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lunedì 29 novembre 2010

HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA IN UTOPIA ROSSA, di Roberto Massari

 IN  ITALIANO
Cari compagni e care compagne,
posso finalmente darvi la conferma definitiva di una notizia che covava sotto la cenere.
Qualche settimana fa, con una lunga lettera, avevo chiesto a Humberto Vázquez Viaña di entrare a far parte del progetto di Utopia rossa sulla base dei sei punti etico-politici che abbiamo assunto come base comune e internazionale. Humberto ha risposto affermativamente, dicendo che considera "un onore" far parte della nostra iniziativa e del comitato di redazione di Utopia rossa (Ricordiamo che non esiste una struttura organizzativa vera e propria alla quale aderire, perché Utopia rossa non è un gruppo, ma un'associazione politica libera e libertaria).
Il suo nome è stato inserito nel blog e io gli ho già risposto che l'onore è tutto nostro.
Ricordo, per chi sia troppo giovane per saperlo, che Humberto ha fatto parte della guerriglia del Che in Bolivia (rete urbana, insieme a Loyola e Saldaña); che è ormai uno dei pochi guerriglieri sopravvissuti di quella vicenda; che di lui parla il Diario del Che alla giornata del primo gennaio 1967 (e non di Humberto Rhea, come si era creduto erroneamente); che fu lui ad accompagnare Tania fino alla guerriglia; che suo fratello Jorge ("El Loro") fu uno dei guerriglieri più celebri del gruppo boliviano; che per anni, benché profugo, Humberto si è battuto per la ricerca della verità su quella ed altre vicende delle guerriglie latinoamericane senza farsi intimidire da nessun governo o partito; che le sue ricerche sono raccolte in un primo volume (altri seguiranno) che ho pubblicato anche in italiano; che Humberto è ormai considerato il massimo studioso boliviano del Che, a fianco del carissimo Carlos Soria Galvarro.
Aggiungo che Humberto è diventato quasi cieco, ma continua a leggere e scrivere grazie a delle moderne attrezzature che gli ha fornito il governo svedese. Anche in questo è un esempio di coraggio e tenacia per tutti coloro che gli occhi ce li hanno ancora, ma non vedono al di là di un palmo del loro naso.
Dire che per Utopia rossa la notizia è fonte di gioia, è dire poco. In realtà stiamo avendo un'altra significativa conferma del fatto che la metodologia e l'onestà che stiamo utilizzando per raccogliere unitariamente le poche energie rivoluzionarie sopravvissute agli scempi di questi ultimi decenni, non hanno solo una forte rilevanza teorica (vedi i libri da noi fin qui pubblicati), ma possono conseguire anche dei risultati pratici: modesti quanto si vuole, ma concreti e di qualità.
Fuori da opportunismi elettoralistici, fuori da narcisismi individualistici, fuori da meccanismi gruppettari personalistici, fuori da disturbi della personalità mascherati come militanza politica (in realtà psicopatologia politica), stiamo riuscendo a mettere e a tenere insieme energie vitali di diversa matrice ideologica e di diversa esperienza storica: marxisti, marxisti libertari, femministe, anarcocomunisti, anarcosituazionisti, guevaristi, trotskisti, credenti rivoluzionari, atei anticlericali e via di seguito, costituendo uno spettro ideologico che speriamo diventi sempre più ampio, all'altezza delle sfide che ci lancia lo sviluppo del capitalismo contemporaneo, al momento più che vincente sull'intera faccia terrestre.
La presenza di un membro della guerriglia boliviana è per noi un simbolo di continuità con l'esperienza storica del Che, e in quanto tale ci onora. Allo stesso tempo ci offre una conferma sulla qualità del nostro modo veramente nuovo di praticare l'impegno politico rivoluzionario e internazionalistico.
Nell'abbracciare Humberto e nel dargli il benvenuto, non si può fare a meno di gridare tutti insieme
Hasta la victoria!
Roberto 

EN  ESPAÑOL
HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA EN UTOPÍA ROJA, por Roberto Massari

Queridos compañeros y compañeras:
Puedo finalmente confirmarles una noticia que estaba latente desde hace un tiempo. Hace algunas semanas, con una larga carta, le propuse a Humberto Vázquez Viaña de unirse al proyecto de Utopia Rossa (Utopía Roja) en base a los seis puntos ético-políticos que hemos asumido como base común e internacional. Humberto ha respondido afirmativamente, diciendo que considera “un honor” hacer parte de nuestra iniciativa y de nuestro comité de redacción (recordemos que no existe una estructura organizativa propiamente dicha a la cual adherir, ya que Utopía Roja no es un grupo político sino una asociación política libre y libertaria).
Su nombre ya ha sido incluido en el blog y yo ya le respondí diciéndole que el honor es nuestro.
Para quienes son demasiado jóvenes para saberlo, les recuerdo que Humberto fue un integrante de la guerrilla del Che en Bolivia (en la red urbana, junto a Loyola Guzmán y Saldaña); que es uno de los pocos guerrilleros sobrevivientes de aquella epopeya; que a él se refiere el Diario del Che en la jornada del 1 de enero de 1967 (y no a Humberto Rhea, como se había creído erróneamente); que fue él quien acompañó a Tania a la guerrilla; que su hermano Jorge (“El Loro”) fue uno de los guerrilleros más notorios del grupo boliviano; que durante años, aún prófugo, Humberto luchó en busca de la verdad sobre aquella y otras experiencias guerrilleras latinoamericanas, sin dejarse intimidar por ningún gobierno o partido; que sus investigaciones han sido recogidas en un primer volumen (seguirán otros) que hemos publicado en italiano; que Humberto está considerado como el más grande estudioso boliviano del Che, junto al queridísimo Carlos Soria Galvarro.
Agrego que Humberto actualmente está casi completamente ciego, pero sigue leyendo y escribiendo gracias  a las modernas soluciones tecnológicas que pone a su disposición el gobierno sueco. También éste es un ejemplo de coraje y tenacidad para todos aquellos che tienen los ojos pero no logran ver a un palmo de sus narices.
Decir que para Utopía Roja la noticia es motivo de alegría es poco. En realidad es una significativa confirmación del hecho que la metodología y la honestidad que estamos poniendo en práctica para reunir las pocas energías revolucionarias que han sobrevivido a la devastación de estas últimas décadas, no tienen solamente una relevancia teórica (ver los libros publicados por nosotros hasta ahora), sino que pueden conseguir resultados prácticos, modestos si se quiere, pero concretos y de calidad.
Fuera de los oportunismos electorales, fuera de los narcisismos individualistas, fuera de los mecanismos de los grupúsculos con liderazgos personalistas, fuera de los disturbios de la personalidad disfrazados de militancia política (en realidad sicopatología política), estamos logrando captar y mantener unidas a energías vitales de diversas matrices ideológicas y de diversas experiencias históricas: marxistas, marxistas libertarios, feministas, anarco-comunistas, anarco-situacionistas, guevaristas, trotskistas, creyentes revolucionarios, ateos anticlericales, etc., etc., constituyendo un espectro ideológico que esperamos que se vuelva cada vez más amplio y a la altura de los desafíos que nos lanza el desarrollo del capitalismo contemporáneo, por el momento vencedor sobre toda la faz del planeta.
La presencia de un miembro de la guerrilla boliviana es para nosotros un símbolo de continuidad con la experiencia histórica del Che, y como tal nos honra. Al mismo tiempo nos ofrece la confirmación sobre la calidad de nuestro modo verdaderamente nuevo de practicar el compromiso político revolucionario e internacionalista.
Al abrazar a Humberto y darle la bienvenida, no podemos menos que gritar todos juntos
¡Hasta la victoria!
Roberto

sabato 27 novembre 2010

I libri di Utopia rossa - Campagna di sottoscrizione

Cari compagni e care compagne,

poiché l'area di sostenitori o semplici amici di Utopia Rossa si è cominciata ad ampliare da qualche tempo in qua, invio per la prima volta questa lettera sulla nostra sottoscrizione ad altri che finora non ne avevano nemmeno sentito parlare. Nella speranza, ovviamente, che alcuni di loro decidano di darci una mano. Per tutti, comunque, può essere interessante vedere quanto sia difficile per un'associazione rivoluzionaria far circolare le proprie elaborazioni teoriche in un contesto politico-organizzativo che ragiona solo in termini di apparati e risultati elettorali.
Ricordo che nella nostra associazione non esistono obblighi di quote e che i soldi che raccogliamo sono utilizzati unicamente per pubblicare i libri della collana Utopia rossa.
Finora abbiamo pubblicato 6 libri (in 4 anni). Altri sono in preparazione, un paio sono fermi in attesa di soldi per la pubblicazione. Tra questi il libro di Michele Nobile su Rosa Luxemburg che aspettiamo da tempo.
Esaminando il fondo della lista qui aggiornata si vede che Antonella Marazzi ha dato ora un contributo finanziario notevole (1.500 euro), sia per finire di pagare il libro di Zarcone sull'Islam, sia per accelerare l'uscita del libro di Michele.
Poiché finora non ha funzionato il sistema delle piccolissime quote mensili volontarie che avevo proposto, chiederei a tutti coloro che vogliono aiutarci di fare una bella donazione in una volta sola e di destinare subito una quota dell'eventuale tredicesima al fondo libri di Utopia Rossa. Chi può inviare solo un piccolo contributo, lo faccia ugualmente perché anche l'oceano è fatto di gocce...
Per come proseguire nel 2011 avremo modo di discuterne in seguito, a partire dalla riunione nazionale su Cuba del 18 dicembre (anche per quella ci vorrebbero i soldi per fare una manchette in prima pagina sul Manifesto...).
Di seguito, indico i modi per effettuare i versamenti. Poiché si tratta di tre conti della Massari editore (posta, postepay e Banca), raccomando di specificare o avvisare Utopia rossa dell'avvenuto pagamento.
Enzo Valls, amministratore del nostro blog dall'Argentina, troverà il modo di far comparire d'ora in poi stabilmente la nostra sottoscrizione sulla prima pagina.

Saluti rivoluzionari (e arrivederci al 18)
Roberto

c.c. postale 256 270 43
Postepay: 4023 6005 7560 2554
Iban: IT84E08730729100 000 000 70064

giovedì 25 novembre 2010

EUROPA: LA CRISI POLITICA DELLA CRISI ECONOMICA, di Pier Francesco Zarcone

La devastante crisi economica in Europa occidentale contiene altresì una crisi politica non indifferente, proprio in quella parte di mondo dove si è formato lo Stato liberal/democratico del capitalismo, poi nel XX secolo accettato a pieno titolo dalle stesse “sinistre” istituzionali (all’epoca dell’auge dello “Stato sociale”), tanto ormai c’era il suffragio universale e in parlamento erano presenti partiti socialisti e comunisti. Il peggio che deve ancora venire già si profila all’orizzonte. Non causalmente su certi media si comincia a definire con un neologismo il regime politico/economico imposto dai centri di potere finanziario transnazionali e dall’Unione Europea, diligentemente fatto proprio dai governi nazionali (ormai tutti dello stesso colore, sfumature a parte): regime “austeritario”. Il termine esprime la fusione fra il concetto di austerità e quello di autoritarismo.
Sulla crisi economico/finanziaria si è scritto tutto e il contrario di tutto, anche sugli aspetti che “non tornano” (almeno per i non specialisti) ma senza fornire adeguati chiarimenti ai lettori-cittadini: ci si riferisce a contemporanei fenomeni di banche sull’orlo del fallimento che hanno richiesto il dispendioso salvataggio statale (a spese della collettività), e di crescita abnorme dei lucri del sistema bancario nel suo complesso. Per esempio, in un paese a rischio come il Portogallo nei primi 9 mesi di quest’anno le quattro maggiori banche private hanno conseguito lucri per 1.222 milioni di euro (4.000.000 al giorno). Sul versante bancario abbiamo poi che varie finanze statali sono sull’orlo del collasso per fare fronte a spese sempre più rilevanti per il salvataggio delle banche in crisi, spese aggravate dal ricorso a prestiti a tassi via via crescenti fino a correre il rischio di una vera e propria bancarotta. Non sempre viene spiegato che alla fine del discorso i veri beneficiari di questi aiuti sono proprio le banche, sia in quanto erogatrici dei prestiti stessi, sia quelle salvate. E con questo ci approssimiamo alla discorso sulla crisi politica.
Nella presente situazione il ruolo primario e assorbente dello Stato risulta essere - in modo ormai del tutto scoperto - quello di mandatario della tutela della riproduzione del capitale; tutto il resto non conta. È un ruolo assunto in termini totalizzanti tali da essere diventato un elemento cardine della crisi politica della crisi economica. Viene colpita in profondità la sostanza medesima della “formula politica” di cui lo Stato liberal/democratico ha assunto di essere espressione. Si potrebbe obiettare che, in fondo, non si tratta di una grande novità, se non per il fatto che ormai è ben difficile sostenere il contrario. Tuttavia siffatta conclusione non è condivisibile, poiché porta a fare grossolanamente di tutt’erba un fascio, un po’ come i massimalisti di una volta per i quali governi fascisti o liberal/democratici erano la stessa cosa; oppure come l’anarchico da barzelletta che per coerenza estrema evita di usare il participio passato del verbo “essere”.

mercoledì 17 novembre 2010

34 / MODELO PARA DESARMAR, por Enzo Valls

34
El espectáculo es el capital en un grado tal de acumulación que se transforma en imagen.
Guy Debord, La sociedad del espectáculo

He aquí al senador McCarthy,
muerto en su cama de muerte,
flanqueado por cuatro monos;
he aquí al senador McMono,
muerto en su cama de Carthy,
flanqueado por cuatro buitres;
he aquí al senador McBuitre,
muerto en su cama de mono,
flanqueado por cuatro yeguas
he aquí al senador McYegua,
muerto en su cama de buitre,
flanqueado por cuatro ranas:
McCarthy Carthy.
(…)
Nicolás Guillén, Pequeña letanía grotesca en la muerte del senador McCarthy

5! = 5 x 4 x 3 x 2 x 1 = 120
Fórmula de las permutaciones posibles entre 5 elementos.


 El espectáculo es el capital en un grado tal de acumulación que se transforma en imagen.

 Las imágenes son el espectáculo en un grado tal de capitalización que se acumula transformándose.

 La transformación es la imagen en un grado tal de espectacularización que se capitaliza acumulándose.

 La acumulación son las transformaciones en un grado tal de imaginación que se espectacularizan capitalizándose.

 El capital es la acumulación en un grado tal de transformación que se imagina espectáculo.

 Las transformaciones son el capital en un grado tal de imaginación que se espectacularizan acumulándose.

 La acumulación es la transformación en un grado tal de imaginación que se capitaliza en espectáculos.

 El capital es la imagen en un grado tal de acumulación que se espectaculariza transformándose.

 La imagen es la transformación en un grado tal de acumulación que se espectaculariza capitalizándose.

 El capital es la imagen en un grado tal de transformación que se acumula en espectáculos.

 La transformación es la acumulación en un grado tal de capitalización que se imagina espectáculo.

 El espectáculo es la transformación en un grado tal de acumulación que se imagina capitalizado.

 El capital son las imágenes en un grado tal de acumulación que se transforman en espectáculo.

Texto completo en PDF

domenica 14 novembre 2010

SULLA CRISI ECONOMICA, di Michele Nobile

[risposta di Michele Nobile all'invio dell'articolo di Antonio Peredo, "Descubren a Marx" da parte di Enzo Valls, dall'Argentina.]

Carissimo,
vorrei rispondere all'invio dell'articolo che hai appena inviato.

Dal 2007-2008 vari editorialisti ed economisti hanno "riscoperto", dopo averli seppelliti, Keynes, Minsky e addirittura Marx.
Ciò perché "riscoprono" che il capitalismo è instabile e che l'incertezza ne è un dato di fondo; e anche perché, nel caso dei più sinistri, danno un'interpretazione essenzialmente sottoconsumistica della crisi, con terapia del tipo: ridurre la diseguaglianza per rilanciare i consumi, contenendo così la caduta della domanda aggregata.
Ora, che la distribuzione del valore e del plusvalore prodotto sia oggettivamente manifestazione dell'antagonismo di classe e della contraddittorietà del sistema è un fatto, così come, altra faccia della stessa medaglia, lo è la contraddizione tra progresso tecnologico e distribuzione del valore (che si esprime nella crescita della composizione organica del capitale).
Queste due contraddizioni strutturali evidenziate nel Capitale (insieme ad altre) danno luogo a due classi di teorie della crisi. Una essenzialmente sottoconsumistica (la crisi come effetto dell'iniqua diseguaglianza dei redditi) e politicamente di orientamento più riformista e keynesiano (con l'eccezione della "scuola" di Sweezy e Baran, Monthly review); l'altra più "fondamentalista" ma meccanicistica, ora in decisa minoranza, per cui la crisi, al limite il crollo sistemico, è espressione della automatica riduzione della massa e/o del saggio del plusvalore e della caduta del saggio di profitto (causa la crescita della composizione organica del capitale).
Ma il fatto è che nel Capitale si delineano contraddizioni strutturali del sistema e le ragioni dell'antagonismo tra le classi sociali, però non c'è una "teoria della crisi" congiunturale. In particolare, vi si nega esplicitamente che la crisi congiunturale dipenda dallo scarso consumo della forza lavoro. Se così fosse, allora, il capitalismo funzionerebbe meglio quando il saggio di plusvalore e/o di profitto è più basso. E infatti, per questi economisti di sinistra il problema è stabilire un saggio di profitto né troppo alto né troppo basso, frutto di un "compromesso socialdemocratico" tra capitale e lavoro.
Ora, il sostegno dell'occupazione, della spesa e dell'indebitamento dei salariati possono essere modi per temperare la crisi, ma non fattore determinante della stessa. Infatti, la prima risposta durante la crisi è aumentare la pressione sulla forza lavoro. Poi, per uscirne fuori, occorre un qualche fattore che rilanci l'investimento: dopo gli anni Trenta questo fu la guerra mondiale e la spesa per il riarmo (in Germania, che uscì dalla crisi prima degli Usa).
E ora? Questo è il dubbio amletico e l'impasse. Vedi i risultati delle elezioni di mid term negli Usa e i guai dell'Apostolo nero.
Poiché ritengo sia importante controllare le previsioni politiche ed economiche con gli sviluppi della realtà, per questa ragione e non per narcisismo mi cito dalla nota n. 1 sulla crisi, 8 marzo 2009, La crisi nel contesto storico e la neo-ortodossia di Obama, sesto e ultimo paragrafo:
«Gli effetti previsti sull’occupazione del piano proposto sembrano calibrati in modo da non raggiungere un tasso di disoccupazione "reaganiano" del 10%, che oggi implicherebbe circa 15 milioni di disoccupati: un livello comunque possibile, che sarebbe un indubbio fallimento politico.
Ma i capitalisti non gradiscono la piena occupazione, figuriamoci in una situazione di crisi».
Vedi anche le due note sulle previsioni circa la disoccupazione. Aggiungo il commento dello statunitense Economic policy institute sui dati del mercato del lavoro Usa di ottobre, fonte il rapporto mensile del Bureau of Labor Statistics (come produttori di informazione gli yankee sono infinitamente più democratici degli europei: le cazzate di un Berlusconi o di un Tremonti sulla necessità di limitare la diffusione di dati allarmistici sarebbero inconcepibili negli Usa):

«given the backlog of 14.8 million unemployed workers in this country, the pace of job growth is not strong enough to bring the unemployment rate down to prerecession levels anytime soon. To give this some context: If the rate of job growth were to continue at October’s rate, the economy would achieve prerecession unemployment rates (5% in December 2007) in roughly 20 years. For the fourth straight month, the unemployment rate held steady at 9.6%».

Dunque, siamo oramai a 15 milioni di disoccupati (nonostante la riduzione della popolazione attiva, cioè di coloro che lavorano o cercano lavoro), che salgono a 26,6 milioni contando anche i «sottoimpiegati» (sempre dati ufficiali del Bureau of Labor Statistics, che li produce da molti anni; in Europa non esistono statistiche ufficiali del genere, e recentemente Tremonti ha polemizzato con il governatore della Banca d’Italia che si è azzardato a fare una stima di questo tipo per l’Italia). Tra disoccupati e «sottoimpiegati» il tasso complessivo è il 17,6% delle forze di lavoro.
E, secondo l’Epi, al ritmo di crescita del Pil di ottobre 2010 occorreranno venti anni per riportare il tasso di disoccupazione al livello precrisi.
Si intende, quindi, il fallimento politico di Obama. Era prevedibilissimo, considerando le mosse di politica economica. Impediscono il crollo, salvaguardano il sistema finanziario, non risolvono il problema della disoccupazione delle bancarotte personali, né quello dell'incertezza degli investitori circa il futuro.
Tutto ciò aggrava il problema della domanda aggregata ma il vero problema è il rilancio dell’investimento: che accadrà se e quando sarà rilanciata una nuova bella bolla speculativa indebitamento-crescita della domanda e dell’investimento, o aumenteranno le esportazioni Usa (per dove?) o si inventeranno un qualche serio programma di investimenti finanziato dallo Stato federale (che non c’è). La relativa stabilità della Cina non è assolutamente sufficiente al rilancio della domanda mondiale (se ne approfitta solo la Germania, a scapito della domanda interna e del resto d’Europa).
Ti aspetto in Italia,
Michele