tra la Siria e la valle della Bekaa attestante che tale organizzazione sta portando in Libano i depositi di armi esistenti in Siria. La cosa è confermata dall’Onu. Questo vorrebbe dire che i depositi libanesi di Hezbollāh  si arricchiranno di missili terra-terra Zelzal e di razzi Fajr 3 et Fajr 5.
Una tale iniziativa, tenuto conto della maggiore accessibilità dei depositi in Libano per eventuali attacchi israeliani, è un ulteriore brutto segnale per al-Assad.

Assad tende un dito all’opposizione: è tardi? Basterà?
Il 28 giugno il governo siriano ha annunciato di voler iniziare il 10 luglio un dialogo nazionale con le varie fazioni dell’opposizione per introdurre riforme politiche riguardanti il ruolo di partito-guida costituzionalemente sancito per il Bāth, il sistema elettorale, l’amministrazione locale e la comunicazione sociale. L’annuncio viene il giorno dopo che circa 200 oppositori - però non coinvolti nei disordini che sconvolgono il Paese – hanno tenuto una riunione autorizzata dal regime. Parallelamente a Mosca si è svolto un incontro fra oppositori in esilio e un collaboratore del presidente Dmitrij Medvedev per sollecitare un intervento russo su al-Assad per sollecitarne l’abbandono del potere.
L’iniziativa è interessante, ma non perché costituisca un’apertura proiettata all’avvento della democrazia rappresentativa. Fermo restando che fino al 10 luglio il campo è libero solo per le illazioni, è alla luce di questa categoria che vanno lette le seguenti osservazioni.
Pur dando per scontato che gli oppositori moderati riunitisi a Damasco non siano rappresentativi delle masse in rivolta, e che al-Assad non abbia alcuna intenzione di dimettersi, non si può escludere che egli riesca a presentare un pacchetto di modifiche legislative capaci di rafforzarlo. E questo in un duplice senso: a) contentare sia i settori meno convinti dello schieramento che ancora lo sostiene sia settori moderati/pragmatici di quell’opposizione che è scesa in piazza, dividendola; b) se si tratterà di modifiche legislative apparentemente di rilievo, ma poi tradotte in pratica scarsamente incisive, conseguire allora il gattopardesco risultato di cambiare le norme (anche costituzionali) senza modificare la situazione politica.
A spiegare il secondo punto basti un esempio: togliere al Bāth l’attuale ruolo di partito-guida ed effettuare elezioni formalmente libere sembra una svolta decisiva, ma poi chi sarà a gestire la macchina elettorale e quindi i risultati? Se ci penseranno sempre gli uomini del regime non cambierà nulla; e se inoltre costoro opereranno in modo non troppo grossolano e arrogante, al-Assad potrebbe trovarsi addirittura rafforzato nei confronti dell’estero e in grado di accusare gli avversari di essere antidemocratici e nemici della volontà popolare.
La tragicommedia siriana continua. Arrivederci dopo il 10 luglio.

mercoledì 29 giugno 2011

EDUCARE ALLA LIBERTÀ (II), di Alessandro Gigli


La scuola di Summerhill
Esporrò qui brevemente la prima parte del pensiero di Alexander Neill, fondatore della scuola comunitaria-libertaria di Summerhill, nata nel 1924 presso Leiston nel Suffolk, in Gran Bretagna.
I princìpi su cui si basa Summerhill sono semplici: 1) Far sperimentare al bambino la libertà all’interno di una comunità protetta: libertà di giocare, di seguire oppure no i consigli degli adulti, libertà dal senso di colpa, libertà di seguire oppure no il programma di studi proposto dalla scuola.
2) Far comprendere al bambino l’importanza della responsabilità all’interno della comunità, attraverso l’autodeterminazione del gruppo, senza interventi censori e punizioni da parte degli adulti.
A Summerhill si sperimenta e si realizza qualcosa che nella società mercantile è aborrito: l’improduttività.  Oltre a ciò, a Summerhill esisteva (ed esiste) un tentativo di realizzare la democrazia diretta, con decisioni prese in riunioni collettive settimanali della comunità, dove ogni testa conta un solo voto, sia per un bambino di 10 anni sia per un professore.
Neill nutre una sicura fiducia nella bontà del fanciullo e crede che il ragazzo medio non nasca codardo, automa senza anima, ma provvisto di un atteggiamento potenzialmente ricco di amore e di interesse per la vita. Lo scopo dell’educatore, lo scopo della vita, è di lavorare con gioia e trovare la felicità, cioè, secondo Erich Fromm , rispondere alla vita non solo con il cervello ma con l’intera personalità (l’educazione deve rivolgersi sia alla sfera emotiva sia a quella intellettuale, senza divisioni fra intelletto e sentimento che, sempre secondo Fromm, conducono l’essere umano a uno stato mentale pressoché schizoide che lo ha reso quasi incapace di percepire la vita in maniera autentica e immediata).
Secondo Neill, l’educazione deve adattarsi alle capacità e alle necessità del fanciullo che non è altruista: l’amore, per lui, non è il sentimento maturo dell’adulto e l’altruismo si sviluppa solo dopo l’infanzia.
La disciplina imposta dogmaticamente e le punizioni provocano paura; dalla paura nasce l’ostilità. L’indottrinamento disciplinare continuo è nocivo per i fanciulli  e ne blocca lo sviluppo psichico.
Libertà non significa licenza, cioè il rispetto per l’individuo dev’essere reciproco. Se un insegnante non ha il diritto di usare la forza nei confronti del fanciullo, questi, da parte sua, non ha il diritto di usarla nei confronti dell’insegnante: strettamente congiunta a questo principio è la necessità di una sincerità assoluta da parte dell’insegnante.

Taller de Cuentos - Asociación MANZANAS SOLIDARIAS (Santa Fe, Argentina)
L’equilibrato sviluppo delle qualità umane rende necessario che il bambino tagli i legami primari che lo uniscono ai genitori o ai successivi sostituti che la società gli offre e che diventi completamente indipendente, cioè sappia affrontare il mondo da individuo.
I sentimenti di colpa sono un intralcio sul cammino dell’indipendenza e hanno soprattutto la funzione di sottomettere il bambino all’autorità, con la nascita dell’ostilità e dell’ipocrisia.
A Summerhill non s’impartiva neanche un’educazione religiosa anche se venivano considerati moltissimo i valori umanistici.
Dice Neill: “un giorno una nuova generazione non accetterà più la religione invecchiata e i miti odierni. La nuova religione che nascerà rifiuterà l’idea dell’uomo come nato nel peccato. La nuova religione pregherà Dio di rendere gli uomini felici”.

Il bambino non-libero secondo Alexander Neill
Il bambino plasmato, condizionato, represso, disciplinato, vive in ogni angolo del mondo. Vive nella nostra città dalla parte opposta della strada. Siede nel banco noioso di una scuola noiosa; più tardi sarà seduto davanti alla scrivania di un ufficio ancor più noioso, o starà al banco di una officina.
È docile, fedele all’autorità, timoroso delle critiche e fanatico del desiderio di essere normale, convenzionale e corretto. Accetta quel che gli viene insegnato senza porsi domande e trasmetterà tutti i suoi complessi, le sue paure e le sue frustrazioni ai figli.
Si può dire senza esagerazione che tutti i bambini, nella nostra civiltà, sono nati in un’atmosfera di disapprovazione per la vita.  Gli orari della poppata stabiliti a tavolino sono diretti sostanzialmente contro il piacere. Si vuole che il bambino abbia una disciplina nell’alimentazione perché l’alimentazione non regolata suggerisce l’idea di un piacere orgastico del seno.  Di solito si razionalizzano gli argomenti a favore della nutrizione regolata; il motivo vero nascosto è quello di plasmare il bambino per farlo diventare una creatura disciplinata che anteporrà il dovere al piacere. Un’educazione repressiva porta a una vita che non può essere vissuta.  Un’educazione siffatta non tiene in nessun conto le emozioni della vita e il loro ruolo dinamico: perciò l’impossibilità di manifestarle si traduce in volgarità, cattiveria, odio.
Si vuole educare solo la mente. Ma se si permettesse una vera libertà emotiva la mente saprebbe badare a se stessa. La tragedia dell’essere umano è che il suo carattere può essere plasmato come quello del cane. L’educazione dell’asilo di infanzia è molto simile all’educazione dei cuccioli; il bambino frustato, al pari del cucciolo frustrato, si trasforma in un adulto inferiore e obbediente. Come educhiamo i cani  a rispondere alle nostre necessità, così educhiamo i bambini. Anche il cucciolo umano deve rimanere pulito, non abbaiare troppo, obbedire al fischio, mangiare quando noi lo riteniamo conveniente.
Dice Neill: ho visto centinaia e migliaia di cani obbedienti e servili a  Berlino, nel 1935, quando Hitler , il grande allevatore, “fischiava i suoi ordini”.
Anche i medici sbagliano! Nelle “Istruzioni per la futura madre”, pubblicato negli Stati Uniti dall’Università femminile di Medicina della Pennsylvania, si davano indicazioni autoritarie e coercitive come, ad esempio, infilare il braccio in un tubo rigido di cartone per non far succhiare il pollice o picchiare il bambino se si toccava parti intime.  E la voce dei medici per la maggior parte delle madri era la voce di Dio.  Se il medico dice che il bambino dev’essere picchiato quando viene sorpreso a masturbarsi, la povera madre non sa che egli parla così per i propri complessi di colpa e non per una conoscenza scientifica della natura del bambino.
Ma il bambino difficile non è altro che un bambino cui sono state imposte la pulizia e la repressione sessuale. Gli adulti danno per scontato che si debba insegnare al bambino a comportarsi in modo che disturbi la loro vita il meno possibile. Ecco perché si dà tanta importanza all’obbedienza, alle buone maniere, alla docilità. Molte madri che trattano abbastanza bene il bambino in casa, ad esempio, lo rimproverano o lo picchiano in pubblico perché hanno paura dell’opinione dei vicini. La nostra civiltà è malata e infelice, e alla base di tutto ciò c’è la non-libertà della famiglia.
I bambini vengono inariditi da tutte le forze della reazione e dell’odio, fin dai primi giorni di vita. Il fatto tragico è che un uomo che opprime la propria famiglia è egli stesso necessariamente oppresso: in una prigione anche il carceriere non è libero. La donna repressa manderà i propri figli in guerre che vengono definite difensive, patriottiche, guerre per la salvezza della democrazia, guerre per portare termine alla guerra. Non esistono bambini difficili, vi sono solamente genitori difficili e forse sarebbe meglio dire che esiste una umanità difficile.
L’umanità ha grandi riserve di fratellanza e di amore e speriamo che le nuove generazioni se non saranno state deformate sin dall’infanzia, vivranno in pace. La lotta è ineguale perché coloro che odiano la vita hanno nelle proprie mani l’educazione, la religione, la legge, l’esercito e le prigioni.  Si tratta di una gara tra chi crede nella morte e chi crede nella vita. Nessuno può  rimanere neutrale, dobbiamo stare da una parte o dall’altra. Il lato della morte ci dà bambini difficili, il lato della vita bambini sani.

domenica 26 giugno 2011

13º encuentro de la Fundación Che Guevara (comunicado multilingüe)


La Fundación Che Guevara solicita a Utopia Roja y a quienes estén interesados, difundir el siguiente comunicado lo más ampliamente posible.
La Fondazione Che Guevara chiede a Utopia rossa e a chiunque sia interessato di far circolare questo avviso il più ampiamente possibile.

ESPAÑOL
El 13º encuentro de la Fundación Che Guevara tendrá lugar en la septentrional ciudad de Alessandria, Italia (a mitad de camino entre Génova y Turín), el sábado 8 de octubre de 2011 por la tarde, desde las 15 horas.
El organizador local es Riccardo Vinciguerra, miembro de la Fundación Guevara y especialista de ajedrez (ha escrito artículos sobre el Che y el ajedrez en anteriores números de los Cuadernos de la Fundación).
Participarán como invitados especiales Douglas Bravo (Venezuela) y David Kunzle (EEUU).
El tema principal (que será introducido por Roberto Massari) es también el tema principal (dossier) del próximo Cuaderno (n. 9/2012). El tema ha sido decidido después de consultas entre varios miembros del comité de redacción internacional de la Fundación, quienes se han declarado unánimemente de acuerdo: las relaciones entre Fidel y el Che (o entre castrismo y guevarismo). Como de costumbre, se invita a todos a dar su aporte al dossier (o a otras secciones del Cuaderno n. 9), sintiéndose cada uno completamente libre de expresar sus propias opiniones sobre éste u otros temas.
Aconsejo enviar los escritos antes de fines de la primavera 2012 (hemisferio norte): más allá de esa fecha no es posible garantizar su publicación.

Roberto Massari 
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PORTUGUÊS
O 13° encontro da Fundação Che Guevara acontecerá na cidade nortenha de Alessandria (encontra-se no meio do caminho entre Génova e Turim), na tarde de Sábado 8 de Outubro de 2011, início as 15,00 horas. O organizador local é Riccardo Vinciguera, membro fundador da Fundação Guevara e especialista no jogo de xadrez (escreveu artigos sobre o Che e o xadrez nos números precedentes dos Cadernos).
São convidados como hóspedes especiais Douglas Bravo (desde Venezuela) e David Kunzle (desde Usa).
O assunto principal (que será introduzido por Roberto Massari) é o mesmo do próximo Caderno (n. 9/2012), e foi decidido após consultações entre os vários membros do Comité de redação da Fundação, que se declararam todos de acordo sobre a ideia: as relações entre Fidel e Che Guevara (ou seja entre castrismo e guevarismo). Como do costume, cada um está convidado a fornecer uma contribuição ao dossier (ou ás outras secções do Caderno n. 9), em liberdade completa de expressão das suas próprias opiniões sobre este ou outros assuntos. Aconselha-se o envio das contribuições antes do final da Primavera de 2012: depois de aquela data não está garantida a publicação.
Roberto Massari


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ENGLISH
The 13th meeting of the Che Guevara's Foundation will be held in the northern Italian city of Alessandria (half way between Genova and
Torino) in the afternoon of Saturday 8th of October 2011, starting at
3 o' clock p-m. The local organizer is Riccardo Vinciguerra, founding member of the Guevara's Foundation and a specialist of chess (he has written articles on Che and chess in previous numbers of the Cuadernos).
Invited as special guests for this year are Douglas Bravo (from
Venezuela) and David Kunzle (from the USA).
The main theme (which will be introduced by Roberto Massari) is also the main theme (dossier) of the next Cuaderno (no. 9/2012). The theme has been decided after consultation of various members of the international redaction committee of the Foundation all of whom have accepted the idea: the relationships between Fidel and Che Guevara (or between Castroism and Guevarism). As usual, everybody is invited to contribute to the dossier (or to other sections of Cuaderno no. 9) feeling completely free of expressing his own opinions on this or other subjects. I advice that contributions should be sent before the end of spring 2012: after that date publication is not granted.

Roberto Massari 
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ITALIANO
Il 13° incontro della Fondazione Che Guevara si terrà nella città settentrionale di Alessandria (a metà strada fra Genova e Torino), nel pomeriggio di sabato 8 ottobre 2011, con inizio alle 15. 
L'organizzatore locale è Riccardo Vinciguerra, membro fondatore della Fondazione Guevara e specialista degli scacchi (ha scritto articoli sul Che e gli scacchi in precedenti numeri dei Quaderni).
Sono invitati come ospiti speciali Douglas Bravo (dal Venezuela) e David Kunzle (dagli Usa).
Il tema principale (che sarà introdotto da Roberto Massari) è anche il tema principale (dossier) del prossimo Quaderno (n. 9/2012). Il tema è stato deciso dopo consultazione di vari membri del comitato di redazione internazionale della Fondazione, che si sono dichiarati tutti d'accortdo sull'idea: i rapporti tra Fidel e Che Guevara (o tra castrismo e guevarismo). Come al solito, ognuno è invitato a dare un contributo al dossier (o ad altre sezioni del Quaderno n. 9), sentendosi completamente libero di esprimere le proprie opinioni su questo o su altri argomenti. Consiglio di inviare i contributi prima della fine della primavera 2012: dopo quella data la pubblicazione non è garantita.

Roberto Massari

sabato 18 giugno 2011

EDUCARE ALLA LIBERTÀ (I), di Alessandro Gigli


EDUCARE ALLA LIBERTÀ: CONCETTI BASE

“Si lavora sull’educazione per preparare la rivoluzione…”.

Comincio da questo concetto, espresso in una riga del libro Lessico minimo di pedagogia libertaria (Eleuthera Editore), perché mi sembra in linea con il pensiero libertario e rivoluzionario di Utopia rossa.
Com’è possibile pensare oggi a una rivoluzione? Secondo me, cominciando col riformare radicalmente l’educazione famigliare e quella scolastica. Perché? Perché solo così potranno nascere nuovi genitori e nuovi figli adatti a concepire e lottare per una società libertaria, giusta e a misura di un nuovo tipo di essere umano: collaborativo, solidale, che mira alla critica e alla dissoluzione di ogni dominio e autorità intesi come rapporto gerarchico e di subordinazione tra individui, non solo tra governati e governanti e tra classi sociali diverse, ma in ogni situazione, dunque anche nella relazione pedagogica.

Attività di musica e movimento - Spazio Be.Bi. Il Sottomarino Giallo
(Roma) - Foto: Enzo Valls
La pedagogia libertaria ha di mira il mutamento sociale e l’instaurazione di una società non coercitiva (non un modello unico, beninteso perché anzi vive di differenze) e si propone di realizzarla attraverso una strategia che parte dal quotidiano di ciascuno, qui ed ora.
Paul Goodman affermava che non può esserci una storia dell’anarchismo che definisca “anarchico” uno stato di cose divenuto permanente: è un continuo misurarsi con una nuova situazione, una vigilanza continua per garantire che le libertà passate non vadano perdute, che non si trasformino nel loro opposto, proprio come la libertà d’impresa si è prodotta nella schiavitù del salario; l’autonomia del potere giudiziario nel monopolio dei tribunali dei poliziotti e degli avvocati, e l’autonomia didattica negli apparati scolastici.
Bisogna poi dire con chiarezza che la libertà non s’insegna: si può mostrare nei fatti, nel riferimento ai valori che ci guidano, ma non può mai ridursi a un mero fatto dell’educazione.
L’educazione libertaria va intesa (Kropotkin) come un processo in cui si deve sacrificare progressivamente l’autorità a vantaggio della libertà, dalla dipendenza totale del bambino all’autonomia dell’adulto, dall’educazione all’autoeducazione, per diventare ciò che si è.
Come diceva Tolstoj, l’educazione non è più l’azione coercitiva, unilaterale esercitata da un individuo su di un altro, la tendenza di una persona a plasmarne un’altra a sua immagine, ma una relazione tra persone in un contesto determinato, volta a perseguire lo sviluppo delle potenzialità del bambino.
Il ruolo dell’educazione, per Sebastien Faure, è quello di portare al massimo sviluppo tutte le facoltà del bambino: fisiche, intellettuali, morali. Il dovere dell’educatore è di favorire la piena fioritura di questo insieme di energie e attitudini che si trovano in ciascuno.
A cosa si oppone l’educazione libertaria? Alla cosiddetta pedagogia nera. Faccio l’elenco di alcuni princìpi a cui si ispira questo tipo di (dis)educazione:

1- Gli adulti sono padroni dei bambini che da loro dipendono
2- Gli adulti decidono cosa è giusto e cosa è ingiusto
3- I bambini sono responsabili della collera degli adulti
4- I genitori vanno sempre difesi
5- I sentimenti impetuosi dei bambini rappresentano un pericolo per il loro padrone
6- I genitori meritano rispetto a priori
7- L’obbedienza fortifica
8- La tenerezza è dannosa
9- La severità e la freddezza costituiscono una buona preparazione per la vita

In questo modo il bambino impara presto che si deve ammaestrare e poi negare tutto ciò che gli viene dall’interno, i desideri, i bisogni profondi, i sentimenti, in cambio dell’assenso degli adulti.
Ma laddove i bisogni profondi vengono negati, frustrati, il sentimento d’impotenza, intollerabile, produce un bisogno di dominio, di farsi strada attraverso la distruzione, la vendetta, poiché l’odio che cova sotto le ceneri fumanti del loro distrutto, è inestinguibile.
Le violenze subite nei processi educativi vengono automaticamente trasportate nell’essere genitori e nell’essere insegnanti.
Dobbiamo mettere in crisi tutto questo e non riprodurre gli errori del passato e purtroppo del presente. 

martedì 14 giugno 2011

Douglas Bravo en la Redacción de Utopía Roja (nella Redazione di Utopia rossa)

El célebre ex Comandante de la guerrilla venezolana, actual portavoz de Utopía-Tercer Camino, se incorpora a la Redacción de Utopía Roja.
(Il celebre ex Comandante della guerriglia venezuelana, attuale portavoce di Utopía-Tercer Camino, entra far parte del Comitato di redazione di Utopia rossa).

QUERIDO HERMANO:
Comienzo pidiéndote excusas por no haber respondido tu anterior mensaje, particularmente porque después de las conversaciones que sostuvimos tanto colectivamente como contigo en particular, era indispensable decirte  que las ideas de la rebeldía son producto de la creación de un nuevo pensamiento político y filosófico para la "nueva civilización" como las tienes tu: me has dado una inmensa alegría. Estoy de acuerdo con mi entrada en la redacción de Utopía Roja lo cual me ayudará  a divulgar las ideas que uds. han venido creando y manejando. (...)
Volveré a enviarte mensajes lo más pronto.
Un gran abrazo.
Douglas Bravo
(Caracas, Junio de 2011)

 
Queridísimo compañero:
Es un placer y un honor reencontrarnos hermanados por un común proyecto revolucionario internacionalista. Para mí es la segunda vez, ya que entre fines de la década del 60 y principios de la del 70, como tú sabes, fui miembro de tu grupo guerrillero (las FALN) en calidad de representante en Europa y obviamente estoy orgulloso de haber podido colaborar en la lucha de entonces.
El tiempo ha pasado, muchos mitos se han derrumbado, y hoy la única esperanza de volver a dar vida a un colectivo de compañeros a nivel internacional, que haya entendido el papel histórico negativo de los partidos, los grupúsculos, las pretendidas internacionales y los aparatos burocráticos del Estado, depende de la disposición de compañeros como tú y de algunos otros pocos a ponerse en discusión, a abrir nuevos caminos sin concesiones a las presiones del ambiente político, al “carrerismo” institucional, a la sociedad del espectáculo.
Estoy seguro de que trabajaremos bien junto a ti y a Utopía-Tercer Camino y que aprenderemos mucho de tu experiencia. Tu decisión nos ayudará a dar coraje a otros compañeros y compañeras que han renunciado al compromiso revolucionario solamente por desconfianza en los aparatos y aparatitos antes mencionados. Utopía Roja no es un grupo político, no tiene una línea que imponer a nadie, sino que se basa en algunos principios válidos país por país y a nivel internacional.
Tu decisión tendrá seguramente repercusiones positivas en América Latina, pero haremos todo lo posible para que eso se verifique también en Europa. Este crecimiento será un banco de pruebas del carácter abierto y libertario de la asociación política Utopía Roja.
Un abrazo fraterno.
Roberto Massari


Carissimo compagno,
è un piacere e un onore ritrovarsi affratellati da un comune progetto rivoluzionario internazionalistico. Nella mia vita ciò accade per la seconda volta, visto che alla fine degli anni '60, inizio dei '70, come tu sai, fui membro del tuo gruppo guerrigliero (le Faln) come loro rappresentante in Europa e sono ovviamente orgoglioso di aver potuto aiutare la lotta di allora.
Il tempo è passato, molti miti sono crollati e oggi l'unica speranza di ridar vita a un collettivo di compagni a livello internazionale che abbia capito il ruolo storico negativo dei partiti, dei partitini, delle finte internazionali e degli apparati burocratici di Stato, dipende dalla disponibilità di compagni come te e come pochi altri a rimettersi in discussione, ad aprire nuove strade senza nulla concedere alle pressioni dell'ambiente politico, al carrierismo istituzionale, alla società dello spettacolo.
Sono certo che lavoreremo bene insieme a te e a Utopia-Tercer Camino e molto impareremo dalla tua esperienza. La tua scelta ci aiuterà a ridar coraggio ad altri compagni e altre compagne che hanno rinunciato all'impegno rivoluzionario solo per diffidenza nei confronti degli apparati e degli apparatini di cui sopra. Utopia rossa non è un gruppo politico, non ha una linea da imporre a nessuno, ma si fonda su alcuni principi rivoluzionari fondamentali validi paese per paese e al livello internazionale.
Il tuo passo avrà certamente ripercussioni positive in America latina, ma faremo di tutto perché ciò sia vero anche in Europa. E questa crescita sarà un banco di prova del carattere aperto e libertario dell'associazione politica Utopia rossa.
Un abbraccio fraterno
Roberto Massari

lunedì 13 giugno 2011

Tango-chá para el Che, por Enzo Valls


¡Feliz 83º cumpleaños, Ernesto! - Buon 83º compleanno, Ernesto!

Tango-chá para el Che

Aunque la mona se vista de seda
y tu mirada triunfe en las remeras,
nuestra utopía todavía espera,
con las venas abiertas, Ernesto,
con los sueños bien puestos.

En una plaza de Madrid, de El Cairo,
o de la misma Habana, o de Atenas,
hay quien te aguarda todavía, indignado,
mas sin caer de rodillas
ni ofrecer la otra mejilla. 

Despliego el bandoneón y raspo el güiro,
aunque suene a delirio bien argentino
o a caribeño desatino
(¿qué menos para quien, al mismo tiempo,
es geminiano y taurino?).

Y con mi vieja vocación de amanecer
y a riesgo de morir en el intento,
suelto mi canción esperanzada
soplando contra el viento
un tango-chá para el Che.

Enzo Valls (junio de 2011)

domenica 12 giugno 2011

“HASTA SIEMPRE” IVAN DELLA MEA, di Antonio Marchi

Ivan Della Mea è morto il 14 giugno 2009, alle ore 1.30.
Così lo ricorda Pino Bertelli in una lettera a lui dedicata (pubblicata nel n. 8 dei Quaderni della Fondazione Ernesto Che Guevara, Massari Editore 2010):

«Ciao a te, Ivan,
ti vedo lì, insieme a tuo fratello, Luciano, nella vita sognata degli angeli ribelli, stretti a schiere di compagni di strada a cantare con il disincanto dei poeti del pugno chiuso contro il cielo del potere, i desideri, i sogni, la critica radicale di uomini, donne appassionati al ribaltamento di prospettiva di un mondo rovesciato, insorti in difesa dei popoli sfigurati, violati e impoveriti a margine delle democrazie dello spettacolo.» (…) «…cantavi come un trovatore d’idee di amore, di resistenza e libertà» (…) «Le tue canzoni libertarie hanno accompagnato i “ragazzi gioiosi” del ‘68 fino ai nostri giorni e niente può far scomparire la tua voce e le tue ballate dal cuore di molti… le tue canzoni hanno investito la morale dei padroni e ridicolizzato la genuflessione dei servi…» (…) «I dannati della terra… (…) … hanno accompagnato i tuoi passi nella storia degli ultimi e portato ovunque un uomo soffriva, la solidarietà, la fratellanza, la condivisione delle lotte sociali per seminare il reincanto del mondo.»

Anche Roberto Massari, sulle stesse pagine dei Quaderni, parla di Ivan:

«… uno dei primissimi cantautori italiani… (…) certamente tra i più impegnati nella lotta dalla parte degli oppressi (di tutti gli oppressi), Ivan scrisse nel ‘67 la canzone politicamente più guevarista che ci sia dato conoscere, dal titolo inconfondibile: “Creare, due, tre, molti Vietnam.” Indimenticabile il primo verso… (…) forte, vibrante, tra lo slogan urlato e un canone gregoriano prolungato… che scandisce: “il-do-ve-re-del-ve-ro-ri-vo-lu-zionaaaaario è fa-re la ri-vo-lu-ziooooooneeeeee”, e poi via con i riferimenti diretti al pensiero del Che e alle guerriglie di allora.»

Chi ha conosciuto Ivan può considerarsi un privilegiato, ma anche chi ha solo ascoltato e cantato le sue canzoni lo è; perché nelle canzoni di Ivan ci si ritrovava: c’era il sangue versato dall’umanità nei marciapiedi della storia. C'è tutta la tribolata sofferenza del vivere del proletariato che in più di cento anni di storia contro il capitalismo padronale non è riuscito ad abbattere, né - nonostante interminabili gesti di rivolta - a liberarsi dal giogo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nella sua canzone c’era e ci sono lacrime di gioia viva, di dolore profondo, di rabbia e di solidarietà... nella sua canzone c’è posto per chiunque avesse e abbia volontà di vivere, voglia di libertà, passione rivoluzionaria; per chiunque lottasse e lotti per abbattere le proprie catene con il sorriso sulle labbra e il piacere del rischio. Canti e storie di vite vissute che hanno riempito le piazze e affollato i cortei della metà del secolo passato dove ci si riconosceva e ci si univa e le sue parole non erano “trovate” da parolieri per canzonette, ma messaggi e strumenti di rivolta, nel lungo sogno del 68.
Come non ricordare la struggente “O cara moglie” (sulla condizione operaia) e “Nel mondo il rosso è diventato giallo” (una riflessione sul partito, sull’organizzazione del proletariato, sulla denuncia dello stalinismo).  Con lui e assieme a lui – in quegli anni - hanno fatto scuola Paolo Pietrangeli (“Contessa”), Pino Masi ( “Quella notte davanti alla Bussola", "La ballata della Fiat”), il veneziano Gualtiero Bertelli (“Nina ti te ricordi”, “Suona la sirena”), Giovanna Marini (“La violenza”), interpretando al meglio la voglia di cambiamento di un movimento contestatario che aveva creduto nella rivoluzione.
Mi piace terminare questo ricordo di Ivan, con una canzone – non molto conosciuta, ma molto attuale – scritta nell’occasione di un raduno partigiano a Milano (9 maggio 1965) a 20 anni dalla liberazione con l'ironia sarcastica di chi sa da che parte stare: 9 MAGGIO - "E nei giorni della lotta / rosso era il mio colore, / ma nell’ora del ricordo / oggi porto il tricolore. // Tricolore per la piazza, / tricolori i partigiani: / siamo tutti italiani, / viva viva la nuova unità! // E se vi va bene il liberale, / con Andreotti e il tricolore, / Io vi dico: siete fottuti / vi siete fatti incastrare… //


giovedì 9 giugno 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA XIX, di Pier Francesco Zarcone


DALLA LIBIA ALLO YEMEN

Perché un’eventuale spartizione della Libia non sarebbe difficile
Mentre si prolunga il sanguinoso intervento della Nato senza che se ne vedano risultati tangibili, approfittiamo per riflettere – e magari trovare qualche spiegazione – su un aspetto ogni tanto presente nei mass-media nostrani, senza però essere accompagnato da soverchie specificazioni: ci riferiamo alla possibilità che l’azione della Nato porti alla fine a una divisione della Libia. Poiché in genere la divisione di un paese o è artificialmente imposta oppure corrisponde a già esistenti fratture (economiche, sociali e politiche), è presumibile che qualcuno abbia la curiosità di sapere a quale tipo corrisponderebbe la fine dello Stato unitario libico. Per rispondere occorre fare un pochino di storia; essa ci aiuta a capire perché la Libia sia considerata un “paese senza Stato” (questione che include il già citato tribalismo, ma va al di là).

L’invenzione italiana della Libia
Prima dell’aggressione colonialista dell’Italietta giolittiana, nel 1911, nessun abitante della regione (formalmente appartenente all’Impero ottomano) immaginava di essere un libico. Il paese era suddiviso nelle tre villayet di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan: una ripartizione amministrativa intelligente perché salvaguardava il peculiare modo di essere di ciascuna provincia ormai storicamente consolidato. La Tripolitania era tradizionalmente orientata verso la Tunisia, soprattutto meridionale; nella Cirenaica era consistente l’influsso del confinante Egitto; e il Fezzan gravitava nell’orbita sahariana, con particolare riguardo al Ciad. Con la conquista italiana fu riesumato il nome romano di Libia per designare il governatorato unitario che alla fine inglobò tutto il territorio conquistato dall’Italia..
La grande resistenza beduina alla colonizzazione italiana ebbe come epicentro la Cirenaica, fu organizzata dalla confraternita religiosa dei Sanussi che vi costituì un emirato islamico, da vari storici considerato il primo vero e proprio embrione di Stato nella regione. A tale confraternita appartenne il grande eroe della resistenza antitaliana, ‘Umār al-Mukhtar.
Quando nel 1951 – terminata l’occupazione anglo/francese che fece seguito alla sconfitta dell’Asse in Nordafrica - l’ex colonia italiana ottenne l’indipendenza, Gran Bretagna e Stati Uniti optarono per la costituzione di uno Stato monarchico e ne dettero il trono a Idris al-Sanussi, l’ultimo capo della confraternita, riparato in Egitto durante l’occupazione italiana.

Dalla monarchia alla dittatura
Indipendentemente dal prestigio della Sanusía, non si trattò di una scelta felice, in particolare perché era troppo smaccatamente targata “Cirenaica”, in un paese ancora poco “libico” e in cui il 68% della popolazione era in Tripolitania, e solo il 27% in Cirenaica. Inoltre durante il suo breve regno (1951-1969) Idris commise a sua volta l’errore di favorire in modo eccessivo la Cirenaica, in cui era ubicato il cuore della Sanussía. Ma lo stesso Re era consapevole dei rischi inerenti a tale favoritismo tant’è che nel 1967, a un alto ufficiale britannico che si impegnava a costituirgli il migliore esercito del mondo arabo rispose di no, poiché questo gli avrebbe assicurato la detronizzazione. Poi avvenuta nel 1969 proprio a opera dell’esercito.
Il golpe antimonarchico riuscì grazie agli ufficiali appartenenti alla tribù degli Uarfala, che aveva come “cliente” (per così dire) la povera tribù dei Khaddafa, di cui è membro il famigerato raís di Tripoli. Verso la fine degli anni ’90 i rapporti fra queste due tribù si alterarono notevolmente, e oggi il Consiglio rivoluzionario di Bengasi accusa Gheddafi di tenere come ostaggi esponenti dei Uarfala per assicurarsi che tale tribù non lo colpisca alle spalle.

Tripoli e Bengasi
Il contrasto fra Tripoli e Bengasi (il maggior centro della Cirenaica) ha costituito una costante della storia libica dall’indipendenza in poi, e contrasto vuole dire rancori. Infatti, a partire dal 1973 Gheddafi ha praticato una violenta politica anticirenaica, cercando di distruggerne la memoria storica sanusita. Libri, documenti e archivi della confraternita furono bruciati (terribile per la storia della cultura la distruzione di almeno 8.000 manoscritti contenuti nella Biblioteca Sanusita di Jarabub), e l’epurazione non lasciò indenni nemmeno le Universitá di Tripoli e Bengasi né la Biblioteca Nazionale.
La stessa venerazione per ‘Umar al-Mukhtar fu manipolata da Gheddafi, come risulta dal film Il leone del deserto voluto dallo stesso dittatatore libico (film che la censura ha negato al pubblico italiano per vilipendio delle gloriose Forze Armate nostrane). In un’opera storicamente abbastanza fedele colpiscono il silenzio più totale sull’appartenenza del Mukhtar alla Sanusía e alcuni falsi per mettere in cattiva luce la confraternita. E in più lo stesso Gheddafi presentatosi a Berluscioni ostentando sul petto la foto di ‘Umar al-Mukhtar, a luglio del 2000 ne aveva fatto distruggere il santuario a Bengasi per punire quella città che era stata teatro di agitazioni.
C’è quindi da chiedersi se l’adozione dell’antica bandiera della monarchia sanusita da parte dei ribelli cirenaici sia espressione di una rinnovata vocazione monarchica oppure di un intento egemonizzante, suscettibile di trasformarsi in separatismo.

Ombre sulle prospettive unitarie
La definizione di “Paese senza Stato” funziona non solo per la forte frammentazione tribale della società libica, o per la debolezza delle strutture statali dell’entità politico/istituzionale creata da Gheddafi, ma anche per la disunione fra Tripolitania e Cirenaica (dove esiste la maggior parte del petrolio libico). In questo contesto l’apertura di un’ambasciata di Francia a Bengasi e la decisione dell’ente petrolifero Agoco (con sede in quella città) di esportare petrolio per finanziare la rivolta possono costituire altrettante tappe centrifughe a cui altre se ne potrebbero aggiungere se la caduta della Tripolitania dovesse ulteriormente essere procrastinata, ovvero se al posto di Gheddafi si instaurasse un potere tripolitano sufficientemente forte.

Cosa sta combinando la Nato?
Qui non parliamo della mancata sconfitta di Gheddafi dopo più di 8.400 attacchi occidentali, bensì del fatto che nel 40% di essi – secondo quanto riferito da Rolando Segura, inviato del canale tv sudamericano Telesur - sarebbero state usate le famigerate bombe all’uranio impoverito, come in Iraq e nell’attacco alla Iugoslavia per appoggiare i Kossovari.
Se la cosa fosse vera, ancora una volta l’ipocrisia dell’imperialismo opererebbe a tutto campo in termini criminali. Infatti, l’intervento non era finalizzato alla difesa delle popolazioni civili? Ebbene, bombe e munizioni all’uranio impoverito sono armi i cui effetti colpiscono a lungo proprio le popolazioni civili. Esplodendo producono una temperatura di almeno 10.000 gradi centrigradi e liberano polveri radioattive notevolmente tossiche suscettibili di viaggiare per migliaia di chilometri, contaminando l’ambiente per milioni di anni (secondo gli esperti) e colpendo le popolazioni per generazioni e generazioni con cancro ai polmoni e alle ossa, lesioni all’apparato renale e a quello digestivo, malattie neurovegetative e malformazioni congenite.
Non esiste un trattato per la messa al bando di questo munizionamento,. Ma seppure esistesse gli Stati Uniti non lo sottoscriverebbero. Tuttavia, anche a prescindere da ciò, Carla dal Ponte (nota come Procuratore capo del Tribunale Penale per la ex Iugoslavia) giustamente sostenne che nella sostanza l’uso bellico dell’uranio impoverito configurava gli estremi del crimine di guerra. Purtroppo fa ancora parte dei sogni l’eventualità di assistere a una “Norimberga” per gli Usa.

Se cade o viene ucciso Gheddafi, godranno anche le banche estere
Al riguardo l’agenzia d’informazione portoghese Lusa ha interpellato esperti in flussi monetari, riciclaggi e occultamenti di capitali ottenendo risposte univoche per l’ipotesi di morte o incarceramento di Gheddafi: vale a dire che in questa ipotesi per il popolo libico si verificherebbe un “ammanco perfetto” stante l’impossibilità pratica di individuare e recuperare i fondi investiti da Gheddafi all’estero se non si mettono le mani sull’archivo finanziario del raís o, in alternativa, sul responsabile dei suoi investimenti, facendolo parlare; ma a condizione che egli sia a conoscenza della totalità delle operazioni effettuate e quindi dei loro singoli passaggi: cioè a dire, semprecché non abbia affidato a un apposito responsabile la parte esecutiva. Infatti, è stato fatto presente alla Lusa che gli investimenti libici sono stati effettuati su prodotti finanziari molto complessi a cui si uniscono successive e articolate operazioni di depistaggio.
Ciò vuole dire che se scompaiono l’investitore e il suo agente principale e controllore del processo – tanto più se le relative operazioni sono state effettuate in segreto – allora i soldi investiti restano senza padrone e a fruirne senza controlli di sorta saranno le banche depositarie.

Anche il dittatore yemenita se ne va; tuttavia ...
L’uscita di scena del Presidente ‘Alī ‘Abdallāh Salah, insieme al Primo Ministro e al Presidente del parlamento, non viene salutata serenamente e con gioia fuori dallo Yemen, per il semplice motivo che segna l’inizio di una pericolosa decomposizione armata di quel paese. In un articolo apparso sul quotidiano portoghese Público il 6 di giugno Ana Gomes Ferreira ha utilizzato una definizione sintetica ma precisa di quello che è da lunghissimo tempo lo Yemen: un insieme di «tribù con una bandiera». Il vero problema del paese sta qui. La monarchia prima, e le dittature repubblicane poi, hanno sì contribuito ad aumentarne la fragilità sociale ed economica e quindi l’instabilità ma, se le cause di questa situazione fossero tutte e solo lì, la caduta di Salah vorrebbe dire inizio di un processo risolutivo.
Ma così non sarà a motivo della riottosità delle tribù a vivere sotto una legge che non sia la loro. Intanto, nonostante la partenza di Salah, gli appelli al cessate il fuoco da parte del Presidente interinale ‘Adb-Rabbu Mansur Hadī non hanno avuto esito, e non si possono escludere – in prospettiva – né un golpe militare per cercare di salvare il salvabile, né lo scatenarsi di lotte per il potere in seno alle Forze Armate che, intrecciandosi con le rivolte tribali, finirebbero con la somalizzazione del paese. Sul quale incombe nitida l’ombra di al-Qaida.

I problemi politici yemeniti
Parlare di possibile somalizzazione del paese vuol dire esprimere un possibile risultato reale che i problemi politici yemeniti prefigurano, almeno a parità di situazione. Si tratta di problemi enormi e dotati di un potenziale distruttivo di rilievo: al sud (malamente unito al nord) il movimento separatista è in espansione; al nord infuria la rivolta sciita della tribù degli Huthi; al di fuori dalle città le tribù inglobano il 75% della popolazione, e sono egemonizzate (ma non unificate) da due potenti confederazioni, quella degli Hashid – capeggiata da Sadiq al-Ahmar, fratello del massimo esponente del partito islamista Islah, Hamid al-Ahmar, del quale sono note le ambizioni presidenziali - e quella dei Bakīl, finora entrambe sul fronte anti-Salah. Ma dopo? I Bakīl appoggeranno o combatteranno le aspirazioni di Hamid al-Ahmar?
Tutto questo, però, non completa il quadro: ci sono in campo i capi delle tribù che subiscono l’egemonia degli Hashid e dei Bakīl, e che vorranno accrescere il loro potere; i generali schieratisi con l’opposizione che ambiscono al posto lasciato vacante di Salah; i partiti politici (ma essenzialmente urbani); e per finire le velleità del primogenito di Salah, rimasto appositamente in Yemen per cercare di incidere sulla transizione in senso “continuista”.
Come si vede, la “carne al fuoco” è tanta, come pure il rischio che si bruci tutto.

lunedì 6 giugno 2011

IUGOSLAVIA GIUGNO 1991: PER NON DIMENTICARE I DEMONI DELLA DISTRUZIONE, di Pier Francesco Zarcone


Interrogativi irrisolti
Il 25 giugno di quest’anno ricorre il 20° anniversario dell’inizio del processo bellico che ha definitivamente disintegrato la Iugoslavia producendo atroci drammi umani e un enorme disastro politico/economico. In apparenza fu il trionfo del più autistico e brutale nazionalismo etnico/religioso; tuttavia – come spesso e volentieri accade nei Balcani - scavando scavando le cose si rivelano ben più complesse e si scopre che ogni apparenza va a occultare qualcosa di segno opposto. Si è parlato di lotta etnica e di lotta religiosa, attribuendo a ciascuna di esse una valenza vuoi qualificante vuoi causale. Tutto sommato non pare che si sia molto riflettuto sull’eventualità del loro carattere strumentale o – come si sarebbe detto un tempo – sovrastrutturale.
Attribuire certi fenomeni (apparentemente decisivi) alla sfera della sovrastruttura non implica alcun giudizio di valore riduttivo, bensì un risultato interpretativo che si conferma tanto più valido quando si parla di guerre. I conflitti armati presentano sempre cause e finalità strutturali di natura economica, ma è di tutta evidenza che i loro promotori devono prima indovinare la giusta “formula politica” (nazionale, religiosa, etnica ecc.) per mobilitare il necessario numero di persone disposte ad ammazzare (a parte i delinquenti attuali o potenziali)e a farsi ammazzare.
Certo, concentrare tutta l’attenzione sulla sovrastruttura è spesso politicamente comodo per molti, tra cui i mass-media della società dello spettacolo, agevolando poi il teatrino della demonizzazione di talune parti in causa o di tutte (magari accomunandole con l’etichetta della barbarie slava congenita, come infatti è accaduto per la Iugoslavia). Questa “comodità” produce sempre l’effetto di occultare la reale natura degli accadimenti, riducendo la storia dei conflitti ai fatti bellici invece di analisi e comprensione dei “perché dei perché”.
All’inizio dei noti eventi dissolutivi della Iugoslavia, credere alle interpretazioni sovrastrutturali poteva sembrare ovvio per la mancanza di adeguati strumenti interpretativi e per il contestuale bombardamento mediatico, tanto diffuso e assordante quanto superficiale. Ma poi si è potuto verificare che determinati eventi politico/militari non erano spiegabili con le interpretazioni fornite, quando non erano addirittura in contraddizione. Per esempio, riguardo allo scenario croato/bosniaco, la tesi della volontà di Slobodan Milošević, Radovan Karadžić e loro sostenitori, di annientare i musulmani locali non quadra con l’irrazionalità militare del lungo assedio a Sarajevo, essendo chiaro fin dall’inizio che il fattore tempo non giocava a favore degli assedianti, mentre costoro con un’azione più decisa e rapida avrebbero potuto conquistare la città a motivo della scarsità di armamento degli assediati. La predetta tesi nemmeno spiega perché, nonostante la propaganda sulla “grande Serbia”, Belgrado abbia lasciato che i Serbi della Krajina siano stati rapidamente spazzati via da una riconquista croata che non incontrò resistenza militare alcuna né interventi dell’esercito serbo o dei bosniaci di Ratko Mladić. Neppure trova spiegazioni comemai la conquistabilissima Dubrovnik non sia mai stata obiettivo di una seria offensiva serba. Pure “misteriosa” può apparire, con tutto il ruolo che si è dato all’odio religioso, l’alleanza realizzatasi fra i Serbo-bosniaci di Mladić e i musulmani raccoltisi attorno a Fikret Abdić. Per non parlare, infine, dell’improvviso abbandono a se stessi dei Serbo-bosniaci di Pale da parte di Belgrado.
Apparentemente solo la Croazia di Franjo Tudjman ha realizzato i suoi obiettivi nazionalisti, ma non tanto grazie al suo esercito, quanto grazie all’appoggio vaticano, tedesco e poi statunitense. E allora? Qui salta tutto un paradigma consolidato e compare il problema inerente “a cosa mirassero”, con i vari pezzi collocati e mossi sulla scacchiera iugoslava, le dirigenze serba e croata. Erano progetti nazionalistico/religiosi? O si trattava d’altro?

Il mito dei conflitti etnici
A noi sembra che di conflitti interetnici veri e propri non si possa parlare, se non al di fuori del semplificazionismo ufficiale iugoslavo che faceva automaticamente “croati” i cattolici, “serbi” gli ortodossi e “musulmani” i bosniaci musulmani. Al di fuori di ciò non vi è traccia di reali differenze etniche e linguistiche. Vi è poi da dire che a movimentare quasi un decennio di massacri non può essere stato solo il fattore religioso (che comunque un ruolo ha giocato). Si deve cercare qualcos’altro; un “altro” magari assai meno confessabile e – ahimé – trasversale alle fazioni (cioè comune ad esse), con tanti saluti agli idealisti che vengono attratti dalle mitologie politiche come le mosche dal miele.
Parlare dell’individuazione di questo “altro” implica un omaggio al lavoro di un giornalista vero e serio, Paolo Rumiz, del Piccolo di Trieste, le cui ricerche e approfondimenti hanno dato vita a una delle poche voci coraggiose in nome della verità, in contrasto con le interpretazioni correnti. Egli è riuscito infatti a dimostrare che dietro l’orchestrazione di un conflitto apparentemente etnico/religioso hanno operato concreti interessi non-geopolitici, ma criminali e di rapina funzionali all’ascesa al potere economico e politico di determinati gruppi d’interesse operanti in tutte le fazioni coinvolte.
Nel rimettere le cose a posto è indispensabile collegare eventi e interessi specifici delle classi dirigenti regionali di una Federazione ormai morta ancor prima della catastrofe. Indiscusso – ma non esplicativo della totalità di quanto è poi accaduto – risulta il ruolo di detonatore della dirigenza serba al potere potentemente aiutata da intellettuali (anche ex comunisti) diventati bardi nazionali; detonatore per lo scoppio di nazionalismi interni già in espansione, che avevano ripreso vigore riportando a contrapposizioni tipiche del periodo anteriore alla Seconda guerra mondiale. Facciamo un passo indietro indispensabile per capire.

Alla fine della guerra
Dopo il 1945 i partigiani vittoriosi diretti da Tito dovettero affrontare l’arduo compito di ricostruire un paese devastato e altresì di farlo in termini diversi da quelli che avevano modellato la Iugoslavia monarchica, la cui disgregazione con l’invasione tedesca era culminata nei terribili massacri di serbi a opera di catto-fascisti croati, musulmani bosniaci e albanesi kossovari, e poi nei contro-massacri di musulmani da parte dei cetnici serbi monarchici. La nuova Iugoslavia venne ricostruita nell’intento di superare i nazionalismi e gli egoismi locali, e non a caso l’epopea partigiana (dal ’41 al ’45) fu depurata da connotazioni regionali e sulla tragedia dei serbi fu fatta scendere un’ufficiale cortina d’oblio, per quanto nessuna famiglia serba fosse rimasta esente dai lutti. Pur tuttavia, in una fase in cui l’obiettivo primario era la costruzione del “socialismo” (cioè un regime burocratico stalinista analogo a quello dell’Urss, con alcune specificità balcaniche), irrisolta restava l’originaria storica contrapposizione fra Croati e Serbi, che la storia e la geografia hanno attestato sulle linee di confine tra i mondi culturali cattolico/asburgico e bizantino/ottomano, col risultato di porre in secondo o terzo piano la comune matrice slava.
L’intento titino di eliminare o ridurre almeno gli attriti interni nazionalistici risulta dalla ripartizione del territorio iugoslavo tra le repubbliche della federazione: nella Croazia furono inseriti territori a maggioranza serba, e nell’Erzegovina zone a maggioranza croata. Vale a dire, nel nuovo Stato non si era voluto lasciare spazio né per la “grande Serbia” né per la “grande Croazia”. Ovviamente la dirigenza titina più volte dovette fare fronte a divaricazioni fra serbi e croati, e uno dei momenti più delicati si ebbe nel 1966 con la destituzione del potente Alexandar Ranković, serbo e ministro dell’Interno. La marea umana che nel 1983 accorse a Belgrado per i suoi funerali avrebbe dovuto far capire che le tessere di quel mosaico balcanico potevano restare al loro posto solo fino a che avesse tenuto un collant supernazionale. Ma questa condizione di base stava perdendo la sua forza.

La rinascita dei nazionalismi
A quest’ultimo proposito va ricordato che negli anni ’80 era già avvenuta la rinascita dei nazionalismi nella Federazione iugoslava ed erano ricorrenti le contestazioni riguardo alle scelte del governo centrale (il presunto “socialismo iugoslavo”) e allo stesso ruolo svolto da Tito. Una particolare virulenza manifestava il nazionalismo serbo, per cui nessuno si stupì quando nel 1986 il quotidiano di Belgrado Večernje Novosti pubblicò degli estratti del Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze redatto da un gruppo di intellettuali capeggiati dall.o scrittore Dobrica Ćosić: si trattava di un vero e proprio atto di accusa contro il regime comunista e contro Tito (peraltro di origine croata), accusandolo di attività antiserba e addirittura di avere progettato l’eliminazione dei serbi dal Kóssovo, cioè la culla storica del popolo serbo, e luogo di svolgimento della battaglia di Kóssovo Polje contro gli ottomani. Fu un testo incendiario per i suoi effetti antiunitari, e moltissimi autorevoli esponenti serbi rifiutarono di allinearvisi, tranne Slobodan Milošević, che di lì a poco si sarebbe mosso proprio secondo le linee contenute nel Memorandum.
La Slovenia fu la prima repubblica a staccarsi dalla Federazione, per motivi basati sull’egoismo economico. Questa secessione però non trovò per nulla ostile la Serbia, non interessando quella regione a Milošević e ai suoi, come dimostrò il veto serbo del 30 giugno 1991 all’invasione della Slovenia da parte dell’allora Yugoslovenska Narodna Armjia (l’esercito federale). Fece poi seguito la Croazia, e l’esercito federale – umiliato in Slovenia – si trovò a dover fare causa comune con la Serbia: da qui il precipitare degli eventi. Questo “precipitare”, tuttavia, avvenne sotto stretto controllo dei burattinai di Belgrado e Zagabria. I fatti a sostegno di quanto detto non mancano.
Caduta Vukovar nelle mani dei soldati federali, il loro comandante, generale Panić, avrebbe potuto occupare senza alcun problema anche la città di Osijek, ma fu fermato da Milošević. Tudjman dal canto suo poco e nulla fece per Vukovar, preferendo invece aprire un nuovo fronte nella bosniaca Mostar contro i musulmani.
Successivamente, per l’offensiva volta a riconquistare la Krajina di Knin, le truppe croate ricevettero rifornimenti da parte dei serbo-bosniaci di Karadžić, rimasti inerti mentre da quella zona fuggivano più di 200.000 serbi. Nemmeno le famigerate “Tigri” di Arkan si mossero. La contropartita stava nel mantenimento del controllo serbo sulla maggior parte della Bosnia e infatti i croati non hanno mai attaccato il corridoio di Brčko, che collega le due parti della Bosnia serba, anche se tagliarlo era un obiettivo realizzabile senza grossi problemi militari. Ulteriore segno della gratitudine di Tudjman si ha nel fatto che le sue truppe hanno consentito la fuga dei profughi serbi verso la Bosnia mentre massacrarli sarebbe stato uno scherzo: difatti, a Pale, Karadžić e Mladić avevano un vitale bisogno di incrementare in Bosnia popolazione serba e combattenti. In contropartita essi non hanno mai disturbarto le mire croate sull’Erzegovina. Spesso i croati hanno ricevuto rifornimenti di gasolio dai serbo-bosniaci; e questi ultimi non hanno avuto pregiudizi antislamici che impedissero loro di vendere al sindaco musulmano di Mostar obici e munizioni, come pure a fornire appoggio tattico di artiglieria contro l’attacco croato.

Il conflitto tra le classi
Varie cose invece si chiariscono col prendere in considerazione gli aspetti in un certo senso di tipo “classista” presenti nel conflitto. Nessuna lotta di classe rivoluzionaria, si badi bene, semmai lotta di classe per rapine individuali e di gruppo, nell’interesse politico-economico delle cricche al potere a Belgrado e Zagabria (ma anche a Sarajevo), e per la loro stabilità. A questo proposito è stato fondamentale il contributo analitico di Rumiz nell’individuazione dei soggetti sociali attivi e della loro prassi bellica.
Nel merito va rimarcato il conflitto geo-socioeconomico-culturale fra montanari e valligiani (e/o cittadini urbani), spesso entrambi appartenenti allo stesso gruppo cosiddetto etnico; come è accaduto a Sarajevo, dove i serbi della città si sono opposti anche con le armi ai serbi assedianti, per lo più montanari. Nelle città a questo conflitto si è affiancato quello fra gli abitanti di vecchia data (gli starosedoci) e gli inurbati di recente, venuti da altre zone più povere (i došliaci), che non si erano affatto integrati fra di loro, anzi. In particolare montanari e neoinurbati si caratterizzavano per un’accentuata chiusura “tribalistica” e per un astio arcaico – a volte diventato odio – verso valligiani e cittadini. Al che viene da interrogarsi su cosa sia stato fatto nei 35 anni precedenti per favorire nel paese la formazione massiva di una comun e coscienza socialista e per combattere le chiusure culturali e sociali tradizionali.
A un’attenta analisi della prassi bellica risulta che nella ex Iugoslavia la “pulizia etnica” è stata in realtà la copertura per una vasta “pulizia sociale” nel corso della quale montanari e neoinurbati hanno effettuato una loro “accumulazione primitiva” criminale, con la conseguenza di far scomparire dalla scena sociale ceti medi poco propensi a fungere da massa di manovra per gli interessi delle dirigenze di Croazia e Serbia. Non si tratta di una novità storica, perché a ben vedere un’ccumulazione primitiva del genere fu fatta in Anatolia durante la Grande guerra con il massacro degli Armeni, e negli anni successivi a questo conflitto con l’espulsione dei Greci: lì e all’epoca si trattava di fare nascere una borghesia turca che prendesse il posto che, nell’Impero ottomano, avevano tenuto le borghesie armena e greca.
In concreto è stata frantumata e dispersa tutta una possibile classe dirigente alternativa; certo non avanguardia di una rivoluzione sociale, ma comunque alternativa alle esistenti nomenklature boiarde (a suo tempo definite la “nuova classe” da Milovan Đilas). Si è quindi concretizzato un vasto fenomeno di espulsione di ceti produttivi e intellettuali serbi a opera di serbi, e croati a opera di croati, se refrattari alla mobilitazione attorno al “duce” locale (Tudjman o Milošević). Per contro è sorto un nuovo ceto emergente arricchitosi d’improvviso e in modo enorme. Nuovi ricchi divenuti tali grazie a rapine, espropri illegali e omicidi entro il gruppo di origine e al di fuori. Da qui anche il proliferare delle mafie impegnate a realizzare profitti ultramiliardari col traffico di armi, combustibili e materiali vari anche con gruppi armati, teoricamente nemici a oltranza. Si pensi alla mafia croato-erzegovinese, o alla mafia serba arricchitasi con gli aiuti agli assediati di Sarajevo. Si pensi che il lungo e inconcludente assedio serbo a Dubrovnik è stato preziosissimo per l’entourage di Tudjman: infatti in quel periodo, crollato il turismo, si ebbe un ovvio crollo del locale prezzo degli immobili, in seguito comprati a quattro soldi dai finanziatori della campagna elettorale dello stesso Tudjman.
Ecco perché riesce difficile dare torto a Rumiz quando – dopo un’ampia visione del declino morale in cui erano cadute le dirigenze (regionali e nazionali) della Iugoslavia ancora ufficialmente “comunista” – ha definito la guerra, dal ’91 in poi, il prolungamento di una precedente tangentopoli diffusa; cioè la parte integrante di una vasta operazione gattopardesca - ma criminale in sé e nei metodi - per un radicale cambiamento affinché nulla cambiasse negli assetti di potere. I dati a suffragio ci sono, perché dopo l’enorme arricchimento per rapina degli anni ’80, dal ‘90 in poi le nomenklature iugoslave si erano arricchite in modo spropositato grazie a un clima idoneo ad attribuire copertura patriotica al crimine economico-finanziario.

Senza vincitori o vinti
Alla fine del discorso di vincitori non è che se ne vedano molti, a parte le cricche locali che non hanno più problemi da parte delle cricche di altre repubbliche. I musulmani bosniaci sono i più disastrati, dopo aver dovuto combattere contro serbi e croati; il loro Stato è ora forzatamente federato (dagli accordi di Dayton del 1985) con i nemici di ieri (ma anche di oggi e probabilmente di domani) ed essi usciranno dall’arretratezza solo con un intervento divino. La Serbia ha visto crollare il suo sogno di unità fra i Serbi, è parzialmente isolata e la sua sola consolazione sta nel fatto che le varie ondate di profughi dalla Croazia, dalla Bosnia e poi dal Kóssovo, l’hanno meglio compattata in termini di omogeneità della popolazione. Ma al momento non ha un ruolo politico di rilievo nell’area.
Le forze armate iugoslave non ci sono più, ma il loro insieme è sfuggito a processi di ridimensionamento altrimenti inevitabili: semplicemente si sono divise fra i nuovi Stati indipendenti, ma senza che nessun settore abbia perso alcunché in termini di risorse e carriere. Per la gioia spirituale del Vaticano, ed economica della Germania, a vincere è stata la “grande Croazia” che si è in concreto realizzata con l’espulsione dei serbi dal suo territorio e per il fatto che la repubblica croata della cosiddetta Federazione bosniaca è un fantoccio nelle mani di Zagabria.
Resta però il fatto che a perdere è stata l’intera parte slava meridonale dei Balcani, in quanto dopo tanto sangue versato ora esiste una pleiade di Stati mafiosi, a cui di recente si è aggiunto il Kóssovo dell’Uck,e dalla Iugoslavia si è passati alla frantumazione in tanti micromercati dalle ben scarse prospettive autonome. Comunque il futuro è sempre pieno di incognite e nei Balcani, oltre che per i paesi stranieri intervenuti nel conflitto iugoslavo, c’è sempre spazio per i giochi di altre potenze, fra cui oggi Russia e Turchia.
Fra le molte amarezze c’è, non da ultima, anche quella derivante dall’assenza di significative difese di qualsivoglia opzione socialista nel corso del conflitto. Poco é durato il sogno incarnato da Tito, e ancora manca una seria analisi valutativa di quanto sia stato fatto e non sia stato fatto per dargli reale consistenza. Al riguardo il mero buon senso porta a dire – nulla nascendo dal nulla – che quando i progetti di costruzione di un mondo nuovo crollano malamente, e torna nella sua forma peggiore il passato come se nulla fosse poi accaduto, allora dev’esserci una qualche corrispondenza fra il cattivo – o addirittura inesistente - raccolto finale e la semina prima effettuata.


RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)