CONTENUTI DEL BLOG

lunedì 6 dicembre 2010

GUY DEBORD, di Pino Bertelli

GUY DEBORD, SON ART ET SON TEMPS (1994)
di Guy Debord, realizzato da Brigitte Cornand

I. IL FILM/TESTAMENTO DI GUY DEBORD
“Perciò io vorrei soltanto vivere pur essendo poeta,
perchè la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi. Gettare il mio corpo nella lotta…
Solo la rivoluzione salva il passato”.
Pier Paolo Pasolini

Il testamento spirituale, etico, poetico di Guy-E. Debord (non solo nel cinema) è GUY DEBORD, SON ART ET SON TEMPS, realizzato con Brigitte Cornand nel 1994, ma dietro sua richiesta scritta, sarà mandato in onda da Canal+ il 9 gennaio 1995, insieme a LA SOCIÉTÉ DU SPETTACLE e RÉFUTATION DE TOUS LES JUGEMENTS, TANT ÉLOGIEUX QU’HOSTILES, QUI OM ÉTÉ JUSQU’ICI PORTÉS SURE LE FILM LA SOCIÉTÉ DU SPETTACLE… nel frattempo Debord si era sparato un colpo al cuore.
Le opere cinematografiche di Guy-E. Debord praticano e allargano la critica radicale della civiltà dello spettacolo. L’utopia situazionista disseminata in questi film s’incentra su una poetica del fuoco e sulle tentazioni di appiccarlo a tutti i Palazzi d’Inverno. È l’utopia che guida le passioni e moltiplica i contrasti e i sogni, spezza destini e annuncia nuove epifanie dell’anima. Dove la merce ha seminato la sua seduzione non spunta più che la sua tirannia. I falsi bisogni si sostituiscono all’autenticità dei desideri e la psicologia individuale, la ripetizione dei comportamenti, la seduzione dei corpi in disfatta, prende forma nella filosofia balorda dei grandi magazzini. “Un umanesimo astratto ha sparso ai quattro venti i diritti della libertà e della dignità e coloro che li raccolgono non sono soltanto privati del loro uso, ma vedono per di più impoverirsi una sopravvivenza che, per quanto insufficiente, era almeno necessaria al superamento e al compimento di una vita fondata sull’emancipazione dei desideri.
La sola libertà effettiva è quella che la merce si attribuisce, di scambiarsi con se stessa e di non aver altro uso. Il futuro così immaginato si lacera tra la volontà di vivere e la potenza del denaro che ne fa la parodia e la nega assolutamente” (Raoul Vaneigem). Tutto vero. Gli arrivisti della fatalità e della chiacchera da portinai sono all’origine di tutte le persecuzioni della storia. Chi si schiera con i palafranieri del proprio tempo, seppellisce il proprio genio nel letame. “Tremare è facile, ma saper dirigere il proprio tremito è un’arte: da qui derivano tutte le ribellioni” (E.M. Cioran). Chi non ha mai conosciuto la barbarie di un confine, non possiederà mai la saggezza dell’esilio.

Pino Bertelli

Leggere il testo completo in PDF

lunedì 29 novembre 2010

HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA IN UTOPIA ROSSA, di Roberto Massari

 IN  ITALIANO
Cari compagni e care compagne,
posso finalmente darvi la conferma definitiva di una notizia che covava sotto la cenere.
Qualche settimana fa, con una lunga lettera, avevo chiesto a Humberto Vázquez Viaña di entrare a far parte del progetto di Utopia rossa sulla base dei sei punti etico-politici che abbiamo assunto come base comune e internazionale. Humberto ha risposto affermativamente, dicendo che considera "un onore" far parte della nostra iniziativa e del comitato di redazione di Utopia rossa (Ricordiamo che non esiste una struttura organizzativa vera e propria alla quale aderire, perché Utopia rossa non è un gruppo, ma un'associazione politica libera e libertaria).
Il suo nome è stato inserito nel blog e io gli ho già risposto che l'onore è tutto nostro.
Ricordo, per chi sia troppo giovane per saperlo, che Humberto ha fatto parte della guerriglia del Che in Bolivia (rete urbana, insieme a Loyola e Saldaña); che è ormai uno dei pochi guerriglieri sopravvissuti di quella vicenda; che di lui parla il Diario del Che alla giornata del primo gennaio 1967 (e non di Humberto Rhea, come si era creduto erroneamente); che fu lui ad accompagnare Tania fino alla guerriglia; che suo fratello Jorge ("El Loro") fu uno dei guerriglieri più celebri del gruppo boliviano; che per anni, benché profugo, Humberto si è battuto per la ricerca della verità su quella ed altre vicende delle guerriglie latinoamericane senza farsi intimidire da nessun governo o partito; che le sue ricerche sono raccolte in un primo volume (altri seguiranno) che ho pubblicato anche in italiano; che Humberto è ormai considerato il massimo studioso boliviano del Che, a fianco del carissimo Carlos Soria Galvarro.
Aggiungo che Humberto è diventato quasi cieco, ma continua a leggere e scrivere grazie a delle moderne attrezzature che gli ha fornito il governo svedese. Anche in questo è un esempio di coraggio e tenacia per tutti coloro che gli occhi ce li hanno ancora, ma non vedono al di là di un palmo del loro naso.
Dire che per Utopia rossa la notizia è fonte di gioia, è dire poco. In realtà stiamo avendo un'altra significativa conferma del fatto che la metodologia e l'onestà che stiamo utilizzando per raccogliere unitariamente le poche energie rivoluzionarie sopravvissute agli scempi di questi ultimi decenni, non hanno solo una forte rilevanza teorica (vedi i libri da noi fin qui pubblicati), ma possono conseguire anche dei risultati pratici: modesti quanto si vuole, ma concreti e di qualità.
Fuori da opportunismi elettoralistici, fuori da narcisismi individualistici, fuori da meccanismi gruppettari personalistici, fuori da disturbi della personalità mascherati come militanza politica (in realtà psicopatologia politica), stiamo riuscendo a mettere e a tenere insieme energie vitali di diversa matrice ideologica e di diversa esperienza storica: marxisti, marxisti libertari, femministe, anarcocomunisti, anarcosituazionisti, guevaristi, trotskisti, credenti rivoluzionari, atei anticlericali e via di seguito, costituendo uno spettro ideologico che speriamo diventi sempre più ampio, all'altezza delle sfide che ci lancia lo sviluppo del capitalismo contemporaneo, al momento più che vincente sull'intera faccia terrestre.
La presenza di un membro della guerriglia boliviana è per noi un simbolo di continuità con l'esperienza storica del Che, e in quanto tale ci onora. Allo stesso tempo ci offre una conferma sulla qualità del nostro modo veramente nuovo di praticare l'impegno politico rivoluzionario e internazionalistico.
Nell'abbracciare Humberto e nel dargli il benvenuto, non si può fare a meno di gridare tutti insieme
Hasta la victoria!
Roberto 

EN  ESPAÑOL
HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA EN UTOPÍA ROJA, por Roberto Massari

Queridos compañeros y compañeras:
Puedo finalmente confirmarles una noticia que estaba latente desde hace un tiempo. Hace algunas semanas, con una larga carta, le propuse a Humberto Vázquez Viaña de unirse al proyecto de Utopia Rossa (Utopía Roja) en base a los seis puntos ético-políticos que hemos asumido como base común e internacional. Humberto ha respondido afirmativamente, diciendo que considera “un honor” hacer parte de nuestra iniciativa y de nuestro comité de redacción (recordemos que no existe una estructura organizativa propiamente dicha a la cual adherir, ya que Utopía Roja no es un grupo político sino una asociación política libre y libertaria).
Su nombre ya ha sido incluido en el blog y yo ya le respondí diciéndole que el honor es nuestro.
Para quienes son demasiado jóvenes para saberlo, les recuerdo que Humberto fue un integrante de la guerrilla del Che en Bolivia (en la red urbana, junto a Loyola Guzmán y Saldaña); que es uno de los pocos guerrilleros sobrevivientes de aquella epopeya; que a él se refiere el Diario del Che en la jornada del 1 de enero de 1967 (y no a Humberto Rhea, como se había creído erróneamente); que fue él quien acompañó a Tania a la guerrilla; que su hermano Jorge (“El Loro”) fue uno de los guerrilleros más notorios del grupo boliviano; que durante años, aún prófugo, Humberto luchó en busca de la verdad sobre aquella y otras experiencias guerrilleras latinoamericanas, sin dejarse intimidar por ningún gobierno o partido; que sus investigaciones han sido recogidas en un primer volumen (seguirán otros) que hemos publicado en italiano; que Humberto está considerado como el más grande estudioso boliviano del Che, junto al queridísimo Carlos Soria Galvarro.
Agrego que Humberto actualmente está casi completamente ciego, pero sigue leyendo y escribiendo gracias  a las modernas soluciones tecnológicas que pone a su disposición el gobierno sueco. También éste es un ejemplo de coraje y tenacidad para todos aquellos che tienen los ojos pero no logran ver a un palmo de sus narices.
Decir que para Utopía Roja la noticia es motivo de alegría es poco. En realidad es una significativa confirmación del hecho que la metodología y la honestidad que estamos poniendo en práctica para reunir las pocas energías revolucionarias que han sobrevivido a la devastación de estas últimas décadas, no tienen solamente una relevancia teórica (ver los libros publicados por nosotros hasta ahora), sino que pueden conseguir resultados prácticos, modestos si se quiere, pero concretos y de calidad.
Fuera de los oportunismos electorales, fuera de los narcisismos individualistas, fuera de los mecanismos de los grupúsculos con liderazgos personalistas, fuera de los disturbios de la personalidad disfrazados de militancia política (en realidad sicopatología política), estamos logrando captar y mantener unidas a energías vitales de diversas matrices ideológicas y de diversas experiencias históricas: marxistas, marxistas libertarios, feministas, anarco-comunistas, anarco-situacionistas, guevaristas, trotskistas, creyentes revolucionarios, ateos anticlericales, etc., etc., constituyendo un espectro ideológico que esperamos que se vuelva cada vez más amplio y a la altura de los desafíos que nos lanza el desarrollo del capitalismo contemporáneo, por el momento vencedor sobre toda la faz del planeta.
La presencia de un miembro de la guerrilla boliviana es para nosotros un símbolo de continuidad con la experiencia histórica del Che, y como tal nos honra. Al mismo tiempo nos ofrece la confirmación sobre la calidad de nuestro modo verdaderamente nuevo de practicar el compromiso político revolucionario e internacionalista.
Al abrazar a Humberto y darle la bienvenida, no podemos menos que gritar todos juntos
¡Hasta la victoria!
Roberto

sabato 27 novembre 2010

I libri di Utopia rossa - Campagna di sottoscrizione

Cari compagni e care compagne,

poiché l'area di sostenitori o semplici amici di Utopia Rossa si è cominciata ad ampliare da qualche tempo in qua, invio per la prima volta questa lettera sulla nostra sottoscrizione ad altri che finora non ne avevano nemmeno sentito parlare. Nella speranza, ovviamente, che alcuni di loro decidano di darci una mano. Per tutti, comunque, può essere interessante vedere quanto sia difficile per un'associazione rivoluzionaria far circolare le proprie elaborazioni teoriche in un contesto politico-organizzativo che ragiona solo in termini di apparati e risultati elettorali.
Ricordo che nella nostra associazione non esistono obblighi di quote e che i soldi che raccogliamo sono utilizzati unicamente per pubblicare i libri della collana Utopia rossa.
Finora abbiamo pubblicato 6 libri (in 4 anni). Altri sono in preparazione, un paio sono fermi in attesa di soldi per la pubblicazione. Tra questi il libro di Michele Nobile su Rosa Luxemburg che aspettiamo da tempo.
Esaminando il fondo della lista qui aggiornata si vede che Antonella Marazzi ha dato ora un contributo finanziario notevole (1.500 euro), sia per finire di pagare il libro di Zarcone sull'Islam, sia per accelerare l'uscita del libro di Michele.
Poiché finora non ha funzionato il sistema delle piccolissime quote mensili volontarie che avevo proposto, chiederei a tutti coloro che vogliono aiutarci di fare una bella donazione in una volta sola e di destinare subito una quota dell'eventuale tredicesima al fondo libri di Utopia Rossa. Chi può inviare solo un piccolo contributo, lo faccia ugualmente perché anche l'oceano è fatto di gocce...
Per come proseguire nel 2011 avremo modo di discuterne in seguito, a partire dalla riunione nazionale su Cuba del 18 dicembre (anche per quella ci vorrebbero i soldi per fare una manchette in prima pagina sul Manifesto...).
Di seguito, indico i modi per effettuare i versamenti. Poiché si tratta di tre conti della Massari editore (posta, postepay e Banca), raccomando di specificare o avvisare Utopia rossa dell'avvenuto pagamento.
Enzo Valls, amministratore del nostro blog dall'Argentina, troverà il modo di far comparire d'ora in poi stabilmente la nostra sottoscrizione sulla prima pagina.

Saluti rivoluzionari (e arrivederci al 18)
Roberto

c.c. postale 256 270 43
Postepay: 4023 6005 7560 2554
Iban: IT84E08730729100 000 000 70064

giovedì 25 novembre 2010

EUROPA: LA CRISI POLITICA DELLA CRISI ECONOMICA, di Pier Francesco Zarcone

La devastante crisi economica in Europa occidentale contiene altresì una crisi politica non indifferente, proprio in quella parte di mondo dove si è formato lo Stato liberal/democratico del capitalismo, poi nel XX secolo accettato a pieno titolo dalle stesse “sinistre” istituzionali (all’epoca dell’auge dello “Stato sociale”), tanto ormai c’era il suffragio universale e in parlamento erano presenti partiti socialisti e comunisti. Il peggio che deve ancora venire già si profila all’orizzonte. Non causalmente su certi media si comincia a definire con un neologismo il regime politico/economico imposto dai centri di potere finanziario transnazionali e dall’Unione Europea, diligentemente fatto proprio dai governi nazionali (ormai tutti dello stesso colore, sfumature a parte): regime “austeritario”. Il termine esprime la fusione fra il concetto di austerità e quello di autoritarismo.
Sulla crisi economico/finanziaria si è scritto tutto e il contrario di tutto, anche sugli aspetti che “non tornano” (almeno per i non specialisti) ma senza fornire adeguati chiarimenti ai lettori-cittadini: ci si riferisce a contemporanei fenomeni di banche sull’orlo del fallimento che hanno richiesto il dispendioso salvataggio statale (a spese della collettività), e di crescita abnorme dei lucri del sistema bancario nel suo complesso. Per esempio, in un paese a rischio come il Portogallo nei primi 9 mesi di quest’anno le quattro maggiori banche private hanno conseguito lucri per 1.222 milioni di euro (4.000.000 al giorno). Sul versante bancario abbiamo poi che varie finanze statali sono sull’orlo del collasso per fare fronte a spese sempre più rilevanti per il salvataggio delle banche in crisi, spese aggravate dal ricorso a prestiti a tassi via via crescenti fino a correre il rischio di una vera e propria bancarotta. Non sempre viene spiegato che alla fine del discorso i veri beneficiari di questi aiuti sono proprio le banche, sia in quanto erogatrici dei prestiti stessi, sia quelle salvate. E con questo ci approssimiamo alla discorso sulla crisi politica.
Nella presente situazione il ruolo primario e assorbente dello Stato risulta essere - in modo ormai del tutto scoperto - quello di mandatario della tutela della riproduzione del capitale; tutto il resto non conta. È un ruolo assunto in termini totalizzanti tali da essere diventato un elemento cardine della crisi politica della crisi economica. Viene colpita in profondità la sostanza medesima della “formula politica” di cui lo Stato liberal/democratico ha assunto di essere espressione. Si potrebbe obiettare che, in fondo, non si tratta di una grande novità, se non per il fatto che ormai è ben difficile sostenere il contrario. Tuttavia siffatta conclusione non è condivisibile, poiché porta a fare grossolanamente di tutt’erba un fascio, un po’ come i massimalisti di una volta per i quali governi fascisti o liberal/democratici erano la stessa cosa; oppure come l’anarchico da barzelletta che per coerenza estrema evita di usare il participio passato del verbo “essere”.

mercoledì 17 novembre 2010

34 / MODELO PARA DESARMAR, por Enzo Valls

34
El espectáculo es el capital en un grado tal de acumulación que se transforma en imagen.
Guy Debord, La sociedad del espectáculo

He aquí al senador McCarthy,
muerto en su cama de muerte,
flanqueado por cuatro monos;
he aquí al senador McMono,
muerto en su cama de Carthy,
flanqueado por cuatro buitres;
he aquí al senador McBuitre,
muerto en su cama de mono,
flanqueado por cuatro yeguas
he aquí al senador McYegua,
muerto en su cama de buitre,
flanqueado por cuatro ranas:
McCarthy Carthy.
(…)
Nicolás Guillén, Pequeña letanía grotesca en la muerte del senador McCarthy

5! = 5 x 4 x 3 x 2 x 1 = 120
Fórmula de las permutaciones posibles entre 5 elementos.


 El espectáculo es el capital en un grado tal de acumulación que se transforma en imagen.

 Las imágenes son el espectáculo en un grado tal de capitalización que se acumula transformándose.

 La transformación es la imagen en un grado tal de espectacularización que se capitaliza acumulándose.

 La acumulación son las transformaciones en un grado tal de imaginación que se espectacularizan capitalizándose.

 El capital es la acumulación en un grado tal de transformación que se imagina espectáculo.

 Las transformaciones son el capital en un grado tal de imaginación que se espectacularizan acumulándose.

 La acumulación es la transformación en un grado tal de imaginación que se capitaliza en espectáculos.

 El capital es la imagen en un grado tal de acumulación que se espectaculariza transformándose.

 La imagen es la transformación en un grado tal de acumulación que se espectaculariza capitalizándose.

 El capital es la imagen en un grado tal de transformación que se acumula en espectáculos.

 La transformación es la acumulación en un grado tal de capitalización que se imagina espectáculo.

 El espectáculo es la transformación en un grado tal de acumulación que se imagina capitalizado.

 El capital son las imágenes en un grado tal de acumulación que se transforman en espectáculo.

Texto completo en PDF

domenica 14 novembre 2010

SULLA CRISI ECONOMICA, di Michele Nobile

[risposta di Michele Nobile all'invio dell'articolo di Antonio Peredo, "Descubren a Marx" da parte di Enzo Valls, dall'Argentina.]

Carissimo,
vorrei rispondere all'invio dell'articolo che hai appena inviato.

Dal 2007-2008 vari editorialisti ed economisti hanno "riscoperto", dopo averli seppelliti, Keynes, Minsky e addirittura Marx.
Ciò perché "riscoprono" che il capitalismo è instabile e che l'incertezza ne è un dato di fondo; e anche perché, nel caso dei più sinistri, danno un'interpretazione essenzialmente sottoconsumistica della crisi, con terapia del tipo: ridurre la diseguaglianza per rilanciare i consumi, contenendo così la caduta della domanda aggregata.
Ora, che la distribuzione del valore e del plusvalore prodotto sia oggettivamente manifestazione dell'antagonismo di classe e della contraddittorietà del sistema è un fatto, così come, altra faccia della stessa medaglia, lo è la contraddizione tra progresso tecnologico e distribuzione del valore (che si esprime nella crescita della composizione organica del capitale).
Queste due contraddizioni strutturali evidenziate nel Capitale (insieme ad altre) danno luogo a due classi di teorie della crisi. Una essenzialmente sottoconsumistica (la crisi come effetto dell'iniqua diseguaglianza dei redditi) e politicamente di orientamento più riformista e keynesiano (con l'eccezione della "scuola" di Sweezy e Baran, Monthly review); l'altra più "fondamentalista" ma meccanicistica, ora in decisa minoranza, per cui la crisi, al limite il crollo sistemico, è espressione della automatica riduzione della massa e/o del saggio del plusvalore e della caduta del saggio di profitto (causa la crescita della composizione organica del capitale).
Ma il fatto è che nel Capitale si delineano contraddizioni strutturali del sistema e le ragioni dell'antagonismo tra le classi sociali, però non c'è una "teoria della crisi" congiunturale. In particolare, vi si nega esplicitamente che la crisi congiunturale dipenda dallo scarso consumo della forza lavoro. Se così fosse, allora, il capitalismo funzionerebbe meglio quando il saggio di plusvalore e/o di profitto è più basso. E infatti, per questi economisti di sinistra il problema è stabilire un saggio di profitto né troppo alto né troppo basso, frutto di un "compromesso socialdemocratico" tra capitale e lavoro.
Ora, il sostegno dell'occupazione, della spesa e dell'indebitamento dei salariati possono essere modi per temperare la crisi, ma non fattore determinante della stessa. Infatti, la prima risposta durante la crisi è aumentare la pressione sulla forza lavoro. Poi, per uscirne fuori, occorre un qualche fattore che rilanci l'investimento: dopo gli anni Trenta questo fu la guerra mondiale e la spesa per il riarmo (in Germania, che uscì dalla crisi prima degli Usa).
E ora? Questo è il dubbio amletico e l'impasse. Vedi i risultati delle elezioni di mid term negli Usa e i guai dell'Apostolo nero.
Poiché ritengo sia importante controllare le previsioni politiche ed economiche con gli sviluppi della realtà, per questa ragione e non per narcisismo mi cito dalla nota n. 1 sulla crisi, 8 marzo 2009, La crisi nel contesto storico e la neo-ortodossia di Obama, sesto e ultimo paragrafo:
«Gli effetti previsti sull’occupazione del piano proposto sembrano calibrati in modo da non raggiungere un tasso di disoccupazione "reaganiano" del 10%, che oggi implicherebbe circa 15 milioni di disoccupati: un livello comunque possibile, che sarebbe un indubbio fallimento politico.
Ma i capitalisti non gradiscono la piena occupazione, figuriamoci in una situazione di crisi».
Vedi anche le due note sulle previsioni circa la disoccupazione. Aggiungo il commento dello statunitense Economic policy institute sui dati del mercato del lavoro Usa di ottobre, fonte il rapporto mensile del Bureau of Labor Statistics (come produttori di informazione gli yankee sono infinitamente più democratici degli europei: le cazzate di un Berlusconi o di un Tremonti sulla necessità di limitare la diffusione di dati allarmistici sarebbero inconcepibili negli Usa):

«given the backlog of 14.8 million unemployed workers in this country, the pace of job growth is not strong enough to bring the unemployment rate down to prerecession levels anytime soon. To give this some context: If the rate of job growth were to continue at October’s rate, the economy would achieve prerecession unemployment rates (5% in December 2007) in roughly 20 years. For the fourth straight month, the unemployment rate held steady at 9.6%».

Dunque, siamo oramai a 15 milioni di disoccupati (nonostante la riduzione della popolazione attiva, cioè di coloro che lavorano o cercano lavoro), che salgono a 26,6 milioni contando anche i «sottoimpiegati» (sempre dati ufficiali del Bureau of Labor Statistics, che li produce da molti anni; in Europa non esistono statistiche ufficiali del genere, e recentemente Tremonti ha polemizzato con il governatore della Banca d’Italia che si è azzardato a fare una stima di questo tipo per l’Italia). Tra disoccupati e «sottoimpiegati» il tasso complessivo è il 17,6% delle forze di lavoro.
E, secondo l’Epi, al ritmo di crescita del Pil di ottobre 2010 occorreranno venti anni per riportare il tasso di disoccupazione al livello precrisi.
Si intende, quindi, il fallimento politico di Obama. Era prevedibilissimo, considerando le mosse di politica economica. Impediscono il crollo, salvaguardano il sistema finanziario, non risolvono il problema della disoccupazione delle bancarotte personali, né quello dell'incertezza degli investitori circa il futuro.
Tutto ciò aggrava il problema della domanda aggregata ma il vero problema è il rilancio dell’investimento: che accadrà se e quando sarà rilanciata una nuova bella bolla speculativa indebitamento-crescita della domanda e dell’investimento, o aumenteranno le esportazioni Usa (per dove?) o si inventeranno un qualche serio programma di investimenti finanziato dallo Stato federale (che non c’è). La relativa stabilità della Cina non è assolutamente sufficiente al rilancio della domanda mondiale (se ne approfitta solo la Germania, a scapito della domanda interna e del resto d’Europa).
Ti aspetto in Italia,
Michele

 

domenica 31 ottobre 2010

“LA VIOLENCIA DE LOS OPRIMIDOS ES UNA VIOLENCIA DE RESPUESTA”, entrevista de Javier Lajo a Hugo Blanco Galdós (tradotto anche in italiano)

EN ESPAÑOL

Continuando con la investigación “Historia de la Revolución Inconclusa”, en esta octava entrega el Equipo de Investigación y Entrevistas –conformado por Marcelo Colussi / Rodrigo Vélez-Guevariando, y para la ocasión el aporte del compañero Javier Lajo, de Perú, prestigioso investigador en ciencias sociales así como actor político en su tierra– se presenta hoy una entrevista a Hugo Blanco Galdós, miembro destacado de la Confederación Campesina del Perú (CCP), quien comandara la guerrilla indígena de los años 60 del pasado siglo en La Convención y Lares, en el Cusco, Perú.
Entendiendo la violencia popular como una reacción a las injusticias del sistema que les explota, los alzamientos y reacciones violentas de toda forma de organización de los pueblos en lucha no pueden ser considerados “violentos” en sentido ofensivo sino prácticas de defensa ante los ataques que reciben. Es allí donde cobra total sentido aquella famosa frase de “la violencia en manos del pueblo no es violencia: es justicia”. En esa lógica se analiza también el papel histórico que jugó la organización Sendero Luminoso, de acción armada y de gran importancia en la historia reciente de Perú.
El tema de la presente entrevista, como en toda la investigación donde también fueron contactados otros ex miembros de grupos guerrilleros de varios países de la región (Guatemala1, Argentina, Uruguay, Chile1, Chile2, Guatemala2, Nicaragua), gira en torno a un balance crítico de esos movimientos revolucionarios de acción armada de algunas décadas atrás, y a ver cuáles son los caminos posibles que en la actualidad se le presentan al campo popular en su búsqueda de otro mundo más justo, menos salvaje y sanguinario que el contemporáneo.

Javier Lajo: ¿Qué piensa de la violencia revolucionaria en general?

Hugo Blanco: El sistema capitalista ejerce mucha violencia contra la humanidad; la violencia es también matar de hambre a la gente, promulgar leyes represivas, etc. Esta es la violencia fundamental, la que el sistema explotador ejerce contra los oprimidos. En cambio, la violencia de los oprimidos que se da contra los opresores es una violencia de respuesta; es decir estamos hablando acá de la violencia de las masas explotadas. Ésta es diferente a la que significa que “un grupo de valientes” se levantan en armas contra algún gobierno. Aunque, claro que hay suficientes justificaciones ¿no?... Pero hay que ver aquí la eficacia de estas acciones vanguardistas o elitistas. Hay que ver si esa violencia ofensiva es útil, si va a resolver el problema o lo va a empeorar. Y esa violencia, como la de Sendero Luminoso, no ha resuelto nada en el Perú desde el año 80 del siglo pasado; al contrario, ha ocasionado 70,000 muertos, siendo la mayor parte de ellos indígenas. Con esto las organizaciones populares han resultado muy debilitadas, porque los gobiernos tomaban como pretexto esto de que eran “senderistas” y apresaban, torturaban y mataban a dirigentes populares. Y luego también Sendero Luminoso comenzó a matar a dirigentes indígenas acusándolos de soplones. Es así que el movimiento indígena fue acorralado entre dos fuegos. Nosotros, en la Confederación Campesina del Perú (CCP), hemos estado en contra de ese tipo de acciones. Yo he tenido una formación leninista, y el leninismo está en contra de ese tipo de acciones desestabilizadoras. El mismo Lenin escribió un folleto sobre el asunto: “El izquierdismo, enfermedad infantil del comunismo”. Entonces, por todo esto estuvimos en contra de esa acción aislada que se volvió en contra del movimiento popular. Estas acciones resultaron contraproducentes finalmente. Por supuesto que no se puede comparar a las FARC de Colombia con Sendero del Perú, pero estoy en contra de las acciones de las FARC, estoy en contra de las acciones del ERP de México, que es otro grupo guerrillero.

giovedì 21 ottobre 2010

Pino Bertelli recensisce VIRGINIANA MILLER. LA CAREZZA DEL PAPA (2010), di Paolo e Marco Bruciati

Il cinema in forma di poesia diffida dei consensi e degli applausi… s’interroga sempre su ciò che accade nel mondo è riporta il cielo in terra… l’aggressione del visibile del cinema ereticale separa ciò che è da ciò che non è e non è mai stato… avverte dell’avvenire tradito su ridicole imposture teologali, cumuli di macerie e sante inquisizioni. Il cinema senza bavagli disvela tutto ciò che ingabbia l’uomo o lo asservisce, lo impoverisce o lo fatalizza nel regno dell’immaginario assoggettato. La verità è figlia della libertà e solo il desiderio, il piacere, la vita quotidiana liberata esprimono l’invito al viaggio (Baudelaire) e al raggiungimento di una comunità in amore che sa fare a meno di ogni idolatria. “Dio è il principio di ogni sottomissione. La notte legalizza tutti i crimini. Il solo crimine illegale è il rifiuto di accettare il padrone” (Raoul Vaneigem). Ogni forma di potere ha bisogno della miseria per perpetuarsi e i bravacci che organizzano i mercati globali architettano anche la sofferenza dei popoli.
La carezza del Papa è un film piccolo, 4 minuti e 6 secondi di cinema nudo, crudo, ironico che rifiuta l’omologazione senza fine del cinema come menzogna e incapace di chiamarsi fuori dai lager/spettacolo dell’industria culturale che, come sappiamo, si accorda alle richieste dei clienti, crea bisogni e inventa la felicità di cartapesta…
Leggere la recensione completa nella sezione UTOPIA ROSSA AL CINEMA

venerdì 15 ottobre 2010

Ancora su SR, di Gino Potrino

Socialismo rivoluzionario alle elezioni
Quando la politica era buona (se fatta da loro)

Chi oggi abbia una conoscenza anche solo superficiale di Socialismo rivoluzionario o chi, desideroso di farsi un’idea di questa organizzazione, dia un’occhiata alle varie pubblicazioni prodotte, non può non rimanere colpito dalle dichiarazioni, fatte in tutte le salse, di orgogliosa e irriducibile “estraneità alla politica”. Ma tralasciando il fatto che Sr è un partito rigidamente gerarchizzato con un solido miniapparato burocratico che più politico non si può, anche sul tradizionale terreno elettorale, che più sembra lontano dagli interessi di questa organizzazione, la pretesa distanza dalla politica non è sempre stata tale.

Leggere o scaricare l'articolo completo in PDF

martedì 12 ottobre 2010

12º ENCUENTRO DE LA FUNDACIÓN GUEVARA en Jesi, Italia.

EN ESPAÑOL

El sábado 9 de octubre tuvo lugar en Jesi (en las cercanías de Ancona, Italia) el 12º encuentro anual de la Fundación Guevara, en un salón municipal lleno de gente proveniente de toda Italia y con algunos invitados extranjeros: David Kunzle de la University of California (máximo estudioso de la iconografía sobre el Che) y Humberto Vázquez Viaña (ex miembro de la guerrilla del Che in Bolivia, rete urbana, y máximo estudioso de aquel histórico acontecimiento) con su esposa Lola.
El informe introductivo de Roberto Massari sobre el tema de este año (“La ética del Che”) examinó en detalle la evolución del Che como teórico de la ética - desde 1960 (“Moral y disciplina de los combatientes revolucionarios”) a 1965 (“El socialismo y el hombre en Cuba”) – mostrando la riqueza del aporte guevariano también en este campo.
El segundo informe (de Humberto Vazquez) trató sobre la cuestión de las falsificaciones históricas y se concluyó con la donación oficial a la Fundación, de parte del ex senador boliviano Antonio Peredo Leigue, de una copia de la edición en facsímile del Diario del Che en Bolivia, producida por el gobierno de Evo Morales. Un presente muy valioso y conmovedor.
Entre los oradores invitados a intervenir sobre el tema mencionamos a Alessandro Gigli, de Jesi (organizador del encuentro), David Kunzle, Antonio Moscato y Carla Corsetti (secretaria nacional de Democrazia Atea).
Hubo también varias intervenciones del público antes de las palabras conclusivas de Humberto Vázquez y Roberto Massari, quien dio cita para el próximo encuentro anual (el 13º) a realizarse en Savona el sábado 8 de octubre de 2011 a las 15 horas.
En la sala fue presentado al público el recién editado n. 8 de la revista “Che Guevara. Quaderni della Fondazione”, de 400 páginas, con cuatro importantes dossier y sus habituales secciones.
El encuentro de Jesi fue precedido por una concurridísima asamblea en Sociología de Trento con Humberto, quien ofrecerá otra conferencia en Capannori-Lucca.
La opinión de los compañeros más veteranos de la Fundación presentes en Jesi, es que éste ha sido el mejor encuentro de todos los realizados hasta hoy, tal vez comparable solamente al de Acquapendente de 2001. Una evaluación que hay que interpretar ya sea en sentido cualitativo que cuantitativo.
Hasta la victoria.
(r.m.)

*****
IN ITALIANO

Sabato 9 ottobre si è svolto a Jesi (vicino ad Ancona) il 12º incontro annuale della Fondazione Guevara, in una sala comunale piena di persone provenienti da tutta Italia e con alcuni invitati stranieri:
David Kunzle della University of California (massimo studioso dell'iconografia del Che) e Humberto Vázquez Viaña (ex membro della guerriglia del Che in Bolivia, rete urbana, e massimo studioso di quella storica vicenda) con sua moglie Lola.
La relazione introduttiva di Roberto Massari sul tema di quest'anno ("L'etica del Che") ha esaminato in dettaglio l'evoluzione del Che come teorico dell'etica - dal 1960 ("Morale e disciplina dei combattenti rivoluzionari") al 1965 ("Il socialismo e l'uomo a Cuba") - mostrando la ricchezza del contributo guevariano anche in questo campo.
La seconda relazione (di Humberto Vázquez) è stata dedicata alla questione delle falsificazioni storiche e si è conclusa consegnando ufficialmente il dono alla Fondazione da parte dell'ex senatore boliviano Antonio Peredo Leigue: una copia dell'edizione in facsimile del Diario di Bolivia prodotta dal governo di Evo Morales. Un dono commovente e prezioso allo stesso tempo.
Tra gli oratori invitati a intervenire sul tema del convegno ricordiamo Alessandro Gigli di Jesi (organizzatore del convegno), David Kunzle, Antonio Moscato e Carla Corsetti (segretaria nazionale di Democrazia Atea).
Vari gli interventi dal pubblico, prima delle parole conclusive di Humberto Vázquez e Massari. Questi ha dato appuntamento per il prossimo convegno annuale (il 13º) che si terrà a Savona, alle ore 15 di sabato 8 ottobre 2011.
In sala è stato presentato al pubblico e venduto ampiamente il Quaderno n. 8 della rivista "Che Guevara. Quaderni della Fondazione", ancora fresco di stampa e forte delle sue 400 pagine, con 4 importanti dossier e le consuete rubriche.
L'incontro di Jesi è stato preceduto da un'affollatissima assemblea a Sociologia di Trento con Humberto e sarà seguito da una sua conferenza a Capannori-Lucca.
Secondo i compagni più anziani della Fondazione intervenuti a Jesi, questo incontro è stato il migliore di tutti quelli svolti finora, alla pari forse con quello di Acquapendente del 2001. Una valutazione da intendere ovviamente in senso qualitativo, ma anche quantitativo.
Hasta la victoria.
(r.m.)

lunedì 4 ottobre 2010

«IL GRANDE TERRORE» DI ROBERT CONQUEST, di Andrea Furlan

A distanza di più di mezzo secolo dalle rivelazioni di Nikita Kruscev al XX congresso del Pcus sui crimini commessi da Stalin nei confronti del popolo russo, ci sono ancora nel nostro paese forti resistenze politiche nei partiti che si definiscono “comunisti” ad accettare sino in fondo la condanna dello stalinismo. Alla storia dell’Urss e alle scelte politiche di Stalin continuano a ispirarsi i principali partiti nati dalla dissoluzione del Pci (Prc e Pdci), oltre a gruppi con storie diverse come la Rete dei Comunisti, i Carc e la Sinistra popolare o realtà di tipo associativo come Marx XXI: tutti costoro con la storia del Pci e dell'Urss non hanno mai realmente voluto aprire un serio confronto critico, sia verso le scelte politiche compiute dal Pci di Togliatti, sia nei confronti delle scelte politiche compiute dall’Unione Sovietica di Stalin. Una vera rimozione politica dinnanzi alle cocenti sconfitte che lo stalinismo ha determinato per il movimento operaio italiano e internazionale, che si uniscono alla cecità nel riconoscere le atroci sofferenze patite da una parte cospicua dell’umanità a causa delle colpe ripugnanti di cui si è macchiato il regime staliniano.
Capita ancora di riscontrare che, di fronte a fatti storici oramai arcinoti all’umanità ed egregiamente descritti dai maggiori storici di fama mondiale, l’atteggiamento di assoluta disonestà intellettuale assunto dagli stalinisti è di continuare a catalogare i fatti realmente accaduti come menzogne costruite da reazionari. Anche per questo, oltre che in onore della verità e per una completa comprensione storica della controrivoluzione avvenuta in Urss attraverso lo stalinismo, ci sentiamo di segnalare e proporre al giovane lettore che inizia ora a formarsi una conoscenza della storia del comunismo di gettarsi anima e corpo nella lettura del libro di Robert Conquest Il Grande Terrore ([1968] Mondadori 1970, BUR 1999).
Dell’autore ricorderemo solo che subito dopo aver concluso gli studi di storia presso l’Università di Oxford, era entrato a far parte nel 1937 del Partito comunista inglese dal quale si dissociò quando iniziò a prendere coscienza di cosa fosse effettivamente il regime di Stalin. Ruppe pertanto con il comunismo sovietico, accusando intellettuali del calibro di Jean-Paul Sartre, Sidney Webb, Walter Duranty e Theodore Dreiser di essere apologeti del sistema staliniano e del suo regime di terrore.

domenica 3 ottobre 2010

CONTRO L'EDITORIA O EDITORIA CONTRO?, di Roberto Massari (editore)

A PARTIRE DALLE RIFLESSIONI AD ALTA VOCE FATTE IN OCCASIONE DELL'INIZIATIVA DEL 5 GIUGNO A SATURNIA: «INDICAZIONI DI V(U)OTO»

SOMMARIO: Una disgiuntiva e vari predicati - Dall'antichità al monopolio medievale del clero - Intermezzo poetico-musicologico - Rivoluzione editoriale umanistica e rinascimentale - La prima grande impresa editoriale moderna e antagonistica - La trasformazione del libro in merce (capitalistica) - Il feticismo caratteristico del libro - Modifiche nel dominio dell'editoria sistemica - Due romanzi di editoria distopica + uno - Tre livelli di controllo totalitario editorial-spettacolare - L'editorial-spettacolare integrato nella società spettacolare di massa - La metafora della mappa - L'assenza di un'editoria critica delle pseudopposizioni - Che (non) fare?

Una disgiuntiva e vari predicati

Partiamo dalla differenza di significato tra i due poli della disgiuntiva proposta dal titolo: «Contro l'editoria» o «Editoria contro». In effetti, entrambe le formulazioni rinviano a qualcosa di eversivo o antagonistico, evocando vagamente anche un contesto «combattivo» e militante. Ma ciò è dovuto più alla preposizione «contro», che non al concetto di «editoria». Tant'è vero che si potrebbe tranquillamente sostituire quest'ultimo termine (per es. «contro la letteratura o letteratura contro», «contro la fotografia o fotografia contro») senza che si abbia la sensazione di cambiare spalla al fucile. Ma se è vero che non cambia la spalla, e quindi nemmeno il bersaglio preso di mira, il tipo di arma con cui s'intende sparare cambia, eccome…
Sarebbe senz'altro un ottimo esercizio (una sorta di «scuola di tiro» in senso metaforico) elencare la più ampia serie di attività intellettuali umane - di nuovo concepimento o ereditate dal passato - in cui lo scambio di collocazione sintattica dei termini nella disgiuntiva sopracitata consenta ugualmente di restare in un ambito eversivo e combattivo: la musicologia? la linguistica? la critica cinematografica? la psicoanalisi? l'informatica? l'architettura? e perché non addirittura un termine abusato e in crescente processo degenerativo come la politica?
Possiamo quindi convenire su un primo punto fermo, da cui ripartire con il nostro discorso: nel concetto di «editoria» storicamente determinato (e aggiornato agli standard mediatici della contemporaneità) non vi è nulla di così specifico né alcuna connotazione così esclusiva di tale «arte» che ci consenta di dire che essa sia o naturalmente predestinata a svolgere una funzione reazionaria (e quindi semplicemente da combattere) o che essa sia in sé (in quanto tale) un prezioso strumento per la lotta antisistemica (eversiva, rivoluzionaria ecc.). E possiamo dire anche che ciò si verifica più o meno o alla pari di altre «arti» che l'umana progenie ha affinato nel tempo e ha trasformato in strumenti fondamentali di comunicazione, di trasmissione di idee, di elaborazione culturale individuale o collettiva.
Per procedere occorrerà pertanto ricorrere all'uso di predicati che consentano di stabilire contro quale tipo di editoria e con quali strumenti editoriali s'intenda combattere. Ciò allo scopo di enucleare alcuni «perché» e alcuni «come», «dove» e «quando» senza i quali il nostro discorso resterebbe appeso nel limbo delle pure astrazioni, anche… editoriali.
Volendo specificare i poli della disgiuntiva enunciati in apertura con dei predicati semplici e sintetici che qualifichino contro chi combattiamo in campo editoriale e con quali strumenti, potremmo formulare le frasi di cui sopra dicendo che siamo (sono) «contro l'editoria dominante» e sentiamo (sento, come editore) il bisogno (e quindi cerco) di promuovere «un'editoria antagonistica» nei confronti del sistema di potere che ci sovrasta: un'editoria antisistemica, quindi, per combattere l'editoria del potere.

mercoledì 22 settembre 2010

Petras su Cuba

James Petras risponde per telefono alla domanda sui 500.000 dipendenti statali che si dovranno tagliare a Cuba, in un'intervista del 20 settembre (Radio Centenario, Montevideo). Mi sembra molto interessante.
Si tenga conto che quando un anno fa Petras fece un'analisi abbastanza critica dell'economia cubana - in un lungo documento, ma senza mai nominare il principale colpevole - fu raggiunto da critiche furibonde commissionate direttamente all'Avana.
Questa volta la critica di Petras è più sintetica, ma si citano i due principali errori "macroeconomici" di Fidel negli anni '60 (la nazionalizzazione di tutti i servizi piccoli o piccolissimi all'epoca funzionanti e la priorità data alla monoproduzione zuccheriera), dai quali dipendono in gran parte anche le attuali difficoltà economiche cubane, destinate tra l'altro ad aggravarsi nel prossimo periodo.
Vale quindi la pena di leggere il testo e di osservare le eventuali reazioni a questa nuova critica di Petras, che condivido totalmente e che personalmente rivolgo dall'inizio degli anni '70.
Propongo all'amministratore del nostro blog di pubblicare il testo di Petras, se possibile.
(r.m.)

EN ESPAÑOL

James Petras responde por teléfono, en una entrevista del 20 de septiembre (Radio Centenario, Montevideo), a la pregunta sobre los 500.000 empleados públicos de los cuales prescindirá Cuba. Me parece muy interesante.
Hay que considerar que cuando, hace un año, Petras hizo un análisis bastante crítico de la economía cubana – en un largo documento, pero sin nombrar al principal culpable – fue alcanzado por furibundas críticas encomendadas directamente desde La Habana.
Esta vez la crítica de Petras es más sintética, pero habla de los dos principales errores “macroeconómicos” de Fidel en la década del 60 (la nacionalización de todos los servicios pequeños y pequeñísimos que funcionaban en aquella época y la prioridad dada a la monoproducción azucarera), de los cuales dependen en gran parte también las dificultades económicas cubanas actuales, destinadas por lo demás a agravarse.
Vale la pena, por lo tanto, leer el texto y observar las eventuales reacciones a esta nueva crítica de Petras, que comparto totalmente y que, personalmente, vengo haciendo desde comienzos de la década del 70.
Roberto Massari
 
Chury: Ciertamente. Vamos por lo de Cuba ahora que me habías anunciado...

Petras: Eso de Cuba es muy complicado porque hemos visto que si hay un exceso de mano de obra en cualquier oficina, en cualquier Ministerio. En cualquier empresa en Cuba hay 5 obreros con una máquina. Muchas veces complican los trámites, incluso porque hay tantos empleados que hay que darles un timbre para tocar los documentos. Entonces es ineficiente, no productivo porque multiplica los trámites. Ahora, ¿cuáles son las raíces de este problema? Las raíces empiezan en el año 68. Cuando yo estuve en Cuba en el 69 tenía conversaciones con varios representantes del gobierno, investigadores que participaban en lo que Fidel llamó la “ofensiva revolucionaria”. A partir de esta supuesta ofensiva cerraron entre 50 y 100 mil pequeñas tiendas, comercios, talleres, incluso manufactura que servía para muchos cubanos como fuente de apoyo,de refresco, de comida rápida y de reparaciones y servicios. Y no tenía ningún sentido, porque no representaba ninguna fuerza política social.Pero más influido por una mal interpretación del socialismo de Cuba por parte de Fidel que pensaba más grande el número de empresas estatales, menos capital privado más rápido el socialismo.Y eso se equivocaron porque el estado era totalmente incapaz de reemplazar el pequeño, mediano comercio y manufactura.Y no está escrito en ningún libro de Marx, Lenin o Luxemburgo que tiene que cerrar todos los servicios que funcionaban. En vez de cerrar deben ser controlados con impuesto e inspectores pero no eliminados al menos que el estado pueda sustituir servicios más eficientes y más vinculados con el pueblo. Ese era uno de los grandes errores. Y segundo, era la especialización en azúcar para exportar a Rusia que no era ninguna obligación. Era simplemente una posibilidad, en vez de diversificar la economía o incluso diversificar el uso del azúcar, por ejemplo como etanol como hizo Brasil, o por lo menos diversificar la agricultura de la azúcar hacia verduras, hacia cítricos y buscar varios mercados. En Europa Cuba podria vender jugo de naranja, tanto como etanol para ser autosuficientes en energía productiva. Se quedaron en el azúcar y con el azúcar con una economía que financiaba la educación y oportunidades a capacitarse no tenía futuro. Porque cuanta gente que se venía del campo hijos de campesinos van a volver a cortar cañas? Y por eso tenían siempre que movilizar gente de la ciudad para volver a cortar caña. Era un mal uso de mano de obra más las inversiones perdidas. Y por eso digo que en función de gente mejor educada era una mala estrategia en relación con la agricultura. Como resultado hay una sobre acumulación de empleados públicos que no tenían realmente funciones productivas.Y ahora de golpe tienen un plan de cambiar y como todas las cosas en Cuba se hacen en una forma impulsiva.Van de un estatismo exagerado a una transición demasiada traumática de despedir 500 mil obreros en 6 meses. Eso de entrar en autoempleos y cooperativas necesitar saber algo de la demanda, de lugares y créditos para financiar un pequeño taller, una empresa. Encontrar fuentes de herramientas. Me parece algo aventurero otra vez. Estoy en favor de crear estos nuevos empleos. Después de 40 años, sí, es el momento de corregir este tremendo error de Fidel. Pero hay que planificar eso. Hacer una transición con programas de créditos, de capacitación, de preparación para que la gente desplazados busquen y encuentren la oportunidad de practicar los nuevos oficios.

domenica 19 settembre 2010

REFERENDUM TURCO E QUESTIONE TURCA, di Pier Francesco Zarcone


Per il “pensiero unico” dominante si deve guardare con favore all’esito del referendum costituzionale turco in quanto grazie a esso la Turchia si avvicina di più all’Europa. Le voci dissonanti non si sentono granché. Ora, è fuori dubbio che con questo evento la Turchia abbia storicamente voltato pagina, ma resta da vedere se in senso “europeo” oppure no. Sicuramente si volta pagiona rispetto alle scelte laiciste di Mustafà Kemal, le cui icone sono sempre meno rappresentative. La repubblica kemalista cessa del tutto di esistere nel pomeriggio del 12 settembre 2010.
La sua ideologia non operava tanto nel campo socio/economico, quanto in quello politico, innanzi tutto con il nazionalismo. Per quantro possa sembrare strano, essendo noi abituati a parlare sempre e solo di Turchi, nell’impero ottomano erano considerati tali i “burini” di campagna: il sentimento della nazione turca è nato ai primi del secolo scorso con la rivoluzione dei Giovani Turchi, e si è completato con l’avvento al potere di Kemal, la distruzione dell’ottomanismo e l’introduzione di una lingua turca diversa da quella ottomana, cioè con alfabeto latino ed eliminazione degli elementi arabi e persiani. E poi c’era il laicismo statale volto a una modernizzazione occidentalizzante. L’Islam era considerato espressione di arretratezza e la religione era rigidamente separata/subordinata rispetto allo Stato. In quest’ottica vanno visti i provvedimenti introduzione della domenica come giorno festivo al posto del venerdì islamico, e di proibizione del fez per gli uomini e del turban (fazzoletto che copre il capo) per le donne.
Il premio Nobel Orhan Pamuk ha parlato di referendum contro i golpe militari, per il ridimensionamento dei ruoli dell’esercito e della magistratura derivante dalla vittoria dei “sì”. E che i militari turchi abbiano malamente abbondato nei colpi di stato è fuori discussione. Si può solo notare che – investiti da Kemal del ruolo di ferrei custodi della laicità della Repubblica – al pari di Atatürk hanno continuato nel senso dell’europeizzazione della Turchia con metodi a dir poco autoritari (qualcuno ha detto “asiatici”). Pur tuttavia sembra proprio azzardato tacciare di golpismo la massa di elettori che ha votato “no”; come del resto non sarebbe giusto imprimere il marchio della mezzaluna su tutti quanti hanno votato “sì”.

martedì 31 agosto 2010

Pino Bertelli recensisce i film sul CHE di Steven Soderbergh

CHE — L’ARGENTINO ⁄ CHE — LA GUERRIGLIA (2008/2009),
di Steven Soderbergh

“Il sangue del popolo è il nostro tesoro più sacro,
ma è necessario versarlo per impedire che in futuro ne venga sparso di più”.
Ernesto Guevara de la Serna

I. CHE — L’ARGENTINO

Il dittico su Ernesto “Che” Guevara, Che — L’argentino ⁄ Che — La guerriglia, diretto da Steven Soderbergh, uno dei registi più sopravvalutati della macchina/cinema hol-lywoodiana… salutato dalla maggior parte della critica italiana (e straniera) come una sorta di “capolavoro”… è un’operazione di basso profilo commerciale. Soderberg, del resto, è un abile confezionatore di cinema e a partire da Sesso, bugie e videotape (Palma d’oro a Cannes) fino a Traffic (Oscar a Hollywood), passando per Erin Brockovich… fino alle banalità ordinarie di Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen o The girlfriend e-xperience… l’eclettico regista di opere accattivanti e discontinue, mostra che la vici-nanza tra il cretinismo e il genio è piuttosto evidente… e Soderbergh non è certamente un genio.
In Che — L’argentino ⁄ Che — La guerriglia Soderbergh affresca la storia del “Che” (un rivoluzionario e un poeta dell’utopia tra i più importanti del Novecento) su parame-tri convenzionali... lo stile austero non è il suo pane e nemmeno l’etica di un guerriglie-ro in lotta contro le arroganze dell’impero delle multinazionali lo sorreggono… Che — L’argentino) ripercorre le gesta del giovane medico (argentino) nella rivoluzione cubana e l’incontro con Fidel Castro, già maestro e istrione di una politica dittatoriale, che cul-minerà nella battaglia di Santa Clara e al vittorioso ingresso all’Habana. Girato in HD, il film alterna spezzoni (in bianco e nero) del discorso del “Che” all’ONU del ’64 a rico-struzioni/azioni da western di pessima fattura (non ha l’autorevolezza epica di John Ford, Howard Hawks, Raoul Walsh o Nicholas Ray…).
Il Che — L’argentino restituisce una visione quasi astratta della figura e del pensiero politico di Ernesto “Che” Guevara. L’idea del film era venuta a Benicio del Toro (che interpreta il “Che” e appare anche come produttore), mentre giravano Traffic. “Della vita del “Che” non sapevo niente”, dice Soderbergh, e si vede. “Nella società che lui voleva”, rincara il regista, “sarei stato disoccupato”, è vero. I 40 milioni di dollari spesi per l’intero film non si vedono… l’ambientazione è debole, banalizzata, l’attorialità del-le figure comprimarie e la messa in scena sono affabulati nella più tradizionale epopea perbenista che ha fatto le fortune e le glorie di tanto cinema hollywoodiano… Fidel Ca-stro (Demiar Bichir) sembra un luminare che nella Sierra Maestra dispensa saggezze (mai avute) contro il neoliberismo in maniera macchiettistica… la rivoluzione (giusta) dei barbudos è disseminata in battaglie agiografiche e il teatrale subentra allo storico… la fotografia di Peter Andrews (pseudonimo del regista) è rarefatta e poco si accosta al sudore, alla paura, al coraggio, all’utopia in armi dei rivoluzionari del “Che”… nel film c’è il peggio di Indiana Jones di Steven Spielberg, intrecciato al peggio di Via col vento di Victor Fleming… entrambi i film sono pervasi dal medesimo catechismo benevolen-te… un assemblamento di sentimenti truccati, dispersi nell’ordine del discorso filmico che non implicano il tragico, bensì il destino di un tempo andato in frantumi. Il grande cinema esiste solo fintantoché dura la poesia, come la rivoluzione finché dura il canto della rivolta. Benicio Del Toro (Palma d’Oro a Cannes, 2008) è un “Che” formidabile… interpreta un eroe ma non lo trascolora in mito… mostra il carattere di un uomo in rivol-ta attraversato da una sorta di malinconia e ci dà la sensazione di raggiungere finalmen-te il Vero.
Il primo atto del dittico sul “Che” ci lascia attoniti… l’iconografia del guerrigliero sulla quale lavora Soderbergh non è molto distante da quella mercantile (astratta) dei sigari, magliette, tatuaggi… ciascuno ha il suo “Che” e il “Che” per tutti… il mondo comincia e finisce in un’immagine/simulacro ed è inconcepibile aderire a qualsiasi forma di ado-razione/religione fondata dai tenutari della società consumerista… sotto qualsiasi lettura si veda, Che — L’argentino è una catenaria di situazioni rivoluzionarie dove la rivolu-zione sembra un gioco telematico e il “Che” un fantoccio o un super eroe che si spinge oltre la soglia del lecito (permesso dai centri di potere)… la battaglia di Santa Clara poi è girata secondo i moduli sgangherati (e patetici, compresi quelli più artificiati di Sergio Leone) del western all’italiana... tutta un’accozzaglia di titoli che piacciono molto a un autore molto amato da critica e pubblico, Quentin Tarantino, una specie di venditore ambulante di film scopiazzati malamente e che alle tavole dei festival fa l’incensiere di filosofie e linguaggi cinematografici d’impressionante stupidità… è preferibile ascoltare lo “scemo del villaggio” che i palafrenieri (illuminati dalla luce divina) dell’Inconcepibile.
Soderbergh filma la lunga sezione della battaglia di Santa Clara con la tele/camera sol-lecitata dai cattivi e i buoni che si aprono la strada verso la gloria… treni deragliati, a-manti in apprensione, fedeli compagni di lotta che s’immolano alla patria, il “Che” feri-to ma ancora in grado di dare ordini ed elaborare strategie… sono “micro sequenze” collegate dalla scrittura filmica “minimale” del regista… le ripetizioni, gli allungamenti figurativi, le inadeguatezze scenografiche, l’anonimità degli attori (Benicio Del Toro è un monumento a sé in qualsiasi film che interpreta)… riportano una battaglia tra le più importanti della rivoluzione cubana a una sorta di scampagnata goliardica tra amici, ar-mi e donne che vanno alla conquista della felicità… merda! Chiunque non muore gio-vane o in una rivoluzione, presto o tardi se ne pentirà, diceva… solo le vite spezzate possono ritenersi compiute… solo gli eresiarchi sanno che dietro a ogni bandiera si na-sconde un boia...ecco perché gli stupidi e i tiranni sono ammazzati sempre troppo tardi.
Lo smarrimento che c’è nel film di Soderbergh è manifesto… lo guardo del regista resta sempre in superficie delle cose che tratta e, come sappiamo, quando le verità diventano irrespirabili si trova rifugio nell’eufemismo. Che — L’argentino è un corollario di sciocchezze figurative e chiacchere filistee che invitano alla rassegnazione e non all’arte di ribaltamento di prospettiva di un mondo rovesciato (com’è stata la vita di Ernesto “Che” Guevara). Finché ci sarà un solo padrone, tiranno, generale o papa in piedi, il compito dell’uomo in rivolta non è finito. Tutto questo Soderbergh non lo sa, e nemme-no lo conosce né gli interessa… il suo film dunque è una divagazione edulcorata su un uomo che ha rappresentato (e rappresenta ancora) il disinganno di un’epoca... un uomo che ha detto la mia parola è no!… un uomo che ha preso le armi, ha combattuto la catti-vità dell’imperialismo, del colonialismo, delle menzogne su un “buon governo” e ci ha insegnato a ben vivere come a ben morire.

II. CHE — LA GUERRIGLIA

Che — La guerriglia è il secondo atto (mancato) dell’opus magnum (com’è stato scritto, con grande senso del ridicolo) di Steven Soderbergh. La rivoluzione cubana ha trionfato sulla dittatura di Fulgencio Batista e le ingerenze politiche degli Stati Uniti. Fidel Castro sale al potere nel 1959. Ernesto “Che” Guevara assume un ruolo importante nel governo castrista e nel 1965 lascia Cuba per attuare la rivoluzione proletaria altri paesi… l’otto ottobre del 1967 il guerrigliero argentino viene ferito, catturato da militari boliviani e agenti della CIA a La Huirera, nella provincia di Vallegrande (dipartimento di Santa Cruz). Il giorno dopo lo ammazzano secondo gli ordini di Washington... e il suo corpo martoriato esposto al pubblico a Vallegrande… gli vengono tagliate le mani… la foto-grafia del “Che” disteso su un pancaccio come un Cristo vilipeso, circondato dai suoi assassini, farà il giro del mondo e indignerà le giovani generazioni in lotta del ’68... i bastardi avevano ucciso solo un uomo... le sue idee di amore e libertà non saranno mai cancellate dalla memoria dei popoli… gli insorti di ogni-dove non dimenticheranno mai più le parole del “Che”: “Le battaglie non si perdono, si vincono sempre”… solo chi combatte (con tutti i mezzi necessari) contro la falsificazione e l’impostura merita di essere ascoltato.
Che — La guerriglia si trascina tra il racconto di un assedio e il crollo di una speranza di rivoluzione sociale… per più di due ore assistiamo a colpi d’asma del “Che”, cammi-nate nella foresta dei rivoluzionari, incontri con i contadini boliviani, il tradimento del Partito Comunista Boliviano (filosovietico, come gli apparati e la nomenclatura comu-nista cubana o italiana), militari stupidi che arrivano sempre in ritardo negli assalti ai ribelli, stanchi e impreparati di fronte a un’idea di insurrezione che doveva fare da deto-natore e incendiare i popoli e i padroni dell’intera America Latina. La morte del “Che” e la fine di un sogno di liberazione dei dannati della terra.
Nella foresta boliviana Soderbergh si accosta alla quotidianità rivoluzionaria del “Che” e dei suoi compagni… lo fa costruendo dei “ritrattini” abbastanza gradevoli e innocui dei giovani rivoluzionari… c’infila dentro anche i tradimenti, la paura della popolazione indigenza, l’asma continua del Comandante “Che” Guevara… la colorazione del film è quasi sbiadita, vorrebbe imitare le sgranature dei cinegiornali di guerra (come era riusci-to a fare col bianco e nero, Marcello Gatti, in La battaglia di Algeri di Gillo Pontecor-vo)… la trappola finale si risolve in una scaramuccia di poco valore emotivo… anche il “Che” prigioniero non sembra avvertire la paura, rabbia (che possiamo vedere nelle po-che fotografie scattate prima della sua esecuzione) e nemmeno la dignità del guerriglie-ro esce da questa stanza/prigione buia… parla con l’uomo che lo ucciderà… che gli chiede: “Credono in Dio i cubani? E tu, tu credi?”… il “Che” risponde, “Io credo nell’uomo”… poi incita il soldato a sparare… la storia o la leggenda vuole che le ultime parole del “Che” siano queste: “So che sei qui per uccidermi. Spara dunque, codardo, stai solo uccidendo un uomo”.
È meraviglioso che ogni giorno l’immagine politica del “Che” (non solo quella di Al-berto Korda) ci porti una ragione nuova per continuare a combattere la rassegnazione del divenire... alla violenza sistematica del potere occorre opporre una critica della vio-lenza (Benjamin, diceva) dove gli oppressi individuano il momento per disfarsi dell’infelicità che li attanaglia nei secoli… l’epifania della rivolta è dunque un’irruzione del tempo consacrato alla macchina/capitale, in qualche modo dà visibilità ai popoli im-poveriti e mostra come si può abitare il mondo alla fine del mondo. L’innocenza del di-venire auspicata da Nietzsche è tutta qui. Lo spirito sottile della rivolta e il libero uso di sé sogna l’insorgenza del ludico, del meraviglioso, dell’inedito e la fine dell’impostura... è l’eccesso che dà la misura di tutte le cose. È la rivolta che porta il cielo in terra. Per gli uomini dotati di libertà e per gli amanti della piccola saggezza o talento in amore dell’uomo per l’uomo come il Comandante Ernesto “Che” Guevara… il piacere della rivolta abolisce l’impossibile e annuncia la comunità che viene.
Soderbergh allunga la minestra riscaldata del “Che”… lo mostra invecchiato, malato, bello sempre… esegue una partitura benevola e cronachistica delle sue gesta ma non riesce mai a entrare nella pelle della storia… la macchina da presa si muove palpitante su nulla e perfino i morti sono filmati con quel tanto di “tocco” estetizzante che andreb-be bene per una pubblicità di automobili, una banca o gli stracci dell’Emporio Arma-ni… c’è anche la bella rivoluzionaria (Tanya) che tutto comprende e tutto approva della disastrosa avventura rivoluzionaria di “Che” Guevara… e il fantasma di Jules Régis Debray, alcune fonti dicono che è stato questo emissario di Castro ad avere tradito il “Che”… la sentita interpretazione del “Che” di Benicio del Toro è tutto quanto resta negli occhi dello spettatore, ma nemmeno la figurazione dell’uccisione del “Che” riesce a commuovere, tanto è circoscritta a inquadrature (insolitamente) liquide, anche per un funambolo della tele/camera come Soderbergh. Vi è del ciarlatano in chiunque trionfi sulle spoglie di un rivoluzionario autentico.
La sceneggiatura del film (scritta da Peter Buchman e Benjamin A. van der Veen), tratta malamente dai Diari boliviani del “Che”… è un lavoretto di trascrizione abbastanza confuso e il dittico di Soderbergh si chiude nella retorica del pianto plateale… l’eroe è stato ammazzato con le sue illusioni e l’icona o il mito risorge dalle sue spoglie insan-guinate. Il metodo più efficace per conquistare spettatori fedeli e applausi festivalieri è affascinare la loro compiacenza, affogarli nella prolissità estetica (la tessitura filmica) e nella fine dello stupore del rivoluzionario che ha scelto la morte per ascendere al più alto dei cieli, quello della storia dell’infamia. Bisogna essere fuori dal mondo come un politico o come un idiota per credere che l’assassinio del “Che” non è stato un crimine contro l’umanità.
Hasta la victoria siempre!

Pino Bertelli
29 volte agosto 2010

domenica 29 agosto 2010

VIRUS POLITICI PER UN’EUROPA INCONSISTENTE, di Pier Francesco Zarcone


In quell’insieme dinamico di eventi e situazioni ricompresi nel concetto di “storia” i vuoti di potere e/o presenza, che di volta in volta si creano, generano iniziative e movimenti diretti a colmarli. È come se vigesse una ferrea legge fisica. Da qui il formarsi di assetti nuovi (o apparentemente tali) e magari nuovi vuoti. Come è accaduto in Europa dal 1989: caduta del muro di Berlino, implosione dell’Unione Sovietica, fine del blocco politico/militare dell’Est, disgregazione della Jugoslavia e sanguinosa guerra fra gli Slavi del Sud.
L’abbattimento del muro di Berlino fu occasione di giubilo e speranza; cosa normale quando crollano regimi tirannici o autoritari. E comprensibile, seppure sarebbe sempre opportuno riuscire a superare la fascinazione di accadimenti del genere – causa di miopia politica – e concentrarsi sulle loro possibili (e spesso necessitate) conseguenze. Con il suo cinismo clericale – spiacevole ma tante volte espressione di un crudo e disincantato iper-realismo – il nostrano Andreotti aveva vaticinato che un Germania divisa faceva dormire sonni più tranquilli. La sua conclusione non era fatale, ma senza dubbio possibile. Sta di fatto che si è ingenerato un dinamismo proprio nel senso previsto dal nostro immarcescibile politico democristiano. A fronte del vuoto determinato dal crollo del blocco orientale emerge in tutta la sua pienezza l’inconsistenza della cosiddetta Europa unita dell’epoca (e non solo). Nel 1989 si era creata dall’esterno un’occasione d’oro affinché si pianificasse – per lo meno – un concreto processo per la costituzione di un vero soggetto politico europeo, seppure limitato alla parte occidentale del continente. Ciò non è avvenuto. E non solo. Si è concretizzata una situazione che sembra essere più schizofrenica che dialettica: dall’accrocco europeo-occidentale – teoricamente orientato a realizzare un assetto transnazionale basato sui cittadini europei – nulla è pervenuto, nulla è stato fatto, in tale senso e in più si sono favorite a Est le frantumazioni statuali e (peggio ancora) la creazione di Stati etnici o fondati sul dominio del particolarismo religioso. Inoltre si sono avviati la distruzione dello Stato-sociale, la chiusura delle frontiere e il rafforzamento delle pratiche poliziesche.
Circa le frantumazioni statuali e l’avvento di Stati etnico/religiosi si deve distinguere (per quel che serve) fra responsabilità e colpa. La fresponsabilità è dei governi europei occidentali (troppo fantasmatica l’Europa “unita” per attribuirle alcunché); la colpa, invece, è delle popolazioni locali interessate, e delle loro classi politiche del tutto opportuniste, che hanno saputo mescolare “sapientemente” avventurismo e criminalità. Un’entità poderosa come la Germania unita (ed essa lo è davvero) non poteva non cogliere la sua occasione nel quadro generale così creatosi. Fargliene una colpa sarebbe solo ingenuità; la realpolitik è altra cosa. E con questo sia lecito, a chi scrive, mettere in chiaro il suo non essere antitedesco per principio.
La sua grande occasione la Germania l’ha avuta con l’avvio del processo di disfacimento di quella nazione mancata che si chiamava Jugoslavia. Al riguardo ha saputo giocare bene le sproprie carte, oltre a svolgere un ruolo attivo per il precipitare degli eventi (cosa risaputa, evidente e confermata da fonte non sospetta: un intervista data a Usa Today a giugno del 1993 dall’allora Segretario di Stato statunitense Warren Christopher). Con la separazione fra Slovacchia e Repubblica Ceca possiamo definire ormai finito nell’Europa orientale – quand’anche se ne siano accorti in pochi – l’assetto datole dai trattati di Versailles nel 1919/20, a conclusione della I Guerra Mondiale (in quell’area la fine del secondo coflitto mondiale aveva dato luogo solo a modifiche territoriali e a cambi di regimi politici). Assetto in linea di massima non alterato – in termini di soggetti esistenti – a parte la divisione della Germania in due Stati e la federazione coatta con l’Urss di Lituania, Estonia e Lettonia.
Nessun soggetto rilevante in Europa ha operato per impedire o fermare le digregazioni nazionaliste (sanguinosamente atroci nei Blacani), che aprono la porta all’autismo sociale, culturale e storico. Oggi l’area dell’Est è – con i suoi insignificanti mercati nazionali – è terreno di espansione commerciale e finanziaria tedesca, una volta morta l’eventualità anche teorica che un domani si potesse formare un mercato comune balcanico, e magari anche danubiano: cosa che la persistenza di una Jugoslavia unita e non traballante avrebbe potuto far prendere in considerazione (si pensi alla Turchia che a novembre del 1992 si è creato uno spazio economico del Mar Nero).
In più si è prodotta una situazione – al momento in quiescenza, ma potenzialmennte pericolosa – propizia al rinnovo del vecchio intreccio di rivendicazioni territoriali che sembravano appartenere a un passato quasi cinquantenario. Rivendicazioni che coinvolgono a vario titolo Croazia, Serbia, quell’aborto pseudo-federativo che è la Bosnia Erzegovina, Albania, Macedonia, Grecia, Bulgaria, Romania e (perché no?) Turchia. Al momento tutto tace, ma ci sono le premesse affinché un domani ci si torni a scannare.
Non va sottovalutato – anche e soprattutto a seguito dell’intervento Nato in Kóssovo – che, essendo saltato il principio dell’intangibilità delle frontiere nate dalla II Guerra Mondiale – si è aperto un pericoloso precedente per tutti gli Stati europei con problemi di minoranze etnico/religiose o con spinte secessioniste. Situazione aggravata dalla scomparsa di ogni principio di legalità internazionale. Infatti, se per l’Europa occidentale e gli Usa sono andate bene le secessioni della Slovenia, della Croazia, della Macedonia, della Bosnia-Erzegovina croato/musulmana, del Montenegro, del Kóssovo, della Slovacchia, a quale titolo negarne il diritto alle Krajne serbe, alla Bosnia serba, all’Ossezia del Sud o all’Abkhazia? “Ovviamente”, la Cecenia è affare interno della Russia. Non c’è un principio giuridico in opera: c’è solo la forza bruta.
Si potrebbe parlare anche di un altro aspetto: dall’Europa balcanica è venuto un altro segnale su cui non si è adeguatamente appuntata l’attenzione di chi di dovere; e cioè il fallimento di un multiculturalismo “per sommatoria”, e non già per inclusione di elementi diversi inseriti in un comune orizzonte storico/culturale “meticcio”. La multicultura per sommatoria implica sempre il rischio che prima o poi si debba optare tra un settore o un altro, così l’equilibrio precario finisce nello scontro e siamo da capo. Considerati i problemi posti dalla crescente immigrazione in Europa, e considerato che si è ancora ben lungi dal vedere costituita una cittadinanza europea – vale a dire una diffusa coscienza di appartenere a una realtà transnazionale – e anzi si assiste a revivals di regionalismi velleitari e/o egoisti, non è detto che il “virus balcanico” non si diffonda; sia pure con modalità particolari, se determinati e pesanti interessi economici lo richiederanno. E sempre con effetti traumatici e regressivi per coloro che le destre chiamano “la gente”.

martedì 24 agosto 2010

SULLA PROPOSTA DELL'ENNESIMA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA, di Stefano Santarelli e Marco Ferrando (quello di Genova)

Una volta all'anno, come il Carnevale di Rio
di Stefano Santarelli

Miei cari,
sicuramente è a voi già noto che il 29 ottobre vi è la proposta dell'ennesima manifestazione antirazzista di cui si discuterà a settembre.
Vi esprimo sinteticamente alcune mie perplessità.
Ottobre è il mese che ormai viene dedicato alle manifestazioni antirazziste e come il carnevale di Rio che si svolge una volta all'anno così anche in Italia una volta all'anno esiste l'usanza di svolgere una grande manifestazione antirazzista tanto per tacitare le nostre coscienze.
Intendiamoci i problemi ci sono: da quelli puramente elementari come la questione della cittadinanza, che vede una legislazione italiana completamente arretrata rispetto agli altri paesi occidentali, fino all'integrazione - ma preferisco il termine rispetto - di altre culture come quella islamica.
Problemi che però non possono però essere risolti con un corteo per quanto questo possa essere significativo.
Infatti in questi anni non è mai stato risolto un solo problema inerente all'immigrazione.
La questione della cittadinanza di suolo per esempio è una battaglia che può essere vinta, ma con una mobilitazione che vada al di là del solito corteo. Con raccolte di firme, tavoli, adesioni pubbliche insomma con una mobilitazione veramente attiva.
Anche perché questa battaglia se non verrà fatta dalla "sinistra" verrà risolta dalla stessa borghesia poiché non vi è niente di rivoluzionario nel dare la cittadinanza di suolo ai bambini che nascono in Italia e oltretutto in fondo gli conviene concederla.
Ora dopo il flop del cosiddetto sciopero generale degli immigrati, fallimento facilmente prevedibile, si vuole proporre uno sciopero generale - questa volta dei lavoratori italiani - in difesa dei diritti degli immigrati.
Ovviamente i lavoratori italiani devono battersi anche per la difesa dei lavoratori immigrati i quali è giusto ricordarlo non sono rappresentati dai sindacati.
Ma in questo momento con un sindacato diviso al suo interno, con una grave crisi politica che investe anche la "sinistra" e con una combattività dei lavoratori italiani molto ridotta per usare un eufemismo mi sembra veramente utopistico chiedere uno sciopero generale in difesa degli immigrati.
Oltretutto bisogna tenere contro che il 16 ottobre c'è anche la manifestazione nazionale indetta dalla FIOM per non parlare della manifestazione del 2 ottobre organizzata dal popolo viola.
Certamente il 29 ottobre ci sarà questa manifestazione probabilmente con una buona partecipazione che verrà spacciata come sciopero generale. Ma ritengo che non sia questa la strada per difendere efficacemente i diritti degli immigrati.
Ciao
Stefano

********
"Uomini che lavorano"  vs. "Interessi del capitale che li sfrutta"
di Marco Ferrando

Cari utopisti rossi,
concordo pienamente con l'analisi di Stefano, ma vorrei spingerla ancora un po in là. Sento oramai la divisione in "categorie" una interpretazione anacronistica rispetto alla forza ed alle energie espresse dal capitale per difendere i propri interessi.
Se anche gli oppressi, gli sfruttati, i venditori di forza lavoro utilizzano le stesse categorie della classe dominante per rivendicare propri o altrui diritti, beh credo che la lotta non modifichi i rapporti di forza, anzi li appiattisca verso una eliminazione del conflitto. Se siamo tutti d'accordo che non ci accontentiamo della "pace dei ricchi", credo che sia necessario ricominciare a ragionare in termini di "uomini che lavorano" e di "Interessi del capitale che li sfrutta".
In sintesi, mi chiedo se abbia senso a questo punto di parlare "immigrati", "lavoratori a progetto", "rom", "musulmani" ecc.… oppure se sia meglio porre poche questioni "trasversali" per le quali i rom, insieme agli immigrati, insieme ai precari, insieme agli operai di Melfi, insieme ai ricercatori universitari... insomma "noi, popolo oppresso" si possano sentire uniti nella lotta.
Ecco: se una manifestazione ha senso (su questo strumento concordo con Stefano) deve poter unire questi soggetti in una unica categoria "umana" di sfruttati e oppressi. La troverei veramente "rivoluzionaria".
Un forte abbraccio a tutti
Marco Ferrando [da Genova]

martedì 10 agosto 2010

GERMANIA (ZONA-EURO) E CINA (ZONA YUAN), di Pier Francesco Zarcone

IN ITALIANO
Questa nostra epoca – in cui soffiano venti economici tumultuosi e spesso imprevedibili – potrebbe essere considerata dai posteri un’epoca di transizione rispetto agli “equilibri” (squlibrati) di oggi, che si basano su tre “zone” economico/geo/politiche definibili in base alle rispettive monete: zona-dollaro (il cui centro sono gli Usa), zona-euro (il cui vero centro è la Germania) e zona-yuan (di cui la Cina è il centro e il tutto). In ciascuna di queste zone il centro – portatore di interessi propri - ha le sue strategie, al momento con un duplice scopo: fare fronte all’attuale crisi economico/finanziaria dalle tre facce – mondiale, continentale, nazionale – e possibilmente uscirne; e poi espandere la rispettiva influenza economica e politica. Naturalmente lo scenario di queste strategie è planetario.
Almeno per le ultime due zone un ruolo strategicamente essenziale – in quanto funzionale a varie iniziative e combinazioni – va attribuito all’esistenza dell’euro; nonostante il caos politico/istituzionale dell’Unione Europea. Mettiamo da parte i disastri microeconomici, ma anche macroeconomici derivanti del modo di impiantazione di questa moneta, e guardiamo a certi suoi effetti a vasto raggio.
Tutti sappiamo che l’euro durerà fino a quando servirà all’economia tedesca; e poiché l’euro serve ancora alla Germania (nonostante le turbolenze provocate e provocande dalle economie dell’Europa meridionale) ebbene ce lo dobbiamo tenere. La Germania è il centro della zona-euro per il semplice fatto di avere l’economia più forte rispetto agli altri Stati-partners monetari. Diciamo subito che “più forte” implica un giudizio di relazione, e non una valutazione assoluta. Ne riparleremo.
L’interesse tedesco a permanere nella zona-euro non dipende solo dall’importanza degli inerenti mercati per le sue esportazioni, ma soprattutto dipende dalle opportunità che ciò offre per la realizzazione di progetti strategici il cui punto di arrivo è molto ambizioso ma non impossibile: ridisegnare la mappa degli equilibri economico/finanziari mondiali. E senza l’euro – cioè solo con il vecchio marco, o con un eventuale futuro nuovo marco – la Germania non disporrebbe della dimensione necessaria per muoversi negozialmente all’interno del predetto assetto monetario tripolare oggi vigente nel mondo.
Il progetto tedesco consiste nel crearsi un ruolo propulsore nella creazione di una via d’uscita - innanzi tutto a vantaggio della propria economia – dall’odierno predominio anglo-sassone sull’economia mondiale. Preliminare sul piano logico, e funzionale a ciò, sono l’egemonia tedesca sull’euro e il minor livello possibile di spesa per il sostegno alle disastrate economie ellenica, iberiche e – domani forse – italica. Tanto più che se i mercati del Sudeuropa hanno ancora la loro importanza per le esportazioni germaniche, tuttavia non sono più mercati fondamentali per l’economia tedesca. Si tenga però presente che le banche tedesche hanno effettuato massicci acquisti di titoli di Stati europei, anche di quelli a economia debole; di modo che un crollo di tali economie costituirebbe una perdita di notevole entità. Quando l’ex Ministro degli Esteri Joshka Fischer ha di recente lamentato che l’euro non sia per la Germania l’elemento di un progetto europeo, bensì uno strumento per l’economia tedesca, ha solo dimostrato di non avere appreso molto dagli anni del suo giovanile sinistrismo.
A chi si volge primariamente oggi lo sguardo strategico tedesco? Alla Cina come sbocco per l’esportazione e alla Russia per le forniture energetiche. Cosa importante è che questi due paesi non deteriorino più di tanto le loro relazioni con gli Usa: in tal modo, la Germania non dovrà effettuare scomode scelte fra essi e gli Stati Uniti.
Di particolare importanza è il mercato cinese, e importante per la Cina è l’euro (come dimostrano i suoi acquisti di titoli finanziari di Stati di questa zona), a motivo del ruolo di contrappeso rispetto al dollaro che esso svolge per l’economia cinese. Poichè i cinesi guardano alle cose concrete, e l’Ue è un guazzabuglio di 27 Stati ed economie male amalgamate, ecco che l’interesse cinese per l’euro non può che dare luogo all’individuazione di un partner europeo che sia serio, solido e affidabile: ed ecco che le reazioni privilegiate della Cina in Europa non possono che essere con la Germania. Si tratta di mero realismo.
Uno dei segni indicatori della convergenza di interessi fra la Germania e la Cina (seppure non solo di ciò) – magari poco considerato – è la presenza militare tedesca in Afghanistan. Qualcuno dirà: e che c’entra l’Afghanistan? La risposta è semplice: anche per l’economia cinese l’approvvigionamento energetico è vitale, e non si dimentichi che già la Cina – a seguito dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 - ha dovuto ingoiare lo stop al suo accesso autonomo al petrolio iraqeno. Per motivi di politica interna Pechino ha deciso di privilegiare l’approvvigionamento energetico dalla Russia e dall’Asia Centrale, regione per il cui controllo è fondamentale il controllo dell’Afghanistan.
D’altro canto, se Pechino dovesse optare in favore dell’approvvigionamento dalle risorse energetiche dei mari della Cina meridionale questo - aumentando enormemente l’importanza economica delle sue regioni costiere rispetto al resto delle regioni continentali (importanza che è già enorme) – sarebbe politicamente pericoloso in quanto suscettibile di innescare sul piano politico spinte separatiste in un’area che a tutt’oggi non ha bisogno del resto del continente cinese. Un altro pericolo verrebbe dalle implicazioni militari conseguenti alla scelta in parola; infatti si creerebbero le condizioni per realizzare il sogno per niente occulto dei responsabili della marina cinese: la creazione di una grande flotta militare. E in questo caso gli Stati Uniti – dove al Pentagono già si elaborano i piani di guerra con la Cina – starebbero a guardare?
Qui va fatto un inciso. Come ieri per la Gran Bretagna, oggi per gli Usa – da buona entità imperialista – l’assoluta egemonia sui mari è di vitale importanza per ragioni economiche. Il suo mantenimento è un tema sensibilissimo: una specie di nervo scoperto. Si ricordi che agli inizi del secolo scorso a rendere inevitabile – prima o poi - lo scontro fra Germania e Gran Bretagna fu l’inizio del piano tedesco per formare una flotta militare che fosse all’altezza di quella britannica. Già in quest’ambito l’orizzonte è pieno di nubi, per la recentissima notizia della messa a punto cinese di un nuovo missile terra-mare che, per la sua potenza e gittata, costringerà gli Stati Uniti a rivedere tutta la loro organizzazione militare in Estremo Oriente.
Nelle relazioni cino-statunitensi incombono due elementi non proprio positivi: la consistente posizione creditizia cinese a carico dell’economia Usa, e il fatto che la Cina – a differenza di quel che accadeva con l’Urss – è sempre più in grado (a parità di situazione) di fare concorrenza agli Stati Uniti in campo economico.
Ma torniamo alla Germania. In tutto questo complesso intreccio i progetti tedeschi devono fare i conti con vari fattori, fra cui quelli inerenti a certe debolezze della loro economia. Si tratta cioè di un’economia basata sulle esportazioni in modo precipuo e con scarsi profili di innovazione nell’ambito produttivo da almeno mezzo secolo. Infatti, se l’industria tedesca è in grado di fornire eccellenti prodotti automobilistici, chimici, meccanici etc. alle ecomnomie in fase di industrializzazione, poco e niente può offrire alle economie terziarizzate, essendo sostanzialmente assente nel campo dei servizi.
Il seguito alla prossima puntata; che ci sarà, poiché con tutta evidenza sono in atto eventi causali che (come al solito) saranno produttivi di diversi effetti, e taluni emergeranno determinando il corso delle cose. Tanto più che alla difesa dell’euro e alla riduzione dell’importanza del dollaro (di cui si teme il collasso) ci sono anche capitali arabi, per quanto ancora non sia visibile una loro precisa strategia, al di là dell’attuale acquisto di pacchetti azionari vari. Anche qui staremo a vedere.

EN ESPAÑOL
ALEMANIA (ZONA EURO) Y CHINA (ZONA YUAN)
por Pier Francesco Zarcone

Nuestra época – en la cual soplan vientos económicos tumultuosos y a veces imprevisibles – podrá ser considerada por la posteridad como una era de transición respecto de los “equilibrios” (desequilibrados) de hoy, que se basan en tres “zonas” económico-geo-políticas definibles en base a sus respectivas monedas: la zona dólar (cuyo centro son los EEUU), la zona euro (cuyo centro es Alemania) y la zona yuan (de la cual China es el centro y el todo). En cada una de ellas el centro – portador de intereses propios – posee sus estrategias, actualmente con un doble objetivo: hacer frente a la actual crisis económico-financiera con sus tres aspectos – mundial, continental y nacional – y, si es posible, salir de la misma; y luego expandir la respectiva influencia económica y política. Obviamente el escenario de tales estrategias es planetario.
Al menos para las dos últimas zonas, un rol estratégicamente fundamental – en cuanto funcional a varias iniciativas y combinaciones – es atribuible a la existencia del euro, no obstante el caos político-institucional de la Unión Europea. Dejemos de lado los desastres micro y también macro económicos derivados del modo de instauración de esta moneda y observemos algunos de sus efectos a largo alcance.
Todos sabemos que el euro durará hasta que le sea útil a la economía alemana; y dado que el euro aún le hace falta a Alemania (a pesar de las turbulencias provocadas y por provocar por las economías de la Europa meridional), por ahora hay euro para rato. Alemania es el centro de la zona euro por el simple hecho de tener la economía más fuerte respecto de los demás Estados-socios monetarios. Aclaremos inmediatamente que “más fuerte” implica un juicio de relación, no una evaluación absoluta. Volveremos sobre el tema.
El interés alemán por permanecer en la zona euro no depende solamente de la importancia de los inherentes mercados por sus exportaciones, sino sobre todo de las oportunidades que brinda para la realización de proyectos estratégicos cuyo punto de arribo es muy ambicioso pero no imposible: rediseñar el mapa de los equilibrios económico-financieros mundiales. Y sin el euro – es decir solo con el viejo marco o con un eventual nuevo marco – Alemania no podría disponer de la dimensión necesaria para negociar dentro del mencionado status monetario tripular vigente actualmente en el mundo.
El proyecto alemán consiste en colocarse en un rol propulsor en la creación de una vía de salida – sobre todo obteniendo ventajas para su propia economía – del actual predominio anglosajón sobre la economía mundial. Es lógico que para ello, es necesaria la hegemonía alemana sobre el euro y el menor nivel posible de dispendio para sostener las maltrechas economías helénica e ibérica y – tal vez mañana – itálica. Sobre todo teniendo en cuenta que, si bien los mercados del sur de Europa tienen todavía cierta importancia para las exportaciones alemanas, no son más mercados fundamentales para su economía. Es necesario considerar, sin embargo, que los bancos alemanes han efectuado macizas adquisiciones de títulos de estados europeos, incluidos los de economías débiles; de manera que un derrumbe de esas economías constituiría una pérdida de notable entidad. Cuando el ex ministro del Exterior Joshka Fischer ha lamentado recientemente que el euro no sea para Alemania el elemento de un nuevo proyecto europeo, sino un instrumento para su economía, ha solamente demostrado no haber aprendido mucho de su juvenil pasado izquierdista.
¿Hacia donde se dirige principalmente hoy la mirada estratégica alemana? Hacia China como salida para sus exportaciones y hacia Rusia para sus provisiones energéticas. Es importante entonces que estos dos países no deterioren demasiado sus relaciones con EEUU: de tal manera Alemania no deberá realizar una incómoda elección entre esos dos países y EEUU.
De particular importancia es el mercado chino, e importante para China es el euro (como demuestran sus adquisiciones de títulos financieros de estados europeos), por el rol de contrapeso respecto al dólar que el euro ejerce para la economía china. Dado que los chinos apuntan a cosas concretas y la Unión Europea es un embrollo de 27 Estados y economías mal amalgamadas, he ahí que el interés chino por el euro debe necesariamente localizar un partenaire europeo serio, sólido y confiable, por lo tanto las relaciones privilegiadas de China en Europa no pueden ser con nadie más que con Alemania. Se trata de mero realismo.
Una de las señales indicadoras de la convergencia entre Alemania y China (aunque no solamente de eso) – tal vez poco considerada – es la presencia militar alemana en Afganistán. Alguien podría decir: ¿y qué tiene que ver Afganistán? Las respuesta es simple: también para la economía china el aprovisionamiento energético es vital, y no hay que olvidar que China – después de la invasión estadounidense a Irak en 2003 – tuvo que tragarse el alto a su acceso autónomo al petróleo iraquí . Por motivos de política interna Pequín ha decido priorizar el aprovisionamiento energético desde Rusia y Asia Central, regiones para cuyo control es fundamental el control de Afganistán.
Por otra parte, si Pekín tuviera que optar en favor del abastecimiento de recursos energéticos de los mares de China meridional, esto – aumentando enormemente la importancia económica de sus regiones costeras respecto del resto de las regiones continentales (importancia que es ya enorme) – sería políticamente peligroso en cuanto susceptible de desencadenar ambiciones separatistas en un área que hoy por hoy no tiene necesidad del resto de la China. Otro peligro podría llegar de las implicaciones militares de lo anterior; en efecto se crearían las condiciones para realizar el sueño no tan secreto de los responsables de la marina china: la creación de una gran flota militar. Y en este caso, EEUU – donde en el Pentágono ya se están elaborando planes de guerra con China – se quedaría mirando desde afuera?
Aquí es necesaria una apostilla. Como en el pasado para Gran Bretaña, hoy para EEUU – como buen país imperialista – la absoluta hegemonía sobre los mares es de vital importancia para las razones económicas. Mantenerla es un tema muy sensible: una especie de nervio expuesto. Es necesario recordar que, a principios del siglo pasado, lo que hizo inevitable el choque entre Alemania y Gran Bretaña fue el inicio del plan alemán para formar una flota militar que estuviera a la altura de la británica. Ya en este ámbito, el horizonte está lleno de nubes, por la reciente noticia de la puesta a punto china de un nuevo misil tierra-mar que, por su potencia y alcance, obligará a EEUU a revisar toda su organización militar en Extremo Oriente.
Sobre las relaciones chino-estadounidenses se ciernen dos elementos no muy positivos: la consistente posición crediticia china sobre la economía de EEUU y el hecho de que China – a diferencia de lo que ocurría con la URSS – está cada vez más en condiciones (a paridad de situaciones) de competir con EEUU en el terreno económico.
Pero volvamos a Alemania. En toda esta compleja trama, los proyectos alemanes tienen que tener en cuenta varios factores, entre otros los inherentes a aspectos débiles de su economía. Se trata de una economía basada principalmente en las exportaciones y con escasos perfiles innovadores en el ámbito productivo desde hace por lo menos medio siglo. En efecto, la industria alemana está en condiciones de ofrecer excelentes productos automotores, químicos, mecánicos, etc. a las economías en fase de industrialización, pero poco tiene para proponer a las economías terciarizadas, siendo prácticamente ausente en el terreno de los servicios.
Continuará en un próximo capítulo. Que llegará inevitablemente, ya que es evidente que se están verificando eventos causales que (como es normal) producirán diferentes efectos y algunos emergerán determinando el curso de las cosas. Más aún considerando que en defensa del euro y de la reducción de la importancia del dólar (del cual se teme el colapso) trabajan también capitales árabes, aunque por ahora no sea visible una precisa estrategia de los mismos más allá de la actual adquisición de paquetes accionarios varios. También aquí está por verse…

[Traducción: Enzo Valls]