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mercoledì 19 gennaio 2011

IL BILANCIO DEL REFERENDUM, di Matteo Frigerio

È altamente opportuno riflettere su quanto è successo il 13 e il 14 gennaio allo stabilimento Fiat di Mirafiori. Il risultato finale, la vittoria del Sì all'accordo imposto da Marchionne, e le frasi altisonanti dei dirigenti dei "sindacati" firmatari, di Fiat, di Confindustria e del Governo, non devono trarre in inganno: l'analisi dei fatti non può prescindere dai dati reali che emergono dalle urne e dal clima particolare in cui si è svolta la votazione.
I voti ottenuti dal Sì sono stati il 54,7%, sensibilmente meno dei "consensi" che la Fiat ha ottenuto al referendum analogo tenuto qualche mese fa nello stabilimento di Pomigliano. A Mirafori circa il 50% dei dipendenti non ha tessere sindacali e la Fiom-Cgil valeva alle ultime elezioni della rappresentanza sindacale circa il 20-25% dei voti. Nonostante questo, la maggioranza degli operai era contraria all'accordo! Al riequilibrio dei conti hanno pensato i "colletti bianchi", gli impiegati della Fiat che non lavorano in catena di montaggio. Questo nonostante la forte pressione cui erano sottoposti tutti i dipendenti, con la prospettiva di vedersi licenziati, in una situazione in cui il mercato del lavoro è praticamente inesistente, con pochissime voci a sostegno della loro posizione. Se non ci fosse stato il diktat di Marchionne, l'accordo non sarebbe passato all'esame dei lavoratori, e probabilmente non sarebbe passato nemmeno se ci fosse stata una direzione politica seria da parte della principale forza di opposizione al governo di Berlusconi, il Partito Democratico, che si è tenuto in una posizione altamente centrista, come d'altra parte aveva fatto in un primo momento anche la Cgil. La Fiom si è ritrovata da sola (o quasi) contro il muro di Marchionne e dei "riformisti contro il conservatorismo degli operai ideologizzati". Con buona pace di quella parte dell'elettorato del Pd, che nella sua maggioranza si sente ancora "di sinistra.
Ancora una volta è chiaro che senza una direzione politica adeguata (o comunque un sostegno adeguato se non una direzione), solo una parte degli operai è in grado di andare sino in fondo nel tentativo di mettere un freno al capitalismo finanziario più becero. Ciò di cui si sente più la mancanza (a un livello politico "mainstream" per così dire) è però una visione, un progetto per la società, per il Paese che sia alternativo al neoliberismo della globalizzazione finanziaria, cioè al capitalismo dei nostri giorni.
La sinistra dovrebbe lanciare l'alternativa a questo regime che incarna in Italia i meccanismi della globalizzazione finanziaria e che ormai regna incontrastata da più di due decenni.
Tornando nello specifico dell'accordo di Mirafiori, non bisogna dimenticarsi che questo accordo è seguito a quello di Pomigliano (e alla chiusura de facto di Termini Imerese, nonostante gli accordi presi escludessero questa possibilità). La dirigenza Fiat e i dirigenti "sindacali" firmatari avevano detto che l'accordo di Pomigliano era un caso speciale, dovuto alle particolari condizioni di Pomigliano (assenteismo ecc.). La Fiom, oltre ad essere contraria all'accordo nello specifico, aveva avvertito che una simile situazione si sarebbe potuta ripetere in futuro. Ciò che è successo è ormai storia, il buon risultato dei No al referendum è senza dubbio dovuto in parte anche alla giusta lettura che la Fiom ha fornito della situazione.
La vicenda dimostra che gli operai allo stremo capiscono che ormai non possono più vivere con le sempre meno briciole che i finanzieri e gli speculatori lasciano cadere loro a terra. Negli stessi sindacati firmatari si nota uno scollamento tra la dirigenza (che elogia l'accordo "che crea le relazioni sindacali del futuro") e i militanti di base, che capiscono che l'accordo è regressivo per i lavoratori (è addirittura prevista nell'accordo la possibilità di turni di 10 ore, a più di un secolo dalla conquista delle 8 ore da parte del movimento operaio di vari paesi!); “fascista” nella misura in cui in cui distrugge all'interno della fabbrica le organizzazioni operaie che dissentono; ricattatorio, visto che costringe i lavoratori ad accettarlo (votando sì) per salvaguardare il posto di lavoro, pagare il mutuo, poter dar da mangiare alle proprie famiglie in un momento di crisi drammatico: in questo contesto molti (anche se poi non così molti come ci si sarebbe potuto aspettare) hanno ceduto al diktat di Marchionne. Questi operai sperano che la Fiat sia in grado di presentare un piano di rilancio adeguato per lo stabilimento (dopo un anno sicuro di cassa integrazione straordinaria pagata da tutti noi, altro che i vanti di Marchionne per cui la FIAT non gode di sostegno pubblico): ho paura che questa speranza si tramuti in una drammatica illusione.
Dobbiamo perciò salutare il voto di protesta dei lavoratori come la prima bella sorpresa politica del 2011 e come uno dei due fatti politico-sociali più rilevanti dell'ultimo periodo. L'altro è sicuramente il movimento studentesco, che peraltro ha già dichiarato che sosterrà gli operai, la Fiom e la loro lotta, scioperando con loro a fine gennaio. Pur nei loro limiti "spontaneistici" bisogna riconoscere un primo piccolo ri-sollevamento sociale dopo anni di evidente riflusso di tutti i movimenti sociali. Questi due movimenti se proveranno a mantenere quanto dicono, si vedranno costretti a lottare per un ideale di società alternativo a quello della globalizzazione capitalistica. Si dovranno scontrare, quindi, con l'impossibilità di raggiungere dei risultati concreti e duraturi nel quadro dello Stato borghese italiano. Ma ancora una volta, per impedire che il movimento si dissolva, le vere forze rivoluzionarie dovranno essere pronte a proporre la loro visione socialista del mondo, sperimentando ogni possibile metodo per attrarre gli elementi più coscienti alla causa del progresso e della libertà per l'umanità intera.

  

LA BREVE ESTATE DEI FORCHETTONI ROSSI, di Dino Erba

[Recensione de I Forchettoni rossi, Quaderni di Utopia Rossa, Massari editore]

LETTURE DI CLASSE

ROBERTO MASSARI (a cura di), I Forchettoni rossi, testi di Massimo Bontempelli, Michele Nobile, Marino Badiale, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Massari editore, Bolsena 2006.

Il Partito della Rifondazione Comunista, nato in opposizione alla svolta liberista e filoatlantica del Partito Comunista Italiano (Bolognina, 1989), in un breve volger di tempo, ne ha replicato la parabola, traendone pochi vantaggi (tutti per i dirigenti) e molti danni (tutti per i militanti).
L’approdo capitalistico del PCI fu lungo e travagliato. Fu un viaggio che, iniziato nel 1926, al congresso di Lione, raggiunse la meta nei primi anni ‘90, quando, nei frangenti di Tangentopoli, gli eredi del partito «di lotta e di governo» abbandonarono la lotta e divennero partito «di governo», sposando in toto le ragioni del capitalismo: coprirono la DC, sommersa dagli scandali (in primis il grande privatizzatore Prodi), si legarono ad alcune grandi banche, sostennero le privatizzazioni, aderirono alla NATO e bombardarono i Serbi.
Fu un essenziale salto di qualità, che pochi colsero in tutta la sua importanza, anche perché, da anni, il PCI aveva abbandonato ogni velleità rivoluzionaria, se mai ne ebbe; dagli anni ‘70, l’opinione pubblica considerava il PCI un partito riformista di stampo socialdemocratico; le uniche riserve riguardavano i suoi legami con Mosca, che si troncarono negli anni ‘80. Come altri partiti operai, il PCI aveva dato vita a una solida struttura economica, basata soprattutto sulle cooperative; un «modello» che, pur non essendo antagonista, si configurava come alternativo al dominante sistema capitalistico, alimentando molte illusioni su una gestione diversa dell’economia. Ma alimentava soprattutto quel solido ceto di funzionari, decritto all’inizio del Novecento, da Robert Michels, che ha impresso l’impronta riformista ai partiti socialisti.
Nel corso degli anni ‘90 avvenne il salto di qualità, che portò gli ex PCI alla piena fusione/assimilazione con il capitale, sfilacciando gli ormai tenui legami con la classe operaia e con i lavoratori in genere. In seno al capitale, i PDS-PD sono divenuti un ceto politico (una «casta», secondo l’attuale lessico politologico), che si autoriproduce, secondo logiche puramente amministrative, o meglio di potere, nella gestione della cosa pubblica, senza dar spazio ad alcuna prospettiva di riforme, se non a quelle volute dal capitale, che l’esperienza ci mostra essere delle controriforme. Non per nulla, per questo ceto politico, l’obiettivo primario è la conquista e il mantenimento del seggio in Parlamento, fonte di vantaggi, in termini di quattrini, carriera e affari.
Consequenziale all’evoluzione dei PDS-PD, è stata la rapida metamorfosi del PRC, che gli autori de I Forchettoni rossi descrivono con grande puntiglio. Essi ripercorrono le acrobazie ideologiche, e le vere e proprie menzogne, grazie alle quali, alle soglie del nuovo millennio (vedi il Comitato Politico Nazionale del 3-4 luglio 1999), il PRC ha via via accettato TUTTO il programma dell’Unione (privatizzazioni, missioni militari, concessioni alla Chiesa ecc.), ha partecipato al governo Prodi e infine ha votato i crediti per la guerra contro l’Afghanistan (19 luglio 2006). Secondo gli autori, tutte queste scelte, per lo meno contraddittorie, hanno la loro spiegazione nella rete di interessi che avvolge il gruppo dirigente del PRC, o meglio il gruppo parlamentare; il bandolo della matassa sta nei vantaggi, di natura squisitamente borghese, offerti dal seggio, che ha fatto degli occupanti una «sottocasta», subalterna a quelle più stagionate, di PD e PDL, e relative appendici. «Sottocasta» anche perché, a differenza di PD e PDL (inseriti appieno nella logica del capitale), i «forchettoni rossi» dovettero mantenere un margine di ambiguità, che gli consentisse di ingabbiare le spinte sociali antagoniste, nelle fabbriche e nelle piazze. Tuttavia, questa operazione di contenimento avrebbe presto mostrato la corda; le prime avvisaglie si ebbero in occasione della manifestazione contro la guerra del 9 giugno 2007, che vide fallire miseramente l’azione diversiva del PRC, per smorzarne i toni antigovernativi.

domenica 2 gennaio 2011

AUTOAUGURIO, di Alessandro Gigli

Mi auguro di avere la forza di continuare ad essere ciò che sono
e di dire le mie cose a tutti e con la stessa fermezza ideologica.
Mi auguro di piacere ancora ai miei studenti e così poco ai colleghi,
affatto ai presidi.
Mi auguro di aver voglia di leggere e rileggere i testi introvabili
di Vaneigem, Illich e Stirner, per poi farci i conti dopo esser stato
raso al suolo nelle poche certezze che ho.
Mi auguro la salute per tutti coloro che ho a cuore, momenti di gioia
e risate, attività fisica e amore per la mia compagna insostituibile.
Auguro lunga vita alla mia cagnolina
e tutti coloro che non sono affatto moderati
e che non si rassegnano a una vita da sconfitti e subordinati.
Mi auguro di rimanere profondamente pessimista
ma ironico e autoironico,
così da salvarmi la vita col sorriso sulle labbra .
Mi auguro di aver voglia ancora di scrivere
e scrivervi anche se non sono mai pubblicato,
perchè ho bisogno di dire agli altri ciò che penso,
senza autocensure.
Vi auguro un 2011 con più coraggio,
più radicalità e più indagini profonde.

Alessandro Gigli Jesi (AN)